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It: recensione del film tratto dal capolavoro di Stephen King

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È indubbiamente un buon periodo per essere al tempo stesso cinefili e appassionati dei romanzi di Stephen King. Solo nello scorso anno, hanno visto la luce il remake di Pet Sematary, il film originale Netflix Nell’erba alta (tratto dall’omonimo racconto)  e la miniserie televisiva The Outsider, per non parlare del fatto che il periodo che stiamo vivendo ha più di un punto di contatto con l’angosciante scenario de L’ombra dello scorpione. Il 2019 è però stato anche l’anno dell’uscita di It – Capitolo due (qui la nostra recensione), secondo episodio del racconto sui celeberrimi Perdenti di Derry. Abbiamo quindi deciso di fare un passo indietro e parlare del primo capitolo di It del 2017, in cui i principali avversari del temibile Pennywise sono degli agguerriti adolescenti.

Come per la seconda parte, la regia è di Andrés Muschietti, mentre a interpretare i giovani protagonisti sono Jaeden Lieberher (Bill Denbrough), Sophia Lillis (Beverly Marsh), Finn Wolfhard (Richie Tozier), Jeremy Ray Taylor (Ben Hanscom), Jack Dylan Grazer (Eddie Kaspbrak), Chosen Jacobs (Mike Hanlon) e Wyatt Oleff (Stan Uris). A dare volto e corpo al clown Pennywise è invece lo svedese Bill Skarsgård

A fronte di un budget di circa 35 milioni di dollari, It ha conquistato oltre 700 milioni di dollari al box office, aprendo così la strada al suo seguito, che si è però fermato a “solo” 473 milioni di dollari di incasso, contro un budget di poco inferiore agli 80 milioni.

It: i Perdenti di Derry

Ci troviamo nell’ottobre del 1988, nell’immaginaria cittadina di Derry, nel Maine. Georgie Denbrough approfitta della pioggia per scendere a giocare in strada, con addosso un impermeabile giallo e in mano una barchetta di carta fabbricata per lui da suo fratello Bill. L’orrore si nasconde però dietro l’angolo, o più precisamente dentro un tombino gonfio di pioggia. Una spaventosa entità maligna, che si presenta come il clown Pennywise, adesca e successivamente divora il povero Georgie. Mesi dopo, Bill cerca di superare il lutto grazie alla compagnia dei suoi coetanei.

Per combattere contro una banda di bulli di città, capitanata da Henry Bowers (Nicholas Hamilton), Bill forma insieme a Richie, Eddie, Stanley, Beverly, Ben e Mike il cosiddetto Club dei Perdenti, ragazzi messi ai margini dai coetanei, ma che con il passare del tempo sviluppano un forte spirito di gruppo. I ragazzi diventano a loro volta oggetto delle minacce di Pennywise, che si presenta a loro in tante emanazioni, spaventandoli a morte. Indagando sulla storia di Derry, i Perdenti apprendono dell’esistenza di un essere maligno chiamato It, che ogni 27 anni torna a mietere vittime in città, soprattutto fra i bambini. Puntando sulla loro coesione, i ragazzi decidono di andare a scovare It nel suo nascondiglio, per ucciderlo e porre fine alle sue malvagità.

It: fra revival anni ’80 e fedeltà al romanzo di King

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Nell’adattare per il grande schermo un’opera letteraria, in particolare un romanzo monumentale e determinante per la formazione di molti cinefili come It, è difficile trovare un’ottimale alchimia fra fedeltà al testo, necessari tagli e auspicabili modifiche. Fin dallo spaventoso incipit, ricalcato dalle pagine del libro, appare chiaro che la strada scelta da Muschietti è quella di aderire il più possibile al romanzo, tradendolo solo in alcuni particolari risvolti e suscitando così l’immancabile straniamento di una fetta consistente degli appassionati di King. La modifica più evidente è certamente l’epoca di ambientazione di questo primo capitolo. Non gli anni ’50 che hanno segnato l’infanzia dell’autore del libro, ma gli anni ’80, che hanno invece dato i natali a molti degli spettatori odierni.

