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Il legame: recensione del film con Riccardo Scamarcio

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Spesso ci scagliamo contro Netflix, e più in generale contro le piattaforme streaming, per una politica di produzioni originali che in molti casi penalizza la creatività e porta a un immaginario appiattito per contenuti, generi e tematiche. A volte però, anche i più acerrimi nemici di Netflix e più strenui puristi della sala devono fare un passo indietro, e riconoscere che su questa amata e odiata piattaforma trovano spazio anche contenuti che al cinema avrebbero faticato e autori che hanno una chance di fare arrivare le loro opere a un pubblico sterminato. Un perfetto esempio in questo senso è Il legame, opera prima di Domenico de Feudis (già assistente di Paolo Sorrentino per La grande bellezza e Loro), disponibile proprio su Netflix a partire dal 2 ottobre.

Un folk horror ambientato in Puglia, che si prefigge l’obiettivo di attingere al nostro ampio bagaglio di leggende e superstizioni per svecchiare un immaginario di genere stantio, sulla scia di quanto fatto lo scorso anno da Pupi Avati con Il signor Diavolo.

Il legame: quando il gotico italiano incontra James Wan
Il legame

Una citazione sui titoli di testa del saggio di Ernesto De Martino Sud e magia ci introduce al concetto di fascinazione, condizione di impedimento e al tempo stesso di dominazione ben radicata nel panorama dell’occulto. Proprio come in Shining, a essere introdotta in un vortice di paura e orrore è una tranquilla famiglia, composta da Francesco (Riccardo Scamarcio), dalla sua compagna Emma (Mia Maestro) e dalla figlia di lei Sofia (Giulia Patrignani), in viaggio verso la villa di campagna della madre di Francesco Teresa (Mariella Lo Sardo). Quest’ultima è nota per le sue doti di guaritrice, che la rendono capace di curare le persone attraverso rituali magici. Quando Sofia viene punta da un ragno, cominciano ad accadere strani eventi, e la stessa bambina manifesta segni di possessione, chiudendosi progressivamente in se stessa. Per guarire Sofia si seguono le vie dell’occulto, e vengono a galla segreti del passato.

Il legame su cui si concentra questo interessante esordio non è soltanto quello fra genitori e figli, ma anche e soprattutto quello fra presente e passato e fra la modernità e le tradizioni ancestrali, che nonostante il progresso influenzano ancora gli usi e i costumi di molte comunità rurali. A dare forza al racconto sono i territori incontaminati che gli fanno da cornice, esaltati da de Feudis in tutta la loro misteriosa e suggestiva solennità. Una Puglia ben lontana dal turismo usa e getta che l’ha resa celebre negli ultimi anni, che sprigiona il suo fascino fra maestosi ulivi e imponenti montagne, guardiane di una terra solo in apparenza sonnolenta e placida. A questa italianità da riscoprire e rivalutare, Il legame contrappone scenari e stilemi tipici dell’horror americano recente, fatti di oscuri anfratti, sinistri scricchiolii, angoscianti apparizioni e spaventose possessioni. Il gotico italiano che incontra James Wan.

Il legame: un folk horror derivativo, ma sincero

Domenico de Feudis si dimostra capace di creare atmosfere e di gestire il climax di tensione alla base di ogni buon horror. Anche quando Il legame si rifà esplicitamente ai cliché del cinema horror recente americano, si percepiscono una freschezza e una sincerità di fondo, difficilmente riscontrabili nella nostra cinematografia contemporanea. Anche la recitazione, spesso punto dolente per le produzioni di genere, si attesta su livelli discreti, con Scamarcio (anche produttore, con la sua Lebowski) che prosegue la sperimentazione di registri avviata con Gli infedeli e dimostra di sapersi fare da parte quando necessario, per fare emergere le tre generazioni di donne su cui ruota l’opera e soprattutto la giovanissima Patrignani, vera e propria rivelazione di questo lavoro.

