It: recensione del film tratto dal capolavoro di Stephen King

It: recensione del film tratto dal capolavoro di Stephen King

È indubbiamente un buon periodo per essere al tempo stesso cinefili e appassionati dei romanzi di Stephen King. Solo nello scorso anno, hanno visto la luce il remake di Pet Sematary, il film originale Netflix Nell’erba alta (tratto dall’omonimo racconto)  e la miniserie televisiva The Outsider, per non parlare del fatto che il periodo che stiamo vivendo ha più di un punto di contatto con l’angosciante scenario de L’ombra dello scorpione. Il 2019 è però stato anche l’anno dell’uscita di It – Capitolo due (qui la nostra recensione), secondo episodio del racconto sui celeberrimi Perdenti di Derry. Abbiamo quindi deciso di fare un passo indietro e parlare del primo capitolo di It del 2017, in cui i principali avversari del temibile Pennywise sono degli agguerriti adolescenti.

Come per la seconda parte, la regia è di Andrés Muschietti, mentre a interpretare i giovani protagonisti sono Jaeden Lieberher (Bill Denbrough), Sophia Lillis (Beverly Marsh), Finn Wolfhard (Richie Tozier), Jeremy Ray Taylor (Ben Hanscom), Jack Dylan Grazer (Eddie Kaspbrak), Chosen Jacobs (Mike Hanlon) e Wyatt Oleff (Stan Uris). A dare volto e corpo al clown Pennywise è invece lo svedese Bill Skarsgård

A fronte di un budget di circa 35 milioni di dollari, It ha conquistato oltre 700 milioni di dollari al box office, aprendo così la strada al suo seguito, che si è però fermato a “solo” 473 milioni di dollari di incasso, contro un budget di poco inferiore agli 80 milioni.

It: i Perdenti di Derry

Ci troviamo nell’ottobre del 1988, nell’immaginaria cittadina di Derry, nel Maine. Georgie Denbrough approfitta della pioggia per scendere a giocare in strada, con addosso un impermeabile giallo e in mano una barchetta di carta fabbricata per lui da suo fratello Bill. L’orrore si nasconde però dietro l’angolo, o più precisamente dentro un tombino gonfio di pioggia. Una spaventosa entità maligna, che si presenta come il clown Pennywise, adesca e successivamente divora il povero Georgie. Mesi dopo, Bill cerca di superare il lutto grazie alla compagnia dei suoi coetanei.

Per combattere contro una banda di bulli di città, capitanata da Henry Bowers (Nicholas Hamilton), Bill forma insieme a Richie, Eddie, Stanley, Beverly, Ben e Mike il cosiddetto Club dei Perdenti, ragazzi messi ai margini dai coetanei, ma che con il passare del tempo sviluppano un forte spirito di gruppo. I ragazzi diventano a loro volta oggetto delle minacce di Pennywise, che si presenta a loro in tante emanazioni, spaventandoli a morte. Indagando sulla storia di Derry, i Perdenti apprendono dell’esistenza di un essere maligno chiamato It, che ogni 27 anni torna a mietere vittime in città, soprattutto fra i bambini. Puntando sulla loro coesione, i ragazzi decidono di andare a scovare It nel suo nascondiglio, per ucciderlo e porre fine alle sue malvagità.

It: fra revival anni ’80 e fedeltà al romanzo di King

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Nell’adattare per il grande schermo un’opera letteraria, in particolare un romanzo monumentale e determinante per la formazione di molti cinefili come It, è difficile trovare un’ottimale alchimia fra fedeltà al testo, necessari tagli e auspicabili modifiche. Fin dallo spaventoso incipit, ricalcato dalle pagine del libro, appare chiaro che la strada scelta da Muschietti è quella di aderire il più possibile al romanzo, tradendolo solo in alcuni particolari risvolti e suscitando così l’immancabile straniamento di una fetta consistente degli appassionati di King. La modifica più evidente è certamente l’epoca di ambientazione di questo primo capitolo. Non gli anni ’50 che hanno segnato l’infanzia dell’autore del libro, ma gli anni ’80, che hanno invece dato i natali a molti degli spettatori odierni.

Una scelta dettata dalla volontà di ambientare ai giorni nostri il secondo episodio It – Capitolo due, ma soprattutto dal desiderio di cavalcare l’onda di revival degli eighties, portata al successo planetario dalla celebre serie Netflix Stranger Things. Lo slittamento temporale adempie perfettamente al suo compito, e ci troviamo così davanti a un piacevole amarcord delle mode e dei fenomeni di costume dell’epoca, esaltato da una regia che strizza ripetutamente l’occhio a livello visivo a film di culto dell’epoca, come Stand by Me – Ricordo di un’estate e I Goonies.

Uno sfondo da un lato apprezzabile e dall’altro leggermente posticcio, per un’opera che ha l’arduo compito di replicare l’immaginario di King, e la sua inimitabile abilità nel raccontare le gioie e i misteri dell’infanzia, confrontandosi implicitamente anche con l’omonima serie televisiva di Tommy Lee Wallace del 1990, fonte di paura e incubi per i bambini di allora, ma che oggi mostra evidentemente la corda e appare invecchiata decisamente male.

