La scuola cattolica

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La scuola cattolica: recensione del film con Benedetta Porcaroli

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Al cinema, gli omaggi ad altri film non sono mai fini a se stessi. A volte sono vere e proprie dichiarazioni di intenti, mentre in altri casi hanno il fine di suscitare nello spettatore emozioni o ricordi specifici. Nell’ultimo lavoro di Stefano Mordini La scuola cattolica, una particolare citazione è invece l’emblema di cosa è andato storto in questo progetto, tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega del 2016. Nello stesso 1975 in cui ha luogo il massacro del Circeo, intorno al quale ruota La scuola cattolica, nelle sale italiane arrivano The Rocky Horror Picture Show, che una delle vittime ha appena visto e apprezzato, e soprattutto L’ultimo treno della notte, rape and revenge movie di Aldo Lado la cui locandina non a caso è esposta fuori dal cinema che avrebbe dovuto accogliere Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, dirette invece verso una notte di follia e orrore.

Cinema che esalta la vita, cinema che avrebbe potuto salvare dalla violenza e dalla morte. Cinema di genere privo di compromessi, verso il quale Mordini propende con decisione nell’ultimo atto de La scuola cattolica, scatenando le ire della Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, che con una delle decisioni più imbarazzanti della storia recente del cinema italiano ha deciso di vietare il film ai minori di 18 anni, per una “sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice” ben distante dagli intenti e dall’operato del regista. Tralasciando questa triste e anacronistica vicenda, torniamo alla locandina de L’ultimo treno della notte, simbolo involontario di un’opera coraggiosa ma incompiuta, disturbante ma farraginosa, che vaga in un contesto complesso come l’Italia degli anni ’70 senza approfondirlo a sufficienza, entrando poi nella tragedia del Circeo senza aver creato gli adeguati presupposti narrativi.

La scuola cattolica: il massacro del Circeo nel discusso film di Stefano Mordini

Chiamato al non facile compito di condensare in poco più di 100 minuti un romanzo di oltre 1200 pagine, Mordini fa del proprio meglio, riproponendo lo stesso contesto del libro, cioè un istituto scolastico maschile privato di stampo cattolico, popolato da figli di borghesi corrotti e annoiati, incapaci di dialogare con ragazzi in balia di una vera e propria trasformazione culturale e sociale. Fra padri che appianano con soldi le intemperanze dei figli (un mefistofelico Riccardo Scamarcio), mogli alle prese con mariti distanti fisicamente o emotivamente (Jasmine Trinca e Valeria Golino) e famiglie in preda al più cieco e insostenibile bigottismo, emerge un desolante quadro di mascolinità tossica e di deriva morale, che osserviamo dal punto di vista dello stesso Edoardo Albinati, interpretato da Emanuele Maria Di Stefano.

Il risultato è un gruppo di ragazzi allo sbando, che si rendono protagonisti di sopraffazione, anaffettività e violenza fra di loro e soprattutto nei confronti delle ragazze che frequentano. Un quadro che nella realtà era esacerbato dalle aderenze di questi giovani della Roma bene con gruppi e organizzazione neofasciste e dal loro utilizzo smodato di droga. Aspetti colpevolmente trascurati da Mordini per concentrarsi su una mentalità prevaricatrice e autoindulgente. Una peggio gioventù raccontata dal regista con continui (e talvolta confusi) salti temporali e attraverso una cernita non sempre convincente degli svariati episodi che alimentano il romanzo.

Il risultato è un’opera che si spande in diverse direzioni, senza imboccarne neanche una con decisione. Dalla goffa sessualità dei ragazzi alle specifiche psicologie dei protagonisti, passando per l’interpretazione distorta di quanto appreso a scuola (esemplare in tal senso il discorso del Prof. Golgota di Fabrizio Gifuni), sono svariati gli spunti proposti e non adeguatamente sviluppati.

