Incontri ravvicinati del terzo tipo Incontri ravvicinati del terzo tipo

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Incontri ravvicinati del terzo tipo: recensione del film di Steven Spielberg

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In quello stesso 1977 in cui David Lynch comincia con Eraserhead – La mente che cancella il suo lungo e tortuoso viaggio nei più reconditi angoli della mente umana e l’amico George Lucas cambia per sempre le sorti del cinema popolare con Star Wars, Steven Spielberg centra con Incontri ravvicinati del terzo tipo il suo film più intimo e personale, manifesto programmatico della sua fanciullesca concezione della vita e del cinema, che da decenni affascina e appaga gli spettatori di ogni età e ispira nuove generazioni di cineasti.

Incontri ravvicinati del terzo tipo: dopo 40 anni è ancora magiaIncontri ravvicinati del terzo tipo

Per i pochi che non conoscono o non ricordano la trama, Incontri ravvicinati del terzo tipo racconta la storia di Roy Neary (Richard Dreyfuss), un padre di famiglia che una sera si imbatte per caso nell’inseguimento della polizia a quattro UFO, che volano sopra di lui ad altissima velocità. Nello stesso fenomeno vengono coinvolti anche Jillian Guiler (Melinda Dillon) e il suo bambino Barry (Cary Guffey) avventuratosi fuori casa per il manifestarsi di altri strani fenomeni. Le vicende dei tre si intersecano con quelle di Claude Lacombe (François Truffaut), scienziato francese che indaga sulla concatenazione di particolari eventi in tutto il mondo, e in particolare su una semplice sequenza di note musicali, simile a una sorta di messaggio da parte di qualche tipo di entità aliena.

Il piccolo Barry viene risucchiato e rapito da uno di questi UFO, mentre la madre Jillian, Neary e altre centinaia di persone entrate in contatto con gli UFO cominciano a essere ossessionate dall’immagine di una particolare montagna a forma di tronco d’albero, che corrisponde alla Torre del Diavolo in Wyoming. La località corrisponde anche alle coordinate geografiche decifrate da Lacombe a partire dal misterioso messaggio alieno. Nonostante le manovre di insabbiamento da parte delle autorità governative, tutte queste persone partono alla volta della Torre del Diavolo e, una volta giunte sul posto, vengono raggiunte da decine di oggetti volanti non identificati e infine da uno più grande, ovvero l’astronave madre.

Dopo un toccante tentativo di comunicazione fra umani e alieni attraverso l’ormai celebre sequenza di note, dalla nave principale scendono decine di persone rapite nel corso degli anni, fra cui il piccolo Barry, che non presentano nessun segno di invecchiamento o di violenza. Per Roy comincia una nuova avventura in territori inesplorati.

Quando la fantascienza si fonde con il fascino e il mistero dell’infanzia

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Con un approccio che diventerà un suo vero e proprio marchio di fabbrica, e che in seguito sarà esaltato da pellicole come E.T. l’extra-terrestre, I Goonies (come produttore) Hook – Capitan Uncino e Jurassic Park, Steven Spielberg sceglie di cercare nell’infanzia e in un approccio bambinesco all’esistenza la chiave per decifrare la vita e i suoi misteri, simboleggiata in questo caso dalla possibilità di contatto con forme di vita provenienti da un altro pianeta. Le vicende ruotano infatti intorno principalmente a due personaggi, ovvero Barry, attirato dalla sua fanciullesca ingenuità e dalla conseguente totale mancanza di pregiudizi a un contatto limpido e sincero con forme di vita potenzialmente estremamente pericolose, e Roy, uomo con il cuore di un bambino, più interessato a giocare coi trenini e a vedere i classici Disney che a una vita da adulto vero e proprio.

Il risultato è un lavoro di rara sensibilità, che con la sua atmosfera sognante e la sua innata semplicità riesce a scavare una strada nel cuore dello spettatore, raccontando per immagini senza mai diventare criptico e toccando al tempo stesso temi difficili e complessi come la crescita, l’ossessione,  la volontà di cercare il proprio posto nel mondo e la capacità di distorsione o copertura della verità da parte di media e governi. Un atto di gentile ma ostinata ribellione, precorritore della successiva ondata di pellicole su infanzia e adolescenza, oggi continuamente rivisitata dalle grandi produzioni contemporanee (Stranger Things in particolare).

