La settima musa: recensione del film di Jaume Balagueró

La settima musa: recensione del film di Jaume Balagueró

Dopo Fragile: A Ghost Story e la saga di Rec, il regista spagnolo Jaume Balagueró continua il suo florido rapporto con l’horror, adattando liberamente il romanzo La dama numero 13, dello scrittore cubano José Carlos Somoza, con La settima musa, uscito nel 2018 nelle sale italiane. Un’opera che si rifà esplicitamente alla grande tradizione del cinema dell’occulto, rimanendo però invischiata in un racconto eccessivamente macchinoso.

La settima musa: fra thriller e horror soprannaturale

Dopo il decesso della compagna, il docente di letteratura Samuel Solomon (Elliot Cowan) decide di ritirarsi a vita privata. Successivamente, il professore comincia a essere perseguitato da un incubo ricorrente, nel corso del quale una donna viene uccisa in una specie di rituale occulto. Solomon scopre poi un reale caso di cronaca, che ricorda sinistramente il suo sogno. Indagando sul fatto, Solomon finisce per essere trascinato in un agghiacciante vortice di paura e orrore.

La settima musa si avvale di una messa in scena di discreta fattura, a cui Balagueró ci ha ormai abituati. Il regista sfrutta i giochi di luce, gli spazi ristretti, gli edifici abbandonati e addirittura i mobili antichi per generare un’atmosfera cupa e inquietante, capace di sostenere il racconto anche nei suoi momenti meno riusciti. I problemi arrivano però quando Balagueró (che de La settima musa è anche sceneggiatore) procede alla condensazione dell’opera a cui si ispira. Questa riduzione si riflette in particolare sull’approfondimento del contesto sovrannaturale e culturale dell’intreccio, dando così vita a una narrazione affannosa e confusionaria, che non riesce mai a conquistare lo spettatore.

La scelta che lascia maggiormente perplessi è lo scarso spazio riservato a ciò che invece avrebbe potuto costituire il risvolto più intrigante dell’opera di Balagueró, cioè le muse che le danno il titolo. Ci vengono presentate come creature dai poteri divini, che divengono addirittura fondamentali per il processo di creazione di una consistente parte di storia della letteratura. Il cineasta si sofferma però sugli spunti puramente thriller, sacrificando di conseguenza lo splatter, e soprattutto la tensione narrativa, sull’altare di una poco avvincente indagine, in bilico fra passato e presente.

Dario Argento e le sue tre madri sono lontani anni luce

La settima musa

Ci sarebbe piaciuto scoprire di più su queste enigmatiche muse, che a tratti ricordano le celeberrime tre madri di Dario Argento. Avremmo voluto conoscere le loro origini, indagare sui loro poteri e scoprire progressivamente i loro scopi, ma purtroppo ci troviamo di fronte delle streghe mai realmente terrorizzanti e poco diversificate fra loro, il cui unico spunto originale consiste proprio nel loro ruolo di maligne ispiratrici della storia dell’arte.

Ad affliggere La settima musa è inoltre un livello recitativo abbastanza scadente, in particolare per quanto riguarda il protagonista Elliot Cowan e le sue spalle Franka Potente e Ana Ularu, che dimostrano di non possedere né il carisma né l’espressività richiesti per sostenere il peso del racconto interamente sulle loro spalle. L’unico attore di imperitura efficacia all’interno de La settima musa risulta così Christopher Lloyd, che riesce a imprimere un tangibile segno del proprio passaggio anche con pochissimi minuti a disposizione e con un personaggio del tutto marginale, inserito forzatamente nell’intreccio. Ciò che poteva legittimamente candidarsi come opera di culto dell’horror moderno si ridimensiona così a modesto e fondamentalmente innocuo thriller sovrannaturale, che purtroppo a pochi mesi dall’uscita è già caduto mestamente nel dimenticatoio.

Valutazione
5/10

Verdetto

La settima musa disperde i buoni spunti di partenza, afflitto da interpreti poco convincenti e soprattutto da una sceneggiatura scadente, che non riesce a condensare degnamente il romanzo da cui è tratta. Resta la solita efficace messa in scena di Balagueró, ma non basta a coinvolgere realmente lo spettatore.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.