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Jojo Rabbit: recensione del film di Taika Waititi con Scarlett Johansson

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Dopo il successo di Thor: Ragnarok e prima di dedicarsi al successivo capitolo sulle vicende di Asgard Thor: Love and Thunder, il neozelandese Taika Waititi si concede una parentesi al di fuori del Marvel Cinematic Universe con Jojo Rabbit, agrodolce commedia satireggiante che ha ricevuto due candidature ai Golden Globe e ben sei nomination ai prossimi Oscar. Avvalendosi delle performance del giovanissimo protagonista Roman Griffin Davis (classe 2007, ne sentiremo ancora parlare), della sorprendente Thomasin McKenzie e dei sempre efficaci Scarlett Johansson e Sam Rockwell, Waititi si prefigge l’ambizioso compito di affrontare un tema scottante come il nazismo e di metterne in luce orrori e assurdità, mettendosi ad altezza di un bambino che subisce la fascinazione di Adolf Hitler (interpretato dallo stesso regista) al punto da elevarlo a suo mentore e amico immaginario. Il risultato, purtroppo, è sconfortante.

Jojo Rabbit: il nazismo secondo Taika Waititi

Jojo Rabbit

Il cinema ha affrontato le tematiche del nazismo e dell’Olocausto da ogni tipo di prospettiva. Abbiamo visto un approccio rigoroso e divulgativo in opere come Vincitori e vinti, Schindler’s List – La lista di Schindler, Il pianista e La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler e uno più autoriale in Train de vie – Un treno per vivere, Il bambino con il pigiama a righe, Il figlio di Saul e Opera senza autore. Abbiamo goduto dell’ucronia di Bastardi senza gloria, della sfrenata satira di Vogliamo vivere!Per favore, non toccate le vecchiette e The Producers – Una gaia commedia neonazista e delle struggenti commistioni fra commedia e dramma de Il grande dittatore e La vita è bella. Da queste parti, abbiamo apprezzato anche le incursioni di puro genere sul tema da parte della nazisploitation, anche nelle sue più divertite riletture recenti come Dead Snow, Iron Sky e Overlord.

Questo per dire che si può demolire Hitler e i suoi scagnozzi in tanti modi, senza avere remore per quanto riguarda il registro e il genere adottati. Ciò che però si deve invece sempre mantenere è la sensibilità verso la materia che si sta trattando e verso il discorso (morale, politico, storico o cinematografico) che si vuole fare attraverso essa. Per questo si resta sconcertati davanti all’intera operazione di Waititi, che con un approccio a dir poco irresponsabile frulla nello stesso contenitore un canovaccio da classico indie coming-of-age, un Hitler talmente grottesco e affabile da diventare sinistro, il personaggio della McKenzie, nascosto in una piccola stanza come Anna Frank, e un’irricevibile colonna sonora, fatta di versioni tedesche di brani pop come Heroes e I Want to Hold Your Hand, quasi a sottintendere un’ucronia di segno opposto a quella di Quentin Tarantino.

La storia dà torto o dà ragione

Per fare ciò, Waititi utilizza il piccolo Johannes Betzler (soprannominato spregevolmente Jojo Rabbit per la sua incapacità di uccidere un coniglio), piccolo aspirante nazista che si divide fra la gioventù hitleriana, le amorevoli cure di sua madre Rosie, che segretamente osteggia il Terzo Reich, e il suo rapporto virtuale con Hitler, a cui si confida in numerosi dialoghi. La sua sconcertante visione del mondo, scaturita dalla spregevole propaganda nazista, comincia a sgretolarsi quando scopre Elsa Korr, giovane ebrea nascosta nella sua stessa casa che con le armi della dolcezza e dell’ironia smentisce le malignità sul suo popolo.

Un soggetto potenzialmente interessante, che il regista, adattando liberamente Il cielo in gabbia di Christine Leunens, infarcisce di gag demenziali e quasi sempre fini a se stesse, riparandosi sotto l’ombrello della satira. Operazione che potrebbe anche essere derubricata a commedia parodistica di bassa lega, se non fosse per la necessità per Waititi di confrontarsi con la Storia. E la Storia, come diceva Francesco De Gregori, dà torto o dà ragione. A differenza del filone vampiresco (brillantemente decostruito in Vita da vampiro – What We Do in the Shadows) e del mito di Thor, Jojo Rabbit mette il regista neozelandese davanti all’urgenza di conciliare la sua vena dissacrante con il dramma e di coniugare la farsa con le prevedibili tristi svolte della vita di Johannes.

