Il principe cerca figlio: recensione del film con Eddie Murphy

Il principe cerca figlio: recensione del film con Eddie Murphy
Photo Courtesy of Amazon Studios

In un mondo complesso e stratificato come quello di oggi, è possibile attualizzare il cinema dinamitardo e sovversivo di John Landis? E nello specifico, come si può riprendere quella gemma di comicità demenziale, volgare e politicamente scorretta de Il principe cerca moglie, senza risultare fuori luogo, fuori posto e fuori tempo? Queste le difficoltà con cui si è dovuto confrontare Il principe cerca figlio, sequel che arriva a 33 anni di distanza dal predecessore, direttamente in streaming su Amazon Prime Video.

A dirigere questa vera e propria rimpatriata, in cui ritroviamo tutti i personaggi secondari de Il principe cerca moglie, oltre ai mattatori Eddie MurphyArsenio Hall e James Earl Jones, è Craig Brewer, già alle prese con una rispolverata agli anni ’80 con il dimenticabile Footloose, ma reduce anche da un ben più convincente sodalizio con lo stesso Murphy per l’acclamato Dolemite Is My Name. La continuità con il capitolo precedente è ulteriormente certificata dall’apporto degli sceneggiatori Barry W. BlausteinDavid Sheffield, che hanno affiancato Kenya Barris nella stesura dello script di questo sequel, chiamato a solleticare la nostalgia dei fan del lavoro di Landis e a calare al tempo stesso i suoi personaggi in un contesto sociale, produttivo e narrativo completamente diverso.

Il principe cerca figlio: ritorno a Zamunda, fra tradizione e progresso

Il principe cerca figlio
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La Zamunda che ritroviamo già nei primi secondi de Il principe cerca figlio sembra una Wakanda in miniatura, oasi al riparo dalla modernità ma alle prese con una doverosa e inevitabile revisione delle proprie vetuste tradizioni. Il principe Akeem, in procinto di prendere il posto di Joffy Joffer sul trono, deve a sua volta fare i conti con la propria discendenza, composta solo da donne. Le retrograde regole di Zamunda prevedono però che a governare il regno possa essere solo un uomo, ragion per cui Akeem rischia di dover cedere il trono a Izzi (uno spassoso Wesley Snipes), generale di un regno confinante.

In punto di morte, Joffy Joffer rivela però ad Akeem una verità taciuta per più di 30 anni: durante il suo soggiorno nel Queens, il principe ha concepito un erede maschio, che può quindi diventare legittimamente sovrano di Zamunda. Il figlio di Akeem, Lavelle (Jermaine Fowler), che vive una vita insoddisfacente a New York, viene quindi chiamato a visitare Zamunda, dove deve però confrontarsi con lo scetticismo delle sue sorellastre e con le tradizioni del regno, ben lontane da quelle dei luoghi in cui è cresciuto.

“I remake e i sequel di vecchi film che nessuno ha chiesto”

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Chiamato a confrontarsi con una commedia indelebilmente scolpita nell’immaginario collettivo, Craig Brewer si affida al classico approccio del more of the same, infarcendo Il principe cerca figlio di rimandi e citazioni al predecessore. Alcune sequenze de Il principe cerca moglie sono integrate nel racconto, con il supporto della tecnologia di de-aging, che permette di colmare alcuni vuoti narrativi, mostrandoci l’avventura a base di sesso e droga durante la quale avviene il concepimento di Lavelle. Immancabili poi i ritorni di alcuni indimenticabili personaggi (il barbiere newyorkese e i suoi clienti) e gli omaggi alle gag più riuscite di Landis, come il lavaggio alle parti intime. Lo stesso Brewer sottolinea con autoironia la sua sudditanza in un riuscito dialogo, in cui Lavelle riflette sul cinema americano stigmatizzando «i remake e i sequel di vecchi film che nessuno ha chiesto» ed esplicitando così la natura fieramente derivativa del progetto.

