Incontri ravvicinati del terzo tipo Incontri ravvicinati del terzo tipo

Recensioni

Incontri ravvicinati del terzo tipo: recensione del film di Steven Spielberg

Pubblicato

il

In quello stesso 1977 in cui David Lynch comincia con Eraserhead – La mente che cancella il suo lungo e tortuoso viaggio nei più reconditi angoli della mente umana e l’amico George Lucas cambia per sempre le sorti del cinema popolare con Star Wars, Steven Spielberg centra con Incontri ravvicinati del terzo tipo il suo film più intimo e personale, manifesto programmatico della sua fanciullesca concezione della vita e del cinema, che da decenni affascina e appaga gli spettatori di ogni età e ispira nuove generazioni di cineasti.

Incontri ravvicinati del terzo tipo: dopo 40 anni è ancora magiaIncontri ravvicinati del terzo tipo

Per i pochi che non conoscono o non ricordano la trama, Incontri ravvicinati del terzo tipo racconta la storia di Roy Neary (Richard Dreyfuss), un padre di famiglia che una sera si imbatte per caso nell’inseguimento della polizia a quattro UFO, che volano sopra di lui ad altissima velocità. Nello stesso fenomeno vengono coinvolti anche Jillian Guiler (Melinda Dillon) e il suo bambino Barry (Cary Guffey) avventuratosi fuori casa per il manifestarsi di altri strani fenomeni. Le vicende dei tre si intersecano con quelle di Claude Lacombe (François Truffaut), scienziato francese che indaga sulla concatenazione di particolari eventi in tutto il mondo, e in particolare su una semplice sequenza di note musicali, simile a una sorta di messaggio da parte di qualche tipo di entità aliena.

Il piccolo Barry viene risucchiato e rapito da uno di questi UFO, mentre la madre Jillian, Neary e altre centinaia di persone entrate in contatto con gli UFO cominciano a essere ossessionate dall’immagine di una particolare montagna a forma di tronco d’albero, che corrisponde alla Torre del Diavolo in Wyoming. La località corrisponde anche alle coordinate geografiche decifrate da Lacombe a partire dal misterioso messaggio alieno. Nonostante le manovre di insabbiamento da parte delle autorità governative, tutte queste persone partono alla volta della Torre del Diavolo e, una volta giunte sul posto, vengono raggiunte da decine di oggetti volanti non identificati e infine da uno più grande, ovvero l’astronave madre.

Dopo un toccante tentativo di comunicazione fra umani e alieni attraverso l’ormai celebre sequenza di note, dalla nave principale scendono decine di persone rapite nel corso degli anni, fra cui il piccolo Barry, che non presentano nessun segno di invecchiamento o di violenza. Per Roy comincia una nuova avventura in territori inesplorati.

Quando la fantascienza si fonde con il fascino e il mistero dell’infanzia

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Con un approccio che diventerà un suo vero e proprio marchio di fabbrica, e che in seguito sarà esaltato da pellicole come E.T. l’extra-terrestre, I Goonies (come produttore) Hook – Capitan Uncino e Jurassic Park, Steven Spielberg sceglie di cercare nell’infanzia e in un approccio bambinesco all’esistenza la chiave per decifrare la vita e i suoi misteri, simboleggiata in questo caso dalla possibilità di contatto con forme di vita provenienti da un altro pianeta. Le vicende ruotano infatti intorno principalmente a due personaggi, ovvero Barry, attirato dalla sua fanciullesca ingenuità e dalla conseguente totale mancanza di pregiudizi a un contatto limpido e sincero con forme di vita potenzialmente estremamente pericolose, e Roy, uomo con il cuore di un bambino, più interessato a giocare coi trenini e a vedere i classici Disney che a una vita da adulto vero e proprio.