Conscio di non essere né Charlie ChaplinRoberto Benigni, Taika Waititi intraprende l’unica strada che può essere nelle sue corde: perseverare nella farsa, prolungare la sua favolistica visione di Hitler e del nazismo e fare entrare la Storia nel racconto, sperando che sia lo spettatore a conferire a Jojo Rabbit quella profondità e quel valore morale che il film non ha. Tentativo che, a giudicare dalle entusiastiche recensioni italiane e straniere, appare perfettamente riuscito.

Jojo Rabbit: la banalizzazione del male

Non basta l’umanità dei due personaggi più riusciti, la Madre Coraggio della Johansson e il tormentato e sfaccettato Capitano Klenzendorf di Sam Rockwell, o qualche toccante momento fra Johannes ed Elsa a salvare un’opera in cui non riscontriamo né il senso del tragico né quello del ridicolo, né un intento divulgativo né un ragionamento sul male, ma solo la volontà di fare umorismo banale e di bassa lega (oltre alle pessime incursioni dell’Hitler di Waititi, da segnalare la gag peggiore di tutte, quella del ripetuto Heil Hitler) su una delle pagine più tristi del secolo scorso.

Se volessimo fare della dietrologia spicciola, ci sarebbe da provare perfino indignazione e repulsione per l’opera di costante banalizzazione del male che Jojo Rabbit mette in scena, mostrandoci un Hitler a tratti quasi umano, una retorica nazista smontata solo a colpi di semplificazioni e un totale rifiuto di una contestualizzazione della guerra e della propaganda che sia appena al di sopra della comprensione di un bambino. Ponderando maggiormente la nostra riflessione, la conclusione, forse ancora più triste, a cui siamo arrivati è che non c’è né dolo né malignità nell’operazione di Waititi, ma solo la pura incapacità di elevare a pungente satira una mediocre commedia e di tratteggiare una riflessione sul nazismo più acuminata delle svariate parodie che ci passano quotidianamente davanti sui social network.

Jojo Rabbit

In un’annata costellata da diversi notevoli lavori, sorprende ritrovarsi a parlare, a ridosso della notte più attesa del mondo del cinema, di un’opera così grossolana e superficiale, che potrebbe addirittura portare a casa qualche prestigiosa statuetta. Passato questo momento di sbornia collettiva, ci auguriamo che sia la Storia, stavolta quella del cinema, a ridimensionare Jojo Rabbit e Taika Waititi.

Jojo Rabbit è nelle sale italiane dal 16 gennaio, distribuito da 20th Century Fox.

Overall
4/10

Verdetto

Nel suo immortale saggio La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Hannah Arendt teorizzava l’inconsapevolezza e la mediocrità che stavano alla base degli orrori del nazismo. A decenni di distanza, spiace vedere questo male a sua volta banalizzato da un’opera che non riesce a essere né pungente satira, né riflessione storica né intenso dramma, ma solo superficiale e malriuscita parodia demenziale di una delle pagine più tristi della storia.

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Twister: recensione del film con Helen Hunt e Bill Paxton

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Twister

Squadra che vince non si cambia, recita l’adagio. Devono avere pensato la stessa cosa Steven Spielberg e Michael Crichton, che dopo il successo planetario di Jurassic Park nel 1996 decidono di cavalcare l’onda con Twister. A prendere il posto dei suggestivi e spaventosi dinosauri del parco di divertimenti di John Hammond sono i tornado, altrettanto pericolosi e spettacolari, con il dirompente progresso degli effetti speciali a fare da ulteriore trait d’union fra i due progetti. Michael Crichton si occupa di soggetto e sceneggiatura insieme alla moglie Anne-Marie Martin, mentre Steven Spielberg, che l’anno successivo sfornerà Il mondo perduto – Jurassic Park e Amistad, si limita alla co-produzione con la sua Amblin Entertainment, lasciando la regia a Jan de Bont, reduce dal successo della sua opera prima Speed.

Ci sono tutti gli ingredienti per il successo, che in effetti arriva sotto forma di poco meno di 500 milioni di dollari di incasso, il secondo dell’anno dopo l’irraggiungibile Independence Day. In occasione dell’imminente uscita del sequel stand-alone Twisters, è però opportuno ripensare a questo film, scolpito nell’immaginario collettivo e indubbiamente fra i più notevoli frutti del filone del disaster movie, imperante a cavallo fra gli anni ’90 e i 2000. Oggi che la polvere sollevata nella finzione e nella realtà da Twister si è definitivamente posata, possiamo infatti osservare con equilibrio ed equidistanza quest’opera, i cui difetti appaiono ora molto più evidenti dei pregi.