Una scelta dettata dalla volontà di ambientare ai giorni nostri il secondo episodio It – Capitolo due, ma soprattutto dal desiderio di cavalcare l’onda di revival degli eighties, portata al successo planetario dalla celebre serie Netflix Stranger Things. Lo slittamento temporale adempie perfettamente al suo compito, e ci troviamo così davanti a un piacevole amarcord delle mode e dei fenomeni di costume dell’epoca, esaltato da una regia che strizza ripetutamente l’occhio a livello visivo a film di culto dell’epoca, come Stand by Me – Ricordo di un’estate e I Goonies.

Uno sfondo da un lato apprezzabile e dall’altro leggermente posticcio, per un’opera che ha l’arduo compito di replicare l’immaginario di King, e la sua inimitabile abilità nel raccontare le gioie e i misteri dell’infanzia, confrontandosi implicitamente anche con l’omonima serie televisiva di Tommy Lee Wallace del 1990, fonte di paura e incubi per i bambini di allora, ma che oggi mostra evidentemente la corda e appare invecchiata decisamente male.

I Pennywise a confronto

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It salvaguarda lo spirito della pagine di King, abbracciando maggiormente la dimensione di avventuroso racconto di formazione e mettendo in secondo piano la componente puramente horror, affidata alle sporadiche ma incisive apparizioni di Pennywise. Proprio l’operato di Skarsgård nei panni dell’agghiacciante clown finisce inevitabilmente sotto la lente di ingrandimento degli spettatori, anche per l’immancabile confronto col lavoro di Tim Curry, il maggiore punto di forza della miniserie.

Dove Curry infondeva una sfumatura paradossalmente umana a Pennywise, dando vita a un confronto verbale e psicologico con i Perdenti, vittime di burle e derisioni, Skarsgård lavora invece sulla voce, con il suo clown che affabula i suoi bersagli con tono beffardo ma ammaliante. Scelta che avvicina questa trasposizione cinematografica al romanzo, donando allo spettatore un mostro genuinamente terrorizzante, esaltato da un trucco marcato e da costumi particolarmente ricercati, ma privandolo al tempo stesso di quel retrogusto giocoso e ironico che aveva contribuito a scolpire nell’immaginario collettivo il Pennywise di Curry.

Dove It funziona molto meglio rispetto all’operato di Tommy Lee Wallace è invece indubbiamente nel casting dei piccoli protagonisti e nella loro caratterizzazione. Mentre gli interpreti della prima parte della miniserie non spiccavano per incisività ed espressività, in questo caso abbiamo alcuni dei migliori giovani attori in circolazione. Ci riferiamo a Finn Wolfhard, già apprezzato in Stranger Things per la sua notevole parlantina e per la sua naturale comicità, messa al servizio del personaggio di Richie, e in particolare alla bravissima Sophia Lillis, che restituisce a Beverly Marsh tutto il suo carisma e la sua centralità all’interno dei Perdenti. Beverly diventa così il perno di una narrazione che indugia a più riprese su alcuni dei temi più importanti del racconto, come la solidarietà fra emarginati e la capacità di trarre forza dalle difficoltà che la vita ci presenta.

It: un fedele e rispettoso adattamento

Come già avvenuto per la miniserie, i puristi del libro potrebbero faticare a digerire alcune delle scelte operate in fase di sceneggiatura. Spicca soprattutto la decisione di escludere dal racconto la Tartaruga, entità benigna che i lettori di King conoscono in quanto principale avversaria di It, la cui presenza è qui limitata a un paio di strizzate d’occhio, ininfluenti ai fini della trama. Una scelta controversa e perpetrata anche dal secondo episodio, ma parzialmente compensata dall’inserimento del celeberrimo rito di Chüd, con il quale viene fatta chiarezza sull’origine dell’essere maligno. Il montaggio di Jason Ballantine, efficace nel dare ritmo al racconto per buona parte della sua durata, diventa un po’ troppo visibile nel corso dello scontro finale fra It e i Perdenti, dando vita a una brusca conclusione, che mal si accorda con un’opera che supera abbondantemente le due ore di durata.

