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Isabelle: recensione del film di Mirko Locatelli con Ariane Ascaride

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Isabelle è un film del 2018, scritto (insieme a Giuditta Tarantelli) e diretto da Mirko Locatelli. Il film, girato fra Trieste e le campagne friulane, è una coproduzione italofrancese, e ha per protagonisti Ariane Ascaride, Samuele VessioRobinson StéveninLavinia Anselmi. Dopo aver conquistato il premio per la migliore Sceneggiatura al Montreal World Film Festival e quello per la migliore attrice al Cape Town International Film Market & Festival, Isabelle sarà distribuito nei cinema italiani dal 29 novembre (qui l’elenco aggiornato delle sale).
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L’astronoma francese Isabelle (Ariane Ascaride) conduce un’esistenza tranquilla nella campagna triestina, frequentando la collega Anna (Lavinia Anselmi) e attendendo la visita del figlio Jérôme (Robinson Stévenin), residente in Provenza e in procinto di diventare padre. Il rapporto fra Isabelle e Jérôme subisce un brusco cambiamento nel momento in cui la donna fa la conoscenza di Davide (l’esordiente Samuele Vessio), giovane in ripresa da un grave incidente a cui comincia a impartire lezioni di fisica. La relazione fra Isabelle e Davide diventa sempre più forte e conturbante, portando a tensione e litigi fra la donna e il figlio Jérôme, che condividono un inconfessabile segreto, sepolto sotto silenzio e omertà ma pronto a tornare in superficie e presentare il proprio conto.

Isabelle: il nuovo film di Mirko Locatelli fra passione, fragilità, senso di colpa e ossessione

Isabelle

In un cinema italiano contemporaneo sempre più didascalico e spogliato di sfumature narrative, Isabelle arriva come un’inaspettata ventata d’aria fresca, capace di mettere nuovamente al centro di tutto la scrittura dei personaggi, in un delicato equilibrio fra messa in scena, dialoghi e recitazione. Il lavoro di Mirko LocatelliGiuditta Tarantelli stupisce infatti per maturità e spessore, coinvolgendo lo spettatore in un complesso puzzle emotivo e familiare che con il passare dei minuti acquista profondità, senza mai eccedere in spiegazioni e lasciando che sia chi guarda a mettere insieme i pezzi e ricostruire la vicenda.

Isabelle è un intimo e ambiguo viaggio all’interno delle fragilità, dei sensi di colpa e delle ossessioni che affliggono l’animo umano. Un viaggio che ha per insolita protagonista una donna borghese, protettiva e amorevole nei confronti del figlio ma allo stesso tempo ipocrita e incapace di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie emozioni. Un conflitto interiore apparentemente insuperabile, che il regista mette abilmente in scena con un sottile e sagace gioco di contrasti fra apparenza e sostanza e fra detto e non detto.

La luminosità delle splendide location friulane si scontra con le ombre interiori di Isabelle

Fondamentale in questo senso è l’ottima prova recitativa di Ariane Ascaride, chiave per decifrare le sfaccettature e le complessità di un personaggio vero e fortemente umano, apprezzabile e detestabile in egual misura. Con il passare dei minuti impariamo infatti a conoscere Isabelle, comprendiamo la sua voglia di sentirsi ancora una donna desiderabile, la biasimiamo per il suo istinto protettivo anche di fronte a un’imperdonabile colpa e rimaniamo spiazzati per la sua innata tendenza a demolire con azioni avventate la precaria patina di perfezione e stabilità da lei stessa costruita. Tutto ciò avviene nelle splendide location friulane, magistralmente fotografate da Ugo Carlevaro con luci prevalentemente naturali, che diventano dei veri e propri personaggi del racconto, contribuendo a creare una frattura fra la luminosità che a prima vista circonda la vita della protagonista e le ombre interiori che la attanagliano.

Isabelle assume progressivamente le fattezze di un tipico triangolo sentimentale, alimentato non dall’amore ma dal reciproco morboso bisogno di attenzione. Un triangolo in cui i corpi sembrano parlare una lingua diversa da quella dei rispettivi proprietari, raccontandone desideri, timori e nevrosi meglio di decine di minuti di dialoghi. Un triangolo all’interno del quale l’egoismo e la violenza prendono progressivamente il sopravvento, portando a una vera e propria deflagrazione di sentimenti e pulsioni.

