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Io sono un autarchico: recensione del film di Nanni Moretti

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In un 1976 in cui cinema e situazione politica italiana sembrano quasi specchiarsi, entrambi afflitti dalla fine di una gloriosa e irripetibile stagione e diretti con passo incerto verso un’epoca imprevedibile e controversa come quella degli anni ’80, un giovane autore romano si affaccia prepotentemente nel nostro panorama culturale con un’opera ribelle e corrosiva, pietra angolare di una memorabile carriera. Stiamo ovviamente parlando di Nanni Moretti e del suo Io sono un autarchico, primo lungometraggio del cineasta dopo i corti Pâté de bourgeois e La sconfitta e il mediometraggio Come parli frate?. Un film girato con pochi spiccioli (poco meno di 4 milioni di lire dell’epoca) e con attori non professionisti, ma capace di scalfire la stagnante e frustrata atmosfera culturale di quel momento storico, con un’amara ironia sulla sconfitta sociale e affettiva della generazione post-sessantottina.

Io sono un autarchico: la ribelle opera prima di Nanni MorettiIo sono un autarchico

Nanni Moretti porta sul grande schermo la prima delle 5 incarnazioni del suo celeberrimo Michele Apicella, che in questo caso è un giovane e squattrinato intellettuale che si trova a fare i conti con l’abbandono da parte della moglie Silvia (Simona Frosi) e con la conseguente necessità di accudire da solo suo figlio Andrea. Mentre cerca disperatamente di riallacciare il rapporto con Silvia, Michele recita nella compagnia teatrale gestita dall’amico Fabio (Fabio Traversa), sottoponendosi ad attività bislacche come un vero e proprio allenamento in collina. La vita di Michele si alterna così ai lavori per la messa in scena dello spettacolo della compagnia, in un flusso di coscienza ed emozioni che coinvolge cinema, politica e società, regalando un grottesco spaccato dell’alienata gioventù dell’epoca.

Io sono un autarchico

Io sono un autarchico è un film che ancora oggi sfugge a ogni tentativo di classificazione, costantemente in bilico fra disagio esistenziale, appassionata rappresentazione dell’autoreferenzialità della sinistra extraparlamentare dell’epoca e caustico spirito di contestazione nei confronti del panorama cinematografico italiano della seconda metà degli anni ’70, che già mostrava i primi sintomi di quell’incapacità di rinnovarsi responsabile negli anni successivi di un lento ma inesorabile declino del settore. Visto oggi, il primo lungometraggio di Nanni Moretti sconta certamente la sua natura low budget. Necessario infatti chiudere un occhio di fronte alla messa in scena rigida e scolastica, composta da una fotografia grezza e da scene girate prevalentemente a macchina fissa e a singola inquadratura, con interpreti particolarmente legnosi. C’è però molto altro, a cominciare da un rancoroso spirito di frustrazione e abbattimento che si trasforma progressivamente in quell’anticonformista vitalità creativa che farà la fortuna del cinema dello stesso Moretti.

Io sono un autarchico: la prima apparizione di Michele Apicella

La squallida vita del disadattato Michele Apicella e le sgangherate (dis)avventure della compagnia teatrale di cui egli fa parte diventano così il simbolo di qualcosa di più profondo e per certi versi malinconico, ovvero la difficoltà da parte della generazione post-sessantottina a trovare un proprio posto nel mondo e a fare in modo che quella naufragata ribellione giovanile possa ancora cambiare le cose. Il risultato è una serie di spassose situazioni, come l’allenamento in montagna dei membri della compagnia teatrale per trovare le energie psico-fisiche per lo spettacolo, che emblematicamente porta a un progressivo diradamento del gruppo, o le continue bordate al cinema italiano del periodo, in particolare a Lina Wertmüller e al suo Pasqualino Settebellezze, stigmatizzati da una consistente fetta di intellettuali nostrani nonostante il successo planetario.