Nonostante gli inevitabili tagli e i necessari adattamenti, anche dopo qualche anno dall’uscita in sala resta però la sensazione di essere di fronte all’adattamento che ha saputo intercettare meglio lo spirito dell’opera di King, pur eccedendo talvolta nella strizzata d’occhio e nell’omaggio fine a se stesso. Grazie a Muschietti, riviviamo infatti la magia dell’infanzia e riusciamo a entrare in empatia con una storia universale di lotta fra Bene e Male e di reciproca assistenza fra deboli e oppressi, assaporando nuovamente una piccola parte della magia di quel meraviglioso trattato sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e successivamente alla maturità, che è It di Stephen King.

Le basi (non del tutto sfruttate) per il secondo capitolo

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Difficile per i fan delle opere del Re non provare un brivido di fronte a quell’evocativo patto di sangue finale, che suggella questo riuscito adattamento e pone le basi per la seconda parte della storia. Visti i più che dignitosi risultati raggiunti in questo episodio, aumentano le perplessità nei confronti del seguito, che nell’affannosa ricerca del minor numero possibile di tagli al romanzo finisce per mettere in secondo piano l’introspezione dei personaggi, esaltata invece dal regista in questo It.

In un panorama horror mainstream troppo spesso concentrato sulla ricerca di sterili jumpscare, ben vengano opere come questa, che, pur all’interno di una cornice preconfezionata per compiacere i nostalgici, riesce a mettere in scena emozioni universali, cercando la paura non attraverso la sorpresa, ma con un’attenta costruzione dell’intreccio e dei personaggi. E in fondo cosa si può chiedere a un adattamento di un’opera così importante per tutti noi, se non di trattare con rispetto il materiale di partenza, senza prostrarsi passivamente ad esso?

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Overall
7/10

Verdetto

Muschietti riesce nell’arduo compito di rendere giustizia al libro di King, minimizzando i tagli e tradendo il materiale originale quando necessario, eccedendo però con qualche ammiccamento di troppo ai nostalgici degli anni ’80.

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Abigail: recensione del film con Melissa Barrera

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Abigail

Si apre con il tema principale de Il lago dei cigni di Čajkovskij come il seminale Dracula di Tod Browning (scelta con un ben preciso significato, come vedremo in seguito), procede seguendo le dinamiche di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (base per molti horror moderni, peraltro citata esplicitamente nel film) e infarcisce tutto con un dark humour citazionista e postmoderno. Abigail di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett si configura quindi come un saggio divertito e divertente sulla storia e sullo stato dell’arte del cinema horror, sulla scia dell’immortale saga di Wes Craven Scream, non a caso rielaborata dagli stessi registi nei due recenti “requel“. Una valida commedia horror, che conferma l’affinità di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett con questo filone, da loro esplorato anche nel notevole Finché morte non ci separi.

Liberamente ispirato a La figlia di Dracula, Abigail racconta la storia di un bizzarro e misterioso gruppo di rapitori, assoldati per sequestrare una bambina dotata di grande talento per la danza. Una volta eseguito il sequestro, i malviventi hanno l’indicazione di portare la piccola in una lussuosa e isolata villa, in cui custodirla per 24 ore in attesa del pagamento del riscatto. Ignari delle vere identità dei loro soci e di quella del padre della bambina, i rapitori iniziano a innervosirsi e a porsi domande sulla loro missione. In un susseguirsi di eventi sinistri, scoprono poi di essere rinchiusi all’interno della villa e soprattutto di essere a loro volta in pericolo per la vera natura della piccola Abigail, assetata del loro sangue.

