Il processo ai Chicago 7 Il processo ai Chicago 7

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Il processo ai Chicago 7: recensione del film di Aaron Sorkin

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Dopo più di 10 anni di attesa nel development hell, con la guida del progetto passata progressivamente dalle mani di Steven Spielberg a quelle di Aaron Sorkin, arriva finalmente nelle sale (poi dal 16 ottobre su Netflix) Il processo ai Chicago 7. Una sontuosa produzione dedicata a una delle pagine più cupe della storia americana, forte di uno straordinario cast corale e dello script dello stesso Sorkin, che per l’occasione si cimenta anche nella sua seconda regia.

Chicago, agosto 1968. Durante la Convention democratica, migliaia di manifestanti protestano contro l’amministrazione di Lyndon Johnson, e in particolare contro la guerra del Vietnam. Gli animi si scaldano, e ben presto si arriva allo scontro fra la polizia e la folla, che culmina in una repressione violenta da parte delle forze dell’ordine, ripresa e diffusa dai telegiornali di tutto il mondo. Fra le tante persone coinvolte, vengono portati a processo 8 attivisti, che diventano 7 dopo l’esclusione dal gruppo del leader dei Black Panthers Bobby Seale. Il processo comincia però nel 1969, nel pieno dell’amministrazione di Richard Nixon, ben più rigido e autoritario del suo predecessore. Nelle aule del tribunale, ha così inizio un processo parziale e iniquo, platealmente pilotato dal giudice Julius Hoffman (un sontuoso Frank Langella) in direzione di un’esemplare condanna dei presunti cospiratori.

Il processo ai Chicago 7: la Storia secondo Aaron Sorkin

Con Il processo ai Chicago 7, Sorkin ruota intorno a due dei punti fermi su cui ha costruito la sua florida carriera. Da una parte, il dramma processuale, che aveva scelto come teatro dello scontro finale della sua prima sceneggiatura per il grande schermo (Codice d’onore di Rob Reiner) e su cui, non a caso, aveva ripiegato nel corso della sua prima non eccelsa regia, Molly’s Game. Dall’altra, la necessità di raccontare la storia, vera (The Social Network, Steve Jobs) o inventata (West Wing – Tutti gli uomini del Presidente, The Newsroom), prediligendo la prospettiva del dietro le quinte, forse meno spettacolare, ma ideale per scavare fra le pieghe dei suoi personaggi. Raccontare il particolare per riflettere sull’universale, mettere in scena il passato per parlare del presente. Questa la ricetta con cui Sorkin si approccia a Il processo ai Chicago 7 e a un racconto corale, denso di temi e contenuti.

«Credo che le istituzioni della nostra democrazia siano straordinarie, ma che in questo momento siano in mano a persone orribili». Una folgorante e apparentemente estemporanea battuta di uno dei famigerati 7 diventa il manifesto programmatico di un’opera fieramente manichea, in cui, con l’eccezione del tormentato Richard Schultz di Joseph Gordon-Levitt, non c’è spazio per le mezze misure: da una parte i buoni, i deboli, gli oppressi, ognuno con le proprie sfaccettature; dall’altra i nemici, i reazionari, gli oppressori, pedine di un sistema di potere che alimenta continuamente se stesso. Una visione fin troppo semplicistica dei fatti e del contesto politico e sociale dell’epoca, che Sorkin però cesella finemente, affidandosi alla forza delle parole e del suo prodigioso cast.

Il processo ai Chicago 7: uno straordinario cast corale

Il processo ai Chicago 7

Addentrandosi nei meandri della stratificata scrittura de Il processo ai Chicago 7, non è difficile scorgere chiari riferimenti agli oscurantisti Stati Uniti di oggi, in piena regressione culturale e democratica. A scuotere l’animo dello spettatore in questo senso è soprattutto il raggelante trattamento riservato a Bobby Seale (impersonato da Yahya Abdul-Mateen II), discriminato e messo brutalmente a tacere, in una plateale e vergognosa violazione dei più basilari diritti umani. L’involontaria sponda che il racconto trova nel movimento Black Lives Matter, rinvigoritosi dopo la tragica morte di George Floyd, a riprese ampiamente ultimate, non è altro che un’ulteriore prova della ciclicità di queste dinamiche e della persistenza del razzismo e del desiderio di prevaricazione in quelle istituzioni che dovrebbero difendere anche e soprattutto i più deboli.