Nanni Moretti si cimenta inoltre in una sagace ironia su una parte di critica dell’epoca (non a caso rappresentata da un cameo di Beniamino Placido), troppo spesso incline a giudizi per partito preso e ad autoreferenziali e astratti diluvi di parole, non risparmiando stilettate nemmeno alla sua stessa categoria di giovani artisti fuori dagli schemi, rappresentata come un gruppo di piccoli borghesi mantenuti, incapaci di rapportarsi concretamente con il mondo se non indossando un’illusoria maschera culturale, che li porta solamente a chiudersi ulteriormente nel loro nucleo. A fare da controcampo emotivo a questo irriverente e comico tornado è la vita del Michele Apicella uomo, bloccato sentimentalmente e sessualmente e chiaramente inadeguato sia come marito che come padre. Una fotografia della famiglia per certi versi straziante, e lontana anni luce da quella rappresentata abitualmente in quel periodo sul grande e sul piccolo schermo.

Io sono un autarchico contiene molti degli elementi fondanti del cinema di Nanni Moretti

Fra le tante scene cult, impossibile non citare la goffa performance teatrale del personaggio di un già convincente Fabio Traversa (consacrato successivamente da Carlo Verdone con il ruolo di Fabris in Compagni di scuola), che invoca vanamente una discussione con il pubblico al termine dello spettacolo, per sentirsi rispondere “No, il dibattito no!” da uno spettatore annoiato, simbolo di una crepa fra il pubblico e un certo tipo di approccio alla cultura che si è poi allargata nei decenni successivi.

Io sono un autarchico

Io sono un autarchico è in definitiva un’opera sfacciata e impertinente, con la quale Nanni Moretti mette grottescamente in scena molti degli elementi fondanti del suo cinema, come la disillusione politica, la volontà di dissacrare i punti di riferimento culturali del nostro Paese e l’abilità nell’analisi e nell’autoanalisi attraverso l’umorismo e il mezzo cinematografico. Poco importa quindi che questo suo primo eversivo film sia indebolito, oltre che dai già citati difetti in termini di messa in scena, anche da un narcisismo giovanile e da qualche passaggio a vuoto che ne limitano leggermente la riuscita, perché dopo 42 anni l’autarchia morettiana, intesa come autosufficienza sentimentale, artistica e lavorativa, è più viva che mai, e affligge una nuova generazione di giovani, anch’essa in conflitto con quella precedente e dolorosamente impossibilitata a una reale affermazione personale, costretta quindi ad arrangiarsi a sopravvivere con lavoretti e a godere soltanto di qualche sporadica gioia.

Io sono un autarchico: curiosità

Oltre a Pasqualino Settebellezze, nel film vengono citati, con toni non lusinghieri, altri due film di Lina Wertmüller, ovvero Mimì metallurgico ferito nell’onoreTravolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.

Avendo a disposizione un’unica copia di Io sono un autarchico a causa delle ristrettezze del budget, Nanni Moretti portava le bobine a casa sua al termine di ogni proiezione del film. Ciò non ha comunque impedito all’opera di riscuotere un inatteso successo al botteghino.

Il successo di Io sono un autarchico ha portato immediatamente alla ribalta Nanni Moretti. Sull’onda del successo, il giovane regista è stato protagonista di un celebre duello verbale con Mario Monicelli in una puntata del programma televisivo Match (visibile su Rai Play a questo link), durante la quale i due non si sono risparmiati reciproche stilettate sulle loro opere e sulle loro idee di cinema.

Il personaggio di Michele Apicella, alter ego dello stesso regista, prende il proprio cognome da Agata Apicella, madre di Nanni.

Io sono un autarchico fu inserito nella cerchia di opere in gara per il Premio Angelo Rizzoli, riservato ai nuovi talenti cinematografici italiani. Con grande rammarico di Nanni Moretti, il film fu sconfitto da Un cuore semplice di Giorgio Ferrara, dopo un lungo dibattito all’interno della stessa giuria. Anche se la cosa non è mai stata confermata con certezza, pare che il giurato responsabile della sconfitta di Moretti sia stato Alberto Sordi, con il quale il regista ha poi cominciato una sorta di duello a distanza. Celebre infatti la battuta “Te lo meriti Alberto Sordi” del suo successivo film Ecce Bombo, vincitore fra l’altro dello stesso Premio Angelo Rizzoli oggetto della discordia.