Abigail: una giocosa e riuscita commedia dell’orrore

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett non inventano nulla, ma sfruttano in maniera fresca e brillante gli stereotipi dei generi e dei temi che affrontano. Uno di questi è indubbiamente il vampirismo, che con il passare dei minuti diventa sempre più centrale all’interno della narrazione. L’eterogeneo gruppo di protagonisti infatti non può fare altro che interrogarsi sulla natura e sui poteri di Abigail, affidandosi all’intuito (per la verità abbastanza scarso) e soprattutto alla letteratura e alla filmografia sui vampiri. Spunti ideali per un umorismo macabro e grottesco e per situazioni paradossali, come i momenti in cui i protagonisti ricorrono a reminiscenze di True Blood o Twilight per decidere il da farsi o scambiano l’aglio con le cipolle nel tentativo di proteggersi.

Il lavoro dei registi non si limita però al citazionismo spicciolo, ma anche grazie al contributo in sceneggiatura di Stephen Shields e Guy Busick danno vita a un prodotto di genere dalle atmosfere e dalle dinamiche cangianti, non lontano per toni dal cult Dal tramonto all’alba. Quello che inizialmente si configura come un innocuo thriller basato su un rapimento strizza poi l’occhio al giallo, lavorando sulle misteriose identità dei rapitori e sulla loro possibile doppiezza. Una parentesi effimera, che prepara il terreno a una decisa sterzata nei territori dell’horror e dello splatter, durante la quale si ricorre a un ricco campionario di schizzi di sangue, teste mozzate e giugulari recise. Una svolta accompagnata da particolari scelte di marketing, volte non a celare la vera natura della piccola protagonista ma a enfatizzarla in tutti i modi possibili, a partire dall’ampio materiale promozionale.

La formidabile prova di Alisha Weir

Abigail

Punto di forza di Abigail è indubbiamente la formidabile attrice irlandese Alisha Weir (classe 2009), già vista recentemente in Matilda The Musical di Roald Dahl e Cattiverie a domicilio, ma in questo caso autrice di una prova di encomiabile maturità, in perfetto equilibrio fra falsa dolcezza e spaventosa malvagità, ma capace anche di sorprendenti squarci di umanità. Accanto a lei spicca la notevole performance di Melissa Barrera, già valida final girl nel franchise di Scream, da cui è stata allontanata ciecamente allontanata per il suo sostegno al popolo palestinese. Completano il cast l’ambiguo Dan Stevens, l’ingenua geek Kathryn Newton, il sempre inquietante Kevin Durand, un incerto Will Catlett e lo sfortunato Angus Cloud, prematuramente scomparso poco prima dell’uscita del film, dedicato alla sua memoria. Da segnalare infine le brevi apparizioni di Giancarlo Esposito e Matthew Goode, importanti soprattutto per l’atto conclusivo.

Nel turbine di citazioni orchestrato dai registi (oltre a quelle già menzionate, spiccano i rimandi alla vasca di Phenomena e i parallelismi con Finché morte non ci separi, in un gioco di riferimenti interno alla filmografia di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett), sarebbe un peccato fare passare in secondo piano il pregevole lavoro sulle scenografie e sulle luci, che diventa centrale per la narrazione e per le possibili piste che si aprono con il passare dei minuti. Il risultato è un crescendo di suspense, mistero e paura, solo parzialmente indebolito da una comicità meno efficace rispetto ai precedenti lavori di questa coppia di autori, principalmente a causa della caratterizzazione grossolana ed eccessivamente grottesca di alcuni dei protagonisti.

Abigail: è davvero la fine?

Abigail

Pur non rinnegando mai la sua natura puramente derivativa, Abigail sfocia in un finale soddisfacente e tutt’altro che scontato, che raccoglie i frutti del lavoro svolto in precedenza sugli stereotipi dei vampiri e sulla solidarietà femminile, già al centro dei due recenti capitoli del franchise di Scream. Un lavoro leggero ma mai sciatto, anche dal punto di vista editoriale: in epoca di remake sfornati a ripetizione e di universi condivisi, Abigail sembra più viva che mai, proprio come il famigerato Principe delle tenebre a cui è direttamente collegata.

