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Io sono un autarchico: recensione del film di Nanni Moretti

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In un 1976 in cui cinema e situazione politica italiana sembrano quasi specchiarsi, entrambi afflitti dalla fine di una gloriosa e irripetibile stagione e diretti con passo incerto verso un’epoca imprevedibile e controversa come quella degli anni ’80, un giovane autore romano si affaccia prepotentemente nel nostro panorama culturale con un’opera ribelle e corrosiva, pietra angolare di una memorabile carriera. Stiamo ovviamente parlando di Nanni Moretti e del suo Io sono un autarchico, primo lungometraggio del cineasta dopo i corti Pâté de bourgeois e La sconfitta e il mediometraggio Come parli frate?. Un film girato con pochi spiccioli (poco meno di 4 milioni di lire dell’epoca) e con attori non professionisti, ma capace di scalfire la stagnante e frustrata atmosfera culturale di quel momento storico, con un’amara ironia sulla sconfitta sociale e affettiva della generazione post-sessantottina.

Io sono un autarchico: la ribelle opera prima di Nanni MorettiIo sono un autarchico

Nanni Moretti porta sul grande schermo la prima delle 5 incarnazioni del suo celeberrimo Michele Apicella, che in questo caso è un giovane e squattrinato intellettuale che si trova a fare i conti con l’abbandono da parte della moglie Silvia (Simona Frosi) e con la conseguente necessità di accudire da solo suo figlio Andrea. Mentre cerca disperatamente di riallacciare il rapporto con Silvia, Michele recita nella compagnia teatrale gestita dall’amico Fabio (Fabio Traversa), sottoponendosi ad attività bislacche come un vero e proprio allenamento in collina. La vita di Michele si alterna così ai lavori per la messa in scena dello spettacolo della compagnia, in un flusso di coscienza ed emozioni che coinvolge cinema, politica e società, regalando un grottesco spaccato dell’alienata gioventù dell’epoca.

Io sono un autarchico

Io sono un autarchico è un film che ancora oggi sfugge a ogni tentativo di classificazione, costantemente in bilico fra disagio esistenziale, appassionata rappresentazione dell’autoreferenzialità della sinistra extraparlamentare dell’epoca e caustico spirito di contestazione nei confronti del panorama cinematografico italiano della seconda metà degli anni ’70, che già mostrava i primi sintomi di quell’incapacità di rinnovarsi responsabile negli anni successivi di un lento ma inesorabile declino del settore. Visto oggi, il primo lungometraggio di Nanni Moretti sconta certamente la sua natura low budget. Necessario infatti chiudere un occhio di fronte alla messa in scena rigida e scolastica, composta da una fotografia grezza e da scene girate prevalentemente a macchina fissa e a singola inquadratura, con interpreti particolarmente legnosi. C’è però molto altro, a cominciare da un rancoroso spirito di frustrazione e abbattimento che si trasforma progressivamente in quell’anticonformista vitalità creativa che farà la fortuna del cinema dello stesso Moretti.

Io sono un autarchico: la prima apparizione di Michele Apicella

La squallida vita del disadattato Michele Apicella e le sgangherate (dis)avventure della compagnia teatrale di cui egli fa parte diventano così il simbolo di qualcosa di più profondo e per certi versi malinconico, ovvero la difficoltà da parte della generazione post-sessantottina a trovare un proprio posto nel mondo e a fare in modo che quella naufragata ribellione giovanile possa ancora cambiare le cose. Il risultato è una serie di spassose situazioni, come l’allenamento in montagna dei membri della compagnia teatrale per trovare le energie psico-fisiche per lo spettacolo, che emblematicamente porta a un progressivo diradamento del gruppo, o le continue bordate al cinema italiano del periodo, in particolare a Lina Wertmüller e al suo Pasqualino Settebellezze, stigmatizzati da una consistente fetta di intellettuali nostrani nonostante il successo planetario.

