Jumanji: The Next Level Jumanji: The Next Level

Recensioni

Jumanji: The Next Level: recensione del film di Jake Kasdan

Pubblicato

il

In un’epoca dominata da sequel e reboot non sempre efficaci e spesso totalmente fini a se stessi, appena due anni fa Jumanji – Benvenuti nella giungla centrò un clamoroso risultato al botteghino, incassando ben 962 milioni di dollari in tutto il mondo, cifra probabilmente non lontana da quello che sarà l’incasso finale di Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Ad attirare gli spettatori fu certamente il richiamo a Jumanji di Joe Johnston, classico del cinema per ragazzi degli anni ’90 con protagonista uno spumeggiante Robin Williams, ma anche l’alchimia del cast composto da Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart e Karen Gillan e l’intelligenza nello spostamento dello scenario dai giochi da tavolo ai videogame. A fronteggiarsi in sala proprio con il già citato nono capitolo di Star Wars diretto da J. J. Abrams c’è da qualche giorno Jumanji: The Next Level, che riprende la formula vincente del predecessore con alcune efficaci novità.

Dopo la loro avventura all’interno di Jumanji, Spencer, Anthony, Martha e Bethany hanno ripreso le loro vite, cercando comunque di mantenersi in contatto. Fra tutti, a soffrire il maggior disagio è Spencer, che fatica a trovare un proprio scopo nella vita al di fuori del gioco e ha messo in pausa anche la sua relazione con Martha. A confortare il ragazzo è il simpatico nonno Eddie (Danny DeVito), che vive con lui e con la madre durante la convalescenza dopo un’operazione all’anca. Mentre Eddie riceve la visita del suo ex socio Milo Walker (Danny Glover) e i suoi amici si incontrano per un brunch, Spencer rientra in Jumanji, attraverso la cartuccia che ha conservato. Preoccupati per lui, Anthony, Martha e Bethany si recano a casa di Spencer per avere sue notizie, e i primi due finiscono nuovamente all’interno del gioco. Con loro stavolta ci sono anche Eddie e Milo.

Jumanji: The Next Level, tra conferme e novità

JumInanji: The Next Level

Il pericolo da evitare per Jumanji: The Next Level era quello di adagiarsi sull’eredità del capitolo precedente, diventando così solamente un pedissequo seguito. La strada scelta dal regista Jake Kasdan e dai suoi sceneggiatori Jeff Pinkner e Scott Rosenberg, tutti confermati dopo il primo capitolo, è quella di mantenere invariata la dinamica del gioco (fatta eccezione per l’aggiunta dei punti di forza e di debolezza di ogni avatar), sperimentando invece sia dal punto di vista delle ambientazioni, sia per quanto riguarda le dinamiche fra i personaggi.

L’accoppiamento fra avatar e persone stabilito dalla precedente avventura in Jumanji è totalmente rivoluzionato (e varia più volte nel corso del racconto): Martha mantiene il personaggio della novella Lara Croft Ruby Roundhouse, impersonata dalla bravissima Karen Gillan, mentre i muscoli di Dwayne Johnson toccano a nonno Eddie, l’avatar dello zoologo Franklin Finbar (Kevin Hart) finisce all’altro anziano Milo e il prestante Anthony è assegnato al decisamente poco prestante cartografo Sheldon Oberon (Jack Black). Il solitario Eddie guida invece l’avatar della ladra Ming Fleetfoot, impersonata dalla carismatica Awkwafina, uno dei punti di forza di Jumanji: The Next Level.

Kasdan crea così un gruppo di protagonisti in perenne mutamento, dove c’è spazio per l’ironia scaturita dall’inesperienza videoludica di due anziani, per il desiderio di accaparrarsi un personaggio più consono alla propria personalità e anche per un utilizzo funzionale, anche quando parodistico, dei punti forti e deboli di ogni singolo avatar.

