Il viaggio di Arlo Il viaggio di Arlo

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Il viaggio di Arlo: recensione del film Pixar

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Dopo il grande successo di critica e pubblico in tutto il mondo Inside Out, nel 2015 la Pixar per la prima volta produce un secondo film nel giro di un anno. L’onore e l’onere toccano a Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur), che rispetto allo scomodo quanto inevitabile termine di paragone cambia decisamente ambientazione e genere. Dal cangiante e intimo mondo dei pensieri di una bambina, ci spostiamo verso un passato alternativo, in cui il meteorite che in realtà ha sterminato i dinosauri ha solo sfiorato la Terra, portando questi giganteschi animali preistorici a convivere più o meno pacificamente con gli uomini primitivi.

“Se non hai paura, non sei vivo”


Protagonista del film è l’apatosauro Arlo, che conduce una vita serena, gestendo insieme ai genitori e ai due fratelli una fattoria vicino al Monte Zanna di Lupo. Arlo è il più piccolo, gracile e pauroso della famiglia, ma è disposto a tutto pur di dimostrare il proprio valore. Dopo un eccesso di imprudenza, il piccolo dinosauro si ritrova sperduto e lontano dalla casa e dalla sua famiglia, con la sola compagnia di Spot, un bambino preistorico che si esprime solo a gesti. Nonostante la diffidenza iniziale e le enormi differenze caratteriali, i due dovranno fare squadra per cercare la salvezza.

Il viaggio di Arlo non raggiunge i picchi emotivi del già citato Inside Out, ma si dimostra comunque un buon film di transizione verso progetti più sentiti per la Pixar, come i successivi Alla ricerca di Dory, Cars 3 e Coco. In un periodo di fisiologico calo per il celebre studio di animazione, la visione in retrospettiva de Il viaggio di Arlo mette in luce la tangibile vitalità della Pixar di 8 anni fa, in perfetto equilibrio fra lo sfruttamento dei propri franchise di successo e la spinta innovatrice.

Ciò che stupisce maggiormente è l’impressionante livello di dettaglio raggiunto dal più celebrato studio d’animazione del mondo: davvero difficile non perdersi nei dettagli naturali e nelle splendide panoramiche sui paesaggi attraversati dall’improbabile coppia formata da Arlo e Spot, che non sono elementi di contorno, ma veri e propri pilastri su cui si basa la pellicola. Il viaggio di Arlo è infatti un grande omaggio al cinema classico, e a quei grandi racconti di formazione che hanno contribuito alla crescita di intere generazioni di spettatori.

Il viaggio di Arlo: in bilico fra fantasia e western

Fra le tante fonti di ispirazione, inevitabile citare Il re leone, richiamato dal tema del giovane che si ritrova ad affrontare da solo le avversità della vita e dalla figura del padre autorevole e affettuoso, e Alla ricerca della Valle Incantata, film prodotto dalla premiata ditta formata da Steven Spielberg e George Lucas, anch’esso incentrato sulle avventure di un giovane dinosauro. Addentrandosi nella visione, è però evidente che il richiamo più esplicito è l’intero cinema western classico, con i tipici campi lunghi, quegli insistiti sguardi verso l’orizzonte in attesa di avvistare il nemico o i propri compagni e le immancabili divisioni in fazioni. La natura diventa inoltre la vera protagonista, con la sua bellezza e anche con la sua severità, insieme al tema della famiglia, la cui mancanza è il punto di contatto su sui si fonda l’amicizia fra i due personaggi principali.

Doveroso spendere qualche parola proprio su Arlo e Spot. Come da tradizione, la Pixar gioca anche in questo caso con i generi, ribaltando gli stereotipi e proponendo la coppia formata da un dinosauro parlante, che si comporta in tutto e per tutto come un ragazzo timoroso e diffidente verso ciò che lo circonda, e un bambino primitivo, che invece riesce a esprimersi solo a gesti e grugniti e si comporta in maniera simile a un cucciolo di qualche animale non addomesticato, aggressivo inizialmente, ma capace anche di dimostrare fedeltà e affettuosità.