Nanni Moretti si cimenta inoltre in una sagace ironia su una parte di critica dell’epoca (non a caso rappresentata da un cameo di Beniamino Placido), troppo spesso incline a giudizi per partito preso e ad autoreferenziali e astratti diluvi di parole, non risparmiando stilettate nemmeno alla sua stessa categoria di giovani artisti fuori dagli schemi, rappresentata come un gruppo di piccoli borghesi mantenuti, incapaci di rapportarsi concretamente con il mondo se non indossando un’illusoria maschera culturale, che li porta solamente a chiudersi ulteriormente nel loro nucleo. A fare da controcampo emotivo a questo irriverente e comico tornado è la vita del Michele Apicella uomo, bloccato sentimentalmente e sessualmente e chiaramente inadeguato sia come marito che come padre. Una fotografia della famiglia per certi versi straziante, e lontana anni luce da quella rappresentata abitualmente in quel periodo sul grande e sul piccolo schermo.

Io sono un autarchico contiene molti degli elementi fondanti del cinema di Nanni Moretti

Fra le tante scene cult, impossibile non citare la goffa performance teatrale del personaggio di un già convincente Fabio Traversa (consacrato successivamente da Carlo Verdone con il ruolo di Fabris in Compagni di scuola), che invoca vanamente una discussione con il pubblico al termine dello spettacolo, per sentirsi rispondere “No, il dibattito no!” da uno spettatore annoiato, simbolo di una crepa fra il pubblico e un certo tipo di approccio alla cultura che si è poi allargata nei decenni successivi.

Io sono un autarchico

Io sono un autarchico è in definitiva un’opera sfacciata e impertinente, con la quale Nanni Moretti mette grottescamente in scena molti degli elementi fondanti del suo cinema, come la disillusione politica, la volontà di dissacrare i punti di riferimento culturali del nostro Paese e l’abilità nell’analisi e nell’autoanalisi attraverso l’umorismo e il mezzo cinematografico. Poco importa quindi che questo suo primo eversivo film sia indebolito, oltre che dai già citati difetti in termini di messa in scena, anche da un narcisismo giovanile e da qualche passaggio a vuoto che ne limitano leggermente la riuscita, perché dopo 42 anni l’autarchia morettiana, intesa come autosufficienza sentimentale, artistica e lavorativa, è più viva che mai, e affligge una nuova generazione di giovani, anch’essa in conflitto con quella precedente e dolorosamente impossibilitata a una reale affermazione personale, costretta quindi ad arrangiarsi a sopravvivere con lavoretti e a godere soltanto di qualche sporadica gioia.

Io sono un autarchico: curiosità

Oltre a Pasqualino Settebellezze, nel film vengono citati, con toni non lusinghieri, altri due film di Lina Wertmüller, ovvero Mimì metallurgico ferito nell’onoreTravolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.

Avendo a disposizione un’unica copia di Io sono un autarchico a causa delle ristrettezze del budget, Nanni Moretti portava le bobine a casa sua al termine di ogni proiezione del film. Ciò non ha comunque impedito all’opera di riscuotere un inatteso successo al botteghino.

Il successo di Io sono un autarchico ha portato immediatamente alla ribalta Nanni Moretti. Sull’onda del successo, il giovane regista è stato protagonista di un celebre duello verbale con Mario Monicelli in una puntata del programma televisivo Match (visibile su Rai Play a questo link), durante la quale i due non si sono risparmiati reciproche stilettate sulle loro opere e sulle loro idee di cinema.

Il personaggio di Michele Apicella, alter ego dello stesso regista, prende il proprio cognome da Agata Apicella, madre di Nanni.

Io sono un autarchico fu inserito nella cerchia di opere in gara per il Premio Angelo Rizzoli, riservato ai nuovi talenti cinematografici italiani. Con grande rammarico di Nanni Moretti, il film fu sconfitto da Un cuore semplice di Giorgio Ferrara, dopo un lungo dibattito all’interno della stessa giuria. Anche se la cosa non è mai stata confermata con certezza, pare che il giurato responsabile della sconfitta di Moretti sia stato Alberto Sordi, con il quale il regista ha poi cominciato una sorta di duello a distanza. Celebre infatti la battuta “Te lo meriti Alberto Sordi” del suo successivo film Ecce Bombo, vincitore fra l’altro dello stesso Premio Angelo Rizzoli oggetto della discordia.

Overall
7.5/10

Verdetto

Io sono un autarchico è un’opera prima sfacciata, energica e ancora oggi attuale, capace di fotografare, nonostante le limitazioni di budget e un pizzico di narcisismo di troppo, il disagio esistenziale di un’intera generazione.

