Jumanji: The Next Level Jumanji: The Next Level

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Jumanji: The Next Level: recensione del film di Jake Kasdan

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In un’epoca dominata da sequel e reboot non sempre efficaci e spesso totalmente fini a se stessi, appena due anni fa Jumanji – Benvenuti nella giungla centrò un clamoroso risultato al botteghino, incassando ben 962 milioni di dollari in tutto il mondo, cifra probabilmente non lontana da quello che sarà l’incasso finale di Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Ad attirare gli spettatori fu certamente il richiamo a Jumanji di Joe Johnston, classico del cinema per ragazzi degli anni ’90 con protagonista uno spumeggiante Robin Williams, ma anche l’alchimia del cast composto da Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart e Karen Gillan e l’intelligenza nello spostamento dello scenario dai giochi da tavolo ai videogame. A fronteggiarsi in sala proprio con il già citato nono capitolo di Star Wars diretto da J. J. Abrams c’è da qualche giorno Jumanji: The Next Level, che riprende la formula vincente del predecessore con alcune efficaci novità.

Dopo la loro avventura all’interno di Jumanji, Spencer, Anthony, Martha e Bethany hanno ripreso le loro vite, cercando comunque di mantenersi in contatto. Fra tutti, a soffrire il maggior disagio è Spencer, che fatica a trovare un proprio scopo nella vita al di fuori del gioco e ha messo in pausa anche la sua relazione con Martha. A confortare il ragazzo è il simpatico nonno Eddie (Danny DeVito), che vive con lui e con la madre durante la convalescenza dopo un’operazione all’anca. Mentre Eddie riceve la visita del suo ex socio Milo Walker (Danny Glover) e i suoi amici si incontrano per un brunch, Spencer rientra in Jumanji, attraverso la cartuccia che ha conservato. Preoccupati per lui, Anthony, Martha e Bethany si recano a casa di Spencer per avere sue notizie, e i primi due finiscono nuovamente all’interno del gioco. Con loro stavolta ci sono anche Eddie e Milo.

Jumanji: The Next Level, tra conferme e novità

JumInanji: The Next Level

Il pericolo da evitare per Jumanji: The Next Level era quello di adagiarsi sull’eredità del capitolo precedente, diventando così solamente un pedissequo seguito. La strada scelta dal regista Jake Kasdan e dai suoi sceneggiatori Jeff Pinkner e Scott Rosenberg, tutti confermati dopo il primo capitolo, è quella di mantenere invariata la dinamica del gioco (fatta eccezione per l’aggiunta dei punti di forza e di debolezza di ogni avatar), sperimentando invece sia dal punto di vista delle ambientazioni, sia per quanto riguarda le dinamiche fra i personaggi.

L’accoppiamento fra avatar e persone stabilito dalla precedente avventura in Jumanji è totalmente rivoluzionato (e varia più volte nel corso del racconto): Martha mantiene il personaggio della novella Lara Croft Ruby Roundhouse, impersonata dalla bravissima Karen Gillan, mentre i muscoli di Dwayne Johnson toccano a nonno Eddie, l’avatar dello zoologo Franklin Finbar (Kevin Hart) finisce all’altro anziano Milo e il prestante Anthony è assegnato al decisamente poco prestante cartografo Sheldon Oberon (Jack Black). Il solitario Eddie guida invece l’avatar della ladra Ming Fleetfoot, impersonata dalla carismatica Awkwafina, uno dei punti di forza di Jumanji: The Next Level.

Kasdan crea così un gruppo di protagonisti in perenne mutamento, dove c’è spazio per l’ironia scaturita dall’inesperienza videoludica di due anziani, per il desiderio di accaparrarsi un personaggio più consono alla propria personalità e anche per un utilizzo funzionale, anche quando parodistico, dei punti forti e deboli di ogni singolo avatar.

Jumanji: The Next Level: non solo giungla

Il meccanismo narrativo di stampo videoludico consente a Kasdan di spaziare con le location e con le atmosfere, appoggiandosi alla solita travolgente musica di Henry Jackman e spaziando dalla giungla hawaiana, già al centro del precedente capitolo, alle ambientazioni e alle dinamiche più in voga nel panorama audiovisivo contemporaneo. Abbiamo così uno spassoso inseguimento nel deserto fra struzzi e dune buggy che strizza ripetutamente l’occhio a Mad Max: Fury Road, ma anche un’escursione nel fantasy che inevitabilmente riporta alla mente la serie Il Trono di Spade, conclusa proprio quest’anno. Tanta azione mista al solito calzante umorismo, solo parzialmente smorzato dal doppiaggio italiano, che impedisce di gustare contrasti come quello della voce di Danny DeVito sul mastodontico corpo di Dwayne Johnson.