Il viaggio di Arlo: una Pixar da riscoprire e rivalutare


Il regista Peter Sohn, subentrato in corsa a Bob Peterson, è bravo ad amalgamare e rendere coerente un’opera che ha subìto ritardi, rimaneggiamenti, modifiche e avvicendamenti nel cast tecnico e artistico. Il risultato finale è un prodotto più che dignitoso, che nonostante risenta di qualche calo di ritmo e di una certa prevedibilità nello sviluppo della trama, riesce a intrattenere e affascinare. Un’opera coraggiosa nell’affrontare una narrazione di vecchio stampo e perciò potenzialmente indigesta a molti. Una vera e propria gioia per gli occhi, e in secondo luogo un emozionante racconto di formazione che sicuramente conquisterà i più piccini. Gli adulti potrebbero risentire di qualche passaggio meno riuscito nella fase centrale, ma difficilmente riusciranno a resistere al consueto asso nella manica emotivo calato dalla Pixar nella parte finale, ciliegina sulla torta di un’opera Pixar non ai livelli dei capolavori dello studio, ma certamente meritevole di una rivalutazione.

Il viaggio di Arlo è disponibile su Disney+.

Overall
7/10

Verdetto

Il viaggio di Arlo è un’opera da riscoprire e rivalutare, con un pizzico di nostalgia per una Pixar al suo apice in termini di creatività e cura del dettaglio.

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Ticket to Paradise: recensione del film con George Clooney e Julia Roberts

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Dopo il periodo d’oro fra anni ’90 e 2000, le commedie romantiche statunitensi hanno vissuto un evidente appannamento, che ha quasi portato alla dissoluzione di un genere fondamentale per la produzione hollywoodiana. Negli ultimi tempi, le rom-com hanno però dimostrato di avere la pelle dura, dal momento che diverse generazioni di star si sono cimentare in questo filone, con apprezzabili risultati commerciali. Ci riferiamo soprattutto a Fidanzata in affitto, con protagonista la vincitrice dell’Oscar Jennifer Lawrence, e a Tutti tranne te, forte della presenza delle stelle in ascesa Sydney Sweeney e Glen Powell. A precedere questi titoli di successo è però stato Ticket to Paradise, rom-com a sfondo esotico con protagonisti due volti per eccellenza di questo filone, ovvero Julia Roberts e George Clooney.

A dirigere i due (già insieme sul grande schermo in Ocean’s Eleven, Ocean’s Twelve e Money Monster – L’altra faccia del denaro) c’è Ol Parker, noto soprattutto per la regia di Marigold Hotel, Ritorno al Marigold Hotel e Mamma Mia! Ci risiamo. George Clooney e Julia Roberts interpretano rispettivamente David e Georgia, ex coniugi costretti a convivere dalla loro figlia Lily (Kaitlyn Dever), in procinto di sposarsi con un giovane coltivatore di alghe di Bali. Nonostante il rancore reciproco, i due si dirigono in Indonesia (anche se Ticket to Paradise è girato in Australia) e collaborano per il loro comune scopo, ovvero sabotare un matrimonio che considerano affrettato e ricondurre Lily verso il tenore di vita che hanno sempre immaginato per lei.

Ticket to Paradise: il ritorno alla rom-com di George Clooney e Julia Roberts

Ticket to Paradise

Non è Il matrimonio del mio migliore amico ma l’imminente sposalizio di una figlia a fare da motore narrativo di un racconto che non vuole né sorprendere né stravolgere formule consolidate e quasi sempre vincenti. I colpi di scena sono ampiamente prevedibili, come la conclusione delle varie sottotrame. Ma ciò che interessa a Ol Parker non è tanto l’intreccio, quanto piuttosto la valorizzazione delle due star protagoniste, che a loro volta ricambiano il regista con il loro irraggiungibile campionario di smorfie, leggerezza e ironia e con la chimica che si può stabilire solo fra interpreti di classe e capaci di rispettarsi ed esaltarsi a vicenda.

Lo scontro generazionale e ideologico fra l’ex coppia e quella in divenire pende inevitabilmente a favore degli interpreti più esperti e amati, che da spalle si trasformano in protagonisti della storia, mangiandosi di fatto tutto il resto. Julia Roberts e George Clooney. non si limitano al compitino, ma danno invece la sensazione di divertirsi realmente, al punto che i bloopers a cui assistiamo durante i titoli di coda sono sostanzialmente indistinguibili per tono e atmosfere della vicenda che li vede protagonisti. Il risultato è che Ticket to Paradise funziona e diverte, nonostante succeda esattamente ciò che ci aspettiamo, oltretutto con una scrittura non particolarmente originale, incentrata soprattutto sulle divergenze culturali e linguistiche e sugli scenari esotici, suggestivi e al tempo stesso forieri di vari pericoli.