Il risultato è un lavoro di rara sensibilità, che con la sua atmosfera sognante e la sua innata semplicità riesce a scavare una strada nel cuore dello spettatore, raccontando per immagini senza mai diventare criptico e toccando al tempo stesso temi difficili e complessi come la crescita, l’ossessione,  la volontà di cercare il proprio posto nel mondo e la capacità di distorsione o copertura della verità da parte di media e governi. Un atto di gentile ma ostinata ribellione, precorritore della successiva ondata di pellicole su infanzia e adolescenza, oggi continuamente rivisitata dalle grandi produzioni contemporanee (Stranger Things in particolare).

Personaggi ordinari in circostanze straordinarie

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Questi sono  personaggi ordinari in circostanze straordinarie, sentenzia una battuta nella fase finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Battuta che non solo sintetizza perfettamente il senso dell’opera, ma esplicita anche la concezione di cinema di Steven Spielberg, maestro nel fondere le grandi ed epiche storie della narrativa popolare e la gente comune, spesso esclusa da questo tipo di racconti per fare posto a eroi senza paura e senza macchia, edificando anche un ideale ponte fra il cinema fantascientifico e fantastico e quello d’autore, certificato dalla presenza in un piccolo ma fondamentale ruolo del padre della Nouvelle vague François Truffaut.

Tutto ciò contribuisce a rendere Incontri ravvicinati del terzo tipo una pellicola universale e accessibile a chiunque, capace di rivelare diverse sfumature e livelli di lettura a seconda della tipologia e della sensibilità dello spettatore. Una concezione di fare cinema e arte agli antipodi dello snobismo intellettuale, ma ugualmente sorprendente nel cogliere l’essenza più intima e pura della vita e dell’animo umano.

Gli alieni buoniIncontri ravvicinati del terzo tipo

La fantascienza del dopoguerra, anche a causa delle crescenti tensioni della Guerra Fredda, ha dato alla figura degli alieni un’accezione quasi sempre totalmente negativa, sfruttando la paura del diverso e dello sconosciuto per esorcizzare e mettere in scena il timore dei nemici politici e culturali. Incontri ravvicinati del terzo tipo ribalta completamente questa prospettiva, dando vita all’emozionante rappresentazioni di alieni portatori di pace e prosperità, desiderosi di stabilire un contatto con gli umani con gesti semplici e intuitivi, come l’esecuzione dell’ormai universalmente conosciuto motivetto. Un cambio di punto di vista fondamentale non solo dal punto di vista narrativo, ma anche culturale.

Con questa edificante parabola di apertura all’ignoto e al diverso, Steven Spielberg ha voluto lanciare anche un messaggio politico e sociale, invitando ad abbattere i muri fisici e mentali che ci dividono e a mettere da parte le nostre più irrazionali e immotivate paure in nome di una convivenza più serena e pacifica. Un concetto ribadito cinque anni più tardi dallo stesso regista americano con E.T. l’extra-terrestre e cavalcato in maniera convincente anche da alcuni successi del cinema contemporaneo come Arrival di Denis Villeneuve, decisamente influenzato a livello concettuale da Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Gli effetti speciali all’avanguardia di Incontri ravvicinati del terzo tipo

Seguendo la virtuosa strada aperta un decennio prima da Stanley Kubrick con il suo capolavoro 2001: Odissea nello spazio, opera con cui Incontri ravvicinati del terzo tipo condivide il lavoro del mago degli effetti speciali Douglas Trumbull, Steven Spielberg opta per una messa in scena strabiliante dal punto di vista visivo, ma anche decisamente credibile e realistica, mostrando pregevolmente solo quanto necessario e lasciando alla fantasia dello spettatore tutto ciò che non è funzionale al racconto. In una contemporaneità segnata dall’ossessivo ricorso a una CGI inutile e posticcia, risulta ancora più sbalorditivo il lavoro fatto più di 40 anni fa sugli effetti speciali di questa pellicola, in larga parte costituiti da modellini artigianali resi più fluidi e vivaci da un’accuratissima post produzione digitale, perfetta nel trovare un giusto compromesso fra la resa visiva e il realismo.

Doveroso inoltre citare il lavoro di Carlo Rambaldi sulla rappresentazione degli alieni, resi dall’artista italiano inquietanti e allo stesso tempo rassicuranti, enigmatici ma contemporaneamente espressivi, di fondamentale impatto emotivo nelle struggenti sequenze conclusive del film. Un lavoro anche in questo caso destinato a fare scuola e a essere spesso brutalmente plagiato negli anni successivi.