Abigail è disponibile dal 16 maggio nelle sale italiane, distribuito da Universal Pictures.

Overall
7/10

Valutazione

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett continuano la loro esplorazione della commedia dell’orrore, dando vita a un racconto giocoso e citazionista al punto giusto, solo parzialmente indebolito da un umorismo non sempre a fuoco.

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Adagio: recensione del film di Stefano Sollima

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Adagio

In Suburra, secondo capitolo della sua trilogia dedicata alla Roma criminale, Stefano Sollima ci mostrava una capitale bagnata da una pioggia ininterrotta, cornice dei più subdoli intrighi del potere e della criminalità organizzata. A chiudere il trittico del regista italiano, iniziato con Romanzo criminale – La serie, arriva Adagio, che invece ci presenta una Roma minacciata da un sempre più inquietante incendio e fiaccata da un caldo asfissiante, in linea con quanto messo in scena da Paolo Virzì nel suo Siccità. In questo fosco teatro si aggirano i protagonisti di Adagio, in bilico fra un lontano passato nel crimine e un torbido affare nel presente.

Insieme all’ottimo debuttante Gianmarco Franchini, in Adagio troviamo colonne portanti della recitazione in Italia come Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Adriano Giannini e Pierfrancesco Favino, con quest’ultimo che si conferma perfetto interprete del crime dopo il notevole L’ultima notte di Amore, peraltro in un ruolo diametralmente opposto per registri e sfumature espressive.

Adagio: l’amara e malinconica chiusura della Trilogia della Roma criminale

Al centro di Adagio c’è il giovane Manuel (Gianmarco Franchini), inviato in un festino a base di sesso, droga e alcol con il compito di immortalare un ministro impegnato in atteggiamenti equivoci. Prima di portare a termine la missione, Manuel si dà però alla fuga insieme al prezioso video, mandando su tutte le furie il mandante Vasco (Adriano Giannini), maresciallo del ROS corrotto. Il ragazzo si rifugia da Polniuman (Valerio Mastandrea), vecchia conoscenza di suo padre Daytona (Toni Servillo) e come lui con un passato nella banda della Magliana. Inizia così una fuga all’insegna della paura e della violenza, che coinvolge politici, forze dell’ordine e anche l’ambiguo Cammello (Pierfrancesco Favino), ex criminale gravemente malato.

Dopo le trasferte statunitensi Soldado e Senza rimorso, Stefano Sollima torna in Italia per un altro solido film di genere, che non indora mai la pillola ma al contrario propone personaggi in costante equilibrio fra malvagità e slanci di umanità, fra etica e crimine, fra vita e morte. Un vero e proprio personaggio aggiuntivo del racconto è una Roma respingente e avvelenata, evidentemente prossima a una catastrofe mai approfondita ma sempre presente nel racconto. Una metropoli irrimediabilmente lontana sia dalle atmosfere sognanti de La dolce vita, sia dalla inconsapevole decadenza della borghesia de La grande bellezza, lanciata a tutta la velocità verso l’abisso e verso l’ignoto.

Un cinema diretto e sincero

Adagio

In un luogo in cui convivono i fasti di un glorioso passato e il presente squallore, i personaggi mettono in evidenza tutta la loro doppiezza. Vediamo dunque l’apparentemente giudizioso padre interpretato da Adriano Giannini, che mentre prepara un pasto per i figli segue gli ultimi sviluppi del frutto della sua corruzione, ma anche un temibile e spietato criminale trasformato in insolita e inadeguata ancora di salvezza. Sullo sfondo uno Stato assente, colpevole e disinteressato, del tutto scollegato dalle frange più marginalizzate della società, protagoniste a loro volta di un aspro scontro generazionale, con i giovani intenti a reclamare il loro spazio a discapito dei più anziani, a loro volta attaccati a regole e amicizie spazzate via dal tempo e dalla storia.