Il legame funziona quando si avvicina ai propri personaggi, facendoci percepire la sensazione di estraneità che prova Emma, la viscerale paura di Sofia, l’ombrosità di Francesco e l’ambiguità di Teresa; fatica invece quando deve tessere le dinamiche fra loro e farci comprendere le motivazioni che muovono i loro comportamenti e le loro emozioni. Passiamo troppo repentinamente da una fase interlocutoria, dominata dagli scenari e dalla suggestione, all’azione pura, caratterizzata da urla, entità demoniache e dagli immancabili jump scare. Così facendo, si indebolisce l’empatia verso i personaggi e soprattutto si vanifica parte dei buoni presupposti del racconto, con la superstizione e i riti popolari che si ridimensionano a contorno di quella che si rivela più una storia di fantasmi esteriori e interiori, e di scheletri nell’armadio che tornano prepotentemente nelle vite di chi ha cercato frettolosamente di nasconderli.

Fra modernità e miti del passato

Il legame

Come tutte le opere prime, Il legame è un tentativo. Un tentativo di mostrarsi, di raccontarsi e di fare qualcosa di diverso, sfidando le mode e il sistema. Nonostante alcuni passaggi a vuoto e l’approccio derivativo di de Feudis, non si può che apprezzare un’operazione del genere, che, in un panorama culturale in cui il nuovo è guardato con sospetto e diffidenza, sfrutta il nostro sconfinato background popolare di miti e tradizioni orali per guardare al futuro, concedendosi anche delle velleità editoriali, grazie a un finale che lascia la porta spalancata a un eventuale seguito. La strada è quella giusta, non abbandoniamola.

Overall
6.5/10

Verdetto

Il legame si rivela un buon prodotto di genere, che, pur dimostrandosi derivativo nella messa in scena, ha il coraggio di partire dalla nostra florida tradizione di leggende popolari per fare qualcosa di insolito nella nostra cinematografia.

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È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino in concorso a Venezia 78

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È stata la mano di Dio

Dopo l’annuncio che il film sarà presentato in concorso a Venezia 78, sono arrivate le prime immagini di È stata la mano di Dio, nuovo film scritto e diretto da Paolo Sorrentino e prodotto da The Apartment, società del gruppo Fremantle. Dopo la presentazione a Venezia, È stata la mano di Dio sarà distribuito su Netflix e in cinema selezionati, nel corso del 2021. Il nuovo film di Sorrentino attingerà sia dalla sua conclamata passione per Diego Armando Maradona, mancato pochi mesi fa, sia da alcuni risvolti della stessa vita del regista. Un’opera intima e personale, che avrà per protagonisti Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Biagio Manna, Ciro Capano, Enzo Decaro, Lino Musella e Sofya Gershevich. Ecco le prime immagini ufficiali.

Le prime foto di È stata la mano di Dio
È stata la mano di Dio

Foto di Gianni Fiorito

Questa la sinossi ufficiale di È stata la mano di Dio:

Dal regista e sceneggiatore Premio Oscar Paolo Sorrentino (Il Divo, La grande bellezza, The Young Pope) la storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Una vicenda costellata da gioie inattese, come l’arrivo della leggenda del calcio Diego Maradona, e una tragedia altrettanto inattesa. Ma il destino trama dietro le quinte e gioia e tragedia s’intrecciano, indicando la strada per il futuro di Fabietto. Sorrentino torna nella sua città natale per raccontare la sua storia più personale, un racconto di destino e famiglia, sport e cinema, amore e perdita.

L’immagine di copertina dell’articolo è di Gianni Fiorito.

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A Classic Horror Story: recensione del film italiano Netflix

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A Classic Horror Story

Per il cinema horror americano contemporaneo, possiamo sbilanciarci nell’affermare che esiste inequivocabilmente un prima e dopo Quella casa nel bosco di Drew Goddard, che ha dato nuova linfa al genere con una commistione più unica che rara di mistero, gore, commedia e citazionismo. Un cinema dentro il cinema, genuinamente derivativo ma capace di essere al tempo stesso genuino e originale. Fra qualche anno, siamo convinti che considereremo A Classic Horror Story, disponibile da qualche giorno su Netflix, l’opera che allo stesso modo ha dato stimoli e verve all’intero cinema di genere italiano, ridotto ormai da troppi anni, e non sempre per colpa sua, all’irrilevanza dal punto di vista commerciale. Il merito di tutto questo è dei registi dell’opera Roberto De Feo e Paolo Strippoli, ma anche della tanto vituperata Netflix, che ha dato a un horror italiano la visibilità internazionale che mancava dai tempi del miglior Dario Argento.

