Inferno: recensione del film diretto da Dario Argento

Inferno: recensione del film diretto da Dario Argento

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

Divina Commedia, Inferno, Canto III

Queste le parole scritte sulla porta dell’Inferno, prima straordinaria tappa del celeberrimo viaggio di Dante Alighieri nell’oltretomba cristiano. Parole dure e taglienti, che introducono il luogo che per definizione è il più spaventoso di tutti, quello in cui la morte si manifesta nella sua forma più atroce e rivoltante. Oltre 650 anni più tardi, Dario Argento sceglie Inferno come titolo del secondo episodio del suo personale viaggio alle radici della paura e dell’orrore, incentrando sulla morte l’opera che per temi, atmosfere e messa in scena racchiude la sua intera filmografia.

Dopo la sconfitta della Mater Suspiriorum nel primo capitolo della Trilogia delle tre madri Suspiria, facciamo quindi la conoscenza della Mater Lacrimarum (una breve ma incredibilmente suggestiva apparizione di Ania Pieroni) e soprattutto della Mater Tenebrarum, protagonista di un confronto finale di invidiabile potenza emotiva e visiva. Ma se in Suspiria eravamo attratti da una vitalità sinistra ma tangibile, guizzante, in Inferno veniamo avvolti da un racconto tetro e privo di speranza, in cui la vita viene inevitabilmente risucchiata dalla regina di tutte le streghe, che da sempre è esistita e sempre esisterà, cioè la Morte, nelle sue infinite differenti forme.

L’Inferno, tra Roma e New York

Inferno

A imbattersi in un antico libro intitolato Le tre madri e scritto dal misterioso architetto Emilio Varelli è la giovane newyorkese Rose Elliot (Irene Miracle), la quale, suggestionata dal testo, comincia a sospettare di abitare nella dimora di Mater Tenebrarum, considerata come la più malvagia delle tre streghe. Rose scrive quindi a suo fratello Mark (Leigh McCloskey), che studia musica a Roma (sede di una delle dimore delle madri), confessandogli i suoi timori e chiedendo il suo supporto.

A Roma, Mark viene distratto dal magnetico sguardo di una ragazza che non è altro che Mater Lacrimarum (la più potente di tutte), smarrendo la lettera della sorella in favore della compagna di corso Sara (Eleonora Giorgi), che viene a sua volta trascinata in un vortice di eventi raccapriccianti. Nel frattempo, a New York, Rose non si fida delle rassicurazioni dell’antiquario Kazanian (Sacha Pitoëff) e si inoltra nei sotterranei del suo palazzo, trovando cadaveri, animali e oggetti particolarmente sinistri, che alimentano i suoi dubbi. Quando la situazione precipita in un vortice di orrore e violenza, Mark decide di recarsi a New York, per affrontare in prima persona il male.

La colonna sonora: dal synth rock a Giuseppe Verdi

Inferno

Come per Suspiria, Argento poggia il suo Inferno su tre pilastri ben precisi, che sono indubbiamente la fotografia, la scenografia e le musiche. Alla scenografia viene confermato Giuseppe Bassan, che in questo caso lavora però su un numero maggiore di location e su un impatto visivo più avvolgente e meno lisergico rispetto alla scuola di danza di Friburgo. Per la fotografia e le musiche vengono invece scelti rispettivamente Romano Albani, stretto collaboratore di Luciano Tovoli, e Keith Emerson, leader della band prog rock Emerson, Lake & Palmer.

Il lavoro di Albani è in netta continuità con quello di Tovoli, ed è incentrato sull’armonizzazione dell’abbagliante rosso che aveva contraddistinto Suspiria con un blu intriso di fascino e mistero e sull’esaltazione delle architetture gotiche su cui si snoda il racconto. L’opera di Emerson è al contrario debordante, chiassosa, eccessiva, ma allo stesso tempo indimenticabile. Si passa con estrema disinvoltura dal Va’ pensiero di Giuseppe Verdi (soave accompagnamento sonoro di un brutale omicidio) a un martellante synth rock, per poi svariare su un tanto minimale quanto inquietante commento musicale al pianoforte e sulla leggendaria Mater Tenebrarum, in cui un organo quasi demoniaco incontra dei trionfali cori in stile Carmina Burana.

Fondamentale per l’aura barocca che contraddistingue Inferno è inoltre il lavoro di Mario Bava (affiancato dal figlio Lamberto), ispiratore di tutto il cinema di Dario Argento e di buona parte dell’horror degli ultimi decenni. All’ultima sua presenza su un set prima del prematuro decesso, il maestro italiano dà un fondamentale contributo all’opera del giovane erede, debilitato dall’epatite, curando gli effetti speciali e collaborando alla messa in scena di alcune sequenze, come quella iniziale e il memorabile massacro di Kazanian ad opera di famelici topi, in cui l’estro di due generazioni di registri si sposa con gli stranianti incubi di Howard Phillips Lovecraft.