Il disturbante epilogo

Nel percorso che porta La scuola cattolica verso la tragedia italiana più facilmente accostabile all’eccidio di Cielo Drive (non solo per la vicinanza temporale), Mordini sembra guardare proprio a Quentin Tarantino e al suo C’era una volta a… Hollywood: dall’enfasi sui cartelli stradali del luogo del massacro al sapiente utilizzo delle musiche dell’epoca (fra cui La collina dei ciliegi di Lucio Battisti, con i suoi non casuali “boschi di braccia tese”), il regista mette in pratica la lezione del più celebrato collega statunitense, dosando suspense e riproduzione di un’epoca lontana. Ad attendere lo spettatore non c’è però la classica ucronia tarantiniana, ma una cruenta e fedele rappresentazione di quanto avvenuto a San Felice Circeo tra il 29 e il 30 settembre del 1975.

Grazie anche alle dolorose e immersive prove di Benedetta Porcaroli e Federica Torchetti, Mordini mette a dura prova la sopportazione dello spettatore, pur distogliendo rispettosamente lo sguardo dai momenti più laceranti da quella funesta notte. Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira (interpretato in una breve apparizione da Giulio Pranno) sembrano però dei fantocci impazziti, di cui non comprendiamo la personalità. Non bastano infatti l’allucinato overacting di Luca Vergoni e il labile delineamento del contesto familiare di Gianni Guido per restituire allo spettatore i percorsi che hanno trasformato tre scapestrati adolescenti borghesi in spietati assassini, le cui malefatte si sono estese anche oltre il Circeo. Un evidente difetto in termini di coesione e incoerenza che indebolisce anche le migliori intuizioni del regista, come gli svariati riferimenti all’iconografia cattolica e l’audace e provocatorio accostamento dell’Eucaristia con un atto sessuale.

La scuola cattolica e il divieto agli under 18

Un ulteriore elemento di perplessità arriva dai titoli di coda de La scuola cattolica, durante i quali si traccia una parabola sommaria dell’esistenza dei protagonisti e si accenna all’importanza del caso del Circeo per il riconoscimento dello stupro come reato alla persona, in uno slancio di impegno sociale che non trova collegamenti con quanto mostrato in precedenza. Anche se a nostro avviso i difetti de La scuola cattolica sono più significativi ed evidenti dei pregi, non possiamo che accogliere con rispetto un progetto che riporta alla luce una penosa pagina della storia italiana e la fa dialogare con un presente in cui l’attenzione sulla violenza di genere è sempre più alta, sporcandosi le mani col genere e valorizzando diversi giovani talenti nostrani. Un’opera ardita, ma anche una grande occasione per la produzione italiana, purtroppo malamente affossata da incomprensibili decisioni esterne.

Overall
5/10

Valutazione

Stefano Mordini riporta alla luce il delitto del Circeo in un’opera estremamente coraggiosa, che disperde però le proprie buone intenzioni a causa di una narrazione dispersiva e poco centrata.

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Civil War: trailer, trama e cast del film di Alex Garland

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Il 18 aprile arriverà nelle nostre sale Civil War, nuovo inquietante film di Alex Garland, già dietro alla macchina da presa per Ex Machina, Annientamento e Men. Un lavoro particolarmente atteso in quanto frutto di uno dei più brillanti autori contemporanei, ma anche per via del soggetto, che vede gli Stati Uniti al collasso e sconvolti da una cruenta guerra civile. Una tematica particolarmente controversa se rapportata all’attuale clima che si respira in America, afflitta da continue tensioni sociali e politiche.

I protagonisti del film sono Kirsten Dunst (Il giardino delle vergini suicide, Spider-Man, Marie Antoinette, Melancholia), Cailee Spaeny (7 sconosciuti a El Royale, Priscilla), Wagner Moura (Narcos), Stephen McKinley Henderson (Barriere) e Nick Offerman (Parks and Recreation, The Last of Us). La sceneggiatura è opera dello stesso Alex Garland. Diamo subito una prima occhiata a quello che ci aspetta.

Il trailer ufficiale italiano di Civil War

Questa la sinossi ufficiale di Civil War:

In un’America sull’orlo del collasso, attraverso terre desolate e città distrutte dall’esplosione di una guerra civile, un gruppo di reporter intraprende un viaggio in condizioni estreme, mettendo a rischio le proprie vite per raccontare la verità.