Twister: l’uomo contro la natura in una sbiadita rimasticatura di Jurassic Park

Twister

Al centro della vicenda c’è l’ex coppia formata da Jo (Helen Hunt) e Bill Harding (Bill Paxton), due esperti di tornado in procinto di divorziare che si ritrovano per firmare le ultime carte in coincidenza dell’inizio della sperimentazione de La piccola Dorothy, innovativo strumento dedicato allo studio di questi violenti fenomeni atmosferici. Con Bill c’è anche la nuova fidanzata Melissa Reeves (Jami Gertz), mentre con Jo c’è la sua affiatata squadra, capitanata dallo spassoso Dusty Davis (Philip Seymour Hoffman). Fra dolorosi ricordi e crescenti pericoli, il gruppo si ritrova in mezzo a tornado sempre violenti, con il doppio fine di salvare la pelle e di fare compiere un passo in avanti alla scienza.

Di nuovo il genere umano impegnato nel vano tentativo di controllare e dominare la natura, ancora persone ordinarie alle prese con situazioni straordinarie. I punti fermi del cinema di Steven Spielberg (a cui possiamo aggiungere le famiglie disastrate) sono in bella vista, insieme al desiderio di spingere più avanti l’asticella dello spettacolo, in un percorso parallelo a quello della stessa Jo, ossessionata dai tornado fin dall’infanzia. Proprio a questo triste collegamento fra la protagonista e l’oggetto della sua ossessione è dedicato l’incipit di Twister, con l’improvvisa e raggelante morte del padre della piccola Jo a costituire l’unico vero momento tipicamente spielberghiano di un’opera che per il resto sceglie sempre di privilegiare l’azione fine a se stessa, lasciando in secondo piano l’evoluzione dei personaggi e il racconto per immagini.

Un prodotto di buona fattura tecnica (ottimo il sonoro, invecchiati decisamente peggio gli effetti speciali), in cui manca però sempre il bicchiere che vibra, ovvero quel dettaglio che in un vero capolavoro come Jurassic Park riesce a coniugare spettacolo, tensione, tecnica e umanità.

Twister: un film museale

Twister

Lo scarso interesse di Jan de Bont (in precedenza direttore della fotografia di film come Trappola di cristallo, Black Rain – Pioggia sporca, Caccia a Ottobre Rosso e Basic Instinct) nei confronti dei personaggi dà vita a caratteri nel migliore dei casi impalpabili, quando non totalmente macchiettistici. È questo il caso della psicologa Melissa Reeves, improbabile portabandiera della linea comica persa fra inutili siparietti telefonici a sfondo sessuale e imbarazzanti gag sulla sua sempre più traballante storia d’amore, ma le cose non vanno meglio per il compianto Philip Seymour Hoffman, sprecato nel ruolo di bizzarra spalla.

Persino due ottimi interpreti come Helen Hunt e Bill Paxton faticano a dare vita ai rispettivi personaggi, pallide imitazioni di Alan Grant ed Ellie Sattler alimentate più dal loro ruolo che da una vero e proprio arco narrativo. Completa il quadro l’incolore villain di Cary Elwes, che anche i più strenui sostenitori di Twister faticheranno a ricordare.

Dalla prospettiva odierna, emerge invece con chiarezza la dimensione museale di Twister, che cita più volte esplicitamente Il mago di Oz (non dimentichiamo inoltre che il viaggio di Dorothy inizia proprio con un tornado che trascina via casa sua), mostra malinconicamente la stessa Judy Garland in È nata una stella e distrugge un drive-in che proietta Shining, in un simbolico viaggio all’interno dell’incubo kubrickiano e kinghiano che anticipa di 22 anni l’amorevole omaggio contenuto in Ready Player One, firmato ovviamente dallo stesso Steven Spielberg. Nel momento in cui il cinema si scopre sempre più in grado di superare i propri limiti, volontariamente o meno Twister rimarca così la fragilità del genere umano e della settima arte, entrambi alla mercè di un fenomeno atmosferico incomprensibile e ingovernabile.