Gli occhi rivolti verso il cielo

Con la sua atmosfera misteriosa e avventurosa, ma allo stesso tempo anche rassicurante, Incontri ravvicinati del terzo tipo  ci spinge ad aprirci a quanto ancora non conosciamo o non comprendiamo, rivolgendo il nostro sguardo verso il cielo per sognare e viaggiare con la nostra mente. In un’epoca ancora lontana da un complottismo eccessivo e ossessivo, Incontri ravvicinati del terzo tipo è stato rivoluzionario anche nel suggerire un approccio pacificamente ribelle a ciò che ci circonda, volto a mettere in discussione i più rigidi dogmi e le più consolidate credenze e a cercare il fascino dell’avventura e della scoperta. Un lascito non sempre colto dal cinema e dalla società degli ultimi anni, che testimonia una volta di più la grandezza di questa pellicola, imperitura fonte di ispirazione e riflessione.

Overall
10/10

Verdetto

Dopo più di 40 anni dall’uscita nelle sale di tutto il mondo, Incontri ravvicinati del terzo tipo rimane l’emblema del cinema di Steven Spielberg. Un’opera capace di fondere narrazione popolare e riflessione sociale, toccando l’essenza più intima e pura dell’animo umano.

Recensioni

Alfredino – Una Storia Italiana: recensione della serie con Anna Foglietta

Pubblicato

il

Alfredino - Una Storia Italiana

«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi». Con queste parole di Giancarlo Santalmassi si concludeva la lunghissima diretta televisiva sull’incidente di Vermicino, scolpita indelebilmente nella memoria di tutti gli italiani, compresi coloro che all’epoca dei fatti non erano nemmeno nati. Uno shock collettivo per un’intera nazione, già segnata dalle stragi degli anni di piombo, costretta ad assistere impotente ai vani tentativi di salvare il piccolo Alfredino, scivolato in un pozzo a 60 metri di profondità. Una tragedia rielaborata da Alfredino – Una Storia Italiana, miniserie Sky in onda il 21 e 28 giugno.

Alfredino – Una Storia Italiana: la rielaborazione di una tragedia collettiva

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Marco Pontecorvo dirige un dramma asciutto e delicato, privo del pietismo che ci si sarebbe potuti aspettare da un racconto del genere e lontano dalla pornografia del dolore in cui sguazza buona parte della televisione contemporanea. Il regista e la produzione compiono una scelta netta e inequivocabile, riducendo al minimo indispensabile la rappresentazione dei momenti più drammatici (non vediamo mai Alfredino nel pozzo e non sentiamo quasi mai la sua voce) e optando per una ricostruzione lucida e precisa non soltanto di quei giorni, ma anche di quelli immediatamente successivi, altrettanto importanti per la storia del nostro Paese. Pochi sanno che è stato proprio a seguito della tragedia di Vermicino che è stata istituita la protezione civile e che da quel maledetto 13 giugno 1981 il Centro Alfredo Rampi ha contribuito a istruire migliaia di persone sul tema della sicurezza, per fare in modo che ciò non avvenga mai più.

Mentre lo sguardo sul bambino è rispettoso, quasi sacrale, Alfredino – Una Storia Italiana compie una critica pungente e mai assolutoria sui molteplici errori commessi in quei tristi giorni, con una profondità da cinema di inchiesta. Nel corso dei 4 episodi che compongono la miniserie, assistiamo infatti inermi, esattamente come gli spettatori di 40 anni fa, alle diverse strategie sbagliate messe in piedi, ai troppi e repentini cambi di direzione e alle tante piccole lotte di potere e fra poteri, che hanno portato solamente a colossali perdite di tempo, in una situazione già disperata. A uscirne peggio in questo senso è soprattutto Elveno Pastorelli, interpretato dal sempre efficace Francesco Acquaroli, in cui si riscontra la tipica vuota spavalderia della classe dirigente italiana, incapace di prendere atto della propria incompetenza su specifiche tematiche, ma troppo orgogliosa per ascoltare i consigli degli esperti, come i giovani speleologi accorsi sul posto.