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Inside Out 2: recensione del film Pixar

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Inside Out 2

Sono passati 9 anni da Inside Out, spartiacque della storia del Pixar e del cinema d’animazione contemporaneo. Un lasso di tempo che in un panorama dell’audiovisivo completamente stravolto dallo streaming e dal covid ci sembra un’era geologica, ma che non è comunque riuscito a scalfire il dolce ricordo delle avventure della piccola Riley e delle sue bizzarre emozioni, scandagliate da Pete Docter e Ronnie del Carmen in un entusiasmante e commovente viaggio. Viaggio ancora lontano dalla conclusione, dal momento che la crescita di Riley continua con Inside Out 2, in cui la piccola protagonista è alle prese con la pubertà e con nuove emozioni come Ansia, Invidia, Ennui e Imbarazzo.

Alla regia stavolta c’è Kelsey Mann (già coinvolto nel soggetto de Il viaggio di Arlo), ma le dinamiche non cambiano. Dopo il trasloco e la nostalgia di casa del primo struggente capitolo, Riley è in procinto di andare alle scuole superiori, ma prima ha la possibilità di partecipare insieme a due fidate amiche a un prestigioso campus estivo di hockey, potenzialmente decisivo per il suo futuro sportivo. Nel frattempo, il suo corpo cambia insieme al suo carattere, a causa dei tanti sentimenti contrastanti che accompagnano un delicato momento di passaggio. All’interno della sua mente, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto devono quindi convivere con le nuove emozioni e in particolare con Ansia, maniaca del controllo che, nonostante le sue buone intenzioni, provoca diversi guai a Riley.

Inside Out 2: un nuovo dolceamaro viaggio nelle emozioni e nei piccoli grandi traumi della vita

Inside Out 2

Come già avvenuto nel memorabile predecessore, l’intreccio di Inside Out 2 è incentrato sull’allontanamento fisico e metaforico di Gioia dal centro di controllo della mente di Riley. Ne segue così un rocambolesco viaggio fra ricordi dimenticati e sentimenti repressi, passando per una delle più brillanti intuizioni di questo capitolo, il fiume del flusso di coscienza dove ritroviamo gli immancabili broccoli. Tutto questo mentre la vita di Riley è in balia di sentimenti potenzialmente nocivi come l’ansia, l’invidia sociale, la noia adolescenziale e l’imbarazzo. La protagonista (doppiata in italiano da Sara Ciocca) si trova così a scoprire una nuova se stessa, fra sbalzi umorali, ambizioni sportive e sociali e gli scricchiolanti rapporti con genitori e amiche.

Kelsey Mann replica la formula di Inside Out, trasformando in spassoso, entusiasmante e dolceamaro viaggio ciò che nel mondo reale è un evento comune. In questo caso, il crocevia delle emozioni e della vicenda è un campus di una manciata di giorni, che per Riley non è solo l’occasione per fare strada nel suo sport preferito, ma anche un’opportunità per coltivare nuove amicizie. Il disordine nella sua mente la porta però a sabotarsi ripetutamente sotto diversi punti di vista, dal momento che Ansia (doppiata in italiano dalla bravissima Pilar Fogliati) è troppo preoccupata dai possibili risvolti di ogni singola decisione per lasciare spazio alla naturalezza e alla serenità.

Inside Out 2 ci invita ad abbracciare la nostra complessità

Inside Out 2

La Pixar sfrutta ancora una volta uno dei suoi marchi di fabbrica, ovvero la creazione di un mondo che brulica ai margini del nostro, completandolo o salvaguardandolo (ricordiamo a questo proposito Toy Story, Coco e Soul). Su questo scheletro si innesta un racconto caratterizzato da molteplici livelli di lettura, che funziona sia per un pubblico di giovanissimi, coccolato dalle stramberie delle emozioni e dal variopinto mondo della mente di Riley, sia per gli adulti, in grado di unire all’indietro i puntini delle loro vite, cogliendo così la potenza simbolica dei piccoli grandi drammi della protagonista. Anche stavolta non mancano le invenzioni visive (gli inserti 2D, l’apparizione di un imbranato personaggio videoludico), ma la caratterizzazione dei personaggi non è sempre efficace.