Personaggi ordinari in circostanze straordinarie

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Questi sono  personaggi ordinari in circostanze straordinarie, sentenzia una battuta nella fase finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Battuta che non solo sintetizza perfettamente il senso dell’opera, ma esplicita anche la concezione di cinema di Steven Spielberg, maestro nel fondere le grandi ed epiche storie della narrativa popolare e la gente comune, spesso esclusa da questo tipo di racconti per fare posto a eroi senza paura e senza macchia, edificando anche un ideale ponte fra il cinema fantascientifico e fantastico e quello d’autore, certificato dalla presenza in un piccolo ma fondamentale ruolo del padre della Nouvelle vague François Truffaut.

Tutto ciò contribuisce a rendere Incontri ravvicinati del terzo tipo una pellicola universale e accessibile a chiunque, capace di rivelare diverse sfumature e livelli di lettura a seconda della tipologia e della sensibilità dello spettatore. Una concezione di fare cinema e arte agli antipodi dello snobismo intellettuale, ma ugualmente sorprendente nel cogliere l’essenza più intima e pura della vita e dell’animo umano.

Gli alieni buoniIncontri ravvicinati del terzo tipo

La fantascienza del dopoguerra, anche a causa delle crescenti tensioni della Guerra Fredda, ha dato alla figura degli alieni un’accezione quasi sempre totalmente negativa, sfruttando la paura del diverso e dello sconosciuto per esorcizzare e mettere in scena il timore dei nemici politici e culturali. Incontri ravvicinati del terzo tipo ribalta completamente questa prospettiva, dando vita all’emozionante rappresentazioni di alieni portatori di pace e prosperità, desiderosi di stabilire un contatto con gli umani con gesti semplici e intuitivi, come l’esecuzione dell’ormai universalmente conosciuto motivetto. Un cambio di punto di vista fondamentale non solo dal punto di vista narrativo, ma anche culturale.

Con questa edificante parabola di apertura all’ignoto e al diverso, Steven Spielberg ha voluto lanciare anche un messaggio politico e sociale, invitando ad abbattere i muri fisici e mentali che ci dividono e a mettere da parte le nostre più irrazionali e immotivate paure in nome di una convivenza più serena e pacifica. Un concetto ribadito cinque anni più tardi dallo stesso regista americano con E.T. l’extra-terrestre e cavalcato in maniera convincente anche da alcuni successi del cinema contemporaneo come Arrival di Denis Villeneuve, decisamente influenzato a livello concettuale da Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Gli effetti speciali all’avanguardia di Incontri ravvicinati del terzo tipo

Seguendo la virtuosa strada aperta un decennio prima da Stanley Kubrick con il suo capolavoro 2001: Odissea nello spazio, opera con cui Incontri ravvicinati del terzo tipo condivide il lavoro del mago degli effetti speciali Douglas Trumbull, Steven Spielberg opta per una messa in scena strabiliante dal punto di vista visivo, ma anche decisamente credibile e realistica, mostrando pregevolmente solo quanto necessario e lasciando alla fantasia dello spettatore tutto ciò che non è funzionale al racconto. In una contemporaneità segnata dall’ossessivo ricorso a una CGI inutile e posticcia, risulta ancora più sbalorditivo il lavoro fatto più di 40 anni fa sugli effetti speciali di questa pellicola, in larga parte costituiti da modellini artigianali resi più fluidi e vivaci da un’accuratissima post produzione digitale, perfetta nel trovare un giusto compromesso fra la resa visiva e il realismo.

Doveroso inoltre citare il lavoro di Carlo Rambaldi sulla rappresentazione degli alieni, resi dall’artista italiano inquietanti e allo stesso tempo rassicuranti, enigmatici ma contemporaneamente espressivi, di fondamentale impatto emotivo nelle struggenti sequenze conclusive del film. Un lavoro anche in questo caso destinato a fare scuola e a essere spesso brutalmente plagiato negli anni successivi.

Gli occhi rivolti verso il cielo

Con la sua atmosfera misteriosa e avventurosa, ma allo stesso tempo anche rassicurante, Incontri ravvicinati del terzo tipo  ci spinge ad aprirci a quanto ancora non conosciamo o non comprendiamo, rivolgendo il nostro sguardo verso il cielo per sognare e viaggiare con la nostra mente. In un’epoca ancora lontana da un complottismo eccessivo e ossessivo, Incontri ravvicinati del terzo tipo è stato rivoluzionario anche nel suggerire un approccio pacificamente ribelle a ciò che ci circonda, volto a mettere in discussione i più rigidi dogmi e le più consolidate credenze e a cercare il fascino dell’avventura e della scoperta. Un lascito non sempre colto dal cinema e dalla società degli ultimi anni, che testimonia una volta di più la grandezza di questa pellicola, imperitura fonte di ispirazione e riflessione.