Jumanji: The Next Level: non solo giungla

Il meccanismo narrativo di stampo videoludico consente a Kasdan di spaziare con le location e con le atmosfere, appoggiandosi alla solita travolgente musica di Henry Jackman e spaziando dalla giungla hawaiana, già al centro del precedente capitolo, alle ambientazioni e alle dinamiche più in voga nel panorama audiovisivo contemporaneo. Abbiamo così uno spassoso inseguimento nel deserto fra struzzi e dune buggy che strizza ripetutamente l’occhio a Mad Max: Fury Road, ma anche un’escursione nel fantasy che inevitabilmente riporta alla mente la serie Il Trono di Spade, conclusa proprio quest’anno. Tanta azione mista al solito calzante umorismo, solo parzialmente smorzato dal doppiaggio italiano, che impedisce di gustare contrasti come quello della voce di Danny DeVito sul mastodontico corpo di Dwayne Johnson.

Fra un’avventura e l’altra, c’è anche spazio per l’approfondimento dei personaggi e dei loro sentimenti. Ma a scaldare il cuore non è tanto la traballante relazione sentimentale fra Spencer e Martha, quanto piuttosto il rapporto fra i due attempati Eddie e Milo, che affonda le proprie radici in vecchie incomprensioni, si trasforma con la necessità di convivere in una situazione di pericolo e infine approda verso una toccante conclusione, perfettamente in linea con lo spirito di Jumanji e più in generale del gioco stesso: concedersi un’escursione più o meno breve in una vita da eroi, alla ricerca di incredibili imprese e in fuga da terribili mostri, per fuggire dalla monotonia e dalla mediocrità della nostra esistenza.

Quale sarà il prossimo livello?

Jumanji: The Next Level si rivela un piacevole capitolo di transizione di quello che ormai possiamo considerare a pieno titolo un franchise cinematografico in buono stato di salute. Anche se manca l’effetto novità del primo episodio e i momenti ambientati nel mondo reale sono sempre molto meno incisivi di quelli nella realtà virtuale, ci sono tutti i presupposti per una prosecuzione delle avventure dei personaggi che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare. Se siete preoccupati per un definitivo allontanamento dalle atmosfere e dalle dinamiche del primo Jumanji, rimanete in sala durante i titoli di coda: un’importante scena post-credits ci anticipa la direzione che potrebbe intraprendere questa saga.

Jumanji: The Next Level è nelle sale italiane dal 25 dicembre, distribuito da Warner Bros.

6,5/10
Il voto di Marco Paiano

In evidenza

La tomba delle lucciole: recensione del film di Isao Takahata

Un ritorno su La tomba delle lucciole, il capolavoro di Isao Takahata e dello Studio Ghibli sulle conseguenze della guerra in Giappone.

Pubblicato

il

La tomba delle lucciole

La tomba delle lucciole è un film d’animazione scritto e diretto da Isao Takahata, cofondatore del celeberrimo Studio Ghibli insieme ad Hayao Miyazaki. Il film è stato distribuito per la prima volta in Giappone il 16 aprile 1988, in contemporanea a un’altra amata pellicola dello Studio Ghibli, ovvero Il mio vicino Totoro, dai toni decisamente più rassicuranti e consolatori. A causa della presenza di immagini particolarmente forti e della straziante tematica di fondo, ovvero le conseguenze dei bombardamenti americani sul Giappone sul finire della Seconda Guerra Mondiale, La tomba delle lucciole è generalmente considerata un’opera più adatta agli adulti che ai bambini, ma chiunque dovrebbe scoprire o riscoprire questa vera e propria pietra miliare della storia del cinema, tanto dolorosa quanto necessaria a comprendere e ricordare la realtà della guerra.

Kōbe, 21 settembre 1945. A seguito della resa incondizionata del Giappone, atto conclusivo della Seconda Guerra Mondiale, la città e l’intera nazione stanno facendo i conti con gli strascichi lasciati dal più sanguinario conflitto della storia dell’umanità. All’interno della stazione ferroviaria, un ragazzo di nome Seita si accascia al suolo, spirando nell’indifferenza generale. In un prato illuminato dalla luce delle lucciole, lo spirito di Seita si ricongiunge con quello di una bambina, ovvero la sorella Setsuko. In un lungo flashback, La tomba delle lucciole racconta l’amara e struggente storia dei due fratelli, fuggiti dai bombardamenti di Kōbe alla ricerca della salvezza e di un futuro migliore.

