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Inferno: recensione del film diretto da Dario Argento

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Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

Divina Commedia, Inferno, Canto III

Queste le parole scritte sulla porta dell’Inferno, prima straordinaria tappa del celeberrimo viaggio di Dante Alighieri nell’oltretomba cristiano. Parole dure e taglienti, che introducono il luogo che per definizione è il più spaventoso di tutti, quello in cui la morte si manifesta nella sua forma più atroce e rivoltante. Oltre 650 anni più tardi, Dario Argento sceglie Inferno come titolo del secondo episodio del suo personale viaggio alle radici della paura e dell’orrore, incentrando sulla morte l’opera che per temi, atmosfere e messa in scena racchiude la sua intera filmografia.

Dopo la sconfitta della Mater Suspiriorum nel primo capitolo della Trilogia delle tre madri Suspiria, facciamo quindi la conoscenza della Mater Lacrimarum (una breve ma incredibilmente suggestiva apparizione di Ania Pieroni) e soprattutto della Mater Tenebrarum, protagonista di un confronto finale di invidiabile potenza emotiva e visiva. Ma se in Suspiria eravamo attratti da una vitalità sinistra ma tangibile, guizzante, in Inferno veniamo avvolti da un racconto tetro e privo di speranza, in cui la vita viene inevitabilmente risucchiata dalla regina di tutte le streghe, che da sempre è esistita e sempre esisterà, cioè la Morte, nelle sue infinite differenti forme.

L’Inferno, tra Roma e New York

Inferno

A imbattersi in un antico libro intitolato Le tre madri e scritto dal misterioso architetto Emilio Varelli è la giovane newyorkese Rose Elliot (Irene Miracle), la quale, suggestionata dal testo, comincia a sospettare di abitare nella dimora di Mater Tenebrarum, considerata come la più malvagia delle tre streghe. Rose scrive quindi a suo fratello Mark (Leigh McCloskey), che studia musica a Roma (sede di una delle dimore delle madri), confessandogli i suoi timori e chiedendo il suo supporto.

A Roma, Mark viene distratto dal magnetico sguardo di una ragazza che non è altro che Mater Lacrimarum (la più potente di tutte), smarrendo la lettera della sorella in favore della compagna di corso Sara (Eleonora Giorgi), che viene a sua volta trascinata in un vortice di eventi raccapriccianti. Nel frattempo, a New York, Rose non si fida delle rassicurazioni dell’antiquario Kazanian (Sacha Pitoëff) e si inoltra nei sotterranei del suo palazzo, trovando cadaveri, animali e oggetti particolarmente sinistri, che alimentano i suoi dubbi. Quando la situazione precipita in un vortice di orrore e violenza, Mark decide di recarsi a New York, per affrontare in prima persona il male.

La colonna sonora: dal synth rock a Giuseppe Verdi

Inferno

Come per Suspiria, Argento poggia il suo Inferno su tre pilastri ben precisi, che sono indubbiamente la fotografia, la scenografia e le musiche. Alla scenografia viene confermato Giuseppe Bassan, che in questo caso lavora però su un numero maggiore di location e su un impatto visivo più avvolgente e meno lisergico rispetto alla scuola di danza di Friburgo. Per la fotografia e le musiche vengono invece scelti rispettivamente Romano Albani, stretto collaboratore di Luciano Tovoli, e Keith Emerson, leader della band prog rock Emerson, Lake & Palmer.

Il lavoro di Albani è in netta continuità con quello di Tovoli, ed è incentrato sull’armonizzazione dell’abbagliante rosso che aveva contraddistinto Suspiria con un blu intriso di fascino e mistero e sull’esaltazione delle architetture gotiche su cui si snoda il racconto. L’opera di Emerson è al contrario debordante, chiassosa, eccessiva, ma allo stesso tempo indimenticabile. Si passa con estrema disinvoltura dal Va’ pensiero di Giuseppe Verdi (soave accompagnamento sonoro di un brutale omicidio) a un martellante synth rock, per poi svariare su un tanto minimale quanto inquietante commento musicale al pianoforte e sulla leggendaria Mater Tenebrarum, in cui un organo quasi demoniaco incontra dei trionfali cori in stile Carmina Burana.