Ritratto di una nazione

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

A essere messa alla berlina è inoltre un’intera fetta di popolazione italiana, che con la morbosità che ancora oggi provoca chilometri di coda per osservare un incidente sulla corsia opposta dell’autostrada si rende protagonista di azioni inqualificabili, rallentando ulteriormente i soccorsi a causa di ingiustificati assembramenti e veri e propri atti di sciacallaggio. In quei bar che vendevano cibarie a prezzi maggiorati e in quei curiosi giunti sul posto per rubare qualche scatto, è facile riconoscere un modo di pensare e di agire irrispettoso e pressoché immutato, come dimostrano il naufragio della Costa Concordia o il più recente incidente sulla funivia Stresa-Mottarone. Passano gli anni, cambiano le leggi, ma la deplorevole tentazione di speculare sulle tragedie è più attuale che mai.

Il ritratto tratteggiato da Alfredino – Una Storia Italiana non è composto solo da tragedia, inefficienze e malafede. La miniserie vuole essere anche una rielaborazione del dolore, sottolineando i grandi gesti di umanità e altruismo compiuti in quei giorni e soprattutto le cose positive nate dalla tragedia. A commuovere sotto questo aspetto sono il vigile del fuoco Nando Broglio (Vinicio Marchioni), uno dei pochi a instaurare una proficua comunicazione con Alfredino grazie alla loro comune passione per Mazinga, gli speleologi Tullio Bernabei (Daniele La Leggia) e Maurizio Monteleone (Giacomo Ferrara) e la geologa Laura Bortolani (Valentina Romani), tutti pronti a mettere le loro competenze al servizio della missione più importante, quella di salvare una vita umana.

Alfredino – Una Storia Italiana: l’Angelo e il Presidente

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Non poteva poi mancare un cenno all’Angelo di Vermicino Licheri (Riccardo De Filippis), che grazie alla sua gracilità e al suo coraggio è colui che è andato più vicino a salvare il bambino. Anche in questo caso, Marco Pontecorvo avrebbe potuto mettere in scena diverse immagini struggenti, sfruttando i tanti racconti che negli anni ha fatto Angelo Licheri in proposito, ma il regista è rimasto fedele alla sua linea, evitando di spettacolarizzare il dolore.

Anna Foglietta regala una delle prove più difficili e intense della sua carriera, dando la sua interpretazione di Franca Rampi, madre devota e al tempo stesso essere umano dalla dignità incommensurabile, capace anche di fare un passo indietro mettendosi al pieno servizio dei soccorritori, pur non mancano di sottolineare le storture e le problematiche del sistema.

In quel suo sguardo in bilico fra insopportabile dolore e insopprimibile speranza, nello sconforto che leggiamo nel suo volto quando viene accusata di gustare un gelato con il suo bambino intrappolato, quando in realtà stava solo cercando di riprendersi, e nella lucidità con cui la vediamo approcciarsi al Presidente della Repubblica Sandro Pertini (Massimo Dapporto) per spiegargli il suo punto di vista sulla vicenda, non c’è solo la performance commovente e immersiva di una delle migliori attrici nostrane, ma anche il senso intero del progetto, che vuole evidenziare i ponti di solidarietà e sicurezza costruiti sopra a quel pozzo.

Alfredino – Una Storia Italiana, nel bene e nel male

Ph Lucia Iuorio

Anche dal punto di vista tecnico, Alfredino – Una Storia Italiana è sopra alla media delle produzioni italiani analoghe e stupisce per la cura con cui ricostruisce le atmosfere dell’epoca, cercando il realismo non solo nelle scenografie e nei costumi, ma anche nelle stesse immagini, per le quali si è addirittura fatto ricorso a una telecamera dell’epoca.