Un racconto convenzionale ma con elementi di modernità

Quello che con interpreti meno abili e carismatici si sarebbe con ogni probabilità trasformato in uni dei tanti film usa e getta presenti nei cataloghi delle varie piattaforme diventa invece un’opera gradevole e sorprendentemente profittevole, grazie ai 168 milioni di dollari di incasso ottenuti in un momento in cui le sale risentivano ancora degli effetti del Covid. Ci si ritrova così a parteggiare per queste fragili coppie, a perdersi nei loro ammiccamenti e a farsi conquistare dai loro balli. Momenti di cinema capaci di colmare le approssimazioni di sceneggiatura e di ribadire l’importanza dello star power, nonostante i mutamenti del pubblico e dei suoi gusti.

Non ci può essere una rom-com senza una sorta di morale di fondo, capace di racchiudere il senso dell’intera vicenda. Ticket to Paradise conferma questa regola non scritta, contraddicendo parzialmente le premesse (David e Georgia non sono mai così nemici come dicono e la stessa battaglia contro il matrimonio è meno aspra di quanto dichiarato) e mettendo in luce il fatto che quelli che spesso chiamiamo sbagli da non ripetere sono invece una mera conseguenza dell’imponderabilità della nostra esistenza. Emergono inoltre anche alcuni elementi di modernità, come la crisi del maschio rappresentato da George Clooney (sempre nevrotico e meno realizzato dell’ex moglie) e il desiderio di benessere interiore tipico del post-covid, che porta i personaggi a sacrificare comodità e potenzialità delle città in nome di una vita più rilassante in un paradiso naturale.

Nel momento in cui scriviamo, Ticket to Paradise è disponibile su Netflix.

Ticket to Paradise

Overall
7/10

Valutazione

George Clooney e Julia Roberts dimostrano ancora una volta il loro carisma e la loro alchimia, caricandosi sulle spalle una gradevole rom-com.

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E la festa continua!: recensione del film di Robert Guédiguian

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E la festa continua!

«Niente è finito, tutto comincia». Una frase chiave di E la festa continua!, che sintetizza perfettamente il senso del nuovo film di Robert Guédiguian e del suo cinema sociale. Il regista francese torna nella sua amata Marsiglia per un racconto di sconfitti e sconfitte ma paradossalmente intriso di speranza, che muove i propri passi dalla tragedia di Rue d’Aubagne del 5 novembre 2018, quando 8 persone morirono a causa del crollo di due palazzi. Un evento evocato dall’eloquente didascalia «Improvvisamente, un fracasso terribile», che ha dato vita a una vera e propria mobilitazione popolare, all’insegna della solidarietà e del senso di appartenenza a una comunità ferita ma mai doma.

La moglie e musa del regista Ariane Ascaride (Coppa Volpi a Venezia nel 2019 per Gloria Mundi dello stesso Robert Guédiguian) interpreta la vedova Rosa, anima del suo quartiere popolare, per il quale si divide fra impegno politico e il lavoro come infermiera, nonché della sua numerosa e coesa famiglia. Una famiglia di origini armene (come del resto Guédiguian) e di grande impegno civico, esplicitato dai nomi della protagonista (omaggio a Rosa Luxemburg) e di suo fratello Tonio (Gérard Meylan), chiamato così in onore di Antonio Gramsci. Quando il figlio Sarkis (Robinson Stévenin) inizia una nuova relazione con l’attrice e attivista Alice (Lola Naymark), Rosa fa la conoscenza del padre di lei Henri (Jean-Pierre Darroussin), con cui inizia a sua volta una relazione, in grado di cambiare il suo punto di vista sulla vita e sul futuro.

E la festa continua!: l’umanità fragile ma mai arrendevole di Robert Guédiguian

Robert Guédiguian ha definito E la festa continua! un film Agit-Prop, termine che nella Russia rivoluzionaria e successivamente in Germania indicava forme di teatro particolarmente dinamiche e creative, in grado di indagare lo spirito del tempo e i repentini mutamenti sociali. In questa storia in cui la modernità e il passato vanno a braccetto, entrambi sconfitti ma mai arrendevoli, si respira in effetti una vitalità anomala per il sempre più cupo cinema europeo contemporaneo, basata su un’umanità ancora in grado di unirsi di fronte alle difficoltà, pur nella consapevolezza della dimensione utopica di determinati valori e ideali.