Fra un’avventura e l’altra, c’è anche spazio per l’approfondimento dei personaggi e dei loro sentimenti. Ma a scaldare il cuore non è tanto la traballante relazione sentimentale fra Spencer e Martha, quanto piuttosto il rapporto fra i due attempati Eddie e Milo, che affonda le proprie radici in vecchie incomprensioni, si trasforma con la necessità di convivere in una situazione di pericolo e infine approda verso una toccante conclusione, perfettamente in linea con lo spirito di Jumanji e più in generale del gioco stesso: concedersi un’escursione più o meno breve in una vita da eroi, alla ricerca di incredibili imprese e in fuga da terribili mostri, per fuggire dalla monotonia e dalla mediocrità della nostra esistenza.

Quale sarà il prossimo livello?

Jumanji: The Next Level si rivela un piacevole capitolo di transizione di quello che ormai possiamo considerare a pieno titolo un franchise cinematografico in buono stato di salute. Anche se manca l’effetto novità del primo episodio e i momenti ambientati nel mondo reale sono sempre molto meno incisivi di quelli nella realtà virtuale, ci sono tutti i presupposti per una prosecuzione delle avventure dei personaggi che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare. Se siete preoccupati per un definitivo allontanamento dalle atmosfere e dalle dinamiche del primo Jumanji, rimanete in sala durante i titoli di coda: un’importante scena post-credits ci anticipa la direzione che potrebbe intraprendere questa saga.

Jumanji: The Next Level è nelle sale italiane dal 25 dicembre, distribuito da Warner Bros.

Overall
6.5/10

Verdetto

Tra conferme e novità, Jumanji: The Next Level si rivela un buon capitolo di transizione della saga, privo dell’effetto sorpresa del precedessore, ma comunque forte di un notevole umorismo e di un solido impianto narrativo.

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare: recensione del film di Pif

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Il titolo del terzo lavoro da regista di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) non è solamente la perfetta sintesi dell’opera, ma anche un monito sulla leggerezza con cui stiamo vivendo il nostro presente e sui cupi scenari a cui stiamo andando incontro. Ideato e realizzato prima della pandemia, E noi come stronzi rimanemmo a guardare ci trasporta in un prossimo futuro distopico, che ci appare ancora più vicino del previsto per la repentina svolta impressa dal COVID-19 alle nostre vite. Un futuro in cui è un algoritmo a decidere chi è produttivo o quali sono le possibilità di una coppia. Uno distopia inquietante e terribilmente realistica, in cui i lavoratori sono ridotti a sfiancarsi per pochi spiccioli e a rincorrere un altro algoritmo, che li penalizza per ogni loro errore. Una realtà in cui anche l’amore è parte integrante della gig economy.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare la disumanizzazione del lavoro

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

In questa epoca cupa, dove i rigurgiti fascisti sono un tema per festini privati (la storia si ripete sempre sotto forma di farsa), Fabio De Luigi è Arturo, manager di successo che nel giro di un brevissimo lasso di tempo perde la fidanzata e pure il posto di lavoro, per via di una scelta di un algoritmo che lui stesso ha contribuito a creare. Impossibilitato a trovare un lavoro adeguato al suo curriculum, l’uomo accetta un lavoro come rider presso Fuuber, colosso mondiale delle consegne a domicilio.

La medesima azienda offre ai propri clienti anche un’innovativa app rivolta alle persone sole, grazie alla quale è possibile godere della compagnia di un ologramma che si adatta alle preferenze alle necessità del consumatore. Grazie a questo progetto, Arturo conosce Stella (Ilenia Pastorelli), di cui si innamora. Al termine del periodo di prova del servizio, l’uomo si trova però costretto a sborsare una cifra fuori dalla sua portata per rinnovarlo. Messo a dura prova sia dal punto di vista lavorativo che da quello sentimentale, Arturo si addentra nei meandri di Fuuber, scoprendo una realtà ancora più sinistra di quanto immagina.

Pierfrancesco Diliberto frulla nello stesso contenitore Play Time – Tempo di divertimento di Jacques TatiLei di Spike Jonze, fondendoli con spunti alla Black Mirror e col cinema di Maurizio Nichetti (che non a caso compare in un cameo in E noi come stronzi rimanemmo a guardare), ricorrendo addirittura a echi fantozziani per la rappresentazione del grottesco ambiente di lavoro di Arturo. Svariati riferimenti per molta carne al fuoco, dal momento che Pif spazia con libertà e un pizzico di superficialità fra gig economy, satira politica e intelligenza artificiale, senza mai rinunciare alle dinamiche e alle atmosfere della commedia romantica.