Isabelle: il lato oscuro della borghesia e del benessere

L’irrequietezza giovanile del convincente Davide di Samuele Vessio si scontra con la labile maturità di Isabelle, disposta a tutto pur di conservare la stabilità familiare faticosamente acquisita ma incapace di governare ciò che le sta intorno, che segue leggi ben diverse da quelle che padroneggia in ambito lavorativo e accademico. Uno scontro fra generazioni e caratteri diametralmente opposti, parzialmente mediato dall’unico possibile uomo nella vita di Isabelle, ovvero il figlio Jérôme, in perenne bilico fra una famiglia da portare avanti e gli scomodi fantasmi del suo passato. Ciò che ne segue lascerà tutti sconfitti ma paradossalmente più consapevoli, conducendo a un finale potenzialmente indigesto a parte del pubblico, ma coerente con l’inafferrabile percorso umano dei protagonisti.

Isabelle

Il film di Mirko Locatelli scava abilmente nel nostro inconscio, seducendoci, respingendoci e facendo in modo che un racconto in apparenza criptico e contratto si faccia lentamente strada in noi, portando alla luce vizi, contraddizioni e ipocrisie della società in cui viviamo. In bilico fra Inferno e Paradiso, fra critica sociale e racconto di formazione, fra dramma familiare e thriller, Isabelle attraversa così generi e atmosfere, soddisfacendo in pieno i palati cinefili in cerca di pellicole disorientanti e fuori dal coro. Un piccolo grande film, che riesce a fare parlare i silenzi e a rendere una semplice storia di provincia manifesto del lato più cupo della borghesia e del benessere.

Isabelle è in sala dal 29 novembre, distribuito da Strani Film in collaborazione con Mariposa Cinematografica.

Overall
7/10

Verdetto

Isabelle si rivela un convincente viaggio nel lato più cupo della borghesia, capace di demolire le nostre certezze con un racconto sottilmente giocato sui contrasti e sul sottile confine fra il detto e il non detto.

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Alfredino – Una Storia Italiana: recensione della serie con Anna Foglietta

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Alfredino - Una Storia Italiana

«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi». Con queste parole di Giancarlo Santalmassi si concludeva la lunghissima diretta televisiva sull’incidente di Vermicino, scolpita indelebilmente nella memoria di tutti gli italiani, compresi coloro che all’epoca dei fatti non erano nemmeno nati. Uno shock collettivo per un’intera nazione, già segnata dalle stragi degli anni di piombo, costretta ad assistere impotente ai vani tentativi di salvare il piccolo Alfredino, scivolato in un pozzo a 60 metri di profondità. Una tragedia rielaborata da Alfredino – Una Storia Italiana, miniserie Sky in onda il 21 e 28 giugno.

Alfredino – Una Storia Italiana: la rielaborazione di una tragedia collettiva

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Marco Pontecorvo dirige un dramma asciutto e delicato, privo del pietismo che ci si sarebbe potuti aspettare da un racconto del genere e lontano dalla pornografia del dolore in cui sguazza buona parte della televisione contemporanea. Il regista e la produzione compiono una scelta netta e inequivocabile, riducendo al minimo indispensabile la rappresentazione dei momenti più drammatici (non vediamo mai Alfredino nel pozzo e non sentiamo quasi mai la sua voce) e optando per una ricostruzione lucida e precisa non soltanto di quei giorni, ma anche di quelli immediatamente successivi, altrettanto importanti per la storia del nostro Paese. Pochi sanno che è stato proprio a seguito della tragedia di Vermicino che è stata istituita la protezione civile e che da quel maledetto 13 giugno 1981 il Centro Alfredo Rampi ha contribuito a istruire migliaia di persone sul tema della sicurezza, per fare in modo che ciò non avvenga mai più.

