Jojo Rabbit: recensione del film di Taika Waititi con Scarlett Johansson

Jojo Rabbit: recensione del film di Taika Waititi con Scarlett Johansson

Dopo il successo di Thor: Ragnarok e prima di dedicarsi al successivo capitolo sulle vicende di Asgard Thor: Love and Thunder, il neozelandese Taika Waititi si concede una parentesi al di fuori del Marvel Cinematic Universe con Jojo Rabbit, agrodolce commedia satireggiante che ha ricevuto due candidature ai Golden Globe e ben sei nomination ai prossimi Oscar. Avvalendosi delle performance del giovanissimo protagonista Roman Griffin Davis (classe 2007, ne sentiremo ancora parlare), della sorprendente Thomasin McKenzie e dei sempre efficaci Scarlett Johansson e Sam Rockwell, Waititi si prefigge l’ambizioso compito di affrontare un tema scottante come il nazismo e di metterne in luce orrori e assurdità, mettendosi ad altezza di un bambino che subisce la fascinazione di Adolf Hitler (interpretato dallo stesso regista) al punto da elevarlo a suo mentore e amico immaginario. Il risultato, purtroppo, è sconfortante.

Jojo Rabbit: il nazismo secondo Taika Waititi

Jojo Rabbit

Il cinema ha affrontato le tematiche del nazismo e dell’Olocausto da ogni tipo di prospettiva. Abbiamo visto un approccio rigoroso e divulgativo in opere come Vincitori e vinti, Schindler’s List – La lista di Schindler, Il pianista e La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler e uno più autoriale in Train de vie – Un treno per vivere, Il bambino con il pigiama a righe, Il figlio di Saul e Opera senza autore. Abbiamo goduto dell’ucronia di Bastardi senza gloria, della sfrenata satira di Vogliamo vivere!Per favore, non toccate le vecchiette e The Producers – Una gaia commedia neonazista e delle struggenti commistioni fra commedia e dramma de Il grande dittatore e La vita è bella. Da queste parti, abbiamo apprezzato anche le incursioni di puro genere sul tema da parte della nazisploitation, anche nelle sue più divertite riletture recenti come Dead Snow, Iron Sky e Overlord.

Questo per dire che si può demolire Hitler e i suoi scagnozzi in tanti modi, senza avere remore per quanto riguarda il registro e il genere adottati. Ciò che però si deve invece sempre mantenere è la sensibilità verso la materia che si sta trattando e verso il discorso (morale, politico, storico o cinematografico) che si vuole fare attraverso essa. Per questo si resta sconcertati davanti all’intera operazione di Waititi, che con un approccio a dir poco irresponsabile frulla nello stesso contenitore un canovaccio da classico indie coming-of-age, un Hitler talmente grottesco e affabile da diventare sinistro, il personaggio della McKenzie, nascosto in una piccola stanza come Anna Frank, e un’irricevibile colonna sonora, fatta di versioni tedesche di brani pop come Heroes e I Want to Hold Your Hand, quasi a sottintendere un’ucronia di segno opposto a quella di Quentin Tarantino.

La storia dà torto o dà ragione

Per fare ciò, Waititi utilizza il piccolo Johannes Betzler (soprannominato spregevolmente Jojo Rabbit per la sua incapacità di uccidere un coniglio), piccolo aspirante nazista che si divide fra la gioventù hitleriana, le amorevoli cure di sua madre Rosie, che segretamente osteggia il Terzo Reich, e il suo rapporto virtuale con Hitler, a cui si confida in numerosi dialoghi. La sua sconcertante visione del mondo, scaturita dalla spregevole propaganda nazista, comincia a sgretolarsi quando scopre Elsa Korr, giovane ebrea nascosta nella sua stessa casa che con le armi della dolcezza e dell’ironia smentisce le malignità sul suo popolo.

Un soggetto potenzialmente interessante, che il regista, adattando liberamente Il cielo in gabbia di Christine Leunens, infarcisce di gag demenziali e quasi sempre fini a se stesse, riparandosi sotto l’ombrello della satira. Operazione che potrebbe anche essere derubricata a commedia parodistica di bassa lega, se non fosse per la necessità per Waititi di confrontarsi con la Storia. E la Storia, come diceva Francesco De Gregori, dà torto o dà ragione. A differenza del filone vampiresco (brillantemente decostruito in Vita da vampiro – What We Do in the Shadows) e del mito di Thor, Jojo Rabbit mette il regista neozelandese davanti all’urgenza di conciliare la sua vena dissacrante con il dramma e di coniugare la farsa con le prevedibili tristi svolte della vita di Johannes.

Conscio di non essere né Charlie ChaplinRoberto Benigni, Taika Waititi intraprende l’unica strada che può essere nelle sue corde: perseverare nella farsa, prolungare la sua favolistica visione di Hitler e del nazismo e fare entrare la Storia nel racconto, sperando che sia lo spettatore a conferire a Jojo Rabbit quella profondità e quel valore morale che il film non ha. Tentativo che, a giudicare dalle entusiastiche recensioni italiane e straniere, appare perfettamente riuscito.

Jojo Rabbit: la banalizzazione del male

Non basta l’umanità dei due personaggi più riusciti, la Madre Coraggio della Johansson e il tormentato e sfaccettato Capitano Klenzendorf di Sam Rockwell, o qualche toccante momento fra Johannes ed Elsa a salvare un’opera in cui non riscontriamo né il senso del tragico né quello del ridicolo, né un intento divulgativo né un ragionamento sul male, ma solo la volontà di fare umorismo banale e di bassa lega (oltre alle pessime incursioni dell’Hitler di Waititi, da segnalare la gag peggiore di tutte, quella del ripetuto Heil Hitler) su una delle pagine più tristi del secolo scorso.

Se volessimo fare della dietrologia spicciola, ci sarebbe da provare perfino indignazione e repulsione per l’opera di costante banalizzazione del male che Jojo Rabbit mette in scena, mostrandoci un Hitler a tratti quasi umano, una retorica nazista smontata solo a colpi di semplificazioni e un totale rifiuto di una contestualizzazione della guerra e della propaganda che sia appena al di sopra della comprensione di un bambino. Ponderando maggiormente la nostra riflessione, la conclusione, forse ancora più triste, a cui siamo arrivati è che non c’è né dolo né malignità nell’operazione di Waititi, ma solo la pura incapacità di elevare a pungente satira una mediocre commedia e di tratteggiare una riflessione sul nazismo più acuminata delle svariate parodie che ci passano quotidianamente davanti sui social network.

Jojo Rabbit

In un’annata costellata da diversi notevoli lavori, sorprende ritrovarsi a parlare, a ridosso della notte più attesa del mondo del cinema, di un’opera così grossolana e superficiale, che potrebbe addirittura portare a casa qualche prestigiosa statuetta. Passato questo momento di sbornia collettiva, ci auguriamo che sia la Storia, stavolta quella del cinema, a ridimensionare Jojo Rabbit e Taika Waititi.

Jojo Rabbit è nelle sale italiane dal 16 gennaio, distribuito da 20th Century Fox.

Valutazione
4/10

Verdetto

Nel suo immortale saggio La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Hannah Arendt teorizzava l’inconsapevolezza e la mediocrità che stavano alla base degli orrori del nazismo. A decenni di distanza, spiace vedere questo male a sua volta banalizzato da un’opera che non riesce a essere né pungente satira, né riflessione storica né intenso dramma, ma solo superficiale e malriuscita parodia demenziale di una delle pagine più tristi della storia.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.