Fra Jacques Tati e Ken Loach

Raro assistere a un’opera italiana così corrosiva e riflessiva in ambito tecnologico e sociale. Difficile infatti rimanere indifferenti di fronte alle disavventure di Fabio De Luigi, che pur nel contesto di una commedia popolare mai davvero disturbante portano avanti istanze lavorative e umane care a Ken Loach. Ci riferiamo soprattutto all’attività di rider di Arturo, che mette a nudo molti degli aspetti più controversi della gig economy, come l’assenza di certezze sulla retribuzione, il sistema perverso che porta lo stesso lavoratore a pagare per gli strumenti necessari per la sua attività e l’ancora più intollerabile meccanismo del rating, che precipita i rider in un vortice di penalizzazioni e privazioni di opportunità da cui è possibile uscire solo attraverso attività e orari ancora più massacranti.

Allo stesso tempo, Pierfrancesco Diliberto semplifica eccessivamente altri temi portati avanti in E noi come stronzi rimanemmo a guardare, ricorrendo a collegamenti superficiali e fuori luogo, come il nome dell’azienda di Arturo (che richiama Uber) o il modo di vestire e di comunicare del fondatore della multinazionale, chiari richiami a Steve Jobs. A lasciare perplessi è proprio quest’ultimo personaggio, vero e proprio villain del racconto insieme alla tecnologia stessa, del quale non comprendiamo mai la personalità e a cui Pif mette in bocca una sorta di monologo sull’utilizzo dei dati delle persone da parte dei colossi del tech, argomento non adeguatamente approfondito e sviluppato nel resto della narrazione.

Come già avvenuto per La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore, il caratteristico approccio a dimensione di bambino di Diliberto diventa anche la principale debolezza delle sue opere, troppo concilianti per riuscire a scuotere lo spettatore.

 E noi come stronzi rimanemmo a guardare: si ride a denti stretti

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

Anche se E noi come stronzi rimanemmo a guardare mostra varie fragilità, accogliamo comunque con simpatia e stima un progetto italiano che esce per una volta dal seminato, proponendo diversi di spunti di riflessione e osando anche sequenze abbastanza ardite e scivolose, come l’intero incipit ambientato nella festa neonazista. La maschera comica di Fabio De Luigi fa il resto, concentrando sull’attore romagnolo il senso di disorientamento e inadeguatezza tipico del mondo del lavoro contemporaneo e garantendo il solito carico di risate. Risate che stavolta si trasformano però in sorrisi a denti stretti, perché il mondo descritto da Pif è purtroppo perfettamente coerente con l’involuzione tecnologica e umana che stiamo vivendo.

Il nuovo prodotto Sky Original E noi come stronzi rimanemmo a guardare sarà nelle sale italiane dal 25 al 27 ottobre, distribuito da Vision Distribution.

Overall
6.5/10

Verdetto

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Nella speranza di non dover mai pronunciare queste parole, Pif mette in scena un sinistro scenario futuro in cui l’umanità è totalmente asservita all’intelligenza artificiale. Non tutti i temi sono affrontati con la giusta profondità, ma le riflessioni proposte dal film allo spettatore sono giuste e sempre più urgenti.

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Time is Up: recensione del film con Bella Thorne e Benjamin Mascolo

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Time is Up

A cavalcare il rinnovato interesse internazionale nei confronti dell’Italia arriva Time is Up, teen drama di produzione italiana (per la precisione Lotus Production e Rai Cinema), girato in lingua inglese fra Roma e gli Stati Uniti. Un progetto confezionato su misura per i suoi due protagonisti, cioè la popstar Benjamin Mascolo – alla sua prima prova come attore – e la sua futura moglie Bella Thorne, conosciuta in tutto il mondo e particolarmente amata dai più giovani per le sue partecipazioni a piccoli cult come La Babysitter e Il sole a mezzanotte – Midnight Sun.

Dirette da Elisa Amoruso, le due star mettono in scena una classica storia d’amore tardo adolescenziale, che rimesta con fierezza fra i vari stereotipi del genere, come la disparità di classi sociali, l’importanza di cogliere l’attimo e l’immancabile appuntamento col destino. Un’opera dal valore artistico modesto, che ha però il pregio di proporre al proprio pubblico di riferimento, quello dei giovanissimi, la ritrovata immagine della Hollywood sul Tevere, sfruttando pienamente una Roma quasi deserta per via del periodo di restrizioni durante il quale è stata girata. Time is Up arriverà in sala grazie a 01 Distribution per un’uscita evento di soli 3 giorni, fissata al 25, 26 e 27 ottobre.

Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo tra schermo e realtà
Time is Up

Vivien (Bella Thorne) è un’ambiziosa studentessa americana, con una passione viscerale per la fisica e impegnata con un talentuoso nuotatore. Nella stessa squadra del suo ragazzo c’è Roy (Benjamin Mascolo), ragazzo povero, estremamente tormentato, senza fiducia in se stesso e in fuga dai traumi del passato. Due mondi inconciliabili, due personalità incompatibili, che trovano un punto di incontro proprio a Roma, sede di un importante gara di nuoto dove Vivien si reca per fare una sorpresa al fidanzato. Le misteriose e imprevedibili dinamiche dell’amore avvicinano questi due poli opposti, portandoli a rivedere drasticamente le loro convinzioni sulla vita e sui sentimenti.

Dopo il documentario Chiara Ferragni — Unposted e il dramma intimo e autobiografico Maledetta primavera, Elisa Amoruso dimostra ancora una volta la sua poliedricità dando vita all’incrocio di due racconti di formazione e di educazione sentimentale, a cui fa da sfondo una Città Eterna da cartolina, più abbagliante e ovattata che mai. In un’opera letteralmente plasmata sui corpi e sulle vite dei protagonisti, a lasciare perplessi è il pudore nei loro confronti della regista, molto trattenuta sia nelle sequenze più sentimentali sia in quelle potenzialmente bollenti. Una scelta che non contraddice solamente la storia di Bella Thorne e Benjamin Mascolo, ma anche lo stesso impianto narrativo di Time is Up, che indugia ripetutamente sull’erotismo della protagonista ed è ancora più esplicito nella messa in scena di un rapporto omosessuale.

Aspettando il sequel

Time is Up

Data la natura fortemente commerciale e promozionale del progetto, ci si sarebbe inoltre potuti aspettare qualcosa di più anche sulla location di Roma, ridotta a mera cornice di una storia d’amore che si gioca più sugli sguardi e sul lento avvicinamento dei protagonisti che sullo scenario del loro rapporto. Una scelta che con ogni probabilità deriva dall’emergenza sanitaria, ma che ha comunque l’effetto di depotenziare il processo di valorizzazione dell’Italia chiaramente alla base di questo progetto.

Quasi a compensare queste incertezze dal punto di vista squisitamente editoriale, Time is Up è sovraccarico di tematiche, soprattutto per quanto riguarda la personalità dei protagonisti. Mentre il personaggio di Benjamin Mascolo è più quadrato e meno sfumato, anche per andare incontro all’inevitabile rigidità espressiva dell’attore debuttante, per caratterizzare Vivien si ricorre nuovamente a variazioni dell’ormai logora equazione di Dirac, legge fisica nota anche come equazione dell’amore. Bella Thorne si disimpegna bene, sostenendo diverse scene con la propria verve, ma diventa purtroppo inefficace quando chiamata a declamare frasi da Smemoranda o a diventare il volto di una vaga riflessione sulla memoria.

In questo lavoro che a malincuore non possiamo definire riuscito, ci sono due buone notizie: la prima è che Bella Thorne e Benjamin Mascolo funzionano insieme sullo schermo, quando sostenuti da una sceneggiatura adeguata o da una scena che li valorizzi, come la sequenza ambientata nell’idromassaggio o quella sulle note della loro canzone Up in Flames. La seconda è che c’è la possibilità di correggere il tiro. Nella cornice della Festa del Cinema di Roma, la produzione ha infatti annunciato che grazie alla buona accoglienza ricevuta dal film oltreoceano è in corso la lavorazione di Time is Up 2. Appuntamento quindi al sequel, nella speranza di vedere un’opera che contribuisca concretamente al rilancio del nostro cinema nel mondo.

Overall
5/10

Verdetto

Time is Up non rinnega mai la propria natura di opera puramente commerciale e dal target ben specifico, ma non convince proprio quando cerca di sfruttare la popolarità dei suoi protagonisti e di valorizzare le location romane.

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Anni da cane: recensione del film con Aurora Giovinazzo

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Anni da cane

Dopo aver portato sugli schermi di tutto il mondo Curon, serie mistery italiana da lui diretta, Fabio Mollo sbarca su Amazon Prime Video il 22 ottobre con Anni da cane, primo film Amazon Original italiano. Un’opera prodotta da Notorious Pictures e chiaramente frutto del processo di internazionalizzazione del nostro panorama cinematografico e seriale, soprattutto in ambito giovanile. Anni da cane è infatti una classica dramedy adolescenziale, che condivide con Sul più bello lo spettro della morte sulla narrazione (anche se declinato in maniera completamente diversa), strizzando ripetutamente l’occhio all’immaginario televisivo e cinematografico, citato più o meno esplicitamente in diverse occasioni. Nulla di nuovo sotto il sole, ma non si può che accogliere con favore e curiosità un progetto nato con l’ambizione di essere fruibile anche oltre i confini nazionali e capace di valorizzare un giovane talento come Aurora Giovinazzo, già sulla cresta dell’onda grazie a Freaks Out.