Lascia invece perplessi la scelta di mettere in secondo piano una delle componenti più importanti dell’intera vicenda, cioè l’impatto mediatico che l’incidente di Vermicino ha avuto sull’Italia intera, grazie anche a una delle prime dirette televisive non stop della storia della nostra nazione. «Ammesso che ce ne fossero le condizioni, se quel giorno fosse avvenuto un colpo di Stato, la gente avrebbe risposto: “Va bene, però lasciami vedere che succede a Vermicino”», disse in proposito Emilio Fede. Ma l’attenzione collettiva nei confronti del caso filtra solo a tratti in Alfredino – Una Storia Italiana, che sceglie invece di rimanere quasi sempre intorno a quel pozzo, facendoci respirare un lungo saliscendi emotivo, fra fiducia e disperazione.

Marco Pontecorvo sceglie di non mettere la parola fine subito dopo la disgrazia, ponendo l’attenzione anche sul “dopo”. In quella ricerca ossessiva di un capro espiatorio, anche quando il colpevole era un intero sistema, e nella forza d’animo di Franca Rampi, capace di mettere la sua disperazione al servizio di una causa più grande, ci sono i pregi e i difetti di un’intera nazione, abile come poche a costruire sulle macerie. Una storia italiana, nel bene e nel male.

I quattro episodi di Alfredino – Una Storia Italiana andranno in onda su Sky e NOW il 21 e 28 giugno.

Overall
7/10

Verdetto

Alfredino – Una Storia Italiana rielabora lo shock collettivo di Vermicino, mettendo in luce con lucidità e tatto gli errori commessi e le conseguenze dell’evento.

Continua a leggere

Disney+

Luca: recensione del film Pixar di Enrico Casarosa

Pubblicato

il

Luca

Dopo il viaggio in Messico con Coco, la Pixar fa tappa in Italia e più precisamente nelle Cinque Terre, ambientazione dell’ultimo lavoro del celebre studio di animazione Luca. Un’opera diretta dall’italiano Enrico Casarosa (già autore del cortometraggio candidato all’Oscar La luna), dichiarato omaggio al Belpaese, ma anche toccante inno all’amicizia e alla diversità, arricchita dalla splendida fotografia di David Juan Bianchi e Kim White, che riesce a cogliere la magia della Riviera ligure e la suggestiva atmosfera dei fondali marini. Un lavoro che avrebbe indubbiamente meritato la sala e il grande schermo, ma che purtroppo possiamo vedere soltanto su Disney+ a partire dal 18 giugno, senza alcun costo aggiuntivo rispetto all’abbonamento alla piattaforma.

Luca: la magia della Pixar in un inno all’amicizia e all’Italia
Luca

Luca Paguro è un giovane e adorabile mostro marino, che vive sulla costa dell’immaginario borgo italiano Portorosso, a cavallo fra anni ’50 e ’60. I suoi genitori gli vietano categoricamente di risalire in superficie,  impauriti dall’astio degli umani nei confronti di queste creature in bilico fra realtà e fantasia. Come spesso accade, il divieto stimola la curiosità, e Luca si avventura sulla terraferma, dove fa la conoscenza di Alberto Scorfano, un mostro marino suo coetaneo che già da tempo ha deciso di vivere fuori dall’acqua. Fra i due nasce immediatamente una sincera amicizia, che si deve però confrontare con la diffidenza degli abitanti del luogo e con una particolare limitazione: fuori dall’acqua i mostri marini sembrano veri e propri umani, ma appena si bagnano riprendono le loro sembianze naturali.

Casarosa mette in scena un godibile e avventuroso racconto di formazione, distante per temi e atmosfere dalla recente trilogia Pixar sull’aldilà (aperta dal già citato Coco e proseguita con Onward – Oltre la magia e Soul) ma pienamente sintonizzato sulle corde emotive dello studio. Il soggetto strizza l’occhio a Il mostro della laguna nera e alla sua più recente declinazione La forma dell’acqua – The Shape of Water, dislocando in una ridente cittadina portuale tematiche sempre all’ordine del giorno come la diffidenza verso il diverso, la necessità di allargare i nostri confini fisici e mentali e l’adolescenza come tappa fondamentale per la crescita e la definizione dei futuri adulti.