Fondamentale per l’aura barocca che contraddistingue Inferno è inoltre il lavoro di Mario Bava (affiancato dal figlio Lamberto), ispiratore di tutto il cinema di Dario Argento e di buona parte dell’horror degli ultimi decenni. All’ultima sua presenza su un set prima del prematuro decesso, il maestro italiano dà un fondamentale contributo all’opera del giovane erede, debilitato dall’epatite, curando gli effetti speciali e collaborando alla messa in scena di alcune sequenze, come quella iniziale e il memorabile massacro di Kazanian ad opera di famelici topi, in cui l’estro di due generazioni di registri si sposa con gli stranianti incubi di Howard Phillips Lovecraft.

La dimora di Mater Tenebrarum e la mente di Dario Argento

Inferno

Come accennavamo in apertura, Inferno è l’opera più onnicomprensiva del cinema di Dario Argento, capace di abbracciare contemporaneamente la visione di un artista sul mondo, le tematiche che attraversano la sua carriera e tutte le ispirazioni che hanno contribuito a renderlo ciò che è, in un affollamento di visioni, intuizioni e suggestioni, davanti al quale la logica e il raziocinio si fanno da parte. Perché che cos’è in fondo Inferno, se non un giallo (genere di riferimento del primo folgorante Argento) dall’ambientazione fantastica, il cui assassino viene svelato totalmente solo negli ultimi minuti, prima del più classico dei confronti finali? E i tanti animali protagonisti di alcune delle scene più brutali, non sono del resto un richiamo alla sua celeberrima Trilogia degli animali e al tempo stesso l’incarnazione più angosciante del male, secondo la concezione di Argento e di Daria Nicolodi, vera deus ex machina della trilogia delle madri?

Addentrandosi poi in una lettura più intima di Inferno, questo racconto fuori fuoco (si passano il testimone per un tempo più o meno lungo almeno tre protagonisti e altrettanti antagonisti), che passa con naturalezza dalle aule del conservatorio a un palazzo dai poteri soprannaturali e dagli abitanti inquietanti, che sembra uscito da un’ideale fusione dei due più folli incubi di Roman Polanski, L’inquilino del terzo piano e Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, proprio come l’inferno dantesco ha più di un punto di contatto con il suo autore, in particolare nella figura di Varelli, che da apparentemente anonimo architetto-autore della dimora del male diventa tutt’uno con essa, determinando la sua distruzione. Il palazzo di Mater Tenebrarum come la mente di Argento, origine e destinazione dell’immaginazione e dell’orrore.

Il male invisibile di Inferno

Come già visto in Suspiria, il male in Inferno è invisibile, opera da punti di vista illogici e con modalità inesplicabili. Questo permette ad Argento di liberare totalmente il proprio estro, mettendoci di fronte a un’impressionante sequenza di scene madri. A rimanere maggiormente impresse a distanza di anni sono indubbiamente la già citata scena dell’uccisione di Kazanian a Central Park, resa ancora più surreale dall’inspiegabile intervento del gestore di un chiosco, e il confronto con la spietata Mater Tenebrarum di Veronica Lazar, capace di disegnare un intero mondo in pochissimi minuti e di metterci di fronte a un’ineluttabile verità che in fondo sospettavamo già dai primi fotogrammi della trilogia delle madri, cioè che queste spaventose streghe e la morte sono una cosa sola.