Civil War arriverà nelle sale italiane il prossimo 18 aprile, distribuito da 01 Distribution. Il film è un’esclusiva per l’Italia Leone Film Group, in collaborazione con Rai Cinema.

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La sala professori: recensione del film di İlker Çatak

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Una scuola come allegoria di una società frammentata, un furto come miccia da cui deflagrano tensioni, pregiudizi e malcelato razzismo, una giovane professoressa come emblema di un progressismo impotente, che pur con le migliori intenzioni finisce per soffiare involontariamente sul fuoco della rabbia e della frustrazione. Sono questi i pilastri su cui si basa La sala professori, opera di İlker Çatak che ha ottenuto una sorprendente nomination all’Oscar 2024 per il miglior film internazionale, prevalendo su Foglie al vento di Aki Kaurismäki e diversi altri successi di critica e pubblico dell’ultima annata.

Un’opera di grande impatto emotivo, che ragiona su una verità impossibile da determinare con certezza e sui conseguenti divergenti punti di vista, in maniera analoga a quanto visto recentemente in Anatomia di una caduta. A differenza di Justine Triet, İlker Çatak si sofferma sul lato politico e sociale della vicenda, dando vita a una sconfortante rappresentazione di una scuola pubblica non al passo coi tempi, arroccata su anacronistici e coercitivi metodi di valutazione e gestione, sempre più vicina alla dimensione di sfogatoio per i malesseri e le preoccupazioni degli studenti e delle loro famiglie.

La sala professori: la scuola come allegoria di una società disgregata

Un istituto scolastico tedesco è in subbuglio per via di una serie di piccoli furti, che portano dirigenti e personale a cercare il colpevole fra gli studenti, creando un clima di serpeggiante sospetto. Nel tentativo di fare luce sulla vicenda, la giovane e idealista insegnante Carla Nowak (Leonie Benesch) lascia in bella vista il suo portafoglio, lasciando contemporaneamente accesa la webcam del suo computer portatile con l’intento di cogliere in flagrante il ladro. Il tentativo di Carla va a buon fine, ma la sua azione porta solamente a una verità parziale; il suo ambiguo metodo di indagine inoltre non fa che inasprire ulteriormente gli animi, precipitando nel caso la scuola e in particolare la sua classe.

In sede promozionale, İlker Çatak ha più volte dichiarato di essersi ispirato a Diamanti grezzi dei fratelli Josh e Benny Safdie. Ne La sala professori ritroviamo effettivamente lo stesso nervosismo registico del film con protagonista Adam Sandler, nonché un movimento continuo della macchina da presa fra i corridori della scuola, che genera una crescente tensione e una sempre più forte sensazione di disagio. Fra i tanti notevoli prodotti del florido filone del cinema scolastico che potrebbero aver influenzato il regista tedesco, vale inoltre la pena citare Class Enemy, film del 2013 dello sloveno Rok Biček che condivide con La sala professori l’ambientazione in una classe di un vero e proprio scontro sociale e generazionale, pur con toni ancora più cupi e drammatici.

I piani di lettura de La sala professori

Il lavoro di İlker Çatak presenta (almeno) due piani di lettura: da una parte c’è la mera ricerca del colpevole dei furti e il conseguente conflittuale rapporto della protagonista con la famiglia sospettata, non del tutto a fuoco in termini di atmosfere e scrittura e concluso con un epilogo più inconcludente che spiazzante; dall’altra c’è la critica a una società in bilico fra autoritarismo e progressismo, di cui le varie fazioni scolastiche diventano lucida rappresentazione. Questo secondo livello de La sala professori è ben più convincente del primo, soprattutto se letto dal punto di vista della protagonista.