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Overall
10/10

Verdetto

Dopo più di 40 anni dall’uscita nelle sale di tutto il mondo, Incontri ravvicinati del terzo tipo rimane l’emblema del cinema di Steven Spielberg. Un’opera capace di fondere narrazione popolare e riflessione sociale, toccando l’essenza più intima e pura dell’animo umano.

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Inside Out 2: recensione del film Pixar

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Inside Out 2

Sono passati 9 anni da Inside Out, spartiacque della storia del Pixar e del cinema d’animazione contemporaneo. Un lasso di tempo che in un panorama dell’audiovisivo completamente stravolto dallo streaming e dal covid ci sembra un’era geologica, ma che non è comunque riuscito a scalfire il dolce ricordo delle avventure della piccola Riley e delle sue bizzarre emozioni, scandagliate da Pete Docter e Ronnie del Carmen in un entusiasmante e commovente viaggio. Viaggio ancora lontano dalla conclusione, dal momento che la crescita di Riley continua con Inside Out 2, in cui la piccola protagonista è alle prese con la pubertà e con nuove emozioni come Ansia, Invidia, Ennui e Imbarazzo.

Alla regia stavolta c’è Kelsey Mann (già coinvolto nel soggetto de Il viaggio di Arlo), ma le dinamiche non cambiano. Dopo il trasloco e la nostalgia di casa del primo struggente capitolo, Riley è in procinto di andare alle scuole superiori, ma prima ha la possibilità di partecipare insieme a due fidate amiche a un prestigioso campus estivo di hockey, potenzialmente decisivo per il suo futuro sportivo. Nel frattempo, il suo corpo cambia insieme al suo carattere, a causa dei tanti sentimenti contrastanti che accompagnano un delicato momento di passaggio. All’interno della sua mente, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto devono quindi convivere con le nuove emozioni e in particolare con Ansia, maniaca del controllo che, nonostante le sue buone intenzioni, provoca diversi guai a Riley.

Inside Out 2: un nuovo dolceamaro viaggio nelle emozioni e nei piccoli grandi traumi della vita

Inside Out 2

Come già avvenuto nel memorabile predecessore, l’intreccio di Inside Out 2 è incentrato sull’allontanamento fisico e metaforico di Gioia dal centro di controllo della mente di Riley. Ne segue così un rocambolesco viaggio fra ricordi dimenticati e sentimenti repressi, passando per una delle più brillanti intuizioni di questo capitolo, il fiume del flusso di coscienza dove ritroviamo gli immancabili broccoli. Tutto questo mentre la vita di Riley è in balia di sentimenti potenzialmente nocivi come l’ansia, l’invidia sociale, la noia adolescenziale e l’imbarazzo. La protagonista (doppiata in italiano da Sara Ciocca) si trova così a scoprire una nuova se stessa, fra sbalzi umorali, ambizioni sportive e sociali e gli scricchiolanti rapporti con genitori e amiche.

Kelsey Mann replica la formula di Inside Out, trasformando in spassoso, entusiasmante e dolceamaro viaggio ciò che nel mondo reale è un evento comune. In questo caso, il crocevia delle emozioni e della vicenda è un campus di una manciata di giorni, che per Riley non è solo l’occasione per fare strada nel suo sport preferito, ma anche un’opportunità per coltivare nuove amicizie. Il disordine nella sua mente la porta però a sabotarsi ripetutamente sotto diversi punti di vista, dal momento che Ansia (doppiata in italiano dalla bravissima Pilar Fogliati) è troppo preoccupata dai possibili risvolti di ogni singola decisione per lasciare spazio alla naturalezza e alla serenità.

Inside Out 2 ci invita ad abbracciare la nostra complessità

Inside Out 2

La Pixar sfrutta ancora una volta uno dei suoi marchi di fabbrica, ovvero la creazione di un mondo che brulica ai margini del nostro, completandolo o salvaguardandolo (ricordiamo a questo proposito Toy Story, Coco e Soul). Su questo scheletro si innesta un racconto caratterizzato da molteplici livelli di lettura, che funziona sia per un pubblico di giovanissimi, coccolato dalle stramberie delle emozioni e dal variopinto mondo della mente di Riley, sia per gli adulti, in grado di unire all’indietro i puntini delle loro vite, cogliendo così la potenza simbolica dei piccoli grandi drammi della protagonista. Anche stavolta non mancano le invenzioni visive (gli inserti 2D, l’apparizione di un imbranato personaggio videoludico), ma la caratterizzazione dei personaggi non è sempre efficace.

