Il processo ai Chicago 7: recensione del film di Aaron Sorkin

Il processo ai Chicago 7: recensione del film di Aaron Sorkin

Dopo più di 10 anni di attesa nel development hell, con la guida del progetto passata progressivamente dalle mani di Steven Spielberg a quelle di Aaron Sorkin, arriva finalmente nelle sale (poi dal 16 ottobre su Netflix) Il processo ai Chicago 7. Una sontuosa produzione dedicata a una delle pagine più cupe della storia americana, forte di uno straordinario cast corale e dello script dello stesso Sorkin, che per l’occasione si cimenta anche nella sua seconda regia.

Chicago, agosto 1968. Durante la Convention democratica, migliaia di manifestanti protestano contro l’amministrazione di Lyndon Johnson, e in particolare contro la guerra del Vietnam. Gli animi si scaldano, e ben presto si arriva allo scontro fra la polizia e la folla, che culmina in una repressione violenta da parte delle forze dell’ordine, ripresa e diffusa dai telegiornali di tutto il mondo. Fra le tante persone coinvolte, vengono portati a processo 8 attivisti, che diventano 7 dopo l’esclusione dal gruppo del leader dei Black Panthers Bobby Seale. Il processo comincia però nel 1969, nel pieno dell’amministrazione di Richard Nixon, ben più rigido e autoritario del suo predecessore. Nelle aule del tribunale, ha così inizio un processo parziale e iniquo, platealmente pilotato dal giudice Julius Hoffman (un sontuoso Frank Langella) in direzione di un’esemplare condanna dei presunti cospiratori.

Il processo ai Chicago 7: la Storia secondo Aaron Sorkin

Con Il processo ai Chicago 7, Sorkin ruota intorno a due dei punti fermi su cui ha costruito la sua florida carriera. Da una parte, il dramma processuale, che aveva scelto come teatro dello scontro finale della sua prima sceneggiatura per il grande schermo (Codice d’onore di Rob Reiner) e su cui, non a caso, aveva ripiegato nel corso della sua prima non eccelsa regia, Molly’s Game. Dall’altra, la necessità di raccontare la storia, vera (The Social Network, Steve Jobs) o inventata (West Wing – Tutti gli uomini del Presidente, The Newsroom), prediligendo la prospettiva del dietro le quinte, forse meno spettacolare, ma ideale per scavare fra le pieghe dei suoi personaggi. Raccontare il particolare per riflettere sull’universale, mettere in scena il passato per parlare del presente. Questa la ricetta con cui Sorkin si approccia a Il processo ai Chicago 7 e a un racconto corale, denso di temi e contenuti.

«Credo che le istituzioni della nostra democrazia siano straordinarie, ma che in questo momento siano in mano a persone orribili». Una folgorante e apparentemente estemporanea battuta di uno dei famigerati 7 diventa il manifesto programmatico di un’opera fieramente manichea, in cui, con l’eccezione del tormentato Richard Schultz di Joseph Gordon-Levitt, non c’è spazio per le mezze misure: da una parte i buoni, i deboli, gli oppressi, ognuno con le proprie sfaccettature; dall’altra i nemici, i reazionari, gli oppressori, pedine di un sistema di potere che alimenta continuamente se stesso. Una visione fin troppo semplicistica dei fatti e del contesto politico e sociale dell’epoca, che Sorkin però cesella finemente, affidandosi alla forza delle parole e del suo prodigioso cast.

Il processo ai Chicago 7: uno straordinario cast corale

Il processo ai Chicago 7

Addentrandosi nei meandri della stratificata scrittura de Il processo ai Chicago 7, non è difficile scorgere chiari riferimenti agli oscurantisti Stati Uniti di oggi, in piena regressione culturale e democratica. A scuotere l’animo dello spettatore in questo senso è soprattutto il raggelante trattamento riservato a Bobby Seale (impersonato da Yahya Abdul-Mateen II), discriminato e messo brutalmente a tacere, in una plateale e vergognosa violazione dei più basilari diritti umani. L’involontaria sponda che il racconto trova nel movimento Black Lives Matter, rinvigoritosi dopo la tragica morte di George Floyd, a riprese ampiamente ultimate, non è altro che un’ulteriore prova della ciclicità di queste dinamiche e della persistenza del razzismo e del desiderio di prevaricazione in quelle istituzioni che dovrebbero difendere anche e soprattutto i più deboli.