Nell’altro lato della barricata, Sorkin utilizza gli svariati confronti fra gli indagati e i numerosi interrogatori in aula per tratteggiare l’eterogeneità e il conflitto delle varie anime liberal. A rubare la scena è l’istrionico Abbie Hoffman di Sacha Baron Cohen, autore di una splendida prova, che potrebbe portarlo alla nomination all’Oscar. Un hippy vulcanico ma allo stesso tempo raffinato, che costituisce il cuore emozionale de Il processo ai Chicago 7. Accanto a lui, si distinguono il Tom Hayden di un kennedyano Eddie Redmayne, il cui punto di vista affiorerà completamente solo nelle battute conclusive, e il disilluso avvocato William Kunstler di un sempre perfetto Mark Rylance, contemporaneamente rassicurante e combattivo.

Fra flemmatici mediatori, irruenti contestatori e pragmatici uomini di legge, c’è spazio anche per l’ennesima eccellente performance di Michael Keaton, che in pochi minuti delinea il fondamentale personaggio del Procuratore generale Ramsey Clark, ideale ponte fra l’amministrazione di Johnson e quella di Nixon.

Il processo ai Chicago 7: troppa carne al fuoco?

Il processo ai Chicago 7

L’ambizione di mettere tanta (forse troppa) carne al fuoco si scontra con la difficoltà nel fare emergere i punti di vista e le personalità di così tanti personaggi in un minutaggio relativamente breve, di poco superiore alle due ore. Il principale alleato di Sorkin in questa sfida, insieme alle sue ormai proverbiali doti di scrittura, non è tanto la regia, priva di particolari guizzi, quanto il montaggio di Alan Baumgarten, che riesce a dare ritmo e vigore alla narrazione, aderendo ai dialoghi nelle sequenze più compassate e diventando invece sempre più serrato nei momenti più concitati, come quelli dei tumulti per le strade di Chicago.

Pur con tutte le attenuanti del caso, la sensazione è che dal quadro messo in scena da Sorkin resti fuori troppo. In primis i Black Panthers e il loro leader, ben presto fuori dal racconto, ma anche i numerosi oppositori dei 7, che, con l’eccezione del mefistofelico Langella, sono troppo abbozzati e macchiettistici per essere del tutto credibili. Il processo ai Chicago 7 risente della mancanza di qualsiasi sfumatura nell’analisi del potere, mentre si appoggia spesso a un umorismo non sempre a fuoco, che alterna momenti da stand-up comedy a siparietti fra i processati, che finiscono per sdrammatizzare un racconto che al contrario reclama a gran voce serietà e rispetto.

Da astuto narratore qual è, Sorkin riesce però ad affabulare con le sue parole e a trasformare ancora una volta un’asettica aula di tribunale in una rovente arena in cui si scontrano visioni diametralmente opposte della vita e della politica. E in un contesto in cui le parole sono così importanti, non è un caso che a fare la differenza siano degli aggettivi possessivi (il nostro sangue) o il significato che si attribuisce a un vocabolo in apparenza inequivocabile come sconfitta.

Un cinema militante e schierato

In un’epoca in cui le già forti divisioni sono state esacerbate dalla pandemia, Il processo ai Chicago 7 si rivela la perfetta cartina di tornasole di una società che sta pericolosamente regredendo, vanificando decenni di progressi. Nella sua lucida rappresentazione della frammentazione fra le varie identità democratiche, da quelle più utopiche a quelle più radicali, Sorkin ci ricorda con forza ed eleganza che l’unica divisione che ha senso di esistere è quella fra democrazia e autoritarismo, fra inclusione e discriminazione. Un cinema militante e schierato, che sfiora la pedagogia, ma di cui, oggi più che mai, sentiamo il bisogno.

Overall
7.5/10

Verdetto

Aaron Sorkin racconta il nostro cupo presente attraverso una altrettanto cupa pagina di storia, in cui la prevaricazione ha prevalso sulla giustizia. Non tutti gli spunti messi in campo sono sviscerati a dovere, ma la potenza del messaggio e l’efficacia del cast prevalgono sui passaggi narrativi più deboli.

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Scoop: recensione del film Netflix con Gillian Anderson

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Scoop

L’intervista concessa dal duca di York Andrea alla BBC, incentrata sulla sua amicizia con il famigerato Jeffrey Epstein e sul suo possibile coinvolgimento in reati sessuali, è stata indubbiamente uno spartiacque per la famiglia reale britannica. Non tanto per le conseguenze sullo stesso Andrea (a cui la madre Elisabetta ha revocato il titolo di Altezza Reale e i gradi militari), ma perché ha evidenziato lo scollamento totale fra la percezione della corona e l’opinione pubblica, già messa a dura prova dai ripetuti scandali. Una vicenda brillantemente messa in scena in Scoop, film Netflix di Philip Martin con Gillian Anderson, Billie Piper, Keeley Hawes e Rufus Sewell.