A fare le spese dell’aumento dei personaggi sono soprattutto Tristezza, Invidia, Ennui e i genitori di Riley, troppo spesso ai margini della narrazione. A catalizzare l’attenzione è così inevitabilmente la grintosa e inaffondabile Gioia, protagonista per lunghi tratti di una lotta a distanza con Ansia, involontaria villain della situazione. Mentre Inside Out 2 flirta col cinema sportivo, affiora la morale del lavoro di Kelsey Mann, meno dirompente di quella del predecessore ma comunque capace di commuovere e fare riflettere. Il primo straordinario capitolo aveva il merito di ricordarci che a volte abbandonarsi alla tristezza ci può avvicinare alla gioia; Inside Out 2 ci invita invece ad abbracciare la nostra complessità, senza rinnegare le nostre asperità ma imparando a convivere con le moltitudini che abitano dentro di noi.

Verso un terzo capitolo?

L’opera di Kelsey Mann sconta quindi l’inevitabile confronto con l’inarrivabile Inside Out, ma riesce a estendere questo pittoresco universo e a mettere in scena un momento fondamentale per la vita di tutte le persone, in un riuscito mix di divertimento e mestizia. Pesa l’assenza di picchi emotivi del calibro del sacrificio di Bing Bong o del crollo di Riley nel finale del primo capitolo (in questo senso il personaggio di Nostalgia è poco sfruttato), ma il bicchiere è ancora una volta mezzo pieno, anche per il notevole lavoro di world building. Con il box office mondiale che ha già superato i 300 milioni di dollari di incasso dopo pochi giorni di programmazione, è infatti più che probabile il prossimo arrivo di un Inside Out 3, con cui esplorare nuovamente i paradossi e le suggestioni delle nostre emozioni durante le varie fasi della vita.

Inside Out 2 è disponibile dal 19 giugno nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Inside Out 2 in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7.5/10

Valutazione

Inside Out 2 paga l’inevitabile confronto con il primo straordinario capitolo, ma riesce a dare vita a una nuova spassosa ed emozionante riflessione sulla nostra mente.

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House of the Dragon: recensione dei primi episodi della seconda stagione

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Il finale della prima stagione di House of the Dragon ci aveva annunciato l’imminente arrivo di una vera e propria guerra fra le fazioni dei Verdi e dei Neri della casata dei Targaryen. Una promessa pienamente rispettata dal secondo ciclo di episodi della serie, basata su Fuoco e sangue di George R. R. Martin e ambientata 172 anni prima della nascita di Daenerys Targaryen, una delle iconiche protagoniste de Il Trono di Spade. I primi quattro episodi di questa stagione, che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, preparano infatti il terreno per la famigerata Danza dei Draghi, la guerra civile responsabile dello sfacelo di questa nobile casata.

Gli schieramenti sono ormai ben delineati: da una parte Rhaenyra Targaryen (Emma D’Arcy) insieme allo zio e marito Daemon (Matt Smith), dall’altra il suo fratellastro Aegon (Tom Glynn-Carney), astutamente guidato da sua madre Alicent Hightower (Olivia Cooke) e dal nonno Otto (Rhys Ifans). Intorno a loro un’intricata tela di alleanze, doppi giochi e segreti che coinvolge anche le altre casate, in un’aspra battaglia per la conquista del Trono di Spade e per il futuro dei Sette Regni.

House of the Dragon: verso la Danza dei Draghi

House of the Dragon

A catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore sono le atmosfere della seconda stagione di House of the Dragon, sempre più cupe fino a diventare funeree, e non solo per il continuo susseguirsi di tradimenti, violenza e morte. Un quadro impreziosito da due figure femminili agli antipodi, simbolo di una lotta per il potere fatta anche di manipolazione, silenzi e incrollabile spirito: Emma D’Arcy regala un’altra pregevole interpretazione nei panni di Rhaenyra, tratteggiando un quadro umano in cui il dolore, l’ambizione e il rancore vanno a braccetto; non è da meno Olivia Cooke, che incarna una Alicent dimessa e frustrata, ma allo stesso tempo lucida e determinata.