Un cinema diretto e sincero, che guarda al cinema americano (evidente il rimando a I soliti sospetti) ma al tempo stesso si sporca le mani con la sua italianità, riprendendo lo spirito del nostro grande cinema di genere. Dinamiche sapientemente maneggiate dalla mano esperta di Stefano Sollima, che tratteggia un desolante quadro di mediocrità, marciume e disperazione, abitato da veri e propri relitti umani. Fra questi, spicca soprattuto il Cammello di Favino, completamente spogliato della sua divistica per aderire a un corpo martoriato dalla malattia e dall’emarginazione. Non da meno l’ermetico Daytona, sospeso fra disagio mentale e improvvisi squarci di spietatezza criminale.

Adagio

Con l’indimenticabile Tutto il resto è noia, la voce di Franco Califano chiude un gangster movie urbano dalle sfumature noir e poliziesche, che fra inseguimenti, duelli e foschi presagi riesce a mantenere sempre alta la tensione, accompagnandoci verso un epilogo amaro e malinconico, in cui emergono la circolarità della vita criminale e il fallimento di una società sull’orlo del collasso.

Overall
7.5/10

Valutazione

Stefano Sollima firma un pregevole un gangster movie urbano dalle sfumature noir e poliziesche, che chiude la Trilogia della Roma criminale.

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Stand by Me – Ricordo di un’estate: recensione del film di Rob Reiner

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Stand by Me - Ricordo di un'estate

«Abitavo in una cittadina dell’Oregon, di nome Castle Rock. C’erano solo 1281 abitanti, ma per me era il mondo intero», dice l’adulto Gordon Lachance nei primi minuti di Stand by Me – Ricordo di un’estate, ripensando alla sua infanzia di molto tempo prima, sempre «se lo si considera in termini di anni». Un incipit che costituisce una perfetta descrizione della sonnolenta e apparentemente immobile vita di provincia, ma allo stesso tempo è anche una dichiarazione d’intenti di questo straordinario film, che in appena 88 minuti riesce davvero a dipingere un mondo intero, imponendosi come uno dei più struggenti racconti di formazione mai visti sul grande schermo.

Non è un caso che Stand by Me – Ricordo di un’estate nasca dalla penna di Stephen King, uno degli autori che meglio ha saputo raccontare la giovinezza, attraverso pietre miliari della narrativa come Carrie e It. In questo caso il materiale originale è il racconto Il corpo, contenuto nella raccolta Stagioni diverse, di cui fanno parte anche Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank (adattato al cinema con Le ali della libertà) e Un ragazzo sveglio (base per il film di Bryan Singer L’allievo). Un’opera ricca di evidenti spunti autobiografici, come lo stesso Lachance (diventato uno scrittore) e i problemi di tutti i protagonisti con la figura paterna (il padre di Stephen King ha abbandonato la famiglia quando l’autore aveva appena 2 anni), che attraverso un intreccio molto semplice racconta il delicatissimo passaggio fra l’infanzia e l’adolescenza, con la conseguente perdita dell’innocenza, nonché di amicizie che si credevano eterne.

Stand by Me: un amaro capolavoro sull’infanzia e sull’amicizia

Stand by Me - Ricordo di un'estate

Stand by Me – Ricordo di un’estate è sostanzialmente un lungo flashback, che inizia nel momento in cui l’ormai affermato scrittore Gordon Lachance (Richard Dreyfuss) apprende da un giornale della tragica morte di Chris Chambers, il suo migliore amico d’infanzia. La mente torna così all’estate del 1959, quando il protagonista, soprannominato Gordie (interpretato da Wil Wheaton), parte insieme a Chris (il compianto River Phoenix) e agli altri amici Teddy Duchamp (Corey Feldman) e Vern Tessio (Jerry O’Connell) alla ricerca del cadavere di un ragazzino, scomparso pochi giorni prima dalla cittadina di Castle Rock. Un tentativo di diventare eroi agli occhi della comunità, ma anche e soprattutto l’occasione per vivere tutti insieme un’emozionante avventura, in un lungo cammino attraverso i binari della ferrovia. Sulla loro strada c’è però un gruppo di bulli più grandi di loro, guidati dal pericoloso e sinistro Asso Merrill (un inquietante Kiefer Sutherland).

