La strada - Lost in Cinema La strada - Lost in Cinema

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La strada: recensione del capolavoro di Federico Fellini

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Dario Fo divideva il tempo comico in due categorie, la comicità dettata dal sorriso frivolo, un’ironia leggera come quando si scivola, si cade, come quando un clown mette un piede in fallo e allieta il pubblico con uno scivolone plateale, e una comicità differente, parallela, dai sorrisi sghembi, più seria, sagace, ragionata. La strada, film del 1954 che valse a Fellini l’Oscar per miglior film straniero, trattiene dentro sé lo spessore del clown e l’inconsistenza del saltimbanco, la clandestinità di una carovana e la sedentarietà di uno chapiteau, di un tendone da circo. Un immenso manifesto della commedia d’arte, la genesi dell’indagine poi perpetuata con I clown, Le notti di Cabiria e .

La strada - Lost in Cinema

“Un colpo di dadi non abolirà mai il caso.”
Stéphane Mallarmé

Prima di qualsiasi considerazione va fatta una traslazione temporale, doverosa e nostalgica. Prima ancora che cominciasse Fellini o chi prima di lui ad avvicinarsi alle tematiche circensi, esisteva un nuovo modo di fare spettacolo, un modo che oscillava tra la commedia dell’arte e il nouveau cirque, durante il quale, nella seconda metà del ‘700, si insediò un uomo, un tale che avrebbe recuperato in toto il senso della parola circo: Charles Hughes.

Hughes aprì il Royal Circus e da lì, in quegli stessi quadrivi, Joe Grimaldi debuttò e creò quasi nell’immediato un figurante, che era sia giocoliere, giullare, musico, illusionista e acrobata, tutto allo stesso tempo: il clown. Un essere che si distaccò dalla maschera di Arlecchino e trovò una dimensione personale in alcuni personaggi di contorno delle opere di Shakespeare, in un modo più umile, più sciocco. Fu il capostipite del cosiddetto clown bianco, che nasceva nei teatri ma che trovava respiro anche nell’arte di strada, con il volto bianco, il copricapo a pan di zucchero e, solo in seguito, col naso rosso o le sopracciglia nere molto marcate.

Inizialmente fu un personaggio messo da parte, relegato nei soli ruoli da insulso buffone di corte, senza spessore, senza un’anima. Ma ciò fu smentito soprattutto agli inizi dello scorso secolo, quando nacque l’ultimo vero clown, secondo alcuni il più grande clown di tutti i tempi: Grock. Un genio assoluto, che pose le basi di tutto ciò che venne rappresentato nel ‘900, con i suoi variegati strumenti, il suo violino o il pianoforte a coda riusciva a plasmare un canovaccio ineguagliabile, come se si muovesse secondo regole e tempi diversi dai nostri, uno spettacolo grottesco e tragico.

Nel proseguimento della recensione verranno rivelati passaggi significativi della trama e del finale de La strada, si sconsiglia quindi la lettura a coloro che non hanno ancora visto il film.La strada - Lost in Cinema

La strada proviene da tutto questo mondo, e da molto altro. La trama semina il suo sguardo su Gelsomina (Giulietta Masina) e su Zampanò (Anthony Quinn). Lui, forzuto e scontroso ominide che si esibisce clandestinamente per le vie dei paesi attraverso monotone prove di forza. Lei, una presenza angelica e fluttuante, che si unisce al suo peregrinare per volere di sua madre, in seguito alla morte della sorella, che faceva compagnia a Zampanò durante i suoi nomadismi.

Gelsomina non è entusiasta di dividere le sue giornate con una persona così rozza e bislacca, ma per necessità economiche si lancerà in un viaggio spaesante, sperando in segreto e ingenuamente di potersi accattivare la buona sorte affiancando Zampanò e imparando un mestiere diverso dai doveri domestici. Gelsomina comincia così a fargli da spalla, soprattutto nei numeri comici che conseguono alla prova di forza di Zampanò finché, viaggiando per l’Italia, non incontrano un personaggio singolare: il Matto (Richard Basehart).

