Incontri ravvicinati del terzo tipo: recensione del film di Steven Spielberg

Incontri ravvicinati del terzo tipo: recensione del film di Steven Spielberg

In quello stesso 1977 in cui David Lynch comincia con Eraserhead – La mente che cancella il suo lungo e tortuoso viaggio nei più reconditi angoli della mente umana e l’amico George Lucas cambia per sempre le sorti del cinema popolare con Star Wars, Steven Spielberg centra con Incontri ravvicinati del terzo tipo il suo film più intimo e personale, manifesto programmatico della sua fanciullesca concezione della vita e del cinema, che da decenni affascina e appaga gli spettatori di ogni età e ispira nuove generazioni di cineasti.

Incontri ravvicinati del terzo tipo: dopo 40 anni è ancora magiaIncontri ravvicinati del terzo tipo

Per i pochi che non conoscono o non ricordano la trama, Incontri ravvicinati del terzo tipo racconta la storia di Roy Neary (Richard Dreyfuss), un padre di famiglia che una sera si imbatte per caso nell’inseguimento della polizia a quattro UFO, che volano sopra di lui ad altissima velocità. Nello stesso fenomeno vengono coinvolti anche Jillian Guiler (Melinda Dillon) e il suo bambino Barry (Cary Guffey) avventuratosi fuori casa per il manifestarsi di altri strani fenomeni. Le vicende dei tre si intersecano con quelle di Claude Lacombe (François Truffaut), scienziato francese che indaga sulla concatenazione di particolari eventi in tutto il mondo, e in particolare su una semplice sequenza di note musicali, simile a una sorta di messaggio da parte di qualche tipo di entità aliena.

Il piccolo Barry viene risucchiato e rapito da uno di questi UFO, mentre la madre Jillian, Neary e altre centinaia di persone entrate in contatto con gli UFO cominciano a essere ossessionate dall’immagine di una particolare montagna a forma di tronco d’albero, che corrisponde alla Torre del Diavolo in Wyoming. La località corrisponde anche alle coordinate geografiche decifrate da Lacombe a partire dal misterioso messaggio alieno. Nonostante le manovre di insabbiamento da parte delle autorità governative, tutte queste persone partono alla volta della Torre del Diavolo e, una volta giunte sul posto, vengono raggiunte da decine di oggetti volanti non identificati e infine da uno più grande, ovvero l’astronave madre.

Dopo un toccante tentativo di comunicazione fra umani e alieni attraverso l’ormai celebre sequenza di note, dalla nave principale scendono decine di persone rapite nel corso degli anni, fra cui il piccolo Barry, che non presentano nessun segno di invecchiamento o di violenza. Per Roy comincia una nuova avventura in territori inesplorati.

Quando la fantascienza si fonde con il fascino e il mistero dell’infanzia

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Con un approccio che diventerà un suo vero e proprio marchio di fabbrica, e che in seguito sarà esaltato da pellicole come E.T. l’extra-terrestre, I Goonies (come produttore) Hook – Capitan Uncino e Jurassic Park, Steven Spielberg sceglie di cercare nell’infanzia e in un approccio bambinesco all’esistenza la chiave per decifrare la vita e i suoi misteri, simboleggiata in questo caso dalla possibilità di contatto con forme di vita provenienti da un altro pianeta. Le vicende ruotano infatti intorno principalmente a due personaggi, ovvero Barry, attirato dalla sua fanciullesca ingenuità e dalla conseguente totale mancanza di pregiudizi a un contatto limpido e sincero con forme di vita potenzialmente estremamente pericolose, e Roy, uomo con il cuore di un bambino, più interessato a giocare coi trenini e a vedere i classici Disney che a una vita da adulto vero e proprio.

Il risultato è un lavoro di rara sensibilità, che con la sua atmosfera sognante e la sua innata semplicità riesce a scavare una strada nel cuore dello spettatore, raccontando per immagini senza mai diventare criptico e toccando al tempo stesso temi difficili e complessi come la crescita, l’ossessione,  la volontà di cercare il proprio posto nel mondo e la capacità di distorsione o copertura della verità da parte di media e governi. Un atto di gentile ma ostinata ribellione, precorritore della successiva ondata di pellicole su infanzia e adolescenza, oggi continuamente rivisitata dalle grandi produzioni contemporanee (Stranger Things in particolare).

Personaggi ordinari in circostanze straordinarie

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Questi sono  personaggi ordinari in circostanze straordinarie, sentenzia una battuta nella fase finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Battuta che non solo sintetizza perfettamente il senso dell’opera, ma esplicita anche la concezione di cinema di Steven Spielberg, maestro nel fondere le grandi ed epiche storie della narrativa popolare e la gente comune, spesso esclusa da questo tipo di racconti per fare posto a eroi senza paura e senza macchia, edificando anche un ideale ponte fra il cinema fantascientifico e fantastico e quello d’autore, certificato dalla presenza in un piccolo ma fondamentale ruolo del padre della Nouvelle vague François Truffaut.