Il rifiuto della logica e della coerenza interna permette inoltre al regista di fare emergere le caratteristiche del palazzo newyorkese dove vive Mater Tenebrarum. Un luogo che come l’Overlook Hotel di Shining (uscito nello stesso anno di Inferno) sembra vivere di vita propria («Questo palazzo è diventato il mio corpo, i suoi mattoni le mie cellule, i suoi passaggi le mie vene… e il suo orrore ormai la mia vita», confessa Varelli), proteggendo se stesso e i suoi segreti, che sopravviveranno anche al crollo dell’edificio e all’incendio che lo precede. Mentre le fiamme e l’enigmatico sorriso finale di Susy in Suspiria avevano il sapore della vittoria, seppur parziale, sulle forze del male, il fuoco su cui si conclude Inferno e quel gesto con cui Mater Tenebrarum “comanda” il crollo del palazzo hanno l’amaro retrogusto della morte, anche nel momento in cui è la morte stessa a perire.

Una delle ultime fiammate del cinema dell’orrore italiano

Non c’è speranza, non c’è luce. L’Inferno non è più un luogo ultraterreno, ma è qui sulla Terra, con il suo carico di creature malvagie e presenze spettrali. Non si può quindi fare altro che arrendersi a un labirinto di paure, stregoneria e occulto, pietra tombale di un universo pienamente compiuto, a cui La terza madre, uscito ben 27 anni più tardi, non poteva aggiungere alcunché.

Accolto con freddezza all’uscita sia dal pubblico (incassi bassi, nonostante la dimensione internazionale fortemente voluta da Argento), sia dalla critica, in buona parte spaesata dalla debordante visionarietà del racconto, Inferno si schiude oggi in tutta la sua forza, rivelandosi una delle ultime vigorose fiammate del cinema dell’orrore italiano, nonché una pietra miliare del genere, ancora oggi omaggiata e presa come ispirazione dalle nuove generazioni di registi.

Le Tre Madri. Cos’è, non capisci? Mater Tenebrarum, Mater Lacrimarum, Mater Suspiriorum. Ma gli uomini ci chiamano con un solo nome. Un nome che incute paura a tutti. Ci chiamano… la Morte. La Morte!

Inferno

Overall
9/10

Verdetto

Dopo l’inarrivabile Suspiria, Dario Argento mette il punto esclamativo al suo universo stregonesco e occulto, precipitando lo spettatore in un incubo di suggestioni, violenza e morte, che non lascia scampo.

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Hit Man – Killer per caso: recensione del film di Richard Linklater

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Fra i grandi autori in attività, Richard Linklater è indubbiamente uno dei più poliedrici. Lo abbiamo infatti visto spaziare con disinvoltura fra il sentimentalismo della trilogia inaugurata da Prima dell’alba e le commedie scolastiche La vita è un sogno, School of Rock e Tutti vogliono qualcosa, giocare con il tempo e con i limiti del cinema stesso in Boyhood, elaborare i traumi bellici con Last Flag Flying e sperimentare con il rotoscopio nel dickiano A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare e nell’autobiografico Apollo 10 e mezzo. Non ci stupiamo dunque nel ritrovarlo oggi con Hit Man – Killer per caso, strepitoso ibrido fra commedia, love story, thriller e noir con protagonisti Glen Powell (accreditato anche come co-sceneggiatore) e Adria Arjona.

Hit Man nasce da una bizzarra storia vera pubblicata nel 2001 sul Texas Monthly con protagonista Gary Johnson, scomparso nel 2022 prima di poter vedere la sua vita narrata sul grande schermo. Gary è un impacciato e solitario professore di filosofia, appassionato di psicologia al punto da chiamare i suoi gatti Id ed Ego ma allo stesso tempo tecnico abbastanza abile da lavorare part-time come consulente per la polizia locale.

Una vita monotona e ordinaria, che viene improvvisamente stravolta quando Gary viene chiamato a sostituire un poliziotto sospeso per cattiva condotta e a fingersi un sicario, in modo da incastrare le persone disposte ad assoldare un killer. Sorprendentemente Gary se la cava molto bene e viene coinvolto in altre operazioni analoghe. Durante una di queste incontra Madison “Maddy” Masters, intenzionata a uccidere il marito. Folgorato dalla bellezza della donna, nei panni del sicario Ron, Gary riesce a dissuadere la donna, iniziando con lei un’appassionata e pericolosa storia d’amore.

