Judy: recensione del film con Renée Zellweger

Judy: recensione del film con Renée Zellweger

La storia di Judy Garland rappresenta un po’ la storia di Hollywood: una bambina prodigio nata davanti la cinepresa, l’eterna fidanzatina d’America, la ragazza della porta accanto, l’attrice stritolata dalle pressioni e poi consumata dalle tragedie.

Judy è un biopic diretto da Rupert Goold, con Renée Zellweger che interpreta la stella hollywoodiana Judy Garland. Le scene seguono due linee temporali, durante il 1968 – gli ultimi mesi di vita dell’attrice – e durante il 1939, quando aveva 16 anni. Il ritratto che il regista ci restituisce non è quello di un’attrice e cantante al top, lucente nell’olimpo di Hollywood, ma una comparsa tra i cabaret e il teatro occasionale, la cui carriera era costellata da innumerevoli successi ma anche da una tenebra di sacrifici e rinunce. Judy Garland è stata privata di un’infanzia normale: lavorava tantissimo negli studi della MGM, spesso anche 18 ore al giorno, pur essendo minorenne, tra compleanni passati sul set e “festeggiati” nel peggiore dei modi e l’assunzione di farmaci per sostenere i ritmi di lavoro, passati dal suo coach e produttore Louis B. Mayer.

Judy Garland era una donna che non conosceva alcuna forma di riposo, non si fermava mai, mangiava poco o niente, assumeva una pillola per ogni funzione vitale: pillole per avere tono ed energia, pillole per perdere peso, pillole per stare sveglia, pillole per dormire, o almeno per provarci. Si spostava freneticamente da una città all’altra, da Los Angeles a Londra, cercando un teatro che le permettesse di esibirsi. Il suo corpo è stato uno spazio di espressione e di contraddizione: espressione per ciò che è riuscita a veicolare tramite il suo gesto artistico, e di contraddizione per come era caduta nella trappola del modello estetico hollywoodiano, fortemente idealizzato e conformato dalla società maschilista, per poi essere, anni dopo, criticata dalla stessa società – dentro la quale si era espressa – per il suo temperamento e per l’impatto che la sua carriera avrebbe potuto avere sui suoi figli.

Renée Zellweger ci regala un’interpretazione oscura e fuori dal mito

Judy

Rupert Goold dirige Renée Zellweger in un ruolo abissale e allo stesso tempo apicale; Judy era un essere prismatico ma infragilito dalla cultura anoressizzante di Hollywood, un’attrice che subì le sue sagome e i suoi stereotipi, soprattutto estetici, da cui non è riuscita mai a disincarnarsi. Renée Zellweger ci regala un’interpretazione oscura, fuori dal mito, esplora l’intimità di Judy, considerando quanto ha dovuto sacrificare per il suo lavoro, quanto le è costato essere quella bambina dalla grande voce, una voce che le ha conferito successo ma che allo stesso tempo l’ha distrutta. Ed è della voce che si rimane ammaliati, una voce spesso stridula, afona, potente, brunita, una voce che Renée Zellweger ha cercato di raggiungere con la propria prova d’attrice, riuscendo a somigliarle senza mai imitarla o cedendo verso sterili caricature.

Mentre ci viene mostrato l’abuso psicofisico che veniva perpetrato dal sistema hollywoodiano a danni di una bambina, le scene ci portano ad un altro presente, quello del 1968, in cui la donna che si erge davanti a noi è un’attrice senza forze, una cantante che non ha più la voce di un tempo, una madre costretta a lavorare lontano dai figli, una donna dipendente da alcool e farmaci. Una Judy Garland con quattro matrimoni sulle spalle, definita inaffidabile, inassicurabile, che cancellava all’ultimo i concerti, che spesso arrivava in ritardo; una Judy Garland con la schiena curva, nervosa e fragile, con la bocca corrucciata e gli occhi gonfi di trucco, con l’esemplare eyeliner a doppia punta e il rossetto rosso, un trucco che sembrava sempre scivolarle dal viso come se avesse appena finito di piangere o si fosse appena svegliata.

Judy indaga l’ossessione, l’ambizione e la gracilità dell’attrice

Judy

Quindi, dopo tutto ciò che viene raccontato e denunciato nel biopic, cosa rimane della Dorothy del Mago di Oz? Un finale, magnifico, potente, emozionate, in cui Judy, allo stremo delle forze e costretta a dover abbandonare il teatro londinese, si lancia nella sua ultima performance con Somewhere Over the Rainbow, la canzone con cui in genere terminava i suoi show al Talk of the Town di Londra. Una canzone epocale, utopica, che ci riporta all’età dell’oro del cinema americano, quando Dorothy guardava in su chiedendosi perché non potesse librarsi nel cielo oltre l’arcobaleno come gli uccelli blu; una canzone simbolo di speranza dopo ogni oscurità che nel 1969, con la nascita del movimento per i diritti degli omosessuali, ne divenne il simbolo, sia la canzone che l’arcobaleno, come la stessa Judy Garland, diventata figura ispiratrice del movimento LGBT+.

Il biopic di Rupert Goold sugli ultimi giorni di Judy Garland non sfocia mai in facili sentimentalismi, ma riesce nell’impresa di indagare l’ossessione, l’ambizione e la gracilità di Judy, una donna oltre l’arcobaleno.

Somewhere over the rainbow, blue birds fly
Birds fly over the rainbow
Why then, oh why can’t I?

Judy uscirà il 30 gennaio 2020, distribuito da Notorious Pictures. 

Valutazione
8/10

Verdetto

Judy è un film abissale, emozionante, in cui Renée Zellweger buca lo schermo con un’interpretazione sofferta e autentica.

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.