Mentre lo sguardo sul bambino è rispettoso, quasi sacrale, Alfredino – Una Storia Italiana compie una critica pungente e mai assolutoria sui molteplici errori commessi in quei tristi giorni, con una profondità da cinema di inchiesta. Nel corso dei 4 episodi che compongono la miniserie, assistiamo infatti inermi, esattamente come gli spettatori di 40 anni fa, alle diverse strategie sbagliate messe in piedi, ai troppi e repentini cambi di direzione e alle tante piccole lotte di potere e fra poteri, che hanno portato solamente a colossali perdite di tempo, in una situazione già disperata. A uscirne peggio in questo senso è soprattutto Elveno Pastorelli, interpretato dal sempre efficace Francesco Acquaroli, in cui si riscontra la tipica vuota spavalderia della classe dirigente italiana, incapace di prendere atto della propria incompetenza su specifiche tematiche, ma troppo orgogliosa per ascoltare i consigli degli esperti, come i giovani speleologi accorsi sul posto.

Ritratto di una nazione

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

A essere messa alla berlina è inoltre un’intera fetta di popolazione italiana, che con la morbosità che ancora oggi provoca chilometri di coda per osservare un incidente sulla corsia opposta dell’autostrada si rende protagonista di azioni inqualificabili, rallentando ulteriormente i soccorsi a causa di ingiustificati assembramenti e veri e propri atti di sciacallaggio. In quei bar che vendevano cibarie a prezzi maggiorati e in quei curiosi giunti sul posto per rubare qualche scatto, è facile riconoscere un modo di pensare e di agire irrispettoso e pressoché immutato, come dimostrano il naufragio della Costa Concordia o il più recente incidente sulla funivia Stresa-Mottarone. Passano gli anni, cambiano le leggi, ma la deplorevole tentazione di speculare sulle tragedie è più attuale che mai.

Il ritratto tratteggiato da Alfredino – Una Storia Italiana non è composto solo da tragedia, inefficienze e malafede. La miniserie vuole essere anche una rielaborazione del dolore, sottolineando i grandi gesti di umanità e altruismo compiuti in quei giorni e soprattutto le cose positive nate dalla tragedia. A commuovere sotto questo aspetto sono il vigile del fuoco Nando Broglio (Vinicio Marchioni), uno dei pochi a instaurare una proficua comunicazione con Alfredino grazie alla loro comune passione per Mazinga, gli speleologi Tullio Bernabei (Daniele La Leggia) e Maurizio Monteleone (Giacomo Ferrara) e la geologa Laura Bortolani (Valentina Romani), tutti pronti a mettere le loro competenze al servizio della missione più importante, quella di salvare una vita umana.

Alfredino – Una Storia Italiana: l’Angelo e il Presidente

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Non poteva poi mancare un cenno all’Angelo di Vermicino Licheri (Riccardo De Filippis), che grazie alla sua gracilità e al suo coraggio è colui che è andato più vicino a salvare il bambino. Anche in questo caso, Marco Pontecorvo avrebbe potuto mettere in scena diverse immagini struggenti, sfruttando i tanti racconti che negli anni ha fatto Angelo Licheri in proposito, ma il regista è rimasto fedele alla sua linea, evitando di spettacolarizzare il dolore.

Anna Foglietta regala una delle prove più difficili e intense della sua carriera, dando la sua interpretazione di Franca Rampi, madre devota e al tempo stesso essere umano dalla dignità incommensurabile, capace anche di fare un passo indietro mettendosi al pieno servizio dei soccorritori, pur non mancano di sottolineare le storture e le problematiche del sistema.

In quel suo sguardo in bilico fra insopportabile dolore e insopprimibile speranza, nello sconforto che leggiamo nel suo volto quando viene accusata di gustare un gelato con il suo bambino intrappolato, quando in realtà stava solo cercando di riprendersi, e nella lucidità con cui la vediamo approcciarsi al Presidente della Repubblica Sandro Pertini (Massimo Dapporto) per spiegargli il suo punto di vista sulla vicenda, non c’è solo la performance commovente e immersiva di una delle migliori attrici nostrane, ma anche il senso intero del progetto, che vuole evidenziare i ponti di solidarietà e sicurezza costruiti sopra a quel pozzo.