Ma a fare la differenza non sono tanto i contenuti, tutt’altro che originali, e il pur notevole comparto visivo, quanto piuttosto l’esperienza personale dello stesso regista, che riversa in Luca la sua esperienza di crescita e formazione in Liguria, in bilico fra tradizioni e credenze consolidate e una geografia che la spinge ad aprirsi verso il prossimo e l’ignoto.

Nostalgia e cinefilia

Luca

Luca è infatti anche un nostalgico omaggio a un’Italia che non c’è più, costellato indubbiamente da numerosi stereotipi (la Vespa, le inflessioni dialettali, le trattorie e le innumerevoli citazioni cinematografiche) ma allo stesso tempo animato da una sincera passione verso territori, usanze e personalità fuori dal tempo, e perciò sempre valide e riconoscibili. Mentre si susseguono indimenticabili brani della nostra musica leggera (da Gianni Morandi a Mina, passando per Edoardo Bennato e Rita Pavone), viene a galla insieme al protagonista un vero e proprio fondamentale personaggio di Luca, l’estate italiana.

Non è necessario aver trascorso lunghi periodi di tempo nella Riviera ligure per compiere attraverso le immagini un tuffo nel passato, riassaporando i lunghi pomeriggi afosi (e solo apparentemente noiosi) della nostra adolescenza, la passeggiata in riva al mare col gelato e i tanti piccoli eventi che scandiscono i ritmi e le attività di una comunità, come la Portorosso Cup a cui Luca e Alberto partecipano insieme alla loro amica umana Giulia. Il lavoro di Casarosa segue così la scia di Chiamami col tuo nome (pur senza determinate sfumature sentimentali) e del precedente Io ballo da sola, scegliendo la provincia italiana come ambientazione di una fase di passaggio e di crescita. Facile poi riscontrare nell’intensa amicizia fra i protagonisti, opposti che si attraggono e si legano indissolubilmente, echi di un’altra opera che ha fatto dell’estate l’emblema di un ineludibile mutamento, Stand by Me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner.

Luca: un tenero racconto morale che ci sprona a dare il meglio di noi

Non mancano in Luca le ormai proverbiali stoccate sentimentali della Pixar, che in pochi secondi, con un gesto, un dialogo o uno sguardo riesce a virare bruscamente dalla commedia al dramma, toccando le più intime corde del nostro cuore con una sensibilità più unica che rara. Rispetto ad altri lavori dello studio, la carica emotiva di Luca non è altrettanto dirompente, soprattutto per la brusca risoluzione del confronto fra i protagonisti e i diffidenti cittadini di Portorosso, rappresentati dal campione sportivo locale Ercole Visconti, vero e proprio antagonista del racconto. La profondità dell’opera di Casarosa si schiude lentamente, continuando a scavare nell’animo dello spettatore anche dopo la visione, come succede quando tornano improvvisamente a galla i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza.

In un’epoca di barriere e isolamento, Luca sorprende per la leggerezza e la semplicità con cui riesce a trattare tematiche importanti, come l’integrazione, l’amicizia, l’importanza dell’immaginazione e la condizione di estraneità a un luogo o a una comunità, in cui chiunque si trova prima o poi nella vita. In pieno stile Pixar, questo tenero racconto morale ci invita a non lasciarci ingabbiare dai nostri presunti limiti e ci sprona a evolvere, come persone e come comunità, in una direzione più pacifica e rispettosa del prossimo. Tutto questo in un’Italia umile e sognante, lontana nel tempo ma in fondo sempre uguale a se stessa, nel bene e nel male.

Luca

Overall
7/10

Verdetto

Traendo il meglio da un pregevole impianto visivo e dai suggestivi scenari liguri, Luca mette in scena la magia dell’estate e dell’adolescenza, in un racconto morale che ci invita ad aprirci al prossimo e a evolvere.