Il mancato messaggio ecologista

Mentre l’ineluttabile termine di paragone Jurassic Park (evocato anche dal tema musicale) riesce a mettere in scena anche un inquietante monito all’umanità, sempre più sull’orlo dell’abisso per la sua tendenza a superare i limiti e a prevaricare la natura, Twister manca anche l’opportunità di ragionare sull’ecologismo. In piena emergenza climatica, oggi possiamo purtroppo toccare con mano le colpe del genere umano per i sempre più frequenti fenomeni atmosferici estremi, ma le avvisaglie nel 1996 erano già evidenti, e sapientemente sfruttate da film coevi come Pom Poko e Il pianeta verde. Nell’opera di Jan de Bont non ci sono invece né prese di coscienza né critiche sociali, ma solo una rassegnazione condita da pallida utopia, evidente nel finale in cui si festeggia per il sospirato invio dei dati dei sensori sulla struttura dei tornado.

Restano una manciata di buone sequenze di fughe dai tornado (favorite anche dal caos correlato a questo evento atmosferico), qualche effetto speciale capace di reggere alla prova del tempo e una suggestiva fotografia plumbea. Troppo poco per un film che oggi fatica a reggere il confronto anche con prodotti realizzati nello stesso periodo e altrettanto fracassoni come Deep Impact e Armageddon – Giudizio finale. Oggi sono dunque più attuali che mai le parole di un grande maestro della critica mondiale come Roger Ebert: «Volete un intrattenimento rumoroso, stupido, abile ed evasivo? Twister funziona. Volete pensare? Pensateci due volte prima di vederlo».

Twister

Twister in Home Video

Dove vedere Twister in streaming

Overall
5/10

Valutazione

Nonostante il successo dell’epoca e gli effetti speciali pionieristici, oggi Twister appare come una pallida imitazione di Jurassic Park, priva di vitalità e abilità nel racconto per immagini.

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In evidenza

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: recensione del film con Scarlett Johansson

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Fly Me to the Moon

L’allunaggio del 20 luglio 1969 è stato un evento fondamentale sotto diversi punti di vista: quello tecnico-scientifico ovviamente, ma anche sul fronte geo-politico, dal momento che, con questa conquista, in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno inferto un duro colpo di immagine all’Unione Sovietica, precedentemente in testa nella corsa allo spazio grazie a Jurij Gagarin, primo uomo a volare nel cosmo. Quel piccolo passo per un uomo e allo stesso tempo gigantesco balzo per l’umanità ha però immediatamente acceso la fantasia di milioni di persone in tutto il mondo, dando vita alla cosiddetta teoria del complotto lunare, secondo cui le storiche immagine trasmesse in tutto il mondo sono state in realtà un’abile messa in scena. Una teoria già esplorata da film come Capricorn One e Moonwalkers, al centro anche di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna.

Ennesimo importante investimento cinematografico di Apple in cerca di fortuna in sala (con primi risultati tutt’altro che incoraggianti, per usare un eufemismo), Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è un’operazione decisamente coraggiosa, che cerca di fondere ricostruzione storica, analisi del capitalismo statunitense e commedia romantica, affidandosi all’estro e all’aura divistica di Scarlett Johansson e Channing Tatum. Un racconto costantemente in bilico fra leggerezza e dramma, fra cospirazione e spirito pionieristico, fra sentimento e cinismo, affidato alla mano esperta di Greg Berlanti, reduce dal successo di Tuo, Simon. Non mancano gli spunti di interesse e i momenti riusciti, ma in più di un’occasione si ha la sensazione che la sceneggiatura di Rose Gilroy fatichi a tenere insieme tutte le suggestioni e le tematiche proposte.

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: la corsa allo spazio come metafora del marketing capitalista

Fly Me to the Moon

Al centro della vicenda c’è la scaltra pubblicista Kelly Jones (Scarlett Johansson), ingaggiata da un funzionario governativo senza scrupoli (Woody Harrelson) con il compito di rilanciare l’immagine della NASA, alla disperata ricerca di consenso e sostegno economico per la missione Apollo 11. Quest’ultima si scontra però con Cole Davis (Channing Tatum), direttore del programma di lancio con diversi problemi da risolvere. Nonostante la diffidenza di Cole, fra i due nasce un sentimento sempre più forte. Le cose però si complicano quando la Casa Bianca chiede a Kelly di predisporre in gran segreto le riprese di un finto sbarco sulla Luna, da sostituire al filmato originale in caso di problemi.