La dimensione politica sempre più stratificata e complessa di House of the Dragon richiama i migliori momenti de Il Trono di Spade, anche se il racconto ha un respiro meno ampio e i personaggi appaiono ancora lontani dal loro pieno potenziale. Gli appassionati dello show terminato nel 2019 troveranno inoltre diversi richiami in House of the Dragon, non solo per quanto riguarda la mera trama, ma anche per il comportamento di alcuni personaggi, in rima con gli sbagli e le ossessioni dei loro discendenti. Come nella serie “madre”, emerge per esempio la ferocia di alcuni dei protagonisti, accecati dalla lotta al potere e al centro di intrighi sempre più subdoli. È questo il caso di Daemon e Aemond, esaltati dalle ambigue e sinistre interpretazioni di Matt Smith e Ewan Mitchell.

Un degno erede de Il Trono di Spade

House of the Dragon

Completano il quadro le scene di azione e di battaglia, di pregevole fattura anche se leggermente penalizzate dagli scenari tetri che contraddistinguono questa stagione. Prevedibilmente, i draghi diventano sempre più importanti e centrali, anche in prospettiva di un finale di stagione che si preannuncia decisamente scoppiettante.

Dopo le buone impressioni suscitate dalla prima stagione, House of the Dragone si conferma dunque un degno erede de Il Trono di Spade, dai ritmi leggermente più compassati ma con una psicologia dei personaggi altrettanto approfondita. Non resta quindi che abbandonarci a questa nuova discesa negli abissi dell’animo umano in salsa fantasy, rinnovata proprio nei giorni scorsi per una terza stagione. Un giusto riconoscimento per uno show che in epoca di serialità usa e getta ed eccessivamente diluita riesce ancora a catturare l’attenzione dello spettatore con un intreccio torbido, inquietante e suggestivo.

House of the Dragon è in programmazione dal 17 giugno su Sky e Now, in contemporanea con la messa in onda statunitense.

Overall
7.5/10

Valutazione

I primi episodi della seconda stagione di House of the Dragon confermano le buone impressioni del precedente ciclo, dando vita a un racconto in cui la lotta per il potere si intreccia con atmosfere sempre più cupe e sinistre.

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Kinds of Kindness: recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Kinds of Kindness

Il corpo è centrale nella visione di Yorgos Lanthimos. Lo è sempre in verità, in tutti i suoi film, ma in Kinds of Kindness assume un ruolo ancora più prominente. Kinds of Kindness, scritto e diretto da Lanthimos e interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Jesse Plemons e Hong Chau, è l’ultima opera partorita dalla mente brillante del regista greco, che dopo Povere Creature! è tornato in sala con un film prezioso e repulsivo, straniante e seduttivo, suddiviso in tre narrazioni distinte, interpretate dallo stesso ensemble di attori in ruoli diversi. Le trame di Kinds of Kindness sono indipendenti ma interconnesse e presentano notevoli affinità tra loro.

Kinds of Kindness: l’anatomia del controllo secondo Lanthimos

Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il primo episodio si chiama “La morte di R.M.F.” e ci porta nella vita di Robert Fletcher, interpretato da Jesse Plemons, un uomo sposato e la cui esistenza è rigidamente controllata da Raymond (Willem Dafoe), un magnate che gli impone ogni giorno precise direttive su ogni aspetto della sua vita. Tra bizzarri compiti e rigide abitudini, Robert deve provocare un incidente con la sua macchina. Dopo aver eseguito l’ordine, Raymond gli comunica che l’impatto non è stato abbastanza violento e che quindi deve provocarne uno nuovo. Di fronte all’obiezione di Robert, comprendendo come un ulteriore scontro potrà poi risultare fatale per l’altro conducente, Raymond rimane impassibile.

Alla fine, Robert si rifiuta di obbedire e, come conseguenza, inizia a perdere tutto ciò che ha, incluso l’amore di sua moglie (Hong Chau). Il secondo episodio, “R.M.F. sta volando”, segue la storia di un poliziotto la cui moglie, una biologa di nome Liz (Emma Stone), scompare durante una missione scientifica. Al suo ritorno, lui nota dei cambiamenti sottili ma inquietanti in lei, tanto da sospettare che possa essere un’impostora e che la donna di fronte a lui non sia davvero sua moglie. Il terzo episodio, “R.M.F. mangia un panino”, racconta di due membri di un culto impegnati nella ricerca di un prescelto che dovrebbe avere la capacità di resuscitare i morti.