La tomba delle lucciole: il neorealismo d’animazione di Isao Takahata

La tomba delle lucciole

La tomba delle lucciole è tuttora una delle pellicole più infelici e dolorose della storia del cinema d’animazione (e non solo), nonché il più fulgido esempio della poetica di Isao Takahata, genio alla pari del più celebrato Miyazaki, che ci ha lasciati nell’aprile del 2018, a pochi giorni di distanza dal trentesimo compleanno del suo capolavoro. Fin dai primi secondi del racconto, che ci lasciano senza speranza dichiarando apertamente la morte di Seita (La sera del 21 settembre 1945 io morii), veniamo trascinati in un vortice di miseria e disperazione, messo in scena con la crudezza e la semplicità tipiche del grande cinema neorealista italiano, con cui La tomba delle lucciole condivide anche l’ambientazione storica.

Le immagini di uno dei bombardamenti più crudi e realistici del cinema animato si fondono con desolanti sequenze che ne mostrano le conseguenze più visibili, con corpi smembrati, cadaveri putrefatti e una malsana pioggia nera, e quelle meno evidenti ma altrettanto funeste, come la carestia e le crescenti tensioni sociali. La narrazione indugia inoltre sul progressivo inaridimento della popolazione, stretta fra un orgoglioso quanto inefficace nazionalismo e l’indifferenza per un prossimo visto non come un fratello da aiutare, ma come un concorrente in una battaglia per le poche risorse disponibili, che non avrà né vincitori né vinti.

La commovente parabola di un Giappone annientato fisicamente e spiritualmente

La tomba delle lucciole

In un contesto così mesto e angoscioso, Isao Takahata costruisce un vero e proprio miracolo cinematografico, che sa essere al tempo stesso favola e dramma familiare, pugno nello stomaco e dolce carezza, sofferente racconto e delicato lirismo. La storia di Seita e Setsuko non si dimentica facilmente, e scava inesorabilmente un solco nel cuore dello spettatore. I due fratelli non sono soltanto l’immagine di un Giappone annientato fisicamente e spiritualmente, ma testimoniano l’insensatezza e l’ignominia della guerra, con il suo strascico di drammi silenziosi e dimenticati.

In un dibattito culturale contemporaneo sempre più polarizzato e tendente all’eccesso in positivo o in negativo, ci si sente quasi in colpa a utilizzare un termine troppo spesso abusato come capolavoro. Difficile d’altra parte usare un termine differente per descrivere questa pellicola splendida e allo stesso tempo terribile, che rimesta nella tragedia e nella morte per mettere in scena un racconto profondo e universale, in cui amore e dolore si stringono in una soave e macabra danza, accompagnati da immagini di rara forza evocativa e da una colonna sonora memorabile, che a tratti diventa un personaggio a sé stante, prendendoci per mano in un viaggio nella più ingiusta e insopportabile sofferenza.

L’istinto di sopravvivenza visto dal lato più cinico e crudele

La tomba delle lucciole

Con un racconto asciutto e mai patetico, nonostante la serietà dei temi trattati, La tomba delle lucciole narra quella che è sostanzialmente la disperata fuga di Seita e Setsuko da un’ineluttabile morte, costellata da eventi emblematici, che sottendono concetti più ampi e universali. Nel corso del loro cammino, i fratelli fortificano infatti il loro rapporto, con Seita costretto a una prematura maturità nell’orgoglioso e per certi versi presuntuoso tentativo di provvedere alla salvezza sua e della sorella, e con la piccola Setsuko al contempo alle prese con la sua infanzia perduta, con la fame che la affligge e la morte che la circonda, nonostante i commoventi tentativi del fratello di proteggerla dall’orrore che li coinvolge.