Fin dai primi minuti, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si concentra su temi tutt’altro che superficiali come il concetto di verità (o post-verità) e il mefistofelico lavoro di marketing con cui gli USA vendono se stessi al loro interno e al resto del mondo. Riflessioni sviscerate con brio e leggerezza dall’ottima Scarlett Johansson, il cui personaggio racchiude perfettamente sia le dinamiche di personal branding con cui oggi infestiamo i nostri profili social, sia l’utilizzo più bieco dello storytelling, grazie al quale l’irresistibile Kelly Jones riesce a vendere letteralmente qualsiasi storia e a non farsi mai dire di no. Tutto ciò riverbera inevitabilmente nell’intreccio, che procede su un doppio binario: da una parte le verità nascoste fra Cole e Kelly, dall’altra la necessità di costruire una finzione alternativa alla realtà, che in uno dei momenti più emblematici del film è addirittura indistinguibile da essa.

Una rom-com insapore

Scarlett Johansson e Channing Tatum funzionano bene quando il secondo fa la spalla comica della prima; molto meno quando i due devono “venderci” una storia d’amore blanda e incolore. Il problema principale di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna risiede proprio nella volontà di inserire a forza una sottotrama romantica in un impianto narrativo che avrebbe potuto tranquillamente reggersi sulla verve dei suoi protagonisti. Il risultato è un racconto che ondeggia senza convinzione fra commedia, sentimentalismo e seriosità, navigando a vista fra la screwball comedy e i più inflazionati cliché (un passato doloroso come unico improbabile punto di incontro fra persone diametralmente opposte).

Non è un caso che, nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum, il personaggio più efficace sia quello di Woody Harrelson, l’unico a cogliere pienamente lo spirito critico e disincantato alla base della vicenda. Molto meno efficace invece il personaggio di Jim Rash, che dopo Community si trova di nuovo a interpretare una macchietta gay, in questo caso decisamente fuori tempo massimo. Lontano dall’ossessiva epica di First Man – Il primo uomo, dalla raffinatezza di scrittura delle migliori rom-com e dalle più pungenti satire a sfondo cospirativo, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si accontenta dell’equidistanza in termini di temi e registri, con esiti non disprezzabili ma tutt’altro che travolgenti.

Fly Me to the Moon

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.

Dove vedere Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
6.5/10

Valutazione

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna funziona quando affronta il cinico marketing targato USA, ma lascia a desiderare sul fronte della rom-com, davvero poco ispirata nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum

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La cripta di Lost in Cinema

Pearl: recensione del film con Mia Goth

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Pearl

Il cinema americano è intrinsecamente legato al tema del ritorno a casa. Una dinamica che ha alimentato piccole e grandi produzioni di tutte le epoche, dando vita a vere e proprie pietre miliari della settima arte. Fra le massime espressioni del concetto di ritorno a casa, ci sono indubbiamente Il mago di Oz, seminale musical in Technicolor di Victor Fleming con protagonista la giovanissima Judy Garland, e Sentieri selvaggi, capolavoro western con John Wayne capace di condensare tutta l’epica e la poetica di John Ford. Due opere esplicitamente richiamate da Pearl, film del 2022 di Ti West che racconta invece di una donna condannata a rimanere a casa nonostante le sue aspirazioni e i suoi sogni, con conseguenze sinistre e nefaste.

Dopo l’inaspettato successo di X: A Sexy Horror Story, Mia Goth riprende i panni dell’inquietante Pearl, in un prequel che racconta la genesi della follia di questo personaggio. Un progetto nato durante le riprese del precedente capitolo e realizzato subito dopo, prezioso tassello di una trilogia completata dal sequel MaXXXine, ancora con protagonista Mia Goth nel ruolo della final girl da lei già interpretata in X: A Sexy Horror Story. Le pruriginose atmosfere da grindhouse anni ’70 lasciano così spazio al puritano Texas del 1918, scosso dalla prima guerra mondiale e dall’influenza spagnola. Uno scenario opprimente per la giovane Pearl, che attende il ritorno dal fronte del marito Howard insieme alla severa madre di origine tedesca e al padre infermo, sognando un futuro da ballerina.