Kinds of Kindness: la manipolazione è la fede più succulenta

Kinds of Kindness


Come dicevamo in apertura, il corpo è centrale nell’ecosistema visivo del regista greco e questo film non fa eccezione. Tutti e tre gli episodi trattano di potere, coercizione, manipolazione e abuso, ognuno in modo più sottile e differente. Nel primo episodio Robert non ha autonomia, il suo corpo è nelle mani di un dispotico mentore-demiurgo che ne controlla qualsiasi espressione e decisione, dai gesti più semplici, dal sonno alla colazione, alla lettura (per Raymond leggere Anna Karenina è obbligatorio), ai rapporti sessuali.

Non c’è aspetto della vita che non subisca il suo controllo. Anche i regali di Raymond, esibiti nella lussuosa villa di Robert, sono doni che riguardano il corpo e guardano, contrariamente, a una realtà che è senza controllo: tra i doni fatti a Robert nel corso degli anni ci sono oggetti come la racchetta rotta e deformata di John McEnroe e il casco da corsa bruciato e insanguinato di Ayrton Senna.

Quei regali sembrano un monito, o rappresentano il fascino di Raymond per la distruzione, che come un mentore/divinità ne è succube e ne concepisce la bellezza. Il corpo è l’essenza di quelle opere d’arte, è nella rabbia di McEnroe che distrugge la sua racchetta, è nella vita di Senna che si infrange, e ora quelle opere abitano uno spazio asfittico di osservazione, e riproduzione, e sono inserite in un contesto distopico in cui la manipolazione è la fede più succulenta, manipolazione che è sorella della distruzione.

Cosa saresti disposto a fare per amore?

Kinds of Kindness


Entrambe rientrano nel piano di controllo elaborato da Raymond, che come una divinità detta la sua legge, le sue scritture (o meglio letture) e i suoi idoli. Seguire le istruzioni di Raymond è la norma nel mondo di Robert. Quando si ribella è come se sfidasse una divinità. E sfidare il divino significa rinunciare al conformismo, e il suo mondo di conseguenza crolla e non regge l’urto della sua disobbedienza. Tutte e tre le storie sono incentrate sull’interazione con il divino, sia che si tratti di una presenza costante, di un desiderio o di un miracolo.

La seconda storia ci porta invece nelle pieghe asfittiche di una storia d’amore a dir poco turbolenta. Il protagonista, interpretato da Jesse Plemons, dopo aver appreso della scomparsa della sua compagna Liz, al suo ritorno si convince che lei è solo una sostituta, una persona che le somiglia ma in verità non è lei. Sua moglie è ancora dispersa, sa che tornerà, e intanto cova dentro di sé il desiderio di smascherare l’infingimento, e dimostrare che quella persona non è che chi dice di essere. Quindi sottopone Liz a delle prove insostenibili, e mortifere, come cucinare il dito di una mano, il proprio, e il suo fegato per cena.

Quando si dice: cosa saresti disposto a fare per amore? L’amore può diventare un abuso, e Lanthimos qui ci racconta a quali condizioni può essere declinato e come quel potere è come tutti gli altri, nefasto, tragico, mortale. Anche in questo episodio c’è un demiurgo che detta le regole e qualcuno che quelle regole decide di seguirle, nonostante tutto.

Kinds of Kindness: una discesa agli inferi

 Kinds of Kindness
Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il terzo episodio è molto più simile al primo, anche per ruoli e simmetrie narrative. Siamo immersi in un contesto chiaro fin dal principio: c’è una setta chiusa che vive seguendo le proprie regole, come bere solo le lacrime dei capi del culto, minuziosamente sgorgate dai loro occhi attraverso un rituale combinato, mangiare solo determinati tipi di carne, passare attraverso un rito della sauna che determina la purezza e la contaminazione dell’individuo.

È ancora una volta il corpo a partecipare attivamente alla storia, ad essere protagonista, il corpo come cavia, come condanna, come distruzione e manipolazione, il corpo come oggetto sacrificale, come pezzo marcescente di un sistema vincolante che ti annienta solo per divertimento. Perché Kinds of Kindness è un’opera a cui piace giocare con il proprio potere, annichilire e divertire allo stesso tempo. È una discesa agli inferi, sia tragica che grottesca, e le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie. Lanthimos gioca con le sue pedine esattamente come il mentore di ogni storia, mostrando al pubblico cosa può fargli fare e quali mostri è capace di generare.

Kinds of Kindness è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Kinds of Kindness in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Kinds of Kindness è un’opera che gioca con il proprio potere, una discesa agli inferi dove le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie.

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