La dimora di Mater Tenebrarum e la mente di Dario Argento

Inferno

Come accennavamo in apertura, Inferno è l’opera più onnicomprensiva del cinema di Dario Argento, capace di abbracciare contemporaneamente la visione di un artista sul mondo, le tematiche che attraversano la sua carriera e tutte le ispirazioni che hanno contribuito a renderlo ciò che è, in un affollamento di visioni, intuizioni e suggestioni, davanti al quale la logica e il raziocinio si fanno da parte. Perché che cos’è in fondo Inferno, se non un giallo (genere di riferimento del primo folgorante Argento) dall’ambientazione fantastica, il cui assassino viene svelato totalmente solo negli ultimi minuti, prima del più classico dei confronti finali? E i tanti animali protagonisti di alcune delle scene più brutali, non sono del resto un richiamo alla sua celeberrima Trilogia degli animali e al tempo stesso l’incarnazione più angosciante del male, secondo la concezione di Argento e di Daria Nicolodi, vera deus ex machina della trilogia delle madri?

Addentrandosi poi in una lettura più intima di Inferno, questo racconto fuori fuoco (si passano il testimone per un tempo più o meno lungo almeno tre protagonisti e altrettanti antagonisti), che passa con naturalezza dalle aule del conservatorio a un palazzo dai poteri soprannaturali e dagli abitanti inquietanti, che sembra uscito da un’ideale fusione dei due più folli incubi di Roman Polanski, L’inquilino del terzo piano e Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, proprio come l’inferno dantesco ha più di un punto di contatto con il suo autore, in particolare nella figura di Varelli, che da apparentemente anonimo architetto-autore della dimora del male diventa tutt’uno con essa, determinando la sua distruzione. Il palazzo di Mater Tenebrarum come la mente di Argento, origine e destinazione dell’immaginazione e dell’orrore.

Il male invisibile di Inferno

Come già visto in Suspiria, il male in Inferno è invisibile, opera da punti di vista illogici e con modalità inesplicabili. Questo permette ad Argento di liberare totalmente il proprio estro, mettendoci di fronte a un’impressionante sequenza di scene madri. A rimanere maggiormente impresse a distanza di anni sono indubbiamente la già citata scena dell’uccisione di Kazanian a Central Park, resa ancora più surreale dall’inspiegabile intervento del gestore di un chiosco, e il confronto con la spietata Mater Tenebrarum di Veronica Lazar, capace di disegnare un intero mondo in pochissimi minuti e di metterci di fronte a un’ineluttabile verità che in fondo sospettavamo già dai primi fotogrammi della trilogia delle madri, cioè che queste spaventose streghe e la morte sono una cosa sola.

Il rifiuto della logica e della coerenza interna permette inoltre al regista di fare emergere le caratteristiche del palazzo newyorkese dove vive Mater Tenebrarum. Un luogo che come l’Overlook Hotel di Shining (uscito nello stesso anno di Inferno) sembra vivere di vita propria («Questo palazzo è diventato il mio corpo, i suoi mattoni le mie cellule, i suoi passaggi le mie vene… e il suo orrore ormai la mia vita», confessa Varelli), proteggendo se stesso e i suoi segreti, che sopravviveranno anche al crollo dell’edificio e all’incendio che lo precede. Mentre le fiamme e l’enigmatico sorriso finale di Susy in Suspiria avevano il sapore della vittoria, seppur parziale, sulle forze del male, il fuoco su cui si conclude Inferno e quel gesto con cui Mater Tenebrarum “comanda” il crollo del palazzo hanno l’amaro retrogusto della morte, anche nel momento in cui è la morte stessa a perire.

Una delle ultime fiammate del cinema dell’orrore italiano

Non c’è speranza, non c’è luce. L’Inferno non è più un luogo ultraterreno, ma è qui sulla Terra, con il suo carico di creature malvagie e presenze spettrali. Non si può quindi fare altro che arrendersi a un labirinto di paure, stregoneria e occulto, pietra tombale di un universo pienamente compiuto, a cui La terza madre, uscito ben 27 anni più tardi, non poteva aggiungere alcunché.

Accolto con freddezza all’uscita sia dal pubblico (incassi bassi, nonostante la dimensione internazionale fortemente voluta da Argento), sia dalla critica, in buona parte spaesata dalla debordante visionarietà del racconto, Inferno si schiude oggi in tutta la sua forza, rivelandosi una delle ultime vigorose fiammate del cinema dell’orrore italiano, nonché una pietra miliare del genere, ancora oggi omaggiata e presa come ispirazione dalle nuove generazioni di registi.

Le Tre Madri. Cos’è, non capisci? Mater Tenebrarum, Mater Lacrimarum, Mater Suspiriorum. Ma gli uomini ci chiamano con un solo nome. Un nome che incute paura a tutti. Ci chiamano… la Morte. La Morte!

Inferno

Valutazione
9/10

Verdetto

Dopo l’inarrivabile Suspiria, Dario Argento mette il punto esclamativo al suo universo stregonesco e occulto, precipitando lo spettatore in un incubo di suggestioni, violenza e morte, che non lascia scampo.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.