Il prigioniero coreano: recensione del film di Kim Ki-duk

Il prigioniero coreano: recensione del film di Kim Ki-duk

Nel momento in cui scriviamo, Il prigioniero coreano (Geumul il titolo originale) è il penultimo film del maestro sudcoreano Kim Ki-duk, presentato nel corso della 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ma distribuito nelle sale italiane quasi due anni dopo. Il regista asiatico, conosciuto per vere e proprie pietre miliari del cinema contemporaneo come Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, Ferro 3 – La casa vuota e Pietà, dirige un’opera lacerante e fortemente politica, priva della crudezza che contraddistingue il suo cinema, ma anche del suo proverbiale lirismo, che in questo caso viene sacrificato in nome di una narrazione più solida e rigorosa.

Il prigioniero coreano scava nel complesso scacchiere politico e sociale della penisola asiatica

Il prigioniero coreano

In seguito a un problema sulla sua modesta imbarcazione, il pescatore nordcoreano Nam Chul-woo (Seung-bum Ryoo) oltrepassa il confine acquatico fra la Corea del Nord e la Corea del Sud, formalmente ancora in guerra dopo l’armistizio del 1953. Una volta approdato in Corea del Sud, nascono immediatamente sospetti sulla possibilità che egli sia una spia. Pressoché inevitabile quindi il ricorso a interrogatori particolarmente duri. Con il cuore rivolto sempre alla sua famiglia, Nam Chul-woo avrà l’occasione di rivedere le proprie convinzioni sulle due parti della penisola coreana.

Con i venti di guerra sempre presenti, nonostante qualche timido ma toccante segno di distensione, come la sfilata delle due Coree sotto la stessa bandiera durante i giochi olimpici invernali di Pyeongchang, il tema del settantennale conflitto fra Corea del Sud e Corea del Nord risulta quanto mai attuale, e sprona Kim Ki-duk a una struggente e dolorosa riflessione sulle contraddizioni e sui comuni vizi dei governi di queste due nazioni, che sono ancora troppo ideologicamente ed economicamente lontane per mettere da parte i propri dissidi, ma allo stesso tempo accomunate da una storia sociale e culturale talmente forte da rendere impossibile una totale animosità tra le due parti.

L’insensatezza del conflitto fra le due Coree

Il prigioniero coreano

Fulcro de Il prigioniero coreano diventa così un uomo di modeste origini e di umili ideali, indissolubilmente allacciato alla figura del dittatore nordcoreano Kim Jong-un e interessato esclusivamente alla sua famiglia e alla sua semplice attività come pescatore. Giunto per caso nella nemica Corea del Sud, Nam Chul-woo ha l’opportunità di toccare con mano l’altra faccia di quello che considerava un esempio di benessere e civiltà, che in realtà si contraddistingue per lo stesso irrazionale timore nei confronti dello straniero e per la stessa chiusura mentale. Stretto fra la veemenza di un agente sudcoreano, persuaso di essere di fronte a una spia, e l’insperata umanità di una giovane leva, l’uomo ha l’occasione di vedere qualità e vizi del popolo a lui nemico. Il ritorno a casa lo vedrà però vittima del medesimo clima di pregiudizio e sospettosi che si è appena lasciato alle spalle, rendendolo di fatto un apolide.

In questo caso, Kim Ki-duk si tiene lontano dalle sfumature e dall’ambiguità, puntando invece su contrapposizioni fin troppo nette fra personaggi non sempre caratterizzati a dovere. Stiamo però pur sempre parlando di uno dei più grandi autori contemporanei, la cui abilità con la macchina da presa si manifesta nella disarmante analisi di un conflitto sempre più grottesco fra due popoli. A rimanere nel cuore e nella mente è soprattutto il simbolo della rete, cioè il segnale che delimita il confine fra due falsi nemici e che allo stesso tempo è il mezzo con cui il protagonista si guadagna da vivere. La perfetta rappresentazione di un’inutile frattura politica, che non fa altro che togliere a Corea del Sud e Corea del Nord tempo e risorse che potrebbero essere destinate ad attività più profittevoli, acutizzando al contempo i punti deboli di entrambe le fazioni.

Il prigioniero coreano e Parasite

Se avete amato le sfumature sociali e culturali del trionfatore della scorsa edizione degli Oscar Parasite, Il prigioniero coreano si può rivelare una visione stimolante e appagante, capace di offrire allo spettatore un punto di vista libero da pregiudizi sul complesso scacchiere politico asiatico. Al di là dei punti di contatto culturali, Kim Ki-duk compie però un tragitto completamente diverso da quello di Bong Joon-ho, puntando su un intreccio decisamente più ordinario e su un intimismo ammirevole, ma non sempre efficace.

Valutazione
7/10

Verdetto

Kim Ki-duk ci regala uno struggente racconto apolide, appesantito da un messaggio politico fin troppo esplicito, ma forte di un toccante invito alla fratellanza fra due popoli separati da una barriera che è soltanto ideologica.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.