Hit Man: il nuovo gioiello di Richard Linklater

Hit Man
Cr. Matt Lankes / Netflix

Richard Linklater si conferma cineasta leggero ma mai superficiale, dando vita a un’opera che flirta con la screwball comedy, si tinge di postmoderno (memorabile il montaggio sulla figura del sicario al cinema) e atterra nella nostra confusa e frammentata contemporaneità, ben rappresentata dal personaggio di Gary/Ron. Il regista lavora con estrema raffinatezza su questo personaggio, declinando nell’intreccio le tre istanze freudiane dell’Es, dell’Io e del Super-io, in maniera sorprendentemente semplice e limpida. Sono infatti le numerose scene che vedono Gary impegnato nella sua attività primaria di insegnante a fornire un’accessibile chiave di lettura per questa spassosa commedia. Il conflitto perpetuo fra questi tre elementi rivive nel protagonista, il cui Io si trova a fare da ideale mediatore fra il suo Super-io (la parte più coscienziosa e controllata di noi) e l’Es, al contrario irresistibilmente attratto dalla ricerca del piacere e nello specifico dalla conturbante Maddy.

Richard Linklater riesce però a evitare il rischio di eccessivo intellettualismo, grazie a una sceneggiatura impeccabile e a un cast in stato di grazia, da lui perfettamente diretto. Glen Powell si conferma una star in sempre più dirompente ascesa, confermando un eclettismo già messo in mostra nel trionfo dell’azione di Top Gun: Maverick e nella commedia romantica Tutti tranne te. In questo caso, l’attore si spoglia della sua prorompente fisicità, vestendo con efficacia prima i panni del geek timido e impacciato, poi quelli del poliziotto per caso che prova sempre più soddisfazione per delle messe in scena sempre più originali ed elaborate, ed infine quelli di un uomo completamente travolto dalla passione e dagli eventi.

Le formidabili prove di Glen Powell e Adria Arjona

Hit Man
Cr. Netflix

Le invidiabili abilità nella direzione degli attori da parte di Richard Linklater sono però ancora più evidenti nella prova di Adria Arjona, vincitrice due anni fa del Razzie Award come peggior attrice non protagonista nel colossale fiasco di Morbius ma trasformata in questo caso dal regista statunitense in una straordinaria femme fatale, in bilico fra l’acutezza e l’eccentricità della Hollywood classica e una sensualità tutta moderna, evidente soprattutto nella scena della Madison Airlines. Se Ethan Hawke beneficia ancora del ruolo da bello e tormentato cucito su misura per lui da Richard Linklater, non è azzardato immaginarsi una Adria Arjona sempre più al centro dell’industria cinematografica dei prossimi anni in ruoli in cui erotismo e umorismo devono andare a braccetto.

Completano il quadro eccellenti caratteristi come Retta e Austin Amelio, preziosi tasselli di un’opera che va al di là del mero stravolgimento della figura del sicario, intercettando lo smarrimento a cui ci induce la nostra contemporaneità. Proprio come Gary, siamo infatti troppo spesso sballottati fra i rigidi ruoli in cui la società ci imprigiona e le molteplici rappresentazioni che facciamo di noi stessi, al punto da smarrire la nostra più intima essenza e farci sopraffare da ogni piccolo squarcio di sincerità e realtà. Un sentimento colto e tratteggiato con lucidità da un regista che fin dai suoi esordi ha lavorato come pochi nelle anguste intercapedini fra la verità e il cinema, regalandoci un formidabile mosaico sull’esperienza umana, a cui si aggiunge Hit Man.