Nell’altro lato della barricata, Sorkin utilizza gli svariati confronti fra gli indagati e i numerosi interrogatori in aula per tratteggiare l’eterogeneità e il conflitto delle varie anime liberal. A rubare la scena è l’istrionico Abbie Hoffman di Sacha Baron Cohen, autore di una splendida prova, che potrebbe portarlo alla nomination all’Oscar. Un hippy vulcanico ma allo stesso tempo raffinato, che costituisce il cuore emozionale de Il processo ai Chicago 7. Accanto a lui, si distinguono il Tom Hayden di un kennedyano Eddie Redmayne, il cui punto di vista affiorerà completamente solo nelle battute conclusive, e il disilluso avvocato William Kunstler di un sempre perfetto Mark Rylance, contemporaneamente rassicurante e combattivo.

Fra flemmatici mediatori, irruenti contestatori e pragmatici uomini di legge, c’è spazio anche per l’ennesima eccellente performance di Michael Keaton, che in pochi minuti delinea il fondamentale personaggio del Procuratore generale Ramsey Clark, ideale ponte fra l’amministrazione di Johnson e quella di Nixon.

Il processo ai Chicago 7: troppa carne al fuoco?

Il processo ai Chicago 7

L’ambizione di mettere tanta (forse troppa) carne al fuoco si scontra con la difficoltà nel fare emergere i punti di vista e le personalità di così tanti personaggi in un minutaggio relativamente breve, di poco superiore alle due ore. Il principale alleato di Sorkin in questa sfida, insieme alle sue ormai proverbiali doti di scrittura, non è tanto la regia, priva di particolari guizzi, quanto il montaggio di Alan Baumgarten, che riesce a dare ritmo e vigore alla narrazione, aderendo ai dialoghi nelle sequenze più compassate e diventando invece sempre più serrato nei momenti più concitati, come quelli dei tumulti per le strade di Chicago.

Pur con tutte le attenuanti del caso, la sensazione è che dal quadro messo in scena da Sorkin resti fuori troppo. In primis i Black Panthers e il loro leader, ben presto fuori dal racconto, ma anche i numerosi oppositori dei 7, che, con l’eccezione del mefistofelico Langella, sono troppo abbozzati e macchiettistici per essere del tutto credibili. Il processo ai Chicago 7 risente della mancanza di qualsiasi sfumatura nell’analisi del potere, mentre si appoggia spesso a un umorismo non sempre a fuoco, che alterna momenti da stand-up comedy a siparietti fra i processati, che finiscono per sdrammatizzare un racconto che al contrario reclama a gran voce serietà e rispetto.

Da astuto narratore qual è, Sorkin riesce però ad affabulare con le sue parole e a trasformare ancora una volta un’asettica aula di tribunale in una rovente arena in cui si scontrano visioni diametralmente opposte della vita e della politica. E in un contesto in cui le parole sono così importanti, non è un caso che a fare la differenza siano degli aggettivi possessivi (il nostro sangue) o il significato che si attribuisce a un vocabolo in apparenza inequivocabile come sconfitta.

Un cinema militante e schierato

In un’epoca in cui le già forti divisioni sono state esacerbate dalla pandemia, Il processo ai Chicago 7 si rivela la perfetta cartina di tornasole di una società che sta pericolosamente regredendo, vanificando decenni di progressi. Nella sua lucida rappresentazione della frammentazione fra le varie identità democratiche, da quelle più utopiche a quelle più radicali, Sorkin ci ricorda con forza ed eleganza che l’unica divisione che ha senso di esistere è quella fra democrazia e autoritarismo, fra inclusione e discriminazione. Un cinema militante e schierato, che sfiora la pedagogia, ma di cui, oggi più che mai, sentiamo il bisogno.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Aaron Sorkin racconta il nostro cupo presente attraverso una altrettanto cupa pagina di storia, in cui la prevaricazione ha prevalso sulla giustizia. Non tutti gli spunti messi in campo sono sviscerati a dovere, ma la potenza del messaggio e l’efficacia del cast prevalgono sui passaggi narrativi più deboli.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.