Un duello dalle sfumature western (come esplicitamente detto durante il film) fra due istituzioni britanniche, accomunate dagli stessi problemi nella comunicazione. Da una parte la BBC, legata a un giornalismo tradizionale e in difficoltà a mantenere il passo della concorrenza sui vari media; dall’altra la famiglia reale e nello specifico Andrea, intenzionato a riprendere il controllo della narrazione nel maldestro tentativo di ripulirsi l’immagine. Sulla base di Scoops: The BBC’s Most Shocking Interviews from Prince Andrew to Steven Seagal di Sam McAlister, viviamo così la genesi di questa storica intervista, fortemente cercata da lei stessa in qualità di produttrice (impersonata da Billie Piper) e sagacemente condotta da Emily Maitlis (Gillian Anderson, strepitosa come sempre).

Con il passare dei minuti, assistiamo allo sgretolamento delle certezze di Andrea (un mimetico Rufus Sewell) e della sua segretaria personale Amanda Thirsk (Keeley Hawes), incapaci di cogliere l’inefficacia della loro strategia comunicativa su una vicenda a dir poco sinistra, che coinvolge diverse ragazze minorenni all’epoca dei fatti.

Scoop: l’intervista al principe Andrea fra grande giornalismo e pessima comunicazione

Billie Piper in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se l’intervista è ricostruita con dovizia di particolari (le parole ovviamente, ma anche le luci, la scenografia, la postura dei corpi), il cuore di Scoop è rappresentato dal giornalismo. Un giornalismo messo sempre più in crisi dai social, che portano i lettori a diventare parte attiva dell’inchiesta e del dibattito (come sottolinea la stessa Sam McAlister), ma anche e soprattutto dall’aderenza a dinamiche dell’informazione ormai irrimediabilmente superate, responsabili di un progressivo allontanamento da ciò che oggi percepiamo come notizia o utile spunto di approfondimento. Una dinamica che si riflette sulle persone responsabili delle comunicazioni istituzionali, a loro volta legate a protocolli troppo rigidi e a una percezione distorta dei cittadini e del loro spirito critico.

Anche se in prima linea ci sono Andrea ed Emily Maitlis, lo scontro alla base di Scoop è soprattutto fra chi osserva i duellanti da dietro le quinte, ovvero Sam McAlister e Amanda Thirsk. Due donne che non mancano di sottolineare la loro stima reciproca, ma che per la loro diversa sensibilità sulla gestione di questo straordinario evento mediatico finiscono per trovarsi ai lati opposti della storia. Nell’ombra c’è poi una terza figura, cioè la Regina Elisabetta, sempre presente nonostante non sia mai in scena. Una presenza che aleggia sia sulla BBC, che teme una sua ingerenza sull’intervista, sia su Andrea, che al contrario si muove con disinvoltura eccessiva e fatale per il suo percorso all’interno della famiglia reale.

L’autogol della corona britannica

Gillian Anderson in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se ormai siamo abituati alle catastrofi comunicative, grazie soprattutto al notevole contributo alla causa delle istituzioni italiane, non si può che restare esterrefatti davanti a Scoop. Come è possibile che nessuno fra Andrea e il suo staff abbia compreso l’insostenibilità di una strategia basata sulla totale negazione di fatti ampiamente documentati da foto e testimonianze dirette? Perché durante le varie sessioni di prova per l”intervista (anch’esse mostrate nel film) non si è intervenuto sulla postura del duca di York, sul suo evidente imbarazzo e sulla sua mimica facciale, già da sola in grado di comunicare colpevolezza e disagio? Perché anche davanti all’evidenza nessuno dello staff della più celebre casa reale del pianeta è stato in grado di riconoscere un plateale boomerang a livello comunicativo?

