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La fine di Oak Street: recensione del film con Anne Hathaway e Ewan McGregor
Il cinema di Steven Spielberg vive e continua a gemmare nelle opere di altri autori, inevitabilmente influenzati da un immaginario fatto di normali famiglie piccolo-borghesi messe di fronte all’eccezionale, capace di fare emergere l’unicità e l’umanità di queste persone, ma allo stesso tempo anche la fragilità di nuclei familiari mai scontati. A confrontarsi con questo monumento del cinema pop, sotto la guida in produzione di uno dei suoi discepoli più noti e apprezzati, ovvero J. J. Abrams, è un regista affezionato al genere come David Robert Mitchell, che dopo il suo coming-of-age d’esordio The Myth of the American Sleepover e i due successivi progetti, l’horror It Follows e il neo-noir Under the Silver Lake, analizza nuovamente timori e inquietudini dell’America con La fine di Oak Street, avventura fantascientifica ad alto budget (circa 85 milioni di dollari).
Lo fa con due interpreti d’eccezione come Anne Hathaway e Ewan McGregor, ma soprattutto con il piglio dell’autore affermato, che può concedersi il lusso dell’ambizione senza rinunciare al rischio narrativo e visivo. La fine di Oak Street mette infatti in scena la sorprendente avventura della famiglia Platt, composta da Denise e Greg e dai loro due figli. Una situazione tesa fin dall’inizio, dal momento che padre e madre stanno attraversando una dolorosa crisi coniugale, alimentata anche dai problemi economici di lui (costretto a consegnare pizze a domicilio, ufficialmente solo per arrotondare) e dal desiderio di evasione di lei, che passa le notti nello scantinato intenta a scrivere un romanzo. Tutto precipita quando i Platt si trovano improvvisamente circondati da flora e fauna tipicamente preistoriche. Ben presto scoprono che il loro intero vicinato sembra essere tornato nel Mesozoico. Intrappolati in questo terrorizzante scenario e braccati da famelici dinosauri, i protagonisti sono costretti a essere più uniti che mai per comprendere l’accaduto e salvare le loro vite.
La fine di Oak Street: un’avventura familiare in bilico fra dinosauri e wormhole

Sono innumerevoli i riferimenti cinematografici presenti ne La fine di Oak Street, e verosimilmente tutti cercati e voluti: dal seminale La notte dei morti viventi all’ovvio Jurassic Park, passando per Shining e Gli uccelli di Alfred Hitchcock, senza dimenticare la saga di A Quiet Place, recente punto di riferimento produttivo per una famiglia davanti all’Apocalisse. Ma come accennavamo in apertura, il contesto delle grandi avventure spielberghiane, e non a caso David Robert Mitchell ambienta il racconto nel 1982, lo stesso anno di uscita di E.T. l’extra-terrestre. Ragazzini in bicicletta che sognano con gli occhi rivolti verso il cielo, bulli con cui confrontarsi, cultura pop onnipresente in poster e arredi, e soprattutto un sonnacchioso quartiere bruscamente trasportato in una situazione complessa e pericolosa.
La fine di Oak Street non rinnega mai la propria natura derivativa, mettendo in scena con grande onestà intellettuale un difficile mix fra blockbuster estivo, avventura fantascientifica e dramma familiare, senza difettare né in tensione (l’assedio dei dinosauri alla casa dei Platt tiene lo spettatore con il fiato sospeso), né in umorismo, con sequenze riuscite come la foto ricordo davanti ai due dinosauri in accoppiamento. Il risultato è più che positivo, non tanto per l’adesione visiva agli immaginari di cui sopra, quanto piuttosto per la volontà di portare avanti lo stesso discorso di Spielberg e dei suoi epigoni, restando saldamente ancorati ai personaggi, alle loro personalità e alle loro emozioni.
Le prove di Anne Hathaway e Ewan McGregor