Alfredino – Una Storia Italiana, nel bene e nel male

Ph Lucia Iuorio

Anche dal punto di vista tecnico, Alfredino – Una Storia Italiana è sopra alla media delle produzioni italiani analoghe e stupisce per la cura con cui ricostruisce le atmosfere dell’epoca, cercando il realismo non solo nelle scenografie e nei costumi, ma anche nelle stesse immagini, per le quali si è addirittura fatto ricorso a una telecamera dell’epoca.

Lascia invece perplessi la scelta di mettere in secondo piano una delle componenti più importanti dell’intera vicenda, cioè l’impatto mediatico che l’incidente di Vermicino ha avuto sull’Italia intera, grazie anche a una delle prime dirette televisive non stop della storia della nostra nazione. «Ammesso che ce ne fossero le condizioni, se quel giorno fosse avvenuto un colpo di Stato, la gente avrebbe risposto: “Va bene, però lasciami vedere che succede a Vermicino”», disse in proposito Emilio Fede. Ma l’attenzione collettiva nei confronti del caso filtra solo a tratti in Alfredino – Una Storia Italiana, che sceglie invece di rimanere quasi sempre intorno a quel pozzo, facendoci respirare un lungo saliscendi emotivo, fra fiducia e disperazione.

Marco Pontecorvo sceglie di non mettere la parola fine subito dopo la disgrazia, ponendo l’attenzione anche sul “dopo”. In quella ricerca ossessiva di un capro espiatorio, anche quando il colpevole era un intero sistema, e nella forza d’animo di Franca Rampi, capace di mettere la sua disperazione al servizio di una causa più grande, ci sono i pregi e i difetti di un’intera nazione, abile come poche a costruire sulle macerie. Una storia italiana, nel bene e nel male.

I quattro episodi di Alfredino – Una Storia Italiana andranno in onda su Sky e NOW il 21 e 28 giugno.

Overall
7/10

Verdetto

Alfredino – Una Storia Italiana rielabora lo shock collettivo di Vermicino, mettendo in luce con lucidità e tatto gli errori commessi e le conseguenze dell’evento.

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Disney+

Luca: recensione del film Pixar di Enrico Casarosa

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Luca

Dopo il viaggio in Messico con Coco, la Pixar fa tappa in Italia e più precisamente nelle Cinque Terre, ambientazione dell’ultimo lavoro del celebre studio di animazione Luca. Un’opera diretta dall’italiano Enrico Casarosa (già autore del cortometraggio candidato all’Oscar La luna), dichiarato omaggio al Belpaese, ma anche toccante inno all’amicizia e alla diversità, arricchita dalla splendida fotografia di David Juan Bianchi e Kim White, che riesce a cogliere la magia della Riviera ligure e la suggestiva atmosfera dei fondali marini. Un lavoro che avrebbe indubbiamente meritato la sala e il grande schermo, ma che purtroppo possiamo vedere soltanto su Disney+ a partire dal 18 giugno, senza alcun costo aggiuntivo rispetto all’abbonamento alla piattaforma.

Luca: la magia della Pixar in un inno all’amicizia e all’Italia
Luca

Luca Paguro è un giovane e adorabile mostro marino, che vive sulla costa dell’immaginario borgo italiano Portorosso, a cavallo fra anni ’50 e ’60. I suoi genitori gli vietano categoricamente di risalire in superficie,  impauriti dall’astio degli umani nei confronti di queste creature in bilico fra realtà e fantasia. Come spesso accade, il divieto stimola la curiosità, e Luca si avventura sulla terraferma, dove fa la conoscenza di Alberto Scorfano, un mostro marino suo coetaneo che già da tempo ha deciso di vivere fuori dall’acqua. Fra i due nasce immediatamente una sincera amicizia, che si deve però confrontare con la diffidenza degli abitanti del luogo e con una particolare limitazione: fuori dall’acqua i mostri marini sembrano veri e propri umani, ma appena si bagnano riprendono le loro sembianze naturali.

Casarosa mette in scena un godibile e avventuroso racconto di formazione, distante per temi e atmosfere dalla recente trilogia Pixar sull’aldilà (aperta dal già citato Coco e proseguita con Onward – Oltre la magia e Soul) ma pienamente sintonizzato sulle corde emotive dello studio. Il soggetto strizza l’occhio a Il mostro della laguna nera e alla sua più recente declinazione La forma dell’acqua – The Shape of Water, dislocando in una ridente cittadina portuale tematiche sempre all’ordine del giorno come la diffidenza verso il diverso, la necessità di allargare i nostri confini fisici e mentali e l’adolescenza come tappa fondamentale per la crescita e la definizione dei futuri adulti.

