Il signor Diavolo: recensione del nuovo film di Pupi Avati

Il signor Diavolo: recensione del nuovo film di Pupi Avati

Dopo essersi dedicato per qualche anno a non indimenticabili produzioni televisive, a 80 anni suonati Pupi Avati torna al cinema, e lo fa con un adattamento di un suo stesso romanzo, che già dal titolo Il signor Diavolo ci riporta alla mente atmosfere e suggestioni ormai dimenticate dalla sempre più anestetizzata industria cinematografica italiana. Proprio quando ci eravamo rassegnati a ritrovare sprazzi di quel cinema di genere che ci ha reso grandi soltanto in piccole produzioni indipendenti, un vecchio leone della Settima Arte è tornato invece a ruggire, ripresentandosi in quella torbida e a tratti misteriosa pianura padana che ha magistralmente saputo raccontare in opere come La casa dalle finestre che ridono, Zeder e L’arcano incantatore.

Ci troviamo nel Veneto dei primi anni ’50, dove il Ministero di Grazia e Giustizia, retto dalla Democrazia Cristiana, invia l’ispettore Furio Momentè. Il motivo della missione è quello di assicurarsi che nessun membro della Chiesa venga coinvolto in un tragico fatto di cronaca avvenuto in un piccolo paese nei pressi di Venezia, ovvero l’omicidio per mano di un quattordicenne di un suo coetaneo, sospettato a sua volta di avere sbranato la sorella in fasce e di essere il Diavolo in persona. Giunto sul posto, il funzionario del ministero si immerge in una realtà di provincia complessa e rarefatta, dove la superstizione regna sovrana e le chiacchiere di paese possono cambiare per sempre il destino di una persona. Un territorio oscuro e malsano, dove la religione diventa rito ancestrale e i membri del clero custodiscono gelosamente segreti troppo inquietanti per essere rivelati.

Da La casa dalle finestre che ridono a Il signor Diavolo
Il signor Diavolo

Avati mette in scena un giallo anomalo, di cui conosciamo fin dal principio sia la vittima, sia il colpevole, sia il movente, ma non la realtà all’interno della quale ha luogo una serie di episodi sinistri e violenti. Lo sguardo di un perfetto Gabriele Lo Giudice, che sembra uscito da un romanzo di Franz Kafka per l’angosciante alienazione che riesce a imprimere al ligio e insicuro funzionario ministeriale, diventa lo sguardo dello spettatore su una vicenda intricata e sfuggente, che il regista schiude solo negli ultimi minuti, lasciandoci il gustoso compito di riempire i punti opportunamente lasciati in sospeso. La forza de Il signor Diavolo non risiede però nella risoluzione dell’enigma e nella caccia al dettaglio, quanto piuttosto nella lucida e affascinante rappresentazione di una ruralità esoterica, dove gli animali e le menomazioni fisiche sono ancora associate al demonio e dove la Chiesa tira silenziosamente i delicati fili del potere.

Non è certo un caso che per Il signor Diavolo il regista affidi due determinanti ruoli di uomini religiosi ai suoi attori feticcio Lino Capolicchio e Gianni Cavina, protagonisti del mai dimenticato e già citato La casa dalle finestre che ridono, come non è un caso che queste due opere condividano una rappresentazione della Chiesa a tratti raggelante e un’atmosfera costantemente sospesa fra il terrore e l’onirico, in cui la paura deriva da elementi solitamente rassicuranti come un casolare, una chiesa o la cultura contadina. Una realtà in cui il bolognese Avati è cresciuto e che conosce a menadito, e che gli ha permesso di diventare il cantore per eccellenza del piccolo filone del gotico padano, volto a scandagliare i lati più oscuri e macabri di un territorio solitamente conosciuto per la sua armoniosa solarità.

Il signor Diavolo: finalmente un cinema di puro genere

Il signor Diavolo

Il signor Diavolo ci restituisce un cinema di puro genere, mai accomodante e sempre minaccioso, che davamo ormai per morto. Un cinema fatto di sfumature caratteriali, di lugubri ambienti e di dialoghi secchi e pungenti, sorretti da un cast perfettamente equilibrato fra giovani promesse come Filippo Franchini e Lorenzo Salvatori e navigati caratteristi del calibro di Andrea Roncato, Alessandro Haber ed Enrico Salimbeni, che anche con pochi minuti a disposizione riescono a lasciare il segno. A lasciare positivamente stupiti è inoltre la vincente miscela di varie generazioni di eccellenze del nostro cinema in diversi ambiti: spiccano infatti il contributo alla sceneggiatura di Tommaso Avati (figlio d’arte di Pupi), la gelida e avvolgente fotografia di Cesare Bastelli, gli effetti speciali sanguinolenti del maestro Sergio Stivaletti e il montaggio di Ivan Zuccon, che attraverso tagli solo apparentemente bruschi imprime ritmo e vigore al racconto.

Fra riti di passaggio, grottesche credenze popolari, sprazzi di vita contadina, rappresentazione dell’infanzia e sottili critiche a un periodo storico i cui strascichi sono ampiamente riconoscibili anche nella nostra contemporaneità, Avati riesce nel miracolo di intrattenere con intelligenza e di trovare nuovamente nell’orrore e nel mistero gli strumenti per raccontare i vizi e le contraddizioni della nostra società e gli intricati equilibri di potere che governano il nostro Paese. Il tutto in poco più di 80 minuti, che lasciano scossi e al tempo stesso desiderosi di riflettere e approfondire su quanto si è appena visto, vera e propria rarità per le nostre recenti produzioni.

Un grande ritorno di Pupi Avati, in attesa di un ricambio generazionale

Il signor Diavolo

Il signor Diavolo è la prova che non c’è bisogno di guardare oltreoceano per assaporare una storia avvincente e intrisa di paura e fascinazione per le leggende popolari. Al tempo stesso però, il fatto che ad avere la capacità e l’opportunità di arrivare in sala con questo tipo di racconto sia una stagionata colonna portante del nostro cinema ci dice involontariamente tanto anche sullo stato della nostra industria dell’intrattenimento. Un settore in cui le nuove generazioni sono quasi sempre impossibilitate a ricevere dai loro maestri il testimone e si trovano costrette ad accontentarsi di produzioni indipendenti e risicati budget con cui esprimere la loro arte.

Il signor Diavolo arriverà nelle sale italiane il 22 agosto, distribuito da 01 Distribution.

  • Verdetto

4

Sommario

Pupi Avati ci restituisce un cinema di puro genere, mai accomodante e sempre minaccioso, andando nuovamente a intrecciare un’inquietante provincia italiana con un racconto spiazzante e carico di tensione.

Condividi sui social
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.