Overall
7.5/10

Verdetto

Io sono un autarchico è un’opera prima sfacciata, energica e ancora oggi attuale, capace di fotografare, nonostante le limitazioni di budget e un pizzico di narcisismo di troppo, il disagio esistenziale di un’intera generazione.

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Petite Maman: recensione del film di Céline Sciamma

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Petite Maman

Dopo il successo planetario di Ritratto della giovane in fiamme, Céline Sciamma torna dietro la macchina da presa con una pellicola suggestiva, politica e intima, Petite Maman, applaudita all’ultimo Festival di Berlino. Distribuita in Italia da Teodora Film e MUBI, Petite Maman è stata presentata in anteprima durante Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma. 

Da sempre attenta al mondo dei giovanissimi e al tema dell’identità femminile, Sciamma torna alle atmosfere di Tomboy, uno dei suoi film più amati, dimostrando ancora una volta una sensibilità fuori dal comune. Petite Maman ha per protagonista Nelly, una bambina di otto anni che dopo la morte della nonna passa qualche giorno nella casa di campagna dove è cresciuta la madre, Marion. Nelly esplora la casa e il bosco che la circonda, dove sua madre giocava da bambina e dove aveva costruito la casetta di legno di cui aveva sentito tanto parlare. Dopo che la madre va via all’improvviso, Nelly incontra nel bosco una bambina della sua età che si chiama proprio Marion e sta costruendo una casetta di legno. 

Petite Maman: recensione del film di Céline Sciamma

Céline Sciamma

Céline Sciamma confeziona una storia delicata che si sublima nell’incontro tra due bambine, due specchi umani, due individui, Nelly e Marion. Quel che seduce della storia così particolare che ha scritto e diretto Sciamma è una pervicacia dell’assenza che si insinua in ogni fotogramma: nelle scene, soprattutto quelle girate negli interni, si percepisce la mancanza di qualcosa, il silenzio lambisce e incornicia la storia, e lo sguardo della regista si focalizza ora sulle bambine, ora sulla casa vicino il bosco che ospita Nelly, una dimora abitata da una presenza-assenza, da un sentimento, da un lutto, da un realismo magico che pervade anche l’intero film. 

Petite Maman è un lavoro che imperversava nella mente della regista mentre girava Ritratto della giovane in fiamme. Ma è stato poi girato dopo il primo lockdown. L’elemento più detonante è l’aspetto dell’incontro, del viaggio temporale, che diventa una strada da percorrere: “Vengo dalla strada dietro di te”, dice Nelly prima di rivelare la verità. Una strada che la conduce dalla sua vita, dal suo tempo, ad un momento diverso, in cui sua mamma, Marion, ha la sua stessa età e vive in quella stessa dimora. Lo spazio si contrappone, si sovrappone, come anche i colori, gli spazi, i luoghi, i giochi, le abitudini, gli interni, che sono visibilmente cambiati, e le due bambine si ritrovano come due amiche che hanno solo il desiderio di giocare, di tracciare un vissuto, una ritualità, di colmare un vuoto. 

Inventare un’amicizia per sottrarsi al vuoto

“Tu non hai inventato la mia tristezza”, dice Marion a Nelly. Una frase potentissima che rimanda alle sensazioni che vivono e provano i bambini, come anche le paure: una delle paure più forti che pervade questo film è la tristezza degli adulti, quando i grandi che entrano in scena. La regista unisce due sguardi, quello femminile e quello infantile, che in fondo sono personaggi che non riescono quasi mai a dimostrare o a vivere la loro integrale individualità, e lo fa eliminando le gerarchie, creando una sorta di equilibrio, una genealogia orizzontale, tra madre e figlia. C’è un’intimità dello spazio, dell’infanzia stessa, ed è uno spazio e un tempo che non ha una connotazione precisa, uno spazio intimo, politico, evocativo, in cui l’immaginazione serve per compiere un viaggio nel tempo, per superare un lutto, inventare un’amicizia, imprevista, spontanea, per sottrarsi al vuoto. 