Particolarmente significativo l’incontro di Seita e Setsuko con una zia austera e imperialista, che in nome di un orgoglio difficilmente comprensibile per gli occidentali non esita a fare sentire i due ragazzi dei pesi morti, accelerando di fatto la loro tragica fine. Non da meno lo scontro del ragazzo con alcuni contadini, reo di aver rubato del cibo nel disperato tentativo di migliorare le condizioni della sorellina, sempre più debole e denutrita: l’istinto di sopravvivenza mostra qui il suo lato più cinico e crudele, con degli uomini adulti pronti a malmenare un ragazzo affamato all’insegna del più classico mors tua vita mea.

La tomba delle lucciole: perché le lucciole muoiono così presto?

La tomba delle lucciole

Non mancano inoltre sequenze di struggente poesia, esaltate da una fotografia dai colori pastello che contribuisce a creare un’unica e ineguagliabile atmosfera di favola costruita sulla morte. Fra le tante, impossibile non citare l’emblematica morte dello sciame di lucciole che danno il titolo al film, con la semplice e innocente domanda di Setsuko (Perché le lucciole muoiono così presto?) che racchiude al suo interno l’intero significato del racconto, o l’apparentemente marginale scatola di caramelle, utilizzata sia come materializzazione dell’amore e dell’istinto di condivisione e reciproco aiuto dei due fratelli, sia come mezzo con cui proiettare e ricordare la loro straziante storia, dimenticata fra gli edifici di una città costretta ad andare avanti e a ricostruire sulle macerie.

Difficile non trattenere le lacrime nelle fasi conclusive de La tomba delle lucciole, con quell’indimenticabile grazie sussurrato dall’ormai flebile voce di Setsuko che risuona come un monito a non dimenticare quanto accaduto e quanto accade ogni giorno in ogni angolo del mondo, e con un suggestivo finale, che in compagnia delle immancabili lucciole chiude perfettamente il cerchio del racconto, ponendosi di diritto fra le migliori sequenze della gloriosa storia dello Studio Ghibli.

La tomba delle lucciole: un film più attuale che mai

La tomba delle lucciole

A quasi 40 anni dalla sua uscita, La tomba delle lucciole è un monito più attuale che mai, insuperato incontro fra le atmosfere favolistiche tipiche del cinema d’animazione e la più cupa e lacerante ricostruzione storica. Un capolavoro (lo ripetiamo) della Settima Arte, che senza mai indorare la pillola ci sbatte in faccia il dolore e la sofferenza causati ogni giorno dall’uomo e dai suoi più bassi istinti, riuscendo al tempo stesso a costruire una toccante e commovente parabola del ricordo e dell’amore fraterno.

Consigliato dalla redazione
La Tomba Delle Lucciole Scopri il prezzo su Amazon
In qualità di Affiliati Amazon, riceviamo un guadagno dagli acquisti idonei.

10/10
Il voto di Marco Paiano
Continua a leggere

In evidenza

Carrie: recensione della serie Prime Video

Pubblicato

il

Carrie

Fra i tanti autori che si sono cimentati con la complessa opera di adattamento di Stephen King, Mike Flanagan è sicuramente colui che ha dimostrato più spesso di comprendere pienamente le sfumature dell’universo del Re, al punto da riuscire anche a tradirlo rimanendo al contempo fedele allo spirito della pagina scritta. Lo abbiamo visto con Il gioco di Gerald, difficilissima trasposizione distribuita su Netflix di una delle opere più intime del Re; con Doctor Sleep, sottovalutata escursione nei territori di Shining sulla base del sequel dello stesso King; persino in The Life of Chuck, con Tom Hiddleston al centro di una suggestiva riflessione sul senso dell’esistenza. In attesa della luce verde per il suo sospirato progetto su La torre nera, c’era dunque grande aspettativa per Carrie, serie Prime Video creata proprio da Flanagan e basata sul romanzo che ha permesso a King di farsi conoscere e apprezzare.