Ci si entusiasma per le disavventure dei Platt, costantemente vittime di una situazione che li vede sempre a pochi centimetri dalle fauci di temibile creature preistoriche, ma ci si emoziona per il cuore di questo nucleo familiare, tirato alle estremità dal desiderio di un futuro diverso di Denise, dalla volontà di Greg di mantenere almeno l’apparenza di un passato ormai irrimediabilmente compromesso e dallo sguardo puro e privo di filtri dei ragazzi, senza dimenticare il tenero cane di famiglia. Nonostante la chimica fra Anne Hathaway e Ewan McGregor non sia sempre irresistibile, le due stelle hollywoodiane reggono la vera e propria altalena emotiva dei personaggi, dando fondo a tutto il loro carisma e alla loro innata espressività. Insieme alla sceneggiatura dello stesso David Robert Mitchell e alla sua solida regia, i protagonisti permettono a La fine di Oak Street di riuscire in una dinamica cinematografica tutt’altro che semplice, fatta di continui rilanci in termini di tensione e temi affrontati.
Il dramma familiare lascia così spazio all’horror, e quando anche quest’ultimo sembra sul punto di ristagnare è la componente fantascientifica a prendere il sopravvento, con collegamenti a Carl Sagan (espressamente citato) e alle sue ipotesi sui wormhole e reminiscenze dello Stephen King concentrato sulle comunità isolate dal mondo, come in La nebbia e The Dome. Un meccanismo che nonostante le notevoli richieste dal punto di vista della sospensione dell’incredulità funziona fino al climax conclusivo, approdando a un finale che pone diversi interrogativi etici e scientifici sugli avvenimenti narrati.

La fine di Oak Street adempie dunque al suo intento di puro intrattenimento, sacrificando una fetta di ambizioni per cercare di arrivare a tutti. Non sappiamo se questa scelta pagherà dal punto di vista economico (i primi risultati non sono incoraggianti), ma la salute del cinema e della sala passa anche da progetti come questi, capaci di portare avanti una lunga e florida tradizione di evasione popolare ma non banale.
La fine di Oak Street è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.
Cinema indipendente
De Palma: recensione del documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow
La recensione di De Palma, il documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow presentato alla 72ª Mostra del Cinema di Venezia: due ore di lezione di cinema affidate interamente alla voce di Brian De Palma.

De Palma è il documentario diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow sulla vita e la carriera di uno dei più talentuosi registi della New Hollywood, Brian De Palma. I due registi compiono fin da subito una scelta di campo che diventa al tempo stesso il maggiore pregio e il peggiore difetto della pellicola, ovvero eclissarsi completamente dal racconto, limitandosi a montare al meglio le fotografie e le scene più belle della carriera di De Palma in ordine rigorosamente cronologico e lasciando campo aperto alla sua parlantina. Il maestro intrattiene e affascina lo spettatore per quasi due ore con una serie di aneddoti sulle proprie opere e sulla propria vita, togliendosi più di un sassolino dalla scarpa su produttori, attori e sceneggiatori con i quali si è scontrato nel corso della sua memorabile carriera.
Baumbach e Paltrow ci restituiscono così il ritratto di quello che prima di tutto è un appassionato cinefilo e un adoratore delle opere dei suoi predecessori, da Sergej Ėjzenštejn ad Alfred Hitchcock (a cui non risparmia una stoccata sull’ultima parte della sua carriera) passando per Akira Kurosawa, dai quali ammette con grande sincerità e umiltà di avere tratto spunto e ispirazione. Un autore che per tutto il suo percorso umano e professionale ha cercato di rinnovarsi e migliorarsi sul piano tecnico e contenutistico, arrivando però all’amara conclusione che il meglio della carriera di un regista si concentri fra i 30 e i 50 anni, e che tutto ciò che viene dopo sia poco più di una rimasticatura di quanto fatto in precedenza.
De Palma: una lezione di cinema di due ore