Continua a leggere

Prime Video

Sound of Metal: recensione del film di Darius Marder con Riz Ahmed

Pubblicato

il

Sound of Metal

Fra i tanti progetti di questa annata cinematografica penalizzati dalla prolungata chiusura delle sale italiane, c’è sicuramente Sound of Metal, toccante e intensa opera di Darius Marder disponibile nel catalogo di Amazon Prime Video. Un lavoro che si focalizza sulla sordità, disagio di cui si parla poco e si conosce ancora meno che affligge il protagonista, incarnato da un formidabile Riz Ahmed. In maniera analoga a quanto fatto da Florian Zeller con l’Alzheimer in The Father – Nulla è come sembra, Marder mette la regia al servizio della malattia su cui il racconto è incentrato, permettendo allo spettatore di comprendere le problematiche e le limitazioni con cui gli affetti da sordità sono costretti a convivere.

Sound of Metal: quando la tristezza non fa rumore

Ruben (Riz Ahmed) è il batterista di un duo metal, che ha per frontwoman la sua ragazza Lou (Olivia Cooke). Improvvisamente, Ruben comincia a sentire insopportabili ronzii, per poi ritrovarsi quasi interamente sordo. Quasi l’80% della sua capacità uditiva è compromessa e solo un costoso intervento chirurgico può alleviare i suoi problemi. Su invito di Lou, Ruben si trasferisce in una comunità di tossicodipendenti sordi gestita da Joe (Paul Raci), per imparare a convivere con la sua condizione.

Su un soggetto di Derek Cianfrance, Darius Marder mette in scena un’opera densa e struggente, che riesce nel non facile intento di fare percepire allo spettatore la sensazione di disorientamento e alienazione del protagonista, costretto a fare a meno del senso più importante per esprimere le sue doti musicali. Il ruolo del batterista, che con Whiplash Damien Chazelle aveva trasformato in una delle sue splendide declinazioni dell’ossessione, diventa in Sound of Metal il simbolo di una passione, l’ancora di salvezza della vita di Ruben dopo un burrascoso passato (sempre fuori campo, ma costantemente presente nel racconto) fatto di sofferenza e tossicodipendenza.

Ma come si può andare avanti quando ci viene strappata anche l’ultima speranza di redenzione, l’unica possibilità per un’esistenza appagante? La risposta è tutta nello sguardo tramortito e spaesato di Riz Ahmed e in un sublime sonoro diegetico, che si trasforma in punto di vista – o meglio, di suono – del protagonista, costantemente in bilico fra speranze e delusioni, fra ostinazione e accettazione. Suono di metallo che Ruben vorrebbe creare, ma che si trova invece costretto a udire, al posto delle parole di chi gli sta accanto.

Un ottimo Riz Ahmed

Sound of Metal

Nel ritratto intimo di un handicap fisico e psicologico scarsamente rappresentato sul grande schermo Sound of Metal trova i suoi momenti migliori, fondendo le venature melodrammatiche del cinema di Cianfrance con la reale esperienza della comunità sorda, in un’efficace miscela di forma e contenuto. Estremamente efficaci in questo senso le prove attoriali, fortificate anche dall’esperienza personale degli interpreti: Riz Ahmed ha infatti studiato per diversi mesi il linguaggio dei segni per rendere la sua performance più credibile, mentre Paul Raci ha sfruttato la sua reale esperienza di attivista nella comunità sorda (scaturita dalla sordità dei genitori), che l’ha portato anche a prendere parte agli Hands of Doom, una tribute band dei Black Sabbath che si esibisce nella lingua dei segni americana.

A convincere meno sono invece le divagazioni sulla tossicodipendenza e sulle dinamiche familiari: anomalie retoriche in un’opera che riesce invece a fare parlare i silenzi e i corpi. Sei nomination agli Oscar 2021, incluse quelle per il miglior film e per lo strepitoso Riz Ahmed. Due invece le statuette conquistate: quelle per il miglior montaggio e il miglior sonoro.

Overall
7.5/10

Verdetto

Darius Marder mette in scena un’opera capace di restituire il disagio e il senso di alienazione di chi è costretto a convivere con la sordità, sfruttando la memorabile performance del protagonista Riz Ahmed.

Continua a leggere
Pubblicità