Anni da cane: il disagio adolescenziale in una rom-com tutta italiana

Anni da cane

Stella è un’adolescente come tante: insicura, goffa negli approcci con i coetanei e forte di una fervida immaginazione. A seguito di un incidente in auto che ha sconvolto per sempre la sua vita, in cui ha incontrato il suo cane, Stella si è convinta che i suoi anni vadano contati proprio nel modo con cui si contano quelli dei migliori amici dell’uomo. Dal momento che la ragazza sta per compiere 16 anni, per via di questo bizzarro calcolo Stella risulta un’ultracentenaria. La protagonista è talmente convinta della sua imminente dipartita da stilare una lista delle cose che deve assolutamente provare prima di compiere 16 anni. In cima alla lista c’è la sua prima esperienza sessuale, per la quale c’è anche il principale indiziato, cioè Matteo (Federico Cesari). Con l’aiuto dei coetanei Nina e Giulio e sotto lo sguardo rassegnato della mamma e della sorella, Stella comincia la sua bizzarra missione.

Anni da cane ragiona su un tema universale come il disagio esistenziale tipico dell’adolescenza, prendendo come punto di riferimento i giovani della generazione Z, sempre più privi di punti di riferimento. In una sorta di bignami degli adolescenti di oggi, ci addentriamo così fra i loro miti (come Achille Lauro, che compare nel film nel ruolo di se stesso), il loro naturale progressismo (all’insegna del poliamore e dell’integrazione sempre più efficace degli italiani di seconda generazione) e i loro punti di riferimento culturali, come Riverdale (citato esplicitamente), Euphoria, i cui colori audaci sono ripresi nella fotografia di Martina Cocco, e il generazionale Noi siamo infinito, sbertucciato bonariamente da Giulio. Un immaginario prevalentemente americano, accompagnato non casualmente da una Roma inaspettatamente discreta, che affiora quasi esclusivamente con le proprie location da cartolina (il Colosseo), per ribadire il respiro internazionale di Anni da cane.

La Stella Aurora Giovinazzo

Anni da cane

Il lavoro di Fabio Mollo doveva affrontare parecchie insidie, come un soggetto costantemente in bilico fra realismo e fantastico, un gruppo di personaggi decisamente eccentrici e gli inevitabili cliché che ogni racconto adolescenziale si porta dietro. Al netto di qualche passaggio meno riuscito, come il tira e molla amicale fra Stella, Nina e Giulio, Anni da cane vince la sua scommessa, trovando il giusto equilibrio fra commedia e dramma e soprattutto la Stella dal luminoso futuro di Aurora Giovinazzo, che domina ogni scena con il suo naturale carisma e con la sua vitalità costantemente repressa. A convincere sono soprattutto le sfumature più malinconiche e amare, che vedono protagonista anche Valerio Mastandrea con un prezioso cameo e rendono addirittura plausibili potenziali svolte tragiche, solitamente impensabili per un progetto del genere.

In mezzo a soluzioni prevedibili e discreti colpi di scena, Anni da cane mette in scena un elogio alle diverse velocità con cui si può vivere la vita. Fra la serena lentezza di Matteo e l’impazienza di Stella emerge una giusta via di mezzo, che può portarci a rallentare quando andiamo troppo di fretta o a riprendere a correre quando credevamo che non fosse più possibile. Anni da cane si rivela quindi un buon esordio per le produzioni originali italiane su Amazon Prime Video, capace di rappresentare la nostra industria all’estero ma paradossalmente frenato dalla sua stessa ambizione internazionale: l’immaginario a stelle e strisce in cui vivono i protagonisti (le feste sfarzose, la sessualità libertina) finisce infatti per sovrapporsi all’italianità dell’operazione, indebolendo un prodotto che ha non pochi pregi, fra cui quello di provare a svecchiare un movimento cinematografico perennemente proteso verso gli over 50.

Overall
6.5/10

Verdetto

Anni da cane si rivela una rom-com adolescenziale garbata e priva di evidenti difetti, che sconta la volontà di aprirsi al mercato internazionale celando troppo la sua italianità.

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