Per una volta, l’aspettativa è stata pienamente ripagata. Flanagan riesce infatti non soltanto nell’intento di adattare in un arco di 8 episodi uno dei romanzi più esili di King (meno di 200 pagine), ma lo fa traslandone nella contemporaneità temi e dinamiche, con invidiabile lucidità e rara profondità. Le umiliazioni e i risvolti più feroci dell’adolescenza si spostano così sui social, insieme alle più inquietanti derive dei genitori. Tutto questo mentre Carrie resta fedele alla visione kinghiana, confermandosi archetipo delle ragazze represse in ambito familiare e scolastico, già esplorato da Brian De Palma con Carrie – Lo sguardo di Satana e dai successivi adattamenti per piccolo e grande schermo. Un’opera talmente consapevole e centrata da potersi permettere di allargare il campo, strizzando l’occhio a un possibile universo televisivo delle opere del Re e lasciando la porta aperta per una seconda stagione, puntualmente confermata pochi giorni fa.

Carrie: un riuscito adattamento seriale di Mike Flanagan

Carrie

Al centro della vicenda è dunque anche in questa versione Carrie White (Summer H. Howell), che dopo la morte del padre viene iscritta al liceo dalla madre Margaret (Samantha Sloyan), integralista religiosa che per anni ha segregato la figlia fuori dal mondo, dalla società e dalla contemporaneità, rendendola inconsapevole di molte informazioni fondamentali per la sua adolescenza. La serie rimarca inoltre fin dai primi minuti ciò che lettori e spettatori degli altri adattamenti già sanno, ovvero che le continue vessazioni da parte dei coetanei sono deflagrate durante il ballo scolastico, in una mattanza scatenata proprio dall’esasperata Carrie e dai suoi prodigiosi poteri telecinetici. La serie lavora quindi in flashback, mostrandoci come si è arrivati a quell’esplosione di rabbia e aprendo a inaspettati risvolti della vicenda.

Non mancano le scene iconiche delle precedenti versioni: il drammatico momento delle prime mestruazioni della sconvolta Carrie, accompagnato dalle vessazioni delle sue coetanee; i confronti sempre più aspri fra la protagonista e la madre, spiazzata e intimorita dalla ritrovata libertà della figlia; la scoperta dei poteri telecinetici della ragazza, alimentati dalla rabbia e dallo sconforto; il tragico scherzo del sangue di maiale, lanciato addosso a Carrie proprio nel momento in cui sogna di lasciarsi definitivamente alle spalle un’infanzia di privazioni e bugie. Ma oltre a ciò che ci aspettiamo c’è molto altro, come una dolente rappresentazione della società occidentale e in particolare dei suoi ragazzi, in balìa di un bullismo che non passa più soltanto dal branco, ma anche e soprattutto dai social e dalla facilità con cui si può rendere virale ciò che lede la serenità e la stabilità altrui.

Un quadro sociale desolante

Flanagan non allunga il brodo ma estende l’universo kinghiano, dando maggiore spazio sia ai personaggi già noti sia a quelli creati ad hoc per la serie. A beneficiarne è soprattutto Margaret White, che grazie anche all’ottima prova di Samantha Sloyan (che non fa rimpiangere né Piper Laurie né Julianne Moore) mantiene i suoi risvolti più sinistri e grotteschi ma si apre anche inaspettatamente al mondo esterno, sfruttando proprio i social per proporre le proprie idee e conservatrici e rivelandosi anche una sorprendente ancora di salvezza per la stessa Carrie in una disputa con Chris Hargensen (Alison Thornton) e la sua disastrata famiglia. Ma nel quadro tratteggiato da Flanagan non c’è salvezza per nessuno, a partire da insegnanti poco incisivi nonostante le buone intenzioni, passando per famiglie tossiche e prevaricatrici e arrivando agli stessi adolescenti, pronti a nascondersi dietro l’anonimato per ferire gli emarginati o per guadagnare un briciolo di popolarità. Tutti contro tutti, mentre divampano le proteste studentesche e Carrie cerca invano il suo piccolo posto al sole.