A Classic Horror Story: violenza, citazionismo e colpi di scena

A Classic Horror Story

Ci troviamo in Calabria, dove cinque persone decidono di condividere un viaggio in camper per raggiungere le rispettive mete. Il viaggio dell’eterogeneo gruppo, all’interno del quale si distinguono lo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo) e la giovane incinta Elisa (Matilda Lutz), subisce un’imprevista svolta quando il loro camper si schianta contro un albero. Dopo aver perso conoscenza, i protagonisti si ritrovano in un bosco isolato da tutto e da tutti, apparentemente lontano dalla strada su cui viaggiavano. Inoltre, nonostante i loro sforzi, non riescono a lasciare il luogo in cui si trovano, che li imprigiona in un’atmosfera torbida e sinistra. Con lo sconforto e la disperazione che aumentano, irrompono in scena anche delle misteriose presenze, legate alle tradizioni popolari locali. Comincia così un incubo in cui non si intravede la via d’uscita.

Sarebbe ingiusto dire di più su una trama ricca di colpi di scena e di geniali intuizioni narrative, che proseguono anche durante i titoli di coda. A Classic Horror Story è un lavoro lontanissimo dagli innumerevoli horror scontati e prevedibili in ogni loro risvolto che affollano le sale e le piattaforme streaming negli ultimi anni. De Feo e Strippoli mettono infatti in scena un’opera che trae il meglio da tutto ciò di cui è composta, come la fantasia che contraddistingue i creativi italiani (quasi sempre affossata da scelte distributive deleterie), un insieme di miti e credenze popolari che non ha nulla da invidiare a quello statunitense, il desiderio di confrontarsi a testa alta con l’immaginario horror americano degli ultimi decenni e soprattutto delle eccellenze nei rispettivi campi, come il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, già collaboratore di De Feo per il pregevole The Nest (Il nido).

Fra Wes Craven e Lucio Fulci

A Classic Horror Story è un mix cinefilo davanti a cui è impossibile rimanere indifferenti. Con un coraggio e una libertà creativa impensabili per un film destinato a una distribuzione tradizionale, i registi giocano con il folk horror di The Wicker Man e Midsommar – Il villaggio dei dannati, innestando sugli archetipi di questo filone la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, noti per essere i fondatori delle tre più importanti organizzazioni mafiose. Uno spunto che al suo interno contiene quindi già un forte elemento di critica sociale, che emerge ancora più chiaramente nel corso di A Classic Horror Story, che non esita a farsi beffe del gusto dello spettatore medio, portatore nella maggior parte dei casi di una doppia morale sulla violenza al cinema e in televisione, e anche dello stesso racconto che porta avanti, con squisiti dialoghi metacinematografici che ricordano il fondamentale Scream di Wes Craven.

De Feo e Strippoli seguono le orme dei maestri Mario Bava, Argento e Lucio Fulci, cercando sempre e comunque la cura di ogni dettaglio tecnico e scenografico e abbandonandosi senza alcun freno inibitorio alla potenza dell’immagine. Non siamo davanti a un mero divertissement cinematografico, ma a un vero slasher, capace di inquietare profondamente anche gli spettatori più navigati, con un campionario di efferatezze più uniche che rare all’interno del piatto panorama di genere nostrano. La cura riversata in questo progetto è evidente anche nella costruzione dei personaggi, che spesso sono il tallone d’Achille anche per i migliori horror. Pur con le loro bizzarrie, i protagonisti di A Classic Horror Story sono tridimensionali e mossi da problemi reali, come l’ingerenza della famiglia, il fallimento lavorativo o il desiderio di riscatto. Caratteristiche che consentono di empatizzare con i loro percorsi e di essere scossi emotivamente dagli eventi che li affliggono.