Non c’è magia, non ci sono varchi, solo una strada che si percorre che lega due mondi, due tempi diversi. 

Overall
8/10

Verdetto

Dopo il successo planetario di Ritratto della giovane in fiamme, Céline Sciamma torna dietro la macchina da presa con una pellicola suggestiva, politica e intima. 

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare: recensione del film di Pif

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Il titolo del terzo lavoro da regista di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) non è solamente la perfetta sintesi dell’opera, ma anche un monito sulla leggerezza con cui stiamo vivendo il nostro presente e sui cupi scenari a cui stiamo andando incontro. Ideato e realizzato prima della pandemia, E noi come stronzi rimanemmo a guardare ci trasporta in un prossimo futuro distopico, che ci appare ancora più vicino del previsto per la repentina svolta impressa dal COVID-19 alle nostre vite. Un futuro in cui è un algoritmo a decidere chi è produttivo o quali sono le possibilità di una coppia. Uno distopia inquietante e terribilmente realistica, in cui i lavoratori sono ridotti a sfiancarsi per pochi spiccioli e a rincorrere un altro algoritmo, che li penalizza per ogni loro errore. Una realtà in cui anche l’amore è parte integrante della gig economy.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare la disumanizzazione del lavoro

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

In questa epoca cupa, dove i rigurgiti fascisti sono un tema per festini privati (la storia si ripete sempre sotto forma di farsa), Fabio De Luigi è Arturo, manager di successo che nel giro di un brevissimo lasso di tempo perde la fidanzata e pure il posto di lavoro, per via di una scelta di un algoritmo che lui stesso ha contribuito a creare. Impossibilitato a trovare un lavoro adeguato al suo curriculum, l’uomo accetta un lavoro come rider presso Fuuber, colosso mondiale delle consegne a domicilio.

La medesima azienda offre ai propri clienti anche un’innovativa app rivolta alle persone sole, grazie alla quale è possibile godere della compagnia di un ologramma che si adatta alle preferenze alle necessità del consumatore. Grazie a questo progetto, Arturo conosce Stella (Ilenia Pastorelli), di cui si innamora. Al termine del periodo di prova del servizio, l’uomo si trova però costretto a sborsare una cifra fuori dalla sua portata per rinnovarlo. Messo a dura prova sia dal punto di vista lavorativo che da quello sentimentale, Arturo si addentra nei meandri di Fuuber, scoprendo una realtà ancora più sinistra di quanto immagina.

Pierfrancesco Diliberto frulla nello stesso contenitore Play Time – Tempo di divertimento di Jacques TatiLei di Spike Jonze, fondendoli con spunti alla Black Mirror e col cinema di Maurizio Nichetti (che non a caso compare in un cameo in E noi come stronzi rimanemmo a guardare), ricorrendo addirittura a echi fantozziani per la rappresentazione del grottesco ambiente di lavoro di Arturo. Svariati riferimenti per molta carne al fuoco, dal momento che Pif spazia con libertà e un pizzico di superficialità fra gig economy, satira politica e intelligenza artificiale, senza mai rinunciare alle dinamiche e alle atmosfere della commedia romantica.

Fra Jacques Tati e Ken Loach

Raro assistere a un’opera italiana così corrosiva e riflessiva in ambito tecnologico e sociale. Difficile infatti rimanere indifferenti di fronte alle disavventure di Fabio De Luigi, che pur nel contesto di una commedia popolare mai davvero disturbante portano avanti istanze lavorative e umane care a Ken Loach. Ci riferiamo soprattutto all’attività di rider di Arturo, che mette a nudo molti degli aspetti più controversi della gig economy, come l’assenza di certezze sulla retribuzione, il sistema perverso che porta lo stesso lavoratore a pagare per gli strumenti necessari per la sua attività e l’ancora più intollerabile meccanismo del rating, che precipita i rider in un vortice di penalizzazioni e privazioni di opportunità da cui è possibile uscire solo attraverso attività e orari ancora più massacranti.