Domande che al di là degli inevitabili capri espiatori sono destinate a rimanere senza risposta, ma testimoniano la differenza di velocità fra un’informazione in rapidissima evoluzione e un apparato politico, diplomatico e istituzionale semplicemente incapace di reggere il passo. Philip Martin, non a caso già alla regia di alcuni episodi di The Crown, riesce a trasformare in pregevole racconto questa dinamica, avvalendosi della sceneggiatura calibrata alla perfezione di Samantha McAlister, Peter Moffat e Geoff Bussetil e di interpreti formidabili, capaci di rendere elementi narrativi e comunicativi i silenzi, le esitazioni, gli sguardi e i più piccoli movimenti del corpo. Il risultato è una sorta di incidente stradale al rallentatore della famiglia reale, ancora più sconcertante perché avvenuto nella più totale trasparenza giornalistica e senza rilevanti scorrettezze da parte della BBC.

Scoop: l’essenza della notizia

Scoop si inserisce nella scia di opere come Tutti gli uomini del presidente, Quinto potere, Frost/Nixon e Il caso Spotlight, ricordandoci il ruolo del giornalismo come da cane da guardia del potere e l’essenza della notizia, cioè tutto ciò che per qualcuno non deve essere raccontato. Lo fa con un racconto compatto e inappuntabile dal punto di vista tecnico, che per una volta non ha bisogno di atti coraggiosi o di artifici retorici, ma si limita a mostrare con lucidità e chiarezza la mediocrità di certi uomini di potere, talmente sicuri di se stessi da non accorgersi neanche dei loro atti più autodistruttivi.

Scoop è disponibile dal 5 aprile su Netflix.

Overall
8/10

Valutazione

La storica intervista al principe Andrea rivive in un film Netflix dalla scrittura intelligente e dal formidabile comparto attoriale, in un inno al buon giornalismo e alla comunicazione efficace.

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Ripley: recensione della serie Netflix con Andrew Scott

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Ripley

Fin dalla sua nascita letteraria dalla penna di Patricia Highsmith nel 1955, il personaggio di Tom Ripley ha tracimato nel cinema e nella televisione. Lo ha fatto già nel 1956, con un episodio della serie Westinghouse Studio One, poi nel 1960 in Delitto in pieno sole di René Clément (in cui il celebre assassino è interpretato da Alain Delon) e soprattutto ne Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, film del 1999 con Matt Damon nel ruolo di Ripley e Jude Law in quello di Dickie Greenleaf, capace di trarre il massimo beneficio dalle location italiane e dalle sfumature più torbide del racconto. Un successo tale da stimolare anche l’adattamento di altri libri della serie di Patricia Highsmith ne Il gioco di Ripley di Liliana Cavani e Il ritorno di Mr. Ripley di Roger Spottiswoode, non altrettanto validi.

Arriviamo dunque al presente e nello specifico a Ripley, nuova miniserie Netflix in 8 episodi ideata da Steven Zaillian (sceneggiatore vincitore dell’Oscar per Schindler’s List – La lista di Schindler e autore degli script di altre opere come Gangs of New York, American Gangster e The Irishman) e con protagonista Andrew Scott nella parte dell’iconico assassino. Un progetto che arriva sulla scia di un rinnovato interesse per il crime (vero e fittizio) e del successo di Saltburn di Emerald Fennell, che in molti hanno associato alla parabola delittuosa di Ripley. Uno show dal notevole impatto visivo, girato in un elegante bianco e nero e in una riuscita commistione fra dialoghi in inglese e in italiano (apprezzabile da chi fruisce della serie in lingua originale), con il contributo di interpreti nostrani del calibro di Margherita Buy e Maurizio Lombardi.

Ripley: l’assassino nato dalla penna di Patricia Highsmith rivive nella nuova serie Netflix

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Ci troviamo negli anni ’60, quando il truffaldino newyorkese Tom Ripley viene ingaggiato col compito di riportare a casa Dickie Greenleaf (Johnny Flynn), giovane rampollo che sta sfogando le sue velleità artistiche in una lussuosa villa sulla costiera amalfitana, in compagnia di Marge Sherwood (Dakota Fanning). Una volta giunto sul posto, Ripley scopre la bellezza di vivere nella comodità e nello sfarzo, per giunta a spese di altri. Nel tentativo di prolungare questo stato di grazia, l’uomo stringe un rapporto sempre più malsano e ossessivo con Dickie, che sfocia nel sangue. Ha così inizio una lunga serie di imbrogli, inganni e delitti, disseminati in diverse località italiane.