Nella freddezza e nella superficialità dell’istituto, Carla emerge per la sua umanità e per la coerenza con cui cerca di fare sempre prevalere il dialogo sulla coercizione. La vediamo iniziare ogni lezione con una sorta di piccolo rituale all’insegna della pacifica convivenza, riprendere i suoi alunni con fermezza ma senza umiliarli, chiudere entrambi gli occhi su comportamenti offensivi e pericolosi e cercare di risolvere il caso della scuola con discrezione, in modo da non compromettere la coesione e il rispetto reciproco.

I suoi lodevoli propositi non fanno però altro che peggiorare ulteriormente la situazione: il corpo docente la critica per la sua registrazione abusiva, i genitori approfittano della confusione per togliersi qualche sassolino della scarpa e gli studenti si ribellano alla sua autorità, arrivando addirittura a distorcere il contenuto di un’innocua intervista da lei concessa al giornalino della scuola per metterla in cattiva luce.

L’amara rappresentazione dell’impotenza delle buone intenzioni

Con una formidabile prova di sottrazione e compressione emotiva, l’ottima Leonie Benesch tratteggia un personaggio sempre sul punto di esplodere, ma disperatamente aggrappato alla civiltà e al suo idealismo, anche a costo di sopportare insulti e violenza. Una purezza che la porta comunque a commettere errori e a finire in mezzo al fuoco incrociato di insegnanti, studenti e familiari, arroccati rispettivamente nel loro consiglio di classe, nel giornalino scolastico (che emblematicamente cede allo stesso sensazionalismo della stampa mainstream) e nei mortiferi gruppi WhatsApp, tutti accomunati dal desiderio di tirare l’acqua al proprio mulino e dall’incapacità di cogliere la causa principale di tutti i mali, ovvero la sempre più profonda disgregazione sociale.

Nonostante le forzature al centro di alcuni passaggi narrativi, la contraddittoria caratterizzazione di alcuni personaggi e il precipitoso finale, La sala professori si rivela un film perfettamente coerente con un presente fatto di disagi e contrasti. Un presente ben rappresentato dalla metafora alla base della scena in palestra, in cui il poetico tentativo di prendersi per mano aiutandosi a vicenda finisce si conclude con una sgraziata e distruttiva rissa.

La sala professori è disponibile nei cinema italiani dal 29 febbraio, distribuito da Lucky Red.

Overall
6.5/10

Valutazione

Pur con qualche leggerezza dal punto di vista della scrittura e della coerenza interna, La sala professori si rivela un’opera lucida e amara, capace di tratteggiare la sempre più profonda disgregazione sociale all’interno della culla della collettività del futuro.

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Spaceman: recensione del film Netflix con Adam Sandler

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È almeno da Reign Over Me (2007) che Adam Sandler ha dimostrato le sue notevoli doti da attore drammatico, ma è grazie a Netflix che si sta costruendo una vera e propria seconda carriera, dopo molti anni dedicati alla commedia demenziale (peraltro con ottimi risultati). Dopo Diamanti grezzi e Hustle, lo ritroviamo infatti protagonista di Spaceman, nuovo film di fantascienza della piattaforma basato sul romanzo di Jaroslav Kalfar Il cosmonauta. Un’opera dalla produzione controversa (le riprese principali sono terminate nel 2021 e la distribuzione ha subito numerosi ritardi, anche a causa del freddo riscontro alle proiezioni di prova) diretta da Johan Renck (già dietro alla macchina da presa per gli ultimi due videoclip di David Bowie e per l’acclamata miniserie Chernobyl), che si inserisce nel filone della fantascienza filosofica con risultati non del tutto convincenti.

Al centro della vicenda c’è l’astronauta ceco Jakub Procházka (Adam Sandler), impegnato da 6 mesi in un viaggio solitario ai limiti della galassia per indagare sulle origini di una misteriosa nebulosa violacea. Per affrontare questa impresa, Jakub non ha esitato a lasciare sola la moglie Lenka (Carey Mulligan), alle prese con una difficile gravidanza. Il protagonista intuisce che qualcosa non va nel suo matrimonio, cosa che affligge ulteriormente la sua psiche già fiaccata da mesi di isolamento forzato. All’apice del suo tormento interiore, Jakub scopre a bordo della sua astronave una bizzarra creatura aliena dalle sembianze simili a quelle di un ragno, da lui ribattezzata Hanuš.