Tutto ciò contribuisce a rendere Incontri ravvicinati del terzo tipo una pellicola universale e accessibile a chiunque, capace di rivelare diverse sfumature e livelli di lettura a seconda della tipologia e della sensibilità dello spettatore. Una concezione di fare cinema e arte agli antipodi dello snobismo intellettuale, ma ugualmente sorprendente nel cogliere l’essenza più intima e pura della vita e dell’animo umano.

Gli alieni buoniIncontri ravvicinati del terzo tipo

La fantascienza del dopoguerra, anche a causa delle crescenti tensioni della Guerra Fredda, ha dato alla figura degli alieni un’accezione quasi sempre totalmente negativa, sfruttando la paura del diverso e dello sconosciuto per esorcizzare e mettere in scena il timore dei nemici politici e culturali. Incontri ravvicinati del terzo tipo ribalta completamente questa prospettiva, dando vita all’emozionante rappresentazioni di alieni portatori di pace e prosperità, desiderosi di stabilire un contatto con gli umani con gesti semplici e intuitivi, come l’esecuzione dell’ormai universalmente conosciuto motivetto. Un cambio di punto di vista fondamentale non solo dal punto di vista narrativo, ma anche culturale.

Con questa edificante parabola di apertura all’ignoto e al diverso, Steven Spielberg ha voluto lanciare anche un messaggio politico e sociale, invitando ad abbattere i muri fisici e mentali che ci dividono e a mettere da parte le nostre più irrazionali e immotivate paure in nome di una convivenza più serena e pacifica. Un concetto ribadito cinque anni più tardi dallo stesso regista americano con E.T. l’extra-terrestre e cavalcato in maniera convincente anche da alcuni successi del cinema contemporaneo come Arrival di Denis Villeneuve, decisamente influenzato a livello concettuale da Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Gli effetti speciali all’avanguardia di Incontri ravvicinati del terzo tipo

Seguendo la virtuosa strada aperta un decennio prima da Stanley Kubrick con il suo capolavoro 2001: Odissea nello spazio, opera con cui Incontri ravvicinati del terzo tipo condivide il lavoro del mago degli effetti speciali Douglas Trumbull, Steven Spielberg opta per una messa in scena strabiliante dal punto di vista visivo, ma anche decisamente credibile e realistica, mostrando pregevolmente solo quanto necessario e lasciando alla fantasia dello spettatore tutto ciò che non è funzionale al racconto. In una contemporaneità segnata dall’ossessivo ricorso a una CGI inutile e posticcia, risulta ancora più sbalorditivo il lavoro fatto più di 40 anni fa sugli effetti speciali di questa pellicola, in larga parte costituiti da modellini artigianali resi più fluidi e vivaci da un’accuratissima post produzione digitale, perfetta nel trovare un giusto compromesso fra la resa visiva e il realismo.

Doveroso inoltre citare il lavoro di Carlo Rambaldi sulla rappresentazione degli alieni, resi dall’artista italiano inquietanti e allo stesso tempo rassicuranti, enigmatici ma contemporaneamente espressivi, di fondamentale impatto emotivo nelle struggenti sequenze conclusive del film. Un lavoro anche in questo caso destinato a fare scuola e a essere spesso brutalmente plagiato negli anni successivi.

Gli occhi rivolti verso il cielo

Con la sua atmosfera misteriosa e avventurosa, ma allo stesso tempo anche rassicurante, Incontri ravvicinati del terzo tipo  ci spinge ad aprirci a quanto ancora non conosciamo o non comprendiamo, rivolgendo il nostro sguardo verso il cielo per sognare e viaggiare con la nostra mente. In un’epoca ancora lontana da un complottismo eccessivo e ossessivo, Incontri ravvicinati del terzo tipo è stato rivoluzionario anche nel suggerire un approccio pacificamente ribelle a ciò che ci circonda, volto a mettere in discussione i più rigidi dogmi e le più consolidate credenze e a cercare il fascino dell’avventura e della scoperta. Un lascito non sempre colto dal cinema e dalla società degli ultimi anni, che testimonia una volta di più la grandezza di questa pellicola, imperitura fonte di ispirazione e riflessione.

Valutazione
10/10

Verdetto

Dopo più di 40 anni dall’uscita nelle sale di tutto il mondo, Incontri ravvicinati del terzo tipo rimane l’emblema del cinema di Steven Spielberg. Un’opera capace di fondere narrazione popolare e riflessione sociale, toccando l’essenza più intima e pura dell’animo umano.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.