Se da una parte Il principe cerca figlio coccola i fan del lavoro di Landis, dall’altra cerca anche di replicare la sua abilità nell’inserire un preciso sottotesto politico all’interno di una commedia grossolana solo all’apparenza. Dove Il principe cerca moglie metteva alla berlina il classismo statunitense, collocando dei finti poveri in un ambiente di poveri veri che cercavano disperatamente di migliorare la propria condizione, Il principe cerca figlio utilizza il finto regno di un finto stato africano per mettere in scena un lucido spaccato della società americana contemporanea, in cui le donne e la comunità black stanno finalmente ottenendo il diritto di rappresentanza e rappresentazione da tempo anelato, sfidando apertamente le ultime sacche di resistenza a questa evoluzione sociale e culturale. Al tema della ricerca del vero amore, si affianca così una narrazione ben precisa sulla necessità di rovesciare dinamiche di potere stantie e superare pregiudizi sessisti e razzisti.

Il principe cerca figlio: i dubbi su Akeem

Il principe cerca figlio
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Se gli intenti alla base de Il principe cerca figlio sono più che buoni, altrettanto purtroppo non si può dire della realizzazione. La sceneggiatura è infatti disarticolata e incentrata più sulla dinamica della singola scena che sull’organicità dell’insieme. Saltiamo con troppa facilità da Zamunda a New York, spesso con il solo fine di riprendere una sequenza cult de Il principe cerca moglie (come nel caso del negozio del barbiere). A non convincere inoltre è, abbastanza sorprendentemente, l’arco narrativo di Akeem, trait d’union fra i due progetti. L’avevamo lasciato come impacciato giovane reale alle prese con una nuova realtà, alimentato da un’invidiabile purezza d’animo e di sentimenti; lo ritroviamo uomo di mezza età disilluso e reazionario, più concentrato sulle dinamiche del potere che sulla valorizzazione delle nobili qualità delle sue figlie. Anche al netto di 30 anni di regno, i suoi repentini cambi di idea appaiono troppo spesso immotivati.

Come il Sylvester Stallone di Creed, Akeem viene messo più volte in disparte, per poi tornare al centro nella scena nei momenti salienti. A differenza degli spin-off di Rocky, manca però del tutto l’alchimia con l’erede Jermaine Fowler, che a sua volta non dimostra il carisma necessario per raccoglierne il testimone. Manca inoltre la forza comica dei personaggi secondari e delle singole battute, che difficilmente affiancheranno quelle del lavoro di Landis nei nostri ricordi negli anni a venire. A salvarsi sono soprattutto Shari Headley, una Lisa dolce e di carattere, e un gigioneggiante Wesley Snipes, sempre a suo agio in ruoli sopra le righe come quello di Izzi. Troppo sacrificato invece Arsenio Hall, uno dei punti di forza de Il principe cerca moglie, costretto a fare spazio a gag dimenticabili o al limite dell’imbarazzante, come l’intera sequenza del leone.

Il principe cerca figlio: un tentativo maldestro ma coraggioso

Il principe cerca figlio
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Ogni volta che Il principe cerca figlio sta per deragliare, trova un provvidenziale sostegno nel suo predecessore. Quando Brewer appare a disagio nel dare forma e sostanza al racconto, basta infatti una canzone, una citazione o un palese parallelo fra genitori e figli per restituire al progetto la propria ragione di esistere. Più che l’impressionante serie di cameo (fra gli altri Dikembe Mutombo, John Legend e Morgan Freeman) è il tangibile rispetto del regista nei confronti del materiale originale a sostenerlo, soprattutto nel simbolico epilogo, in cui anche gli eventi più bizzarri ci appaiono calzanti e accettabili, proprio come avveniva nel memorabile (e probabilmente ineguagliabile) lavoro di Landis.

Ci sarebbe piaciuto più coraggio da parte di Brewer nell’approccio ai luoghi (di Zamunda apprendiamo poco, New York è praticamente assente), nella rappresentazione della contemporaneità statunitense e nel ragionamento politico, che viene progressivamente abbandonato. Ricollegandoci alle nostre domande iniziali, preferiamo però un sequel che ha il coraggio di attualizzare e svecchiare il proprio testo di riferimento, anche in modo maldestro e sbilenco, a una pallida copia dell’originale con personaggi più anziani e meno brillanti che compiono le medesime azioni, cosa che fortunatamente Il principe cerca figlio non è.

Valutazione
6.5/10

Verdetto

Craig Brewer si imbarca nella difficile impresa di attualizzare un cult della commedia demenziale come Il principe cerca moglie. L’umorismo non è sempre efficace, ma il sottotesto politico e l’operazione nostalgia compensano le incertezze della sceneggiatura.

Marco Paiano

Marco Paiano