A fare le spese dell’aumento dei personaggi sono soprattutto Tristezza, Invidia, Ennui e i genitori di Riley, troppo spesso ai margini della narrazione. A catalizzare l’attenzione è così inevitabilmente la grintosa e inaffondabile Gioia, protagonista per lunghi tratti di una lotta a distanza con Ansia, involontaria villain della situazione. Mentre Inside Out 2 flirta col cinema sportivo, affiora la morale del lavoro di Kelsey Mann, meno dirompente di quella del predecessore ma comunque capace di commuovere e fare riflettere. Il primo straordinario capitolo aveva il merito di ricordarci che a volte abbandonarsi alla tristezza ci può avvicinare alla gioia; Inside Out 2 ci invita invece ad abbracciare la nostra complessità, senza rinnegare le nostre asperità ma imparando a convivere con le moltitudini che abitano dentro di noi.

Verso un terzo capitolo?

L’opera di Kelsey Mann sconta quindi l’inevitabile confronto con l’inarrivabile Inside Out, ma riesce a estendere questo pittoresco universo e a mettere in scena un momento fondamentale per la vita di tutte le persone, in un riuscito mix di divertimento e mestizia. Pesa l’assenza di picchi emotivi del calibro del sacrificio di Bing Bong o del crollo di Riley nel finale del primo capitolo (in questo senso il personaggio di Nostalgia è poco sfruttato), ma il bicchiere è ancora una volta mezzo pieno, anche per il notevole lavoro di world building. Con il box office mondiale che ha già superato i 300 milioni di dollari di incasso dopo pochi giorni di programmazione, è infatti più che probabile il prossimo arrivo di un Inside Out 3, con cui esplorare nuovamente i paradossi e le suggestioni delle nostre emozioni durante le varie fasi della vita.

Inside Out 2 è disponibile dal 19 giugno nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Inside Out 2 in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7.5/10

Valutazione

Inside Out 2 paga l’inevitabile confronto con il primo straordinario capitolo, ma riesce a dare vita a una nuova spassosa ed emozionante riflessione sulla nostra mente.

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House of the Dragon: recensione dei primi episodi della seconda stagione

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Il finale della prima stagione di House of the Dragon ci aveva annunciato l’imminente arrivo di una vera e propria guerra fra le fazioni dei Verdi e dei Neri della casata dei Targaryen. Una promessa pienamente rispettata dal secondo ciclo di episodi della serie, basata su Fuoco e sangue di George R. R. Martin e ambientata 172 anni prima della nascita di Daenerys Targaryen, una delle iconiche protagoniste de Il Trono di Spade. I primi quattro episodi di questa stagione, che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, preparano infatti il terreno per la famigerata Danza dei Draghi, la guerra civile responsabile dello sfacelo di questa nobile casata.

Gli schieramenti sono ormai ben delineati: da una parte Rhaenyra Targaryen (Emma D’Arcy) insieme allo zio e marito Daemon (Matt Smith), dall’altra il suo fratellastro Aegon (Tom Glynn-Carney), astutamente guidato da sua madre Alicent Hightower (Olivia Cooke) e dal nonno Otto (Rhys Ifans). Intorno a loro un’intricata tela di alleanze, doppi giochi e segreti che coinvolge anche le altre casate, in un’aspra battaglia per la conquista del Trono di Spade e per il futuro dei Sette Regni.

House of the Dragon: verso la Danza dei Draghi

House of the Dragon

A catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore sono le atmosfere della seconda stagione di House of the Dragon, sempre più cupe fino a diventare funeree, e non solo per il continuo susseguirsi di tradimenti, violenza e morte. Un quadro impreziosito da due figure femminili agli antipodi, simbolo di una lotta per il potere fatta anche di manipolazione, silenzi e incrollabile spirito: Emma D’Arcy regala un’altra pregevole interpretazione nei panni di Rhaenyra, tratteggiando un quadro umano in cui il dolore, l’ambizione e il rancore vanno a braccetto; non è da meno Olivia Cooke, che incarna una Alicent dimessa e frustrata, ma allo stesso tempo lucida e determinata.

La dimensione politica sempre più stratificata e complessa di House of the Dragon richiama i migliori momenti de Il Trono di Spade, anche se il racconto ha un respiro meno ampio e i personaggi appaiono ancora lontani dal loro pieno potenziale. Gli appassionati dello show terminato nel 2019 troveranno inoltre diversi richiami in House of the Dragon, non solo per quanto riguarda la mera trama, ma anche per il comportamento di alcuni personaggi, in rima con gli sbagli e le ossessioni dei loro discendenti. Come nella serie “madre”, emerge per esempio la ferocia di alcuni dei protagonisti, accecati dalla lotta al potere e al centro di intrighi sempre più subdoli. È questo il caso di Daemon e Aemond, esaltati dalle ambigue e sinistre interpretazioni di Matt Smith e Ewan Mitchell.