I Pennywise a confronto

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It salvaguarda lo spirito della pagine di King, abbracciando maggiormente la dimensione di avventuroso racconto di formazione e mettendo in secondo piano la componente puramente horror, affidata alle sporadiche ma incisive apparizioni di Pennywise. Proprio l’operato di Skarsgård nei panni dell’agghiacciante clown finisce inevitabilmente sotto la lente di ingrandimento degli spettatori, anche per l’immancabile confronto col lavoro di Tim Curry, il maggiore punto di forza della miniserie.

Dove Curry infondeva una sfumatura paradossalmente umana a Pennywise, dando vita a un confronto verbale e psicologico con i Perdenti, vittime di burle e derisioni, Skarsgård lavora invece sulla voce, con il suo clown che affabula i suoi bersagli con tono beffardo ma ammaliante. Scelta che avvicina questa trasposizione cinematografica al romanzo, donando allo spettatore un mostro genuinamente terrorizzante, esaltato da un trucco marcato e da costumi particolarmente ricercati, ma privandolo al tempo stesso di quel retrogusto giocoso e ironico che aveva contribuito a scolpire nell’immaginario collettivo il Pennywise di Curry.

Dove It funziona molto meglio rispetto all’operato di Tommy Lee Wallace è invece indubbiamente nel casting dei piccoli protagonisti e nella loro caratterizzazione. Mentre gli interpreti della prima parte della miniserie non spiccavano per incisività ed espressività, in questo caso abbiamo alcuni dei migliori giovani attori in circolazione. Ci riferiamo a Finn Wolfhard, già apprezzato in Stranger Things per la sua notevole parlantina e per la sua naturale comicità, messa al servizio del personaggio di Richie, e in particolare alla bravissima Sophia Lillis, che restituisce a Beverly Marsh tutto il suo carisma e la sua centralità all’interno dei Perdenti. Beverly diventa così il perno di una narrazione che indugia a più riprese su alcuni dei temi più importanti del racconto, come la solidarietà fra emarginati e la capacità di trarre forza dalle difficoltà che la vita ci presenta.

It: un fedele e rispettoso adattamento

Come già avvenuto per la miniserie, i puristi del libro potrebbero faticare a digerire alcune delle scelte operate in fase di sceneggiatura. Spicca soprattutto la decisione di escludere dal racconto la Tartaruga, entità benigna che i lettori di King conoscono in quanto principale avversaria di It, la cui presenza è qui limitata a un paio di strizzate d’occhio, ininfluenti ai fini della trama. Una scelta controversa e perpetrata anche dal secondo episodio, ma parzialmente compensata dall’inserimento del celeberrimo rito di Chüd, con il quale viene fatta chiarezza sull’origine dell’essere maligno. Il montaggio di Jason Ballantine, efficace nel dare ritmo al racconto per buona parte della sua durata, diventa un po’ troppo visibile nel corso dello scontro finale fra It e i Perdenti, dando vita a una brusca conclusione, che mal si accorda con un’opera che supera abbondantemente le due ore di durata.

Nonostante gli inevitabili tagli e i necessari adattamenti, anche dopo qualche anno dall’uscita in sala resta però la sensazione di essere di fronte all’adattamento che ha saputo intercettare meglio lo spirito dell’opera di King, pur eccedendo talvolta nella strizzata d’occhio e nell’omaggio fine a se stesso. Grazie a Muschietti, riviviamo infatti la magia dell’infanzia e riusciamo a entrare in empatia con una storia universale di lotta fra Bene e Male e di reciproca assistenza fra deboli e oppressi, assaporando nuovamente una piccola parte della magia di quel meraviglioso trattato sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e successivamente alla maturità, che è It di Stephen King.

Le basi (non del tutto sfruttate) per il secondo capitolo

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Difficile per i fan delle opere del Re non provare un brivido di fronte a quell’evocativo patto di sangue finale, che suggella questo riuscito adattamento e pone le basi per la seconda parte della storia. Visti i più che dignitosi risultati raggiunti in questo episodio, aumentano le perplessità nei confronti del seguito, che nell’affannosa ricerca del minor numero possibile di tagli al romanzo finisce per mettere in secondo piano l’introspezione dei personaggi, esaltata invece dal regista in questo It.

In un panorama horror mainstream troppo spesso concentrato sulla ricerca di sterili jumpscare, ben vengano opere come questa, che, pur all’interno di una cornice preconfezionata per compiacere i nostalgici, riesce a mettere in scena emozioni universali, cercando la paura non attraverso la sorpresa, ma con un’attenta costruzione dell’intreccio e dei personaggi. E in fondo cosa si può chiedere a un adattamento di un’opera così importante per tutti noi, se non di trattare con rispetto il materiale di partenza, senza prostrarsi passivamente ad esso?

Valutazione
7/10

Verdetto

Muschietti riesce nell’arduo compito di rendere giustizia al libro di King, minimizzando i tagli e tradendo il materiale originale quando necessario, eccedendo però con qualche ammiccamento di troppo ai nostalgici degli anni ’80.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.