Hit Man: il manifesto artistico di un gigante

Cr. Brian Roedel/Netflix

«So di avervi tempestato di idee, ma è questo lo scopo, no? Venire sommersi, travolti da
prospettive e possibilità, perché è questo che la vita vi offre se scegliete di guardarla così. Io non l’ho sempre fatto. Un tempo credevo che la realtà fosse oggettiva, immutabile, e che noi fossimo incastrati, alla maniera di Platone, Cartesio e Kant. Con gli anni, ho capito che la verità nasce dall’integrazione di diversi punti di vista e che non esistono assoluti, che si parli di morale o epistemologia. Trovo un modo più stimolante affrontare la vita con l’idea che, se l’universo non è fisso, non lo siete neanche voi, e dunque potete diventare persone diverse e, si spera, migliori
.

L’unica cosa che so per certo è che la vostra realtà cambierà, nel tempo, in modi che non potete immaginare, e vi esorto a essere aperti alla trasformazione. Dunque, al termine del semestre, se ho un consiglio da darvi per andare avanti in questo mondo complicato è questo: appropriatevi dell’identità che volete assumere e, qualunque persona vogliate diventare, siate quella persona con passione e abbandono».

Parole che Gary rivolge ai suoi studenti per ispirarli in una scena chiave di Hit Man, ma al contempo manifesto artistico e culturale di un gigante del cinema, di cui oggi abbiamo più bisogno che mai.

Hit Man – Killer per caso è in arrivo nelle sale italiane il 27 giugno grazie a BiM Distribuzione, con anteprime in tutto il suolo nazionale già a partire dal 25 giugno.

Dove vedere Hit Man – Killer per caso in streaming

Overall
8.5/10
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Inside Out 2: recensione del film Pixar

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Inside Out 2

Sono passati 9 anni da Inside Out, spartiacque della storia del Pixar e del cinema d’animazione contemporaneo. Un lasso di tempo che in un panorama dell’audiovisivo completamente stravolto dallo streaming e dal covid ci sembra un’era geologica, ma che non è comunque riuscito a scalfire il dolce ricordo delle avventure della piccola Riley e delle sue bizzarre emozioni, scandagliate da Pete Docter e Ronnie del Carmen in un entusiasmante e commovente viaggio. Viaggio ancora lontano dalla conclusione, dal momento che la crescita di Riley continua con Inside Out 2, in cui la piccola protagonista è alle prese con la pubertà e con nuove emozioni come Ansia, Invidia, Ennui e Imbarazzo.

Alla regia stavolta c’è Kelsey Mann (già coinvolto nel soggetto de Il viaggio di Arlo), ma le dinamiche non cambiano. Dopo il trasloco e la nostalgia di casa del primo struggente capitolo, Riley è in procinto di andare alle scuole superiori, ma prima ha la possibilità di partecipare insieme a due fidate amiche a un prestigioso campus estivo di hockey, potenzialmente decisivo per il suo futuro sportivo. Nel frattempo, il suo corpo cambia insieme al suo carattere, a causa dei tanti sentimenti contrastanti che accompagnano un delicato momento di passaggio. All’interno della sua mente, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto devono quindi convivere con le nuove emozioni e in particolare con Ansia, maniaca del controllo che, nonostante le sue buone intenzioni, provoca diversi guai a Riley.

Inside Out 2: un nuovo dolceamaro viaggio nelle emozioni e nei piccoli grandi traumi della vita

Inside Out 2

Come già avvenuto nel memorabile predecessore, l’intreccio di Inside Out 2 è incentrato sull’allontanamento fisico e metaforico di Gioia dal centro di controllo della mente di Riley. Ne segue così un rocambolesco viaggio fra ricordi dimenticati e sentimenti repressi, passando per una delle più brillanti intuizioni di questo capitolo, il fiume del flusso di coscienza dove ritroviamo gli immancabili broccoli. Tutto questo mentre la vita di Riley è in balia di sentimenti potenzialmente nocivi come l’ansia, l’invidia sociale, la noia adolescenziale e l’imbarazzo. La protagonista (doppiata in italiano da Sara Ciocca) si trova così a scoprire una nuova se stessa, fra sbalzi umorali, ambizioni sportive e sociali e gli scricchiolanti rapporti con genitori e amiche.