Lui è un acrobata, un musicista, un personaggio intriso di una comicità leggera ma non per questo superficiale. Il Matto è odiato da Zampanò, forse per la sua natura e per la sua verve, o semplicemente a causa di antichi rancori. Dopo svariate peripezie che vedono Gelsomina rivendicare una sua voce, un proprio carattere all’interno di quella bizzarra carovana, sarà proprio il Matto a ricondurla su una via ben precisa: la spinge a ritornare da Zampanò, che in verità non aveva mai realmente abbandonato e le fa comprendere che il posto che le è capitato, accanto a quell’uomo, ha un suo senso, una sua logica, incomprensibile ma reale.

La strada è denso di simbolismiLa strada - Lost in Cinema

I rapporti tra i due uomini però non migliorano, anzi, dopo un litigio funesto, Zampanò finisce per uccidere Il Matto accidentalmente e, conscio e atterrito dal suo gesto, si sbarazza del suo tenero corpo inscenando un incidente automobilistico. La pellicola cambierà colori, le atmosfere disincantate saranno solo un tenue ricordo. Gelsomina, che avrà la sfortuna di assistere all’omicidio, entra in un vortice di follie e di timori dai quali non saprà più riemergere. I suoi giorni saranno un susseguirsi di pianti e lamenti, rivivrà quelle stesse scene nella sua mente, cosa che porta poi Zampanò a non riuscire più a sopportare i suoi disturbi, ad abbandonarla per strada, conducendola ad una vita di solitudine e ad un ancor più triste destino.

Zampanò, dopo anni di separazione da Gelsomina, incrocerà una signora intenta a fischiettare un motivetto tanto a lui noto: la musica che lei suonava con la sua tromba, suonata dal Matto durante il loro incontro della quale rimase per sempre invaghita. La casualità attrarrà l’attenzione di Zampanò che con curiosità chiede alla signora notizie di Gelsomina. Lui, così di stucco, apprenderà con dolore che la ragazza che suonava continuamente quelle note era morta molti anni prima. Si era lasciata morire di fame e di sete, non aveva interazioni con gli altri, non parlava, suonava solo la sua tromba.  La pellicola termina tragicamente con la figura di Zampanò, sopraffatto dal dolore e dal rimorso, che crolla al buio delle stelle e al suono delle onde del mare.

La strada trattiene dentro sé lo spessore del clown e l’inconsistenza del saltimbancoLa strada - Lost in Cinema

Federico Fellini è sempre stato affascinato dal mondo circense, come anche Tullio Pinelli, co-sceneggiatore de La strada assieme al regista romagnolo. Entrambi si sono incrociati nella medesima storia, con lo stesso bisogno di narrare dei vagabondi, di certi giullari che si esibivano in spettacoli in piazza e che viaggiano con difficoltà tra un paese e l’altro. Il Pinelli racconta che vide proprio i due personaggi della pellicola, quelli che sarebbero poi diventati Zampanò e Gelsomina, su una strada che portava a Torino, intenti a tirare un carretto di tela con una sirena raffigurata sopra di essa. Fellini ascoltando quella storia la trovò perfettamente conforme e congeniale ai suoi intenti. Da quell’incontro di menti altissime vennero poste le basi di un film che sarebbe rimasto nella storia del cinema per sempre.

Fellini contemporaneamente stava girando I vitelloni, quindi la stesura del soggetto venne in un primo momento lasciata nelle mani del Pinelli, che aveva già una grande esperienza teatrale alle spalle: lui scriveva per il teatro, era abituato soprattutto a storie dal sapore tragico, cosa che Fellini temeva. I toni drammatici non li sentiva vicini alle sue corde, tant’è che Ennio Flaiano, collaboratore del film, gli scrisse di disinteressarsi alla sua realizzazione soprattutto per il timore di sfociare nei sentimentalismi e nelle eccessive falsità narrative. Ma ciò non accadde, anzi il dramma, con l’inserimento della morte del Matto, era davvero un evento cruciale se non determinante:  la morte cinematografica di due personaggi, Gelsomina e il Matto, era inevitabile sia per i fini narrativi che realistici.