Un degno erede de Il Trono di Spade

House of the Dragon

Completano il quadro le scene di azione e di battaglia, di pregevole fattura anche se leggermente penalizzate dagli scenari tetri che contraddistinguono questa stagione. Prevedibilmente, i draghi diventano sempre più importanti e centrali, anche in prospettiva di un finale di stagione che si preannuncia decisamente scoppiettante.

Dopo le buone impressioni suscitate dalla prima stagione, House of the Dragone si conferma dunque un degno erede de Il Trono di Spade, dai ritmi leggermente più compassati ma con una psicologia dei personaggi altrettanto approfondita. Non resta quindi che abbandonarci a questa nuova discesa negli abissi dell’animo umano in salsa fantasy, rinnovata proprio nei giorni scorsi per una terza stagione. Un giusto riconoscimento per uno show che in epoca di serialità usa e getta ed eccessivamente diluita riesce ancora a catturare l’attenzione dello spettatore con un intreccio torbido, inquietante e suggestivo.

House of the Dragon è in programmazione dal 17 giugno su Sky e Now, in contemporanea con la messa in onda statunitense.

Overall
7.5/10

Valutazione

I primi episodi della seconda stagione di House of the Dragon confermano le buone impressioni del precedente ciclo, dando vita a un racconto in cui la lotta per il potere si intreccia con atmosfere sempre più cupe e sinistre.

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Kinds of Kindness: recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Kinds of Kindness

Il corpo è centrale nella visione di Yorgos Lanthimos. Lo è sempre in verità, in tutti i suoi film, ma in Kinds of Kindness assume un ruolo ancora più prominente. Kinds of Kindness, scritto e diretto da Lanthimos e interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Jesse Plemons e Hong Chau, è l’ultima opera partorita dalla mente brillante del regista greco, che dopo Povere Creature! è tornato in sala con un film prezioso e repulsivo, straniante e seduttivo, suddiviso in tre narrazioni distinte, interpretate dallo stesso ensemble di attori in ruoli diversi. Le trame di Kinds of Kindness sono indipendenti ma interconnesse e presentano notevoli affinità tra loro.

Kinds of Kindness: l’anatomia del controllo secondo Lanthimos

Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il primo episodio si chiama “La morte di R.M.F.” e ci porta nella vita di Robert Fletcher, interpretato da Jesse Plemons, un uomo sposato e la cui esistenza è rigidamente controllata da Raymond (Willem Dafoe), un magnate che gli impone ogni giorno precise direttive su ogni aspetto della sua vita. Tra bizzarri compiti e rigide abitudini, Robert deve provocare un incidente con la sua macchina. Dopo aver eseguito l’ordine, Raymond gli comunica che l’impatto non è stato abbastanza violento e che quindi deve provocarne uno nuovo. Di fronte all’obiezione di Robert, comprendendo come un ulteriore scontro potrà poi risultare fatale per l’altro conducente, Raymond rimane impassibile.

Alla fine, Robert si rifiuta di obbedire e, come conseguenza, inizia a perdere tutto ciò che ha, incluso l’amore di sua moglie (Hong Chau). Il secondo episodio, “R.M.F. sta volando”, segue la storia di un poliziotto la cui moglie, una biologa di nome Liz (Emma Stone), scompare durante una missione scientifica. Al suo ritorno, lui nota dei cambiamenti sottili ma inquietanti in lei, tanto da sospettare che possa essere un’impostora e che la donna di fronte a lui non sia davvero sua moglie. Il terzo episodio, “R.M.F. mangia un panino”, racconta di due membri di un culto impegnati nella ricerca di un prescelto che dovrebbe avere la capacità di resuscitare i morti.