E la festa continua! non è un film politico in senso stretto, nonostante la protagonista Rosa sia la leader carismatica e ideologica del suo quartiere, quasi costretta a furor di popolo a candidarsi per le imminenti elezioni. Ciò che interessa a Robert Guédiguian non è tanto la lotta di classe mista a critica sociale di Ken Loach, quanto la fotografia disincantata di un’umanità fragile ben rappresentata da Marsiglia, città antica e sul mare, crocevia di popoli e di speranze. Un luogo in cui convivono idee e desideri contrastanti, come nel nucleo familiare di Rosa, animato al tempo stesso da ideali politici, suggestioni sentimentali, desideri di costruire una nuova famiglia e sostegno alla causa armena. Temi su cui il regista vola con leggerezza, fra un rimando a Marcel Proust e una citazione a Il disprezzo di Jean-Luc Godard.

La solita formidabile Ariane Ascaride

Si ha più volte la sensazione che E la festa continua! stia andando in molte direzioni e al contempo da nessuna parte, ma Robert Guédiguian riesce comunque a tratteggiare momenti struggenti, come la tenerezza ironica e trattenuta di Rosa e Henri. Grazie anche alla solita formidabile Ariane Ascaride, capace di tratteggiare un mondo intero con un gesto o uno sguardo, ci si affeziona a questo microcosmo di contraddizioni, tragedie e personaggi imperfetti, capaci di sperare e di innamorarsi ancora, anche mentre il mondo va a rotoli. Un cinema in controtendenza rispetto ai racconti cupi e sofferti del cinema europea contemporaneo, che non vuole né scuotere né travolgere ma riesce ad accarezzare lo spettatore, ricordandoci che la gioia più intima e inaspettata spesso si nasconde dove meno ce lo aspettiamo.

E la festa continua! è disponibile nelle sale italiane dall’11 aprile, distribuito da Lucky Red.

Overall
6.5/10

Valutazione

Robert Guédiguian firma un’opera intima e leggera, che non travolge ma accarezza lo spettatore con il ritratto di un’umanità disillusa ma ancora piena di speranza.

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Back to Black: recensione del film su Amy Winehouse

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Back to Black

A proposito dello splendido biopic a lui dedicato Rocketman, Elton John ha dichiarato: «Gli studios volevano ridurre le scene di sesso e droga, così che il film non fosse vietato ai minori di 13 anni. Ma io non ho vissuto una vita adatta ai minori di 13 anni». Parole che tornano alla mente di fronte a Back to Black, film diretto da Sam Taylor-Johnson basato sulla vita e sulla carriera della compianta Amy Winehouse, morta a soli 27 anni per un’intossicazione da alcol. Un’esistenza baciata dal talento vocale e musicale, ma allo stesso tempo afflitta da droga, alcol, disturbi alimentari e dal rapporto tossico con Blake Fielder-Civil, il più grande amore della cantautrice.

Dopo Amy, documentario di Asif Kapadia premiato con l’Oscar ma pesantemente criticato dalla famiglia della cantautrice, Sam Taylor-Johnson e lo sceneggiatore Matt Greenhalgh scelgono la via della semplificazione e dell’edulcorazione, smussando i tanti spigoli dell’esistenza della protagonista, interpretata da Marisa Abela. Il risultato è un racconto frammentario e abbozzato, che ha indubbiamente il merito di non spettacolarizzare i momenti più dolorosi e pubblicamente esposti della vita di Amy Winehouse, ma al contempo si ferma alla superficie dei suoi disagi e delle sue fragilità, con uno sguardo decisamente indulgente nei confronti della famiglia. Famiglia che – è giusto ricordarlo – ha ereditato il patrimonio artistico ed economico della cantautrice e ha autorizzato Back to Black.

Back to Black: la vita di Amy Winehouse in un biopic timido ed edulcorato

Credit : Courtesy of Ollie Upton/Focus Features

Back to Black mette in scena la repentina ascesa di Amy Winehouse, che nel giro di pochi anni la porta dai locali di Camden Town ai prestigiosi Grammy Awards, che nel 2008 la premiano con ben 5 riconoscimenti per il suo album più celebre, omonimo della sua canzone più amata e dello stesso racconto di Sam Taylor-Johnson. Una carriera costellata da successi ma anche da forti delusioni, come la separazione dei genitori, la morte dell’amata nonna Cynthia (Lesley Manville) e soprattutto il rapporto traballante e traumatico con Blake Fielder-Civil (Jack O’Connell), ampiamente raccontato nei brani di Amy Winehouse. Il tutto sotto lo sguardo vigile ma impotente del padre Mitch Winehouse, interpretato da Eddie Marsan.