Ci si accorge ben presto di non avere a che fare con un classico documentario, ma con una vera e propria lezione di cinema, in cui Brian De Palma ripercorre in un lungo one man show tutta la sua carriera: dagli inizi in compagnia degli amici Steven Spielberg e George Lucas, periodo durante il quale lanciò anche un giovane Robert De Niro in film come Ciao America!, Oggi sposi e Hi, Mom!, passando per i successi di Carrie, Scarface, Gli intoccabili e Carlito’s Way, fino alle ultime pellicole come The Black Dahlia, Redacted e Passion, alle quali, coerentemente con la tesi dello stesso De Palma sul declino della carriera di un regista dopo i 50 anni, viene dedicato meno spazio.
Nel corso del racconto, De Palma parla anche dei propri difficili rapporti con il mondo di Hollywood, sempre pronto a mettere le mani sulle sue opere distorcendone i contenuti, del sincero dispiacere per l’insuccesso commerciale di pellicole in cui credeva molto come Blow Out e dell’orgoglio per alcune sue scelte tecniche, come lo split screen de Le due sorelle, l’inseguimento nel museo di Vestito per uccidere e la scena finale di Carrie, film sul quale il maestro si autocompiace anche per il fatto che, a suo dire, i seguiti e i vari remake hanno commesso tutti gli errori che lui aveva diligentemente evitato.
Il documentario non tralascia nessuno dei film della carriera del maestro, dedicando a ognuno almeno un cenno. Fra aneddoti particolarmente interessanti e divertenti, come quello in cui un Al Pacino stanco delle ripetizioni della scena dell’inseguimento sul treno di Carlito’s Way approfittò di uno di quegli stessi treni per abbandonare il set e tornare a casa, o le reali provocazioni rivolte a Michael J. Fox da parte di Sean Penn sul set di Vittime di guerra, con lo scopo di tirare fuori un autentico sentimento di rabbia dal protagonista di Ritorno al futuro, e un pizzico di malinconia per un periodo che secondo De Palma semplicemente non è ripetibile, vorremmo che la conclusione non arrivasse mai, come quando ritroviamo un amico con il quale avevamo perso i contatti e che, dopo una serata di ricordi e risate, non vorremmo più lasciare.
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Narnia: Il nipote del mago, il trailer del film di Greta Gerwig
Il primo trailer di Narnia: Il nipote del mago, il film di Greta Gerwig tratto da C.S. Lewis, al cinema dall’11 febbraio 2027 con Eagle Pictures.

Eagle Pictures ha diffuso il primo trailer e il poster di Narnia: Il nipote del mago, scritto e diretto da Greta Gerwig, che porta per la prima volta sul grande schermo l’omonimo romanzo di C.S. Lewis. Protagonisti David McKenna e Beatrice Campbell, affiancati da Emma Mackey, Carey Mulligan, Ciarán Hinds e Daniel Craig. Il film arriverà nelle sale l’11 febbraio 2027.
Il trailer ufficiale di Narnia: Il nipote del mago
Questa la sinossi ufficiale del film:
La regista candidata all’Oscar Greta Gerwig porta per la prima volta sullo schermo Il nipote del mago, l’amatissimo romanzo di C.S. Lewis, in un’avventura epica che invita i sognatori di ogni età a vivere la creazione di Narnia.
Il cast
Completano il cast Kobna Holdbrook-Smith, Denise Gough e Susan Wokoma. Il romanzo, pubblicato nel 1955, è il sesto scritto da Lewis ma il primo nell’ordine cronologico del ciclo: racconta l’origine del mondo di Narnia e dell’armadio che vi conduce.
Narnia: Il nipote del mago sarà nelle sale italiane dall’11 febbraio 2027 distribuito da Eagle Pictures. In conclusione, ecco il poster ufficiale del film.

I tre film tratti dal ciclo di C.S. Lewis prodotti tra il 2005 e il 2010.
Scopri il prezzo su AmazonIl romanzo di C.S. Lewis da cui è tratto il film di Greta Gerwig.
Scopri il prezzo su AmazonIn evidenza
Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen
Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.
L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.
Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.
I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.
Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.
Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.
Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.