Non manca qualche ridondanza di temi e dinamiche, ma nel complesso ciò che Flanagan apporta a Carrie è molto di più di ciò che toglie in termini di puro orrore. Come i Fedeli Lettori di King sanno, la paura e il paranormale non sono il fine, ma un mezzo con cui scandagliare gli anfratti più cupi, contraddittori e dolorosi dell’animo umano. Più discutibile è la svolta conclusiva impressa dall’ideatore della serie, ritenuta da molti poco fedele allo spirito del romanzo originale e colpevole di strizzare eccessivamente l’occhio a Stranger Things e in particolare alla celeberrima Eleven. A prescindere da ciò che ci racconterà la prossima stagione sul finale e sui nuovi personaggi coinvolti, non va però dimenticato che è lo stesso romanzo a suggerire che Carrie possa essere parte di un nucleo più ampio di persone dotate di poteri paranormali, e che è la stessa Carrie ad aver influenzato chiaramente i fratelli Duffer nella creazione del loro show più conosciuto e apprezzato.

Il sorprendente cast di Carrie

Carrie

Ancora una volta, Flanagan trova nella serialità la sua dimensione ideale, dopo gli eccellenti risultati ottenuti su Netflix con The Haunting, Midnight Mass e La caduta della casa degli Usher. Il susseguirsi degli episodi e le base kinghiane non diventano infatti un limite, ma al contrario una tavolozza su cui l’autore può riflettere sulla contemporaneità, evidenziandone storture e limiti, ma anche gli aspetti positivi, sotto forma di improvvisi sprazzi di umanità e gentilezza all’interno di un quadro altrimenti sconfortante. L’adolescenza si conferma così età di passioni ed emozioni, ma anche di sconvolgimenti e traumi, come lo stesso King ci ha più volte raccontato meglio di ogni altro.

In chiusura, un doveroso plauso agli interpreti e più in generale al casting, funzionale a un adattamento moderno. A brillare è soprattutto Summer H. Howell, che diverge per registri e sfumature dall’iconica prova di Sissy Spacek, ma riesce a essere ugualmente incisiva e suggestiva; a condividere lo schermo con lei ci sono però interpreti altrettanto capaci come l’ambigua Josie Totah (ne sentiremo ancora parlare), la diabolica Alison Thornton e l’eterea Thalia Dudek. Preziose tessere di un puzzle umano che continua ad affascinarci e a spaventarci, anche in questa nuova emanazione traslata ai giorni nostri ma radicata nelle nostre più profonde paure e sofferenze.

Carrie

La prima stagione di Carrie è disponibile su Prime Video.

8,5/10
Il voto di Marco Paiano
Continua a leggere

In evidenza

Mammina: recensione del film con Jessica Chastain

Pubblicato

il

Mammina

Il 2026 è indubbiamente l’anno dell’horror, con successi inaspettati come Obsession e Backrooms, nuovi capitoli di Scream e Resident Evil e curiosi ibridi come La fine di Oak Street e Send Help. Un panorama ricco ed eterogeneo per gli amanti del cinema di paura, in cui si inserisce Mammina, nuovo film di Rob Savage con protagonista la vincitrice dell’Oscar Jessica Chastain, che torna così all’orrore dopo La madre e It – Capitolo due di Andy Muschietti. Un’opera dalla ricezione che potremmo eufemisticamente definire divisiva: da una parte un netto successo di pubblico, con quasi 80 milioni di dollari incassati nel momento in cui scriviamo, a fronte di un budget inferiore ai 20 milioni; dall’altra una ricezione critica molto più fredda e negativa.