Ma a fare la differenza non sono tanto i contenuti, tutt’altro che originali, e il pur notevole comparto visivo, quanto piuttosto l’esperienza personale dello stesso regista, che riversa in Luca la sua esperienza di crescita e formazione in Liguria, in bilico fra tradizioni e credenze consolidate e una geografia che la spinge ad aprirsi verso il prossimo e l’ignoto.

Nostalgia e cinefilia

Luca

Luca è infatti anche un nostalgico omaggio a un’Italia che non c’è più, costellato indubbiamente da numerosi stereotipi (la Vespa, le inflessioni dialettali, le trattorie e le innumerevoli citazioni cinematografiche) ma allo stesso tempo animato da una sincera passione verso territori, usanze e personalità fuori dal tempo, e perciò sempre valide e riconoscibili. Mentre si susseguono indimenticabili brani della nostra musica leggera (da Gianni Morandi a Mina, passando per Edoardo Bennato e Rita Pavone), viene a galla insieme al protagonista un vero e proprio fondamentale personaggio di Luca, l’estate italiana.

Non è necessario aver trascorso lunghi periodi di tempo nella Riviera ligure per compiere attraverso le immagini un tuffo nel passato, riassaporando i lunghi pomeriggi afosi (e solo apparentemente noiosi) della nostra adolescenza, la passeggiata in riva al mare col gelato e i tanti piccoli eventi che scandiscono i ritmi e le attività di una comunità, come la Portorosso Cup a cui Luca e Alberto partecipano insieme alla loro amica umana Giulia. Il lavoro di Casarosa segue così la scia di Chiamami col tuo nome (pur senza determinate sfumature sentimentali) e del precedente Io ballo da sola, scegliendo la provincia italiana come ambientazione di una fase di passaggio e di crescita. Facile poi riscontrare nell’intensa amicizia fra i protagonisti, opposti che si attraggono e si legano indissolubilmente, echi di un’altra opera che ha fatto dell’estate l’emblema di un ineludibile mutamento, Stand by Me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner.

Luca: un tenero racconto morale che ci sprona a dare il meglio di noi

Non mancano in Luca le ormai proverbiali stoccate sentimentali della Pixar, che in pochi secondi, con un gesto, un dialogo o uno sguardo riesce a virare bruscamente dalla commedia al dramma, toccando le più intime corde del nostro cuore con una sensibilità più unica che rara. Rispetto ad altri lavori dello studio, la carica emotiva di Luca non è altrettanto dirompente, soprattutto per la brusca risoluzione del confronto fra i protagonisti e i diffidenti cittadini di Portorosso, rappresentati dal campione sportivo locale Ercole Visconti, vero e proprio antagonista del racconto. La profondità dell’opera di Casarosa si schiude lentamente, continuando a scavare nell’animo dello spettatore anche dopo la visione, come succede quando tornano improvvisamente a galla i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza.

In un’epoca di barriere e isolamento, Luca sorprende per la leggerezza e la semplicità con cui riesce a trattare tematiche importanti, come l’integrazione, l’amicizia, l’importanza dell’immaginazione e la condizione di estraneità a un luogo o a una comunità, in cui chiunque si trova prima o poi nella vita. In pieno stile Pixar, questo tenero racconto morale ci invita a non lasciarci ingabbiare dai nostri presunti limiti e ci sprona a evolvere, come persone e come comunità, in una direzione più pacifica e rispettosa del prossimo. Tutto questo in un’Italia umile e sognante, lontana nel tempo ma in fondo sempre uguale a se stessa, nel bene e nel male.

Luca

Overall
7/10

Verdetto

Traendo il meglio da un pregevole impianto visivo e dai suggestivi scenari liguri, Luca mette in scena la magia dell’estate e dell’adolescenza, in un racconto morale che ci invita ad aprirci al prossimo e a evolvere.

