La ragazza d’autunno: recensione del film di Kantemir Balagov

La ragazza d’autunno: recensione del film di Kantemir Balagov

A due anni di distanza da Tesnota, Kantemir Balagov torna a stupire nella sezione Un Certain Regard di Cannes con La ragazza d’autunno, che conferma le ottime impressioni suscitate dall’opera precedente, certifica l’ambizione e l’autorevolezza di un cineasta giovanissimo (appena 28 anni) e lo proietta verso la ribalta internazionale, visto che nel momento in cui scriviamo questo lavoro è nella shortlist per l’Oscar 2020 al miglior film in lingua straniera, dopo aver conquistato sulla Croisette sia il riconoscimento per la migliore regia, sia quello conferito dalla stampa internazionale. Un’opera seconda complessa e sfuggente, che toglie ogni residuo dubbio sul fatto che siamo di fronte a una nuova splendida realtà del cinema autoriale.

La ragazza d’autunno: l’ambiziosa opera seconda di Kantemir Balagov
La ragazza d'autunno

Dopo le atmosfere familiari della sua opera prima, ambientata nella sua città natale Nalchik, Balagov sposta il suo sguardo nella Leningrado del 1945, segnata dall’appena conclusa seconda guerra mondiale, per seguire il percorso esistenziale di due donne diverse e complementari, indelebilmente segnate dalla loro esperienza durante il conflitto bellico. Seguiamo così la storia della “Spilungona” Iya (la strepitosa Viktoria Miroshnichenko) donna altissima afflitta da un disturbo da stress post-traumatico che la porta a frequenti momenti di paralisi, in cui si blocca con gli occhi sgranati, impossibilitata a reagire agli stimoli esterni, e della sua amica Masha (l’altrettanto convincente Vasilisa Perelygina), in cerca di una nuova vita e di una nuova maternità dopo la morte del primo figlio. Due donne accomunate dal dolore e dalla voglia di ricominciare, anche grazie alla loro professione di infermiera.

La ragazza d’autunno è un’opera che parla soprattutto di ferite, fisiche e psicologiche, difficili da rimarginare. Anche se non vediamo mai la comune esperienza di Iya e Masha al fronte, percepiamo in ogni momento le conseguenze che il conflitto bellico ha lasciato dentro di loro. Le cicatrici e i lividi sui loro corpi, le loro difficoltà a interagire con il prossimo e i loro laceranti silenzi raccontano meglio di intere pagine di dialoghi cosa ha significato la guerra, offrendoci il punto di vista di coloro che, predisposte a creare la vita, si sono invece trovate, per un lungo periodo, a stretto contatto con la morte e con la più folle delle devastazioni.

Fra distruzione e ricostruzione

Ed è proprio su questo duplice contrasto, fra morte e vita e fra distruzione e ricostruzione, che Kantemir Balagov poggia le basi de La ragazza d’autunno. A causa degli angusti spazi in cui si muovono le protagoniste, percepiamo ancora la stessa sensazione di soffocamento di Tesnota (senza anticipare nulla, in quest’opera seconda è proprio un reale soffocamento che gioca un ruolo fondamentale per gli equilibri della storia), ma allo stesso tempo siamo continuamente stimolati da un comparto visivo che gioca continuamente sui dettagli scenografici, con il continuo ricorso a oggetti per parlarci dei personaggi, e con un ricorso quasi ossessivo a determinati colori, come il verde, il rosso e l’ocra, che simboleggiano proprio la goffaggine (il titolo originale Dylda significa sia “spilungona” sia “goffa”) con cui il mondo si riprende dopo l’orrore.

Come nella sua opera prima, Balagov riesce a rendere nuovamente il particolare universale. Siamo nella Russia di 75 anni fa, in una città che nel frattempo ha anche cambiato nome in San Pietroburgo, ma i temi portanti sono più attuali che mai. Nell’ossessione per la maternità (con qualsiasi mezzo) di Masha c’è il desiderio di ricominciare, ma anche, in proiezione, l’appiglio che si cerca disperatamente per riprendersi da un trauma. Ma non finisce qui, perché La ragazza d’autunno tocca con grazia e sensibilità temi ancora più importanti, come l’eutanasia, l’omosessualità e la maternità surrogata. Tasselli di un puzzle dolce e allo stesso tempo crudele che ha come scopo la ricerca di un senso alla propria esistenza, nonostante tutto e anche nella maniera più sgangherata e contorta possibile.

La ragazza d’autunno: è nata una stella

Come in Tesnota, Balagov eccede talvolta nei tempi, dilata a dismisura le scene e nell’estenuante ricerca del dettaglio rischia di perdere di vista il contesto, con lo spettrale paesaggio post bellico che, anche per motivi di budget, è sempre negato all’occhio dello spettatore. Sul piatto della bilancia, pesa però molto di più vedere un ragazzo, dedicatosi a tempo pieno al cinema soltanto otto anni fa, portare avanti con una sorprendente sicurezza e un’invidiabile abilità tecnica una propria personale idea di cinema, riuscendo a trasmettere emozioni pure e viscerali nei momenti più inaspettati e a raccontare davvero mondi e personaggi con la forza delle immagini e della scrittura. È davvero nata una stella.

La ragazza d’autunno è nelle sale italiane dal 9 gennaio, distribuito da Movies Inspired.

Valutazione
8/10

Verdetto

La ragazza d’autunno è la conferma definitiva del talento di Kantemir Balagov, destinato ad assumere un ruolo sempre più rilevante all’interno del panorama del cinema autoriale. Un racconto di vita e di morte, di distruzione e ricostruzione, narrato con un invidiabile gusto per l’immagine e un innato tatto verso temi scottanti, che non lascia indifferente lo spettatore.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.