Tratto dal romanzo di romanzo Josh Malerman L’altra mamma, Mammina mette in scena l’inquietante storia della bambina Bella Martin (Arabella Olivia Clark) e dei suoi genitori Ursula (Jessica Chastain) e Russell (Jay Duplass). Fra madre e padre le cose non vanno bene, né dal punto di vista lavorativo, né in ambito sentimentale. La stessa Bella vive un forte stress, causato dal trasferimento in una nuova casa. La bambina inizia così ad avvertire la presenza di una sinistra entità, che lei chiama L’altra mamma, proprio perché identica alla madre Ursula. L’altra mamma sembra avere intenzioni pacifiche soprattutto nei confronti di Bella, ma con il passare del tempo le sue apparizioni diventano sempre più spaventose e violente, spingendo Ursula e Russell a indagare sulla natura di questa creatura, mentre il loro rapporto vive una crisi sempre più profonda.

Mammina: un’ottima occasione sprecata

Rob Savage cerca di coniugare orrore e dramma familiare, rivisitando così la formula alla base del successo di opere come Babadook, in cui il mostruoso è anche e soprattutto metafora di una grave sofferenza personale. Purtroppo Mammina non riesce però ad attestarsi sugli stessi livelli, soprattutto a causa di scelte tecniche e narrative che privilegiano più il mero jumpscare che la dimensione umana della vicenda. Il problema principale è lo svelamento già nei primi minuti dell’altra mamma, reso peraltro necessario dalla scelta di fare interpretare entrambi i ruoli alla sempre impeccabile Jessica Chastain, qui protagonista di un campionario di sguardi inquietanti e pose contorsionistiche già ampiamente anticipate dal materiale promozionale. Una scelta che porta già in partenza Mammina nei binari del demoniaco, mettendo in secondo piano il dramma familiare alla base del racconto.

Un peccato, perché la storia dei Martin avrebbe gli elementi e le potenzialità per essere trattata con una profondità ben maggiore: una crisi in atto fra Ursula e Russell, alimentata anche da situazioni agli antipodi in ambito lavorativo; il sospetto sempre più tangibile di una relazione clandestina; la scarsa propensione alla maternità della stessa Ursula. Spunti che il regista depotenzia trattandoli soprattutto a parole, e rompendo così la sempre valida regola cinematografica del show, don’t tell. Una scelta difficilmente comprensibile, anche perché Rob Savage dimostra di avere gusto per l’immagine e per il perturbante, deformando il volto di Jessica Chastain in una serie di apparizioni dall’innegabile impatto emotivo. Queste singole immagini non riescono però mai a costruire la necessaria suspense, e diventano al contrario ripetitive e prevedibili a causa dello schematismo con cui vengono applicate.

Non basta Jessica Chastain

Sotto Mammina ardono tanti spunti potenzialmente esplosivi: una maternità fallace e contraddittoria, in bilico fra il rigetto e il bisogno di controllo; un amore sopito che si rivela al tempo stesso l’unica ancora di salvezza di fronte all’abisso; il bisogno di tenerezza e famiglia di Bella, che come nelle grandi avventure spielberghiane si rifugia nel fantastico per sfuggire a un reale asfittico e deludente. La stessa altra mamma sembra possedere una dimensione più dolente, che affiora quando cerca un contatto emotivo con Bella. Tutto ciò viene però trattato con disarmante superficialità, abbinata a un registro che ondeggia continuamente fra orrore, fosco dramma familiare e addirittura qualche spunto comico, totalmente fuori contesto.

A compensare queste carenze non basta neanche Jessica Chastain, che riesce a fare emergere solo a tratti l’inquietudine di Ursula e la pericolosità dell’altra mamma. Fra le immancabili situazioni claustrofobiche e raffazzonate sedute spiritiche, svelamenti e ricongiungimenti familiari, Mammina si trascina stancamente fino all’epilogo che odora di già visto, di inconcludenza e soprattutto di ottima occasione sprecata per l’horror mainstream.

Mammina è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Universal Pictures.

4,5/10
Il voto di Marco Paiano
Continua a leggere
Pubblicità

    Su alcune pagine del sito sono presenti link di affiliazione, grazie ai quali Lost in Cinema ottiene una percentuale dei ricavi. Tale affiliazione non implica nessuna variazione di prezzo del prodotto. Copyright © 2026 Lost in Cinema