Pearl: alle origini dell’orrore

Pearl si apre con un esplicito omaggio proprio a Sentieri selvaggi e al suo monumentale incipit: una porta che si spalanca su uno scenario incontaminato, vuoto a rendere di desideri e illusioni. Un paesaggio bucolico impreziosito da svolazzi e luci abbacinanti, in una progressione di gioia e speranza che sembra portare il racconto in direzione di Mary Poppins. Ovviamente niente di più sbagliato, perché dopo il capitolo precedente ci è chiaro che siamo di fronte alla origin story di una villain folle e sanguinaria. Mentre la protagonista canta sognante in una stalla, in un chiaro rimando alla Dorothy de Il mago di Oz e alla sua struggente Over the Rainbow, Ti West comincia infatti a disseminare indizi e suggestioni sulla tormentata psiche della protagonista.

Un ambiente familiare in cui dominano repressione e disperazione, l’isolamento affettivo scaturito dalla partenza del marito e quello sociale figlio dell’influenza spagnola (con tanto di mascherine e distanziamento che inevitabilmente riportano alla mente i momenti più difficili della pandemia di Covid-19) e un aborto rivendicato ma mai pienamente metabolizzato sono i prodromi per una progressiva discesa nella violenza e nell’orrore, costellata da un malsano rapporto con un letale alligatore (che abbiamo già imparato a conoscere in X: A Sexy Horror Story) e da un altrettanto malato rapporto con il sesso, evidenziato dalla fascinazione per un aitante proiezionista (David Corenswet) di cui si infatua Pearl.

La cinefilia di Ti West

La dimensione citazionista del lavoro di Ti West era già evidente in X: A Sexy Horror Story, influenzato soprattutto da Tobe Hooper e Wes Craven, ma con Pearl la cinefilia del regista esplode in un florilegio di dotti e suggestivi riferimenti.

Mia Goth diventa così una maschera da plasmare in molteplici direzioni, in bilico fra Norman Bates di Psyco (emblematico il momento dell’auto che si inabissa nel lago, insieme ad alcune inquadrature dell’abitazione della protagonista) e la Betty/Diane di Naomi Watts in Mulholland Drive, sospinta e afflitta da un sogno trasformato in autodistruttiva ossessione. La vediamo assistere curiosa e imbarazzata alla proiezione di uno dei primi film pornografici (A Free Ride, cortometraggio del 1915), simulare un coito con uno spaventapasseri (ancora Il mago di Oz), vestirsi come la Rossella O’Hara di Via col vento e compiere un’audizione che potrebbe spalancarle la porta della gloria, in una parabola analoga a quella della Mia Dolan in Emma Stone in La La Land.

Sogni destinati a rimanere in un cassetto imbrattato di sangue, in quanto i fallimenti di Pearl trovano terreno fertile nella sua personalità già fortemente disturbata, facendole superare il punto di non ritorno. La furia della protagonista travolge tutto ciò che si frappone fra lei e i suoi desideri: spasimanti che la rifiutano con malcelato timore, familiari che le tarpano le ali, potenziali rivali in un impossibile percorso artistico.

Pearl: una casa come prigione

Un viaggio sempre più veloce verso l’abisso, scandito da scariche di violenza, immagini disgustose (il maiale infestato dai vermi, la tavola imbandita di cibo marcio) e dalla folgorante prova di Mia Goth, in perfetto equilibrio fra disagio e pericolosa ingenuità, condita da virtuosismi come il lungo monologo finale e l’agghiacciante, prolungato e loquace sguardo con cui si chiude il film. Una performance che avrebbe meritato maggiore considerazione durante la stagione dei premi, penalizzata dallo stigma ancora presente a Hollywood nei confronti del cinema di genere.

La genesi di Pearl si conclude effettivamente con un ritorno a casa, quello del marito Howard, libero dai suoi impegni bellici. In questo ritorno non ci sono però né gioia né sollievo, perché la casa in questione è una prigione che la protagonista non potrà mai più abbandonare, ma solo sfruttare per nuove escursioni nella ferocia e nella pazzia. La stessa porta che tagliava fuori dalla tranquilla vita familiare Ethan Edwards nel finale di Sentieri selvaggi chiude dentro Pearl e il succube Howard, condannando entrambi a una vita ai margini della ragione e della società. La perfetta e coerente conclusione di un progetto orgogliosamente derivativo, ma allo stesso tempo fresco e genuino. L’ennesimo centro di A24, brillante avamposto di un cinema capace di attraversare ed espandere i generi, senza mai farsi ingabbiare.

Dove vedere Pearl in streaming

Overall
8/10

Valutazione

Ti West firma un prequel di X: A Sexy Horror Story orgogliosamente derivativo, in perenne viaggio fra i generi per raccontare la discesa nell’abisso di una personalità disturbata.

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