Steven Zaillian aderisce al romanzo di Patricia Highsmith, limitandosi a poche variazioni e ad alcune scelte di cast in ottica maggiormente inclusiva, prendendosi tempo per sviscerare ogni passaggio del racconto originale e compiendo un notevole lavoro sulla forma, che non si limita all’esaltazione degli scenari italiani, ma abbraccia la musica nostrana e la scenografia degli interni, fondamentale per alcuni snodi narrativi. Il risultato è spiazzante, soprattutto se paragonato alla fluidità e alla compattezza dell’adattamento di Minghella. La macchiettistica Italia da cartolina del film del 1999 (evidente in scene come l’esecuzione di Tu vuò fà l’americano in compagnia di Fiorello) lascia spazio a una rappresentazione altrettanto artificiosa, che spazia fra il neorealismo e le atmosfere felliniane. Questo all’interno di una cornice narrativa ipertrofica, che dilata a dismisura scene e dialoghi alla ricerca della suspense hitchcockiana, con risultati non sempre all’altezza delle ambizioni.

L’estetica di Ripley

Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Allo stesso tempo, l’ampio minutaggio (siamo intorno alle 8 ore totali) consente a Steven Zaillian e Andrew Scott di scavare nella psiche contorta e inquietante di Tom Ripley, che con il passare dei minuti e con il progredire degli eventi sprofonda sempre più nell’abisso. Un ritratto umano ancora più disturbante in quanto in marcato contrasto con la bellezza che lo circonda, impreziosita dalla suadente voce di Mina e dalla bellezza e genuinità dell’Italia degli anni ’60, fermata nel tempo dalla fotografia in bianco e nero di Robert Elswit, fedele collaboratore di Paul Thomas Anderson e premiato con l’Oscar per il suo lavoro ne Il petroliere.

Nonostante gli sforzi e il pregevole lavoro sull’oggettistica e sulle opere d’arte (evidente il parallelo fra Tom e il Caravaggio da lui amato), Ripley cade nello stesso problema comune a gran parte della serialità recente, ovvero la mancanza di sintesi e di coesione, resa possibile dallo spazio illimitato garantito dallo streaming. La diluizione della discesa agli inferi del protagonista non porta a un maggiore spessore ma anzi ne limita l’efficacia, appesantendo inutilmente il racconto. In questo senso è ancora una volta impietoso il paragone con Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, capace di racchiudere l’intero arco narrativo in 139 minuti e con l’aggiunta dell’apporto di Jude Law, molto più carismatico di Johnny Flynn nella parte di Dickie Greenleaf.

L’importanza della sintesi

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

«Non leggi un romanzo in due ore. Ci vogliono otto ore, dieci ore, dodici ore – e ho sentito che avrei cercato di creare il ritmo e la bellezza della narrazione di quel libro in questa forma», ha dichiarato Steven Zaillian a margine di una proiezione di Ripley a New York. Parole rispettabili e figlie di un maestro della scrittura, che entrano però in contrasto con l’arte del racconto audiovisivo, capace di condensare in immagini decine di pagine. Pur apprezzando la cura e la ricerca estetica di questo nuovo adattamento, decisamente superiore alla media della serialità moderna, resta la sensazione che un maggiore controllo in fase di scrittura avrebbe probabilmente giovato a un racconto comunque suggestivo e avvolgente, ma non sempre avvincente.

Ripley è disponibile su Netflix dal 4 aprile.

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The Beautiful Game: recensione del film con Bill Nighy e Valeria Golino

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The Beautiful Game

Il cinema ha più volte affrontato il potere salvifico dello sport e in particolare del calcio, capace di dare a chiunque una seconda possibilità e di trasformare nel giro di poco tempo un gruppo di sconosciuti in una famiglia, in cui ogni elemento è disposto a sacrificarsi per il bene della squadra. Fuga per la vittoria, Sognando Beckham, i progetti italiani di Matti per il calcio e il recentissimo Chi segna vince hanno saputo raccontare tutto questo, con storie e registri diversi, facendo del calcio un’appassionante metafora del riscatto e della rivincita. Una dinamica in cui si inserisce perfettamente The Beautiful Game, nuovo film originale Netflix liberamente ispirato al progetto Homeless World Cup, che da oltre 20 anni organizza un vero e proprio mondiale fra nazionali composte interamente da calciatori senzatetto.