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Prime Video

Sound of Metal: recensione del film di Darius Marder con Riz Ahmed

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Sound of Metal

Fra i tanti progetti di questa annata cinematografica penalizzati dalla prolungata chiusura delle sale italiane, c’è sicuramente Sound of Metal, toccante e intensa opera di Darius Marder disponibile nel catalogo di Amazon Prime Video. Un lavoro che si focalizza sulla sordità, disagio di cui si parla poco e si conosce ancora meno che affligge il protagonista, incarnato da un formidabile Riz Ahmed. In maniera analoga a quanto fatto da Florian Zeller con l’Alzheimer in The Father – Nulla è come sembra, Marder mette la regia al servizio della malattia su cui il racconto è incentrato, permettendo allo spettatore di comprendere le problematiche e le limitazioni con cui gli affetti da sordità sono costretti a convivere.

Sound of Metal: quando la tristezza non fa rumore

Ruben (Riz Ahmed) è il batterista di un duo metal, che ha per frontwoman la sua ragazza Lou (Olivia Cooke). Improvvisamente, Ruben comincia a sentire insopportabili ronzii, per poi ritrovarsi quasi interamente sordo. Quasi l’80% della sua capacità uditiva è compromessa e solo un costoso intervento chirurgico può alleviare i suoi problemi. Su invito di Lou, Ruben si trasferisce in una comunità di tossicodipendenti sordi gestita da Joe (Paul Raci), per imparare a convivere con la sua condizione.

Su un soggetto di Derek Cianfrance, Darius Marder mette in scena un’opera densa e struggente, che riesce nel non facile intento di fare percepire allo spettatore la sensazione di disorientamento e alienazione del protagonista, costretto a fare a meno del senso più importante per esprimere le sue doti musicali. Il ruolo del batterista, che con Whiplash Damien Chazelle aveva trasformato in una delle sue splendide declinazioni dell’ossessione, diventa in Sound of Metal il simbolo di una passione, l’ancora di salvezza della vita di Ruben dopo un burrascoso passato (sempre fuori campo, ma costantemente presente nel racconto) fatto di sofferenza e tossicodipendenza.

Ma come si può andare avanti quando ci viene strappata anche l’ultima speranza di redenzione, l’unica possibilità per un’esistenza appagante? La risposta è tutta nello sguardo tramortito e spaesato di Riz Ahmed e in un sublime sonoro diegetico, che si trasforma in punto di vista – o meglio, di suono – del protagonista, costantemente in bilico fra speranze e delusioni, fra ostinazione e accettazione. Suono di metallo che Ruben vorrebbe creare, ma che si trova invece costretto a udire, al posto delle parole di chi gli sta accanto.

Un ottimo Riz Ahmed

Sound of Metal

Nel ritratto intimo di un handicap fisico e psicologico scarsamente rappresentato sul grande schermo Sound of Metal trova i suoi momenti migliori, fondendo le venature melodrammatiche del cinema di Cianfrance con la reale esperienza della comunità sorda, in un’efficace miscela di forma e contenuto. Estremamente efficaci in questo senso le prove attoriali, fortificate anche dall’esperienza personale degli interpreti: Riz Ahmed ha infatti studiato per diversi mesi il linguaggio dei segni per rendere la sua performance più credibile, mentre Paul Raci ha sfruttato la sua reale esperienza di attivista nella comunità sorda (scaturita dalla sordità dei genitori), che l’ha portato anche a prendere parte agli Hands of Doom, una tribute band dei Black Sabbath che si esibisce nella lingua dei segni americana.

A convincere meno sono invece le divagazioni sulla tossicodipendenza e sulle dinamiche familiari: anomalie retoriche in un’opera che riesce invece a fare parlare i silenzi e i corpi. Sei nomination agli Oscar 2021, incluse quelle per il miglior film e per lo strepitoso Riz Ahmed. Due invece le statuette conquistate: quelle per il miglior montaggio e il miglior sonoro.

Overall
7.5/10

Verdetto

Darius Marder mette in scena un’opera capace di restituire il disagio e il senso di alienazione di chi è costretto a convivere con la sordità, sfruttando la memorabile performance del protagonista Riz Ahmed.

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