Il corpo è poco più che un pretesto, che Stephen King utilizza per scavare nell’animo dei suoi personaggi e per trasformare un paio di giornate estive nella sintesi di un’esistenza intera, in linea con il celebre motto di Leo Benvenuti, secondo cui «in fin dei conti ognuno di noi ha al massimo 20 estati utili… Poi si diventa adulti. E tutto cambia». Da narratore acuto e poliedrico, Rob Reiner (reduce dal successo di This Is Spinal Tap e successivamente ancora autore di un notevole adattamento di Stephen King, Misery non deve morire) intercetta brillantemente questo spirito, compiendo l’intelligente scelta di dare maggior risalto proprio a Gordie, mentre ne Il corpo l’attenzione è rivolta maggiormente verso Chris.

Il binario della vita

Il risultato è un racconto commovente e intriso di malinconia, che scaturisce non solo dalle musiche di Jack Nitzsche e dal continuo ricorso al brano di Ben E. King che dà il titolo al film, ma anche dall’approccio di Gordie, l’unico della compagnia a cogliere pienamente il valore simbolico di questo viaggio, grazie al suo già evidente talento per la narrativa. Quello di Gordie, Chris, Teddy e Vern è un viaggio iniziatico, pieno di sorprese e di pericoli, in cui ognuno di loro impara ad affrontare e superare le proprie fragilità.

In un susseguirsi di imprevisti e colpi di scena, i protagonisti evitano treni per un soffio, fuggono da un temibile cane rivelatosi pressoché innocuo («Chopper fu la mia prima lezione sulla differenza tra mito e realtà», dice Gordie), attraversano ponti pericolanti, dormono in un bosco, vengono attaccati dalle sanguisughe e infine si confrontano a testa alta con i bulli locali.

Il tutto camminando simbolicamente su un binario, che proprio come la vita può essere percorso solo in una direzione: in avanti mentre si cresce, all’indietro quando si guarda al passato per riannodare i fili della propria esistenza. Lungo la ferrovia, Gordie impara a credere in se stesso anche quando non lo fanno gli altri, come i suoi genitori, ancora sconvolti dalla prematura scomparsa di suo fratello maggiore, nonché loro figlio preferito; Chris capisce che nonostante la pessima nomea e le sue difficoltà di apprendimento può avere comunque un brillante percorso, mettendo le basi per la sua carriera di avvocato; Teddy scopre che gli insulti e gli sberleffi che è solito utilizzare possono colpire anche lui nei suoi punti più deboli, come il padre reduce dallo sbarco in Normandia; l’ingenuo e insicuro Vern acquisisce fiducia e coraggio, comprendendo che è possibile superare anche le più grandi paure.

Un racconto in cui chiunque può riconoscersi

Stand by Me - Ricordo di un'estate

In delicato equilibrio fra le dinamiche del road movie e il coming-of-age, Rob Reiner ferma queste vite nel tempo, districandosi fra ingiurie alle madri, discussioni su fumetti e supereroi, i più disparati scherzi e momenti di aggregazione, come la spassosa digressione sul racconto di Gordie incentrato sulla gara di mangiatori di torte. Nel pieno dell’edonismo e del trionfo della perfetta mascolinità degli anni ’80, il regista scalda il cuore con una storia di ragazzini fragili, imperfetti e sfiduciati, ideale anello di congiunzione fra gli scanzonati protagonisti de I Goonies (uno dei quali è proprio Corey Feldman) e i membri del Club dei Perdenti del già citato It di Stephen King, in eterna lotta contro l’incarnazione stessa del male.