Con grande sorpresa dell’uomo, la creatura parla la sua lingua (la voce in originale è di Paul Dano) e non ha intenzioni minacciose. Nasce così un profondo dialogo fra i due, che permette a Jakub di scavare fra i traumi del suo passato e lo porta riconsiderare le sue priorità.

Spaceman: nello spazio profondo alla ricerca del senso della vita

Courtesy of Netflix

Spaceman è indubbiamente frutto del disagio collettivo degli ultimi anni e in particolare della pandemia, che ha costretto molte persone a una lunga astensione dalla socialità e a un altrettanto prolungata analisi interiore. Non è un caso che durante il racconto ci si riferisca più volte a persone che corrono il rischio di “pensare troppo”. Allo stesso tempo, Johan Renck esalta la componente più esistenzialista de Il cosmonauta, soffermandosi sulla necessità di dare più spazio agli aspetti più importanti della vita, anche a costo di sacrificare qualcosa dal punto di vista dell’affermazione lavorativa. Lo fa attraverso flashback e visioni oniriche non sempre a fuoco e soprattutto attraverso il dialogo fra il protagonista e Hanuš, personaggio in bilico fra gli incubi kafkiani e il Grillo Parlante di Pinocchio.

Peccato che il regista diluisca questa ottima intuizione in una narrazione ridondante e decisamente caotica, con continui salti fra diversi piani di realtà e temporali volti a sottolineare aspetti già abbastanza chiari. Adam Sandler fa del suo meglio per tratteggiare la personalità alienata e chiusa in se stessa di Jakub, affiancato dalla solita formidabile Carey Mulligan, perfetto controcampo emotivo del protagonista. Ciononostante, Spaceman si allontana continuamente dal cuore della storia (proprio come fa il protagonista nella sua vita), dedicando tempo e spazio a riflessioni soltanto abbozzate sulla potenziale tossicità delle figura paterne e sulla difficile equilibrio insito in ogni relazione sentimentale. Traballante anche la caratterizzazione della Repubblica Ceca, in bilico fra l’era comunista e una modernità che affiora solo a tratti.

Un’opera non del tutto riuscita

Courtesy of Netflix

Spaceman ruota ripetutamente intorno alle seconde possibilità e all’influenza dei traumi del passato su ciò che siamo e saremo, lavorando sul contrato fra gli spazi angusti in cui vive Jakub e gli ampi scenari naturali che contraddistinguono invece i suoi ricordi e le sue visioni. A restare maggiormente impresso è però proprio Hanuš, che da alieno si dimostra più umano di buona parte dei protagonisti, conquistando per l’eleganza e la pacatezza della sua parlata e diventando di fatto il vero motore del cambiamento interiore del protagonista.

Dopo qualche tentennamento di troppo, Johan Renck trova la strada giusta solo nel climax emotivo conclusivo, in cui vengono messi da parte i personaggi di Kunal Nayyar (Raj Koothrappali di The Big Bang Theory), Lena Olin e Isabella Rossellini per concentrarsi sulle contraddizioni di Jakub, sul suo desiderio di fuggire ai confini del mondo per evitare la quotidianità e sulle sue paure di essere pessimo padre dopo essere stato pessimo figlio. Ed è in questa fragile umanità e nel rapporto sempre più stretto fra Jakub e Hanuš che Spaceman trova la propria ragion d’essere. Non è sufficiente per candidarsi a essere il Solaris dei giorni nostri, ma basta per ribadire la capacità della fantascienza di intercettare i mutamenti e le paure della società, anche in opere non del tutto riuscite come questa.

Spaceman è disponibile su Netflix dall’1 marzo.

Courtesy of Netflix

Overall
6/10

Valutazione

Johan Renck mette in scena un film di fantascienza filosofica ambizioso ma non del tutto riuscito, che si mantiene a galla soprattutto grazie alla performance di Adam Sandler e alla prova vocale di Paul Dano nei panni di un ragno tanto sinistro quanto profondo.

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