Kelsey Mann replica la formula di Inside Out, trasformando in spassoso, entusiasmante e dolceamaro viaggio ciò che nel mondo reale è un evento comune. In questo caso, il crocevia delle emozioni e della vicenda è un campus di una manciata di giorni, che per Riley non è solo l’occasione per fare strada nel suo sport preferito, ma anche un’opportunità per coltivare nuove amicizie. Il disordine nella sua mente la porta però a sabotarsi ripetutamente sotto diversi punti di vista, dal momento che Ansia (doppiata in italiano dalla bravissima Pilar Fogliati) è troppo preoccupata dai possibili risvolti di ogni singola decisione per lasciare spazio alla naturalezza e alla serenità.

Inside Out 2 ci invita ad abbracciare la nostra complessità

Inside Out 2

La Pixar sfrutta ancora una volta uno dei suoi marchi di fabbrica, ovvero la creazione di un mondo che brulica ai margini del nostro, completandolo o salvaguardandolo (ricordiamo a questo proposito Toy Story, Coco e Soul). Su questo scheletro si innesta un racconto caratterizzato da molteplici livelli di lettura, che funziona sia per un pubblico di giovanissimi, coccolato dalle stramberie delle emozioni e dal variopinto mondo della mente di Riley, sia per gli adulti, in grado di unire all’indietro i puntini delle loro vite, cogliendo così la potenza simbolica dei piccoli grandi drammi della protagonista. Anche stavolta non mancano le invenzioni visive (gli inserti 2D, l’apparizione di un imbranato personaggio videoludico), ma la caratterizzazione dei personaggi non è sempre efficace.

A fare le spese dell’aumento dei personaggi sono soprattutto Tristezza, Invidia, Ennui e i genitori di Riley, troppo spesso ai margini della narrazione. A catalizzare l’attenzione è così inevitabilmente la grintosa e inaffondabile Gioia, protagonista per lunghi tratti di una lotta a distanza con Ansia, involontaria villain della situazione. Mentre Inside Out 2 flirta col cinema sportivo, affiora la morale del lavoro di Kelsey Mann, meno dirompente di quella del predecessore ma comunque capace di commuovere e fare riflettere. Il primo straordinario capitolo aveva il merito di ricordarci che a volte abbandonarsi alla tristezza ci può avvicinare alla gioia; Inside Out 2 ci invita invece ad abbracciare la nostra complessità, senza rinnegare le nostre asperità ma imparando a convivere con le moltitudini che abitano dentro di noi.

Verso un terzo capitolo?

L’opera di Kelsey Mann sconta quindi l’inevitabile confronto con l’inarrivabile Inside Out, ma riesce a estendere questo pittoresco universo e a mettere in scena un momento fondamentale per la vita di tutte le persone, in un riuscito mix di divertimento e mestizia. Pesa l’assenza di picchi emotivi del calibro del sacrificio di Bing Bong o del crollo di Riley nel finale del primo capitolo (in questo senso il personaggio di Nostalgia è poco sfruttato), ma il bicchiere è ancora una volta mezzo pieno, anche per il notevole lavoro di world building. Con il box office mondiale che ha già superato i 300 milioni di dollari di incasso dopo pochi giorni di programmazione, è infatti più che probabile il prossimo arrivo di un Inside Out 3, con cui esplorare nuovamente i paradossi e le suggestioni delle nostre emozioni durante le varie fasi della vita.

Inside Out 2 è disponibile dal 19 giugno nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Inside Out 2 in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7.5/10

Valutazione

Inside Out 2 paga l’inevitabile confronto con il primo straordinario capitolo, ma riesce a dare vita a una nuova spassosa ed emozionante riflessione sulla nostra mente.

