La stanza delle meraviglie: recensione del film di Todd Haynes

La stanza delle meraviglie: recensione del film di Todd Haynes

A due anni di distanza dall’acclamato Carol, Todd Haynes torna sul grande schermo con l’evocativo e malinconico La stanza delle meraviglie, fedele adattamento dell’omonimo romanzo illustrato di Brian Selznick. Il regista statunitense, salito alla ribalta con veri e propri cult come Safe (1995), Velvet Goldmine (1998) e Lontano dal paradiso (2002), si ricongiunge alla sua musa ispiratrice Julianne Moore, affiancandola a due vere e proprie promesse della recitazione come Millicent Simmonds (vista recentemente nel gioiellino horror A Quiet Place) e Oakes Fegley e mettendo in scena quello che superficialmente potrebbe essere etichettato come un film di e per bambini, ma che invece contiene profonde riflessioni sul ricordo, sulla famiglia e sulle origini del cinema.

La dimora delle opportunità e dei sogni per eccellenza, ovvero New York, diventa il crocevia delle esistenze dei piccoli Ben e Rose, separate da 50 anni di distanza ma accomunate dallo stesso desiderio di fuga e di ribellione, oltre che da un problema uditivo che acuisce gli altri sensi. Il viaggio nel 1977 di Ben, alla ricerca dello sconosciuto padre dopo la morte della mamma, si fonde così con l’esplorazione della Rose del 1927, in cerca di informazioni e indizi sulla diva del cinema muto Lillian Mayhew (Julianne Moore). In un caleidoscopio di suggestioni, scoperte e ricordi, si dipana l’intreccio appassionato e incantato di due vite legate indissolubilmente fra loro.

L’ammaliante congiunzione di due vite

La stanza delle meraviglie - Lostincinema.it

La premiata ditta composta da Todd Haynes dietro la macchina da presa, Carter Burwell alle musiche ed Edward Lachman a curare la fotografia trova ancora una sorprendente miscela fra potenza delle immagini e forza del sonoro, che per il suo modo di trattare il ricordo e i reperti del passato con il tono della favola e lo sguardo dell’adulto rivela più di un punto di contatto con l’Hugo Cabret di Martin Scorsese, non a caso anch’esso frutto della fantasia e della penna di Brian Selznick.

La stanza delle meraviglie si muove fra epoche diverse, intensi sguardi e lunghi silenzi, attraversando diversi decenni di storia americana con un tocco nostalgico ma mai lacrimevole e trovando nel sublime lavoro del già citato Lachman il raccordo ideale per sostenere un racconto che a tratti sembra sul punto di incespicare. Se da un lato infatti la mera trama ruota insistentemente e non troppo efficacemente su due misteri di fondo, ovvero l’identità del padre di Ben e la connessione del ragazzo con Rose, di tutt’altro tenore è il comparto visivo, che sfrutta sapientemente la condivisione di luoghi e paesaggi e una convincente alternanza fra colori pastello e glorioso bianco e nero per dipingere l’ammaliante congiunzione di due vite, scandita dalla comune fascinazione verso il passato.

La ricerca dei propri passi

La stanza delle meraviglie - Lostincinema.it
A fare da collante fra rigorosa e fedele riproduzione scenografica, sovrapposizione di piani narrativi e non sempre calibrati slanci emotivi e nostalgici è una colonna sonora di rara intensità, capace di colmare il vuoto lasciato dall’assenza di parole e di costruire un ponte emotivo e spirituale fra i personaggi di Ben e Rose. Fra gli apprezzabili brani originali di Carter Burwell e alcune canzoni cult della musica americana emergono soprattutto due pezzi dissimili ma ugualmente fondamentali per la narrazione, ovvero la struggente Space Oddity del compianto David Bowie e l’altrettanto memorabile Also Sprach Zarathustra, nella rivisitazione di Eumir Deodato.

Preziosi tasselli di un’ostinata e armoniosa ricerca dei propri passi e della propria storia, che parte dai ruggenti anni venti e dagli albori del cinema per arrivare al tramonto degli anni ’70, trovando in un convincente climax emotivo finale il modo per riscattare una narrazione che a tratti indugia nello specchiarsi, perdendo il contatto con lo spettatore.

La stanza delle meraviglie è un’altra preziosa opera di Todd Haynes

La stanza delle meraviglie - Lostincinema.it

Ottime le prove da parte dei giovani Millicent Simmonds e Oakes Fegley, entrambi abili a rendere i turbamenti e la voglia di fuga dei rispettivi personaggi ma anche la loro incrollabile fiducia e l’approccio fiabesco alla vita tipico dei bambini. Una prova fatta invece di luci e ombre da parte di Julianne Moore, convincente come diva del muto, ma affossata nella versione adulta del proprio personaggio da un trucco pesante e posticcio che limita la sua naturale e proverbiale espressività. Un’occasione mancata invece per l’ex star di Dawson’s Creek e plurinominata all’Oscar Michelle Williams, penalizzata da un ruolo marginale per sostanza e minutaggio.

Tirando le conclusioni, La stanza delle meraviglie si rivela un fascinoso ma a tratti lezioso viaggio attraverso lo scorso secolo della cultura americana, che abbina a un’impressionante ricercatezza visiva uno sguardo fatato e fanciullesco sul mondo e sulla vita, facendosi portatore di un sentito ma non sempre centrato omaggio al cinema del passato e alla sua ormai perduta artigianalità. Una nuova importante opera di Todd Haynes, lontana dai vertici della sua carriera ma capace di ricordarci l’importanza del nostro passato e delle nostre radici, nella costruzione di un luminoso futuro.

La stanza delle meraviglie: curiosità

Prima de La stanza delle meraviglie, la protagonista Millicent Simmonds non aveva esperienze professionali di recitazione; ha ottenuto la parte grazie a un video inviato al regista Todd Haynes in cui parlava di se stessa alternando il linguaggio dei segni e l’esposizione di poster con la traduzione. Essendo sorda, durante le riprese la ragazza ha comunicato con i colleghi e con la troupe proprio attraverso il linguaggio dei segni.

Come il precedente il libro di Brian Selznick The Invention of Hugo Cabret (da cui Martin Scorsese ha tratto il suo Hugo Cabret), anche il romanzo originale La stanza delle meraviglie è realizzato con una combinazione di immagini e parole.

Todd Haynes ha inviato una parte delle persone udenti del cast a compiere una visita di New York con l’ausilio di speciali cuffie capaci di eliminare il rumore, in modo da entrare maggiormente in empatia con la storia di Rose.

La stanza delle meraviglie costituisce la quarta collaborazione fra Julianne Moore e Todd Haynes, dopo Safe, Lontano dal paradiso e Io non sono qui.

Valutazione
6.5/10

Verdetto

Pur non raggiungendo le vette dei suoi precedenti lavori, Todd Haynes ci ammalia con un’armoniosa opera sui ricordi e sulla famiglia, il cui comparto visivo compensa qualche esitazione dal punto di vista narrativo.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.