La cineasta britannica Thea Sharrock (Io prima di te, L’unico e insuperabile Ivan) dirige un’opera tutt’altro che perfetta ma comunque importante, che evidenzia come lo sport possa aiutare a superare barriere sociali, culturali ed economiche. Al centro della vicenda c’è la nazionale senzatetto inglese, impegnata nei preparativi per la nuova edizione della Homeless World Cup ospitata da Roma. Per rinforzare la squadra, il carismatico e abilissimo osservatore Mal (Bill Nighy) mette gli occhi su Vinny (Micheal Ward), talento cristallino e irrequieto. Pur riluttante, quest’ultimo accetta di prendere parte alla manifestazione e vola a Roma (che in realtà non ha mai ospitato l’evento) insieme al resto della squadra, composta da un’umanità variegata e tormentata. Seguiamo così la fase finale di un torneo tanto bizzarro quanto combattuto, condotto con sicurezza e comprensione da Gabriella (Valeria Golino), fra imprevisti e colpi di scena.

The Beautiful Game: rivincita e riscatto nella Homeless World Cup

The Beautiful Game

La Homeless World Cup era già stata raccontata nel film sudcoreano Dream, anch’esso disponibile su Netflix, ma in questo caso la regista e lo sceneggiatore Frank Cottrell Boyce hanno la valida intuizione di allargare lo spettro del racconto a elementi delle altre nazionali della competizione, pur mettendo sempre al centro dei riflettori la squadra inglese. Scelta che permette a The Beautiful Game di toccare diverse tematiche (le molestie, i conflitti bellici) e di raccontare tante storie incastonate nella storia principale del torneo, come del resto avviene nella realtà durante i veri mondiali di calcio, ineguagliabili incroci di culture diverse e delle più disparate parabole esistenziali e sportive.

Siamo nel campo del cinema sportivo più popolare possibile, in un progetto nato anche e soprattutto per porre l’attenzione su questa lodevole competizione sportiva, che nel corso degli anni ha aiutato centinaia di atleti o aspiranti tali a credere di nuovo in se stessi e a rilanciare le loro vite. Questo porta inevitabilmente ad alcune semplificazioni narrative, nonché a messaggi importanti e condivisibili affrontati in modo eccessivamente didascalico. Il dolore dei calciatori è solo sfiorato e assistiamo a un prevedibile trionfo dei buoni sentimenti, dell’inclusività e del fair play, nella cornice della solita Roma da cartolina, con tanto di gita alla Fontana di Trevi.

L’importante non è vincere ma partecipare

L’importante non è vincere ma partecipare, e The Beautiful Game coglie pienamente questo spirito, creando empatia nei confronti dei tanti piccoli traguardi da raggiungere per le varie nazionali e dando vita a una storia di sport tutt’altro che scontata nello svolgimento e nella conclusione, grazie anche alla possibilità del “prestito” di un giocatore eliminato per le squadra che avanzano nel torneo. Il livello amatoriale della competizione e il campo di dimensioni ridotte consentono inoltre a The Beautiful Game di essere abbastanza credibile dal punto di vista tecnico e agonistico, pur con qualche comprensibile forzatura e con l’inevitabile enfasi su alcuni virtuosismi dei protagonisti.

A fare la differenza, fuori dal campo, è il solito strepitoso Bill Nighy, che come ha dimostrato in I Love Radio Rock è semplicemente perfetto nella parte dello strambo leader di un gruppo di strambi, capace di mantenere sempre eleganza e aplomb. Il suo Mal è in delicato equilibrio fra commedia e dramma, fra grinta e rimpianto, ma è purtroppo appesantito da una sottotrama vagamente sentimentale con il personaggio di Valeria Golino, che nulla aggiunge al potere edificante di questa storia di vita e sport.

The Beautiful Game: il potere salvifico del calcio

The Beautiful Game

The Beautiful Game scivola comunque senza intoppi o particolari guizzi verso un epilogo non scontato, che ha il merito di trasformare un intero torneo di perdenti in un gruppo di persone vincenti e protagoniste, almeno per un giorno. Mentre sui titoli di coda scorrono immagini e risultati della vera Homeless World Cup, risuona così il qualunquista e ipocrita adagio «Ma sono solo 22 scemi che corrono dietro a un pallone», mai come in questo caso falso e irrispettoso nei confronti di chi, anche solo per una volta, ha cercato di dimenticare sfortuna e problemi attraverso il calcio.

The Beautiful Game è disponibile dal 29 marzo su Netflix.

Overall
6.5/10

Valutazione

Thea Sharrock firma un film sportivo non esente da difetti e ingenuità, sorretto dal solito spumeggiante Bill Nighy e dallo spirito della vera Homeless World Cup, che nel corso degli anni ha dato sollievo e conforto a centinaia di atleti provenienti da tutto il mondo.

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