In questo caso però non ci sono né tesori da ritrovare né mostri da sconfiggere, ma un momento di passaggio in cui chiunque può riconoscersi, fatto di timori spesso infondati sul futuro, furibonde liti capaci di sciogliersi in radiosi sorrisi, voglia di diventare grandi in fretta e al contempo di restare bambini ancora per un po’. Pochi hanno vissuto un’avventura sospesa fra bulli, cadaveri e boschi come quella di Stand by Me – Ricordo di un’estate, ma tutti possono comprendere lo stato d’animo di questi quattro ragazzi, che si trovano nel pieno di quella fase della vita in cui solo i coetanei possono comprenderci, mentre gli adulti e persino i ragazzi di pochi anni più grandi sembrano figure completamente estranee a un legame apparentemente eterno, ma in realtà spesso illusorio.

Lo struggente finale di Stand by Me

Fra improvvisi momenti di dolcezza (l’incontro col cerbiatto che Gordie tiene per sé come ultimo scampolo dell’infanzia) e laceranti squarci di verità («So quello che pensa tuo padre di te. Non gliene frega niente di te. Lui preferiva Denny, e non negarlo») si arriva al confronti finale con Asso Merrill e i suoi scagnozzi, in cui Gordie completa il suo percorso di crescita, puntando la pistola in faccia al bullo e mettendolo addirittura in fuga. Un attimo di grande coraggio a cui ne fa seguito un altro di invidiabile maturità, nel quale il ragazzo convince i compari a non approfittare del corpo di un loro coetaneo per guadagnare popolarità e a limitarsi a segnalarlo alla polizia con una telefonata anonima.

«Eravamo stati via solo due giorni, eppure la città sembrava diversa. Più piccola». Finita l’avventura, si ritorna a casa in silenzio, senza la magia che aveva accompagnato il viaggio di andata ma con qualche consapevolezza in più su se stessi e sul proprio futuro. Stand by Me – Ricordo di un’estate irrompe così nella realtà con un carico di amarezza e verità, davanti al quale è difficile trattenere le lacrime. Senza rendersene conto, Gordie, Chris, Teddy e Vern si separano per sempre.

«Col passare del tempo, ci vedemmo sempre meno con Teddy e Vern, finché diventarono due facce nella massa. Succede. Gli amici entrano ed escono dalla tua vita come i camerieri di un ristorante», dice Gordie, sbattendo in faccia allo spettatore un momento di doloroso realismo, completato dalla commistione fra la finzione e il vero triste destino di River Phoenix, nell’attimo in cui la figura dello sfortunato attore si dissolve, per rimanere per sempre giovane nei ricordi del protagonista e degli spettatori.

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?

Stand by Me - Ricordo di un'estate

Con i bambini intorno a lui che giocano spensierati, protagonisti inconsapevoli della ciclicità dell’amicizia e della vita, davanti al computer con cui si guadagna da vivere il prestigioso scrittore Gordon Lachance ricorda l’amico scomparso («Nonostante fossero più di dieci anni che non lo vedevo, so che mi mancherà, sempre») e trova un’epifania che riassume perfettamente il senso di questo capolavoro: «Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?».

Si chiude così Stand by Me – Ricordo di un’estate, che fa parte della ristretta cerchia dei film per cui non è eccessivo usare il termine “capolavoro”. Un risultato riconosciuto dallo stesso Stephen King, spesso particolarmente critico sugli adattamenti delle sue opere, che però in questo caso, come raccontato dallo stesso Rob Reiner, al termine di una proiezione privata del film si è allontanato per qualche minuto, per poi tornare visibilmente scosso per complimentarsi col regista con queste parole:

«È il miglior film mai realizzato tra tutto ciò che ho scritto, il che non dice molto. Ma hai davvero catturato la mia storia. È autobiografico. Tutto ciò che è stato inventato è stato l’espediente della caccia al corpo. Ero lo scrittore e il mio migliore amico era il ragazzo che in realtà mi ha instillato la fiducia necessaria per diventare uno scrittore. Ed è davvero stato ucciso da giovane».

Stand by Me - Ricordo di un'estate

Overall
10/10

Valutazione

Rob Reiner firma uno dei migliori adattamenti delle opere di Stephen King, dando vita a uno struggente e indimenticabile racconto di formazione.

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