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House of the Dragon: recensione dei primi episodi della seconda stagione

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Il finale della prima stagione di House of the Dragon ci aveva annunciato l’imminente arrivo di una vera e propria guerra fra le fazioni dei Verdi e dei Neri della casata dei Targaryen. Una promessa pienamente rispettata dal secondo ciclo di episodi della serie, basata su Fuoco e sangue di George R. R. Martin e ambientata 172 anni prima della nascita di Daenerys Targaryen, una delle iconiche protagoniste de Il Trono di Spade. I primi quattro episodi di questa stagione, che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, preparano infatti il terreno per la famigerata Danza dei Draghi, la guerra civile responsabile dello sfacelo di questa nobile casata.

Gli schieramenti sono ormai ben delineati: da una parte Rhaenyra Targaryen (Emma D’Arcy) insieme allo zio e marito Daemon (Matt Smith), dall’altra il suo fratellastro Aegon (Tom Glynn-Carney), astutamente guidato da sua madre Alicent Hightower (Olivia Cooke) e dal nonno Otto (Rhys Ifans). Intorno a loro un’intricata tela di alleanze, doppi giochi e segreti che coinvolge anche le altre casate, in un’aspra battaglia per la conquista del Trono di Spade e per il futuro dei Sette Regni.

House of the Dragon: verso la Danza dei Draghi

House of the Dragon

A catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore sono le atmosfere della seconda stagione di House of the Dragon, sempre più cupe fino a diventare funeree, e non solo per il continuo susseguirsi di tradimenti, violenza e morte. Un quadro impreziosito da due figure femminili agli antipodi, simbolo di una lotta per il potere fatta anche di manipolazione, silenzi e incrollabile spirito: Emma D’Arcy regala un’altra pregevole interpretazione nei panni di Rhaenyra, tratteggiando un quadro umano in cui il dolore, l’ambizione e il rancore vanno a braccetto; non è da meno Olivia Cooke, che incarna una Alicent dimessa e frustrata, ma allo stesso tempo lucida e determinata.

La dimensione politica sempre più stratificata e complessa di House of the Dragon richiama i migliori momenti de Il Trono di Spade, anche se il racconto ha un respiro meno ampio e i personaggi appaiono ancora lontani dal loro pieno potenziale. Gli appassionati dello show terminato nel 2019 troveranno inoltre diversi richiami in House of the Dragon, non solo per quanto riguarda la mera trama, ma anche per il comportamento di alcuni personaggi, in rima con gli sbagli e le ossessioni dei loro discendenti. Come nella serie “madre”, emerge per esempio la ferocia di alcuni dei protagonisti, accecati dalla lotta al potere e al centro di intrighi sempre più subdoli. È questo il caso di Daemon e Aemond, esaltati dalle ambigue e sinistre interpretazioni di Matt Smith e Ewan Mitchell.

Un degno erede de Il Trono di Spade

House of the Dragon

Completano il quadro le scene di azione e di battaglia, di pregevole fattura anche se leggermente penalizzate dagli scenari tetri che contraddistinguono questa stagione. Prevedibilmente, i draghi diventano sempre più importanti e centrali, anche in prospettiva di un finale di stagione che si preannuncia decisamente scoppiettante.

Dopo le buone impressioni suscitate dalla prima stagione, House of the Dragone si conferma dunque un degno erede de Il Trono di Spade, dai ritmi leggermente più compassati ma con una psicologia dei personaggi altrettanto approfondita. Non resta quindi che abbandonarci a questa nuova discesa negli abissi dell’animo umano in salsa fantasy, rinnovata proprio nei giorni scorsi per una terza stagione. Un giusto riconoscimento per uno show che in epoca di serialità usa e getta ed eccessivamente diluita riesce ancora a catturare l’attenzione dello spettatore con un intreccio torbido, inquietante e suggestivo.

House of the Dragon è in programmazione dal 17 giugno su Sky e Now, in contemporanea con la messa in onda statunitense.

Overall
7.5/10

Valutazione

I primi episodi della seconda stagione di House of the Dragon confermano le buone impressioni del precedente ciclo, dando vita a un racconto in cui la lotta per il potere si intreccia con atmosfere sempre più cupe e sinistre.

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