Kinds of Kindness: la manipolazione è la fede più succulenta

Kinds of Kindness


Come dicevamo in apertura, il corpo è centrale nell’ecosistema visivo del regista greco e questo film non fa eccezione. Tutti e tre gli episodi trattano di potere, coercizione, manipolazione e abuso, ognuno in modo più sottile e differente. Nel primo episodio Robert non ha autonomia, il suo corpo è nelle mani di un dispotico mentore-demiurgo che ne controlla qualsiasi espressione e decisione, dai gesti più semplici, dal sonno alla colazione, alla lettura (per Raymond leggere Anna Karenina è obbligatorio), ai rapporti sessuali.

Non c’è aspetto della vita che non subisca il suo controllo. Anche i regali di Raymond, esibiti nella lussuosa villa di Robert, sono doni che riguardano il corpo e guardano, contrariamente, a una realtà che è senza controllo: tra i doni fatti a Robert nel corso degli anni ci sono oggetti come la racchetta rotta e deformata di John McEnroe e il casco da corsa bruciato e insanguinato di Ayrton Senna.

Quei regali sembrano un monito, o rappresentano il fascino di Raymond per la distruzione, che come un mentore/divinità ne è succube e ne concepisce la bellezza. Il corpo è l’essenza di quelle opere d’arte, è nella rabbia di McEnroe che distrugge la sua racchetta, è nella vita di Senna che si infrange, e ora quelle opere abitano uno spazio asfittico di osservazione, e riproduzione, e sono inserite in un contesto distopico in cui la manipolazione è la fede più succulenta, manipolazione che è sorella della distruzione.

Cosa saresti disposto a fare per amore?

Kinds of Kindness


Entrambe rientrano nel piano di controllo elaborato da Raymond, che come una divinità detta la sua legge, le sue scritture (o meglio letture) e i suoi idoli. Seguire le istruzioni di Raymond è la norma nel mondo di Robert. Quando si ribella è come se sfidasse una divinità. E sfidare il divino significa rinunciare al conformismo, e il suo mondo di conseguenza crolla e non regge l’urto della sua disobbedienza. Tutte e tre le storie sono incentrate sull’interazione con il divino, sia che si tratti di una presenza costante, di un desiderio o di un miracolo.

La seconda storia ci porta invece nelle pieghe asfittiche di una storia d’amore a dir poco turbolenta. Il protagonista, interpretato da Jesse Plemons, dopo aver appreso della scomparsa della sua compagna Liz, al suo ritorno si convince che lei è solo una sostituta, una persona che le somiglia ma in verità non è lei. Sua moglie è ancora dispersa, sa che tornerà, e intanto cova dentro di sé il desiderio di smascherare l’infingimento, e dimostrare che quella persona non è che chi dice di essere. Quindi sottopone Liz a delle prove insostenibili, e mortifere, come cucinare il dito di una mano, il proprio, e il suo fegato per cena.

Quando si dice: cosa saresti disposto a fare per amore? L’amore può diventare un abuso, e Lanthimos qui ci racconta a quali condizioni può essere declinato e come quel potere è come tutti gli altri, nefasto, tragico, mortale. Anche in questo episodio c’è un demiurgo che detta le regole e qualcuno che quelle regole decide di seguirle, nonostante tutto.

Kinds of Kindness: una discesa agli inferi

 Kinds of Kindness
Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il terzo episodio è molto più simile al primo, anche per ruoli e simmetrie narrative. Siamo immersi in un contesto chiaro fin dal principio: c’è una setta chiusa che vive seguendo le proprie regole, come bere solo le lacrime dei capi del culto, minuziosamente sgorgate dai loro occhi attraverso un rituale combinato, mangiare solo determinati tipi di carne, passare attraverso un rito della sauna che determina la purezza e la contaminazione dell’individuo.

È ancora una volta il corpo a partecipare attivamente alla storia, ad essere protagonista, il corpo come cavia, come condanna, come distruzione e manipolazione, il corpo come oggetto sacrificale, come pezzo marcescente di un sistema vincolante che ti annienta solo per divertimento. Perché Kinds of Kindness è un’opera a cui piace giocare con il proprio potere, annichilire e divertire allo stesso tempo. È una discesa agli inferi, sia tragica che grottesca, e le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie. Lanthimos gioca con le sue pedine esattamente come il mentore di ogni storia, mostrando al pubblico cosa può fargli fare e quali mostri è capace di generare.

Kinds of Kindness è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Kinds of Kindness in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Kinds of Kindness è un’opera che gioca con il proprio potere, una discesa agli inferi dove le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie.

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