Allo stesso tempo, Pierfrancesco Diliberto semplifica eccessivamente altri temi portati avanti in E noi come stronzi rimanemmo a guardare, ricorrendo a collegamenti superficiali e fuori luogo, come il nome dell’azienda di Arturo (che richiama Uber) o il modo di vestire e di comunicare del fondatore della multinazionale, chiari richiami a Steve Jobs. A lasciare perplessi è proprio quest’ultimo personaggio, vero e proprio villain del racconto insieme alla tecnologia stessa, del quale non comprendiamo mai la personalità e a cui Pif mette in bocca una sorta di monologo sull’utilizzo dei dati delle persone da parte dei colossi del tech, argomento non adeguatamente approfondito e sviluppato nel resto della narrazione.

Come già avvenuto per La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore, il caratteristico approccio a dimensione di bambino di Diliberto diventa anche la principale debolezza delle sue opere, troppo concilianti per riuscire a scuotere lo spettatore.

 E noi come stronzi rimanemmo a guardare: si ride a denti stretti

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

Anche se E noi come stronzi rimanemmo a guardare mostra varie fragilità, accogliamo comunque con simpatia e stima un progetto italiano che esce per una volta dal seminato, proponendo diversi di spunti di riflessione e osando anche sequenze abbastanza ardite e scivolose, come l’intero incipit ambientato nella festa neonazista. La maschera comica di Fabio De Luigi fa il resto, concentrando sull’attore romagnolo il senso di disorientamento e inadeguatezza tipico del mondo del lavoro contemporaneo e garantendo il solito carico di risate. Risate che stavolta si trasformano però in sorrisi a denti stretti, perché il mondo descritto da Pif è purtroppo perfettamente coerente con l’involuzione tecnologica e umana che stiamo vivendo.

Il nuovo prodotto Sky Original E noi come stronzi rimanemmo a guardare sarà nelle sale italiane dal 25 al 27 ottobre, distribuito da Vision Distribution.

Overall
6.5/10

Verdetto

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Nella speranza di non dover mai pronunciare queste parole, Pif mette in scena un sinistro scenario futuro in cui l’umanità è totalmente asservita all’intelligenza artificiale. Non tutti i temi sono affrontati con la giusta profondità, ma le riflessioni proposte dal film allo spettatore sono giuste e sempre più urgenti.

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Time is Up: recensione del film con Bella Thorne e Benjamin Mascolo

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Time is Up

A cavalcare il rinnovato interesse internazionale nei confronti dell’Italia arriva Time is Up, teen drama di produzione italiana (per la precisione Lotus Production e Rai Cinema), girato in lingua inglese fra Roma e gli Stati Uniti. Un progetto confezionato su misura per i suoi due protagonisti, cioè la popstar Benjamin Mascolo – alla sua prima prova come attore – e la sua futura moglie Bella Thorne, conosciuta in tutto il mondo e particolarmente amata dai più giovani per le sue partecipazioni a piccoli cult come La Babysitter e Il sole a mezzanotte – Midnight Sun.

Dirette da Elisa Amoruso, le due star mettono in scena una classica storia d’amore tardo adolescenziale, che rimesta con fierezza fra i vari stereotipi del genere, come la disparità di classi sociali, l’importanza di cogliere l’attimo e l’immancabile appuntamento col destino. Un’opera dal valore artistico modesto, che ha però il pregio di proporre al proprio pubblico di riferimento, quello dei giovanissimi, la ritrovata immagine della Hollywood sul Tevere, sfruttando pienamente una Roma quasi deserta per via del periodo di restrizioni durante il quale è stata girata. Time is Up arriverà in sala grazie a 01 Distribution per un’uscita evento di soli 3 giorni, fissata al 25, 26 e 27 ottobre.

Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo tra schermo e realtà
Time is Up

Vivien (Bella Thorne) è un’ambiziosa studentessa americana, con una passione viscerale per la fisica e impegnata con un talentuoso nuotatore. Nella stessa squadra del suo ragazzo c’è Roy (Benjamin Mascolo), ragazzo povero, estremamente tormentato, senza fiducia in se stesso e in fuga dai traumi del passato. Due mondi inconciliabili, due personalità incompatibili, che trovano un punto di incontro proprio a Roma, sede di un importante gara di nuoto dove Vivien si reca per fare una sorpresa al fidanzato. Le misteriose e imprevedibili dinamiche dell’amore avvicinano questi due poli opposti, portandoli a rivedere drasticamente le loro convinzioni sulla vita e sui sentimenti.

Dopo il documentario Chiara Ferragni — Unposted e il dramma intimo e autobiografico Maledetta primavera, Elisa Amoruso dimostra ancora una volta la sua poliedricità dando vita all’incrocio di due racconti di formazione e di educazione sentimentale, a cui fa da sfondo una Città Eterna da cartolina, più abbagliante e ovattata che mai. In un’opera letteralmente plasmata sui corpi e sulle vite dei protagonisti, a lasciare perplessi è il pudore nei loro confronti della regista, molto trattenuta sia nelle sequenze più sentimentali sia in quelle potenzialmente bollenti. Una scelta che non contraddice solamente la storia di Bella Thorne e Benjamin Mascolo, ma anche lo stesso impianto narrativo di Time is Up, che indugia ripetutamente sull’erotismo della protagonista ed è ancora più esplicito nella messa in scena di un rapporto omosessuale.

Aspettando il sequel

Time is Up

Data la natura fortemente commerciale e promozionale del progetto, ci si sarebbe inoltre potuti aspettare qualcosa di più anche sulla location di Roma, ridotta a mera cornice di una storia d’amore che si gioca più sugli sguardi e sul lento avvicinamento dei protagonisti che sullo scenario del loro rapporto. Una scelta che con ogni probabilità deriva dall’emergenza sanitaria, ma che ha comunque l’effetto di depotenziare il processo di valorizzazione dell’Italia chiaramente alla base di questo progetto.

Quasi a compensare queste incertezze dal punto di vista squisitamente editoriale, Time is Up è sovraccarico di tematiche, soprattutto per quanto riguarda la personalità dei protagonisti. Mentre il personaggio di Benjamin Mascolo è più quadrato e meno sfumato, anche per andare incontro all’inevitabile rigidità espressiva dell’attore debuttante, per caratterizzare Vivien si ricorre nuovamente a variazioni dell’ormai logora equazione di Dirac, legge fisica nota anche come equazione dell’amore. Bella Thorne si disimpegna bene, sostenendo diverse scene con la propria verve, ma diventa purtroppo inefficace quando chiamata a declamare frasi da Smemoranda o a diventare il volto di una vaga riflessione sulla memoria.

In questo lavoro che a malincuore non possiamo definire riuscito, ci sono due buone notizie: la prima è che Bella Thorne e Benjamin Mascolo funzionano insieme sullo schermo, quando sostenuti da una sceneggiatura adeguata o da una scena che li valorizzi, come la sequenza ambientata nell’idromassaggio o quella sulle note della loro canzone Up in Flames. La seconda è che c’è la possibilità di correggere il tiro. Nella cornice della Festa del Cinema di Roma, la produzione ha infatti annunciato che grazie alla buona accoglienza ricevuta dal film oltreoceano è in corso la lavorazione di Time is Up 2. Appuntamento quindi al sequel, nella speranza di vedere un’opera che contribuisca concretamente al rilancio del nostro cinema nel mondo.

Overall
5/10

Verdetto

Time is Up non rinnega mai la propria natura di opera puramente commerciale e dal target ben specifico, ma non convince proprio quando cerca di sfruttare la popolarità dei suoi protagonisti e di valorizzare le location romane.

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