Il rapporto di Sam Taylor-Johnson con la musica è forte e longevo, grazie alla regia di videoclip per Elton John, R.E.M. e The Weeknd, alla sua opera prima Nowhere Boy (basata sull’adolescenza di John Lennon) e al suo personale contributo per diversi brani dei Pet Shop Boys. Non sorprende che questo cammino abbia condotto la regista verso questo progetto, mentre spiazza il suo approccio alla protagonista e alla sua arte. Durante Back to Black si ha costantemente la sensazione che il film nasca e si sviluppi per spiegare le canzoni di Amy Winehouse.

Una dinamica per certi versi opposta a quella della cantautrice, che invece per tutta la sua breve carriera ha riversato nella sua musica tutta la sua vita, elaborando sofferenze sentimentali, traumi ed esperienze personali in brani come Rehab, You Know I’m No Good, Love Is a Losing Game e la stessa Back to Black. Così facendo, da una parte la regista nobilita il percorso artistico della protagonista, ma dall’altra limita fortemente un racconto potenzialmente esplosivo.

Una vita vietata ai minori

Back to Black
Credit : Courtesy of Ollie Upton/Focus Features

La vita vietata ai minori di Amy Winehouse si trasforma in un’opera timida e ovattata, sorretta solo dalla buona prova di Marisa Abela e dalle note di una delle migliori voci degli ultimi decenni, strappata troppo presto a tutti gli amanti della musica. Fin dalla prima apparizione di un canarino, metafora urlata, ridondante e francamente insopportabile della fragilità e del talento musicale di Amy Winehouse, si intuisce lo spirito dell’intero progetto, improntato alla maggiore pulizia possibile dell’immagine della protagonista e allo scarico della responsabilità delle sue disgrazie su Blake Fielder-Civil.

La biografia torbida di quest’ultimo è ben nota, come la sua influenza negativa su Amy Winehouse, ma Back to Black compie puro revisionismo, riducendo la dipendenza dalla droga e la bulimia della protagonista a poche goffe e contraddittorie allusioni, escludendo dal racconto l’evidente crollo fisico e psichico degli ultimi mesi della sua vita e trasformando la controversa figura del padre in silenziosa e rassicurante spalla su cui piangere. Nonostante la prevedibile onnipresenza dei brani più celebri di Amy Winehouse, a passare paradossalmente in secondo piano è proprio il suo amore per la musica e il suo insopprimibile talento. «La musica è il mio centro di recupero», le sentiamo dire. Ma è solo un cenno dialogico, annacquato in quella che è fondamentalmente la storia di due diversi amori di Amy: l’amore dannoso per Blake e il rapporto materno e amicale con l’adorata nonna Cynthia.

I limiti e i pregi di Back to Black

Back to Black
Credit : Courtesy of Dean Rogers/Focus Features

Siamo quindi di fronte all’ennesimo racconto per tutti (quindi per nessuno) di una vita fra musica ed eccessi. Una tendenza inaugurata dal mediocre (ma premiato dal botteghino) Bohemian Rhapsody e proseguita con altre opere incolori come Elvis e Bob Marley – One Love, nobilitata solamente dal già citato Rocketman. In attesa delle prossime uscite di Michael (dedicato a Michael Jackson) e A Complete Unkown (incentrato su Bob Dylan), è inevitabile interrogarsi sulla direzione di queste operazioni, spesso profittevoli e capaci di riportare in auge leggende della musica, ma altrettanto frequentemente del tutto fini a loro stesse.

Ad accentuare la sensazione di rimpianto è l’operato di Sam Taylor-Johnson, che pur in un contesto moralmente e produttivamente discutibile regala momenti di buon cinema con la ricostruzione della scena musicale londinese e con le numerose performance musicali di Marisa Abela, che omaggia Amy Winehouse senza degenerare nella pura imitazione, con un ottimo lavoro sul timbro vocale e sulla gestualità. Ma il segmento più prezioso è paradossalmente quello dell’incontro fra la protagonista e l’amato/odiato Blake Fielder-Civil, l’unico in grado di trasformare un attimo in una vita intera, con un pregevole lavoro sulla musica e sugli sguardi.

«Io non sono rock, sono jazz», dice Amy Winehouse in Back to Black, ribadendo il concetto con «Non sono una cazzo di Spice Girl». Peccato che il film faccia tutt’altro, trasformando un’anima ribelle e fuori dagli schemi in una figura passiva, sempre vittima o estensione di qualcun altro e mai padrona della propria vita.

Back to Black è disponibile nelle sale italiane dal 18 aprile, distribuito da Universal Pictures.

Overall
4.5/10

Valutazione

Un biopic moralmente e produttivamente discutibile, che smussa i tanti spigoli della vita di Amy Winehouse finendo per dare vita a un racconto troppo timido ed edulcorato.

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