A Classic Horror Story scardina le ammuffite porte del cinema di genere italiano

A Classic Horror Story

A Classic Horror Story non è una ventata d’aria fresca, ma un vero e proprio tornado che scardina gli ammuffiti portoni di un intero sistema. Significativa in questo senso la scelta di utilizzare due dei brani più rassicuranti e poetici della canzone italiana, La casa di Sergio Endrigo e Il cielo in una stanza di Gino Paoli, in contrasto a sequenze di estrema violenza, in cui si possono facilmente riscontrare le influenze di Sam Raimi e Tobe Hooper. Un avvincente e sanguinolento viaggio nel meglio del cinema dell’orrore che abbiamo visto, che fa aumentare i rimpianti per quello che invece non abbiamo potuto vedere, perché mai realizzato. Un horror che riesce a essere al tempo stesso lacerante esplorazione del mito, pungente critica sociale e caccia al tesoro cinematografico, inequivocabile testimonianza del fatto che con Roberto De Feo e Paolo Strippoli abbiamo trovato due veri autori.

Overall
8/10

Verdetto

A Classic Horror Story è un evento più unico che raro per il nostro cinema, capace di fondere con intelligenza e raffinatezza il citazionismo, l’immaginario popolare e la critica sociale. Un’opera di cui andare fieri, che grazie a Netflix sarà vista in tutto il mondo.

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The Witcher: il teaser trailer della seconda stagione

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Nel corso della WitcherCon, primo evento virtuale dedicato ai fan e all’universo di The Witcher, sono state annunciate tante novità, incentrate soprattutto sulla serie live action e sul prossimo film anime. Per quanto riguarda la serie, abbiamo finalmente una data di uscita della seconda stagione e un breve teaser da ammirare, insieme al poster ufficiale del nuovo ciclo di episodi. La seconda stagione di The Witcher arriverà su Netflix il 17 dicembre. Scopriamo subito cosa ci aspetta.

Il teaser trailer della seconda stagione di The Witcher

The Witcher

Novità anche per il film The Witcher: Nightmare of the Wolf, che arriverà sulla piattaforma già il prossimo 23 agosto. Anche in questo caso, possiamo vedere una piccola anticipazione di quello che vedremo nelle prossime settimane su Netflix.

The Witcher: Nightmare of the Wolf: teaser del film anime

Questa la dichiarazione della showrunner della serie Lauren Schmidt Hissrich sul rapporto fra Geralt e Cirim che sarà esplorato nella seconda stagione di The Witcher:

La prima stagione si conclude con quella che penso sia una delle scene più emozionanti che abbiamo girato, ovvero quella in cui Geralt e Ciri si ritrovano dopo essersi cercati per tutta la stagione. Sembra di vedere la figura di un padre e quella di una figlia, come se fosse tutto perfetto, peccato che non si siano mai incontrati prima. È stato davvero divertente iniziare la seconda stagione pensando che non fossero ancora una famiglia e chiedendoci cosa potessero fare per diventarlo.

Da un lato abbiamo Geralt, che ha giurato di non aver bisogno di nessuno al mondo e poi gli viene presentata una ragazza, ora unicamente affidata a lui. E dall’altro abbiamo Ciri, che è abituata ad avere persone che si occupano di lei, ma scappa da tutti per un’intera stagione e poi le viene detto che Geralt si prenderà cura di lei. È stato davvero interessante iniziare la seconda stagione con due personaggi incerti su come stare e crescere insieme. Volevamo assicurarci che sembrasse una relazione autentica, che non fossero legati fin dall’inizio.

Queste invece le parole del protagonista Henry Cavill sul percorso del suo personaggio Geralt di Rivia:

Ho interpretato la prima stagione in modo libero, vedevamo Geralt nelle terre selvagge e senza obbligatoriamente dover intraprendere grandi dialoghi. Ho pensato che fosse meglio fare la parte dell’uomo che parla poco e che sembra stia pensando tanto. Questa era l’intenzione, ma poi, una volta entrato in contatto con Ciri e con i Witcher, ho pensato che avrei dovuto farlo parlare di più, lasciare che fosse prolisso, filosofico e intellettuale come veramente è. Non è solo un grosso vecchio bruto dai capelli bianchi.

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