Giulietta Masina è stata una delle poche donne in Italia ad incarnare la slapstick comedyLa strada - Lost in Cinema

Tutti i personaggi rappresentano l’archetipo di una tipologia ben precisa di essere umano, un po’ strabordante e dalla carica simbolica. Gelsomina è l’innocenza, il candore, il Matto è la rivelazione, è la comicità e per assurdo colui che rivela La strada che Gelsomina dovrà percorrere. E quando si ritroveranno nella stessa compagnia circense ad esibirsi, il Matto come funambolo e Zampanò nel suo solito numero bestiale, convergeranno due tipologie di teatro: il teatro comico e il teatro misero.

Il primo nasce dall’intrepido vincolo di intrattenimento e stupore, mentre il secondo è la trivialità di uno spettacolo non riuscito, escogitato sempre nel medesimo modo e concluso in modo umiliante e disatteso; come nel caso in questione in cui quel nerboruto di Zampanò, porta avanti un numero sempre uguale e immutabile che il pubblico, in un frangente, non apprezzerà nemmeno, poiché distratto dalle prese in giro del Matto.

 

«Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro. Tu non ci crederai, ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso li, per esempio.»
«Quale?»
«Questo. Uno qualunque. Be’, anche questo serve a qualcosa: anche questo sassetto.»
«E a cosa serve?»
«Serve… Ma che ne so io? Se lo sapessi, sai chi sarei?»
«Chi?»
«Il Padreterno, che sa tutto: quando nasci, quando muori. E chi può saperlo? No, non so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se questo è inutile, allora è inutile tutto: anche le stelle. E anche tu, anche tu servi a qualcosa, con la tu’ testa di carciofo.»

Gelsomina è una vertigine senza abisso

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Fellini ha ispirato tanti artisti, registi, cantautori, quali ad esempio Bob Dylan che ha ricreato le atmosfere de La strada per il suo capolavoro Mr Tambourine man e tra i tanti è necessario citare anche La ragazza sul ponte di Patrice Leconte, La ballata dell’odio e dell’amore di Alex de la Iglesia, e, perché no, anche The Elephant Man e Santa Sangre.

Giulietta Masina, vertigine senza abisso, è stata una delle poche donne in Italia ad incarnare la slapstick comedy, che trovava le sue radici in geni assoluti quali Buster KeatonStan LaurelOliver Hardy, Charlie Chaplin e l’indimenticabile Grock, che a suo modo fu il precursore di questo sottogenere.

La strada è denso di simbolismi che dipingono ed evocano, Fellini lascia che essi si incuneino per sublimare la narrazione in atti sincopati ma fluidi allo stesso tempo, un vezzo dai dolci toni espressivi, che trovano terreno fertile nel cielo stellato o nel mare in tempesta. Gli stessi personaggi possono essere visti come simboli di elementi naturali: Zampanò è la terra, Gelsomina è l’acqua, mentre il Matto è l’aria.

Il Matto è il perno della pellicola, il nesso in cui Gelsomina trova conforto, trova un motivo musicale che accompagni le sue giornate, trova il suo talento da trombettista, trova un percorso da intraprendere con decisione nonostante il rapporto di odio-amore con Zampanò, e le stelle che nel film assumono un carattere dantesco vengono citate e inserite nel finale come un’epifania esistenziale, lo svelamento di una verità interiore, quella che Zampanò con il suo carattere egoriferito e burbero ha cessato di ascoltare, sacrificando Gelsomina per la sua sopravvivenza.

Fellini tratteggia magistralmente una storia d’amore

La strada - Lost in Cinema

L’alter-ego del Matto non altri è che un rozzo bisonte che spacca con la forza del suo corpo una cinta di ferro, che misura la sua strabiliante forza agli occhi increduli dello spettatore di paese. Un personaggio che nonostante tutto ha una sua umanità, seppure labile e al limite dallo scomparire, che ritroverà nello sconforto e nel silenzio assoluto. La colonna sonora è stata scritta da un icona assoluta della musica di tutti i tempi, l’olimpo, un tempio inarrivabile al pari di Mozart, Bach, è solo lui: Nino Rota. Lui ha saputo impreziosire, senza adombrare, con le sue note una pellicola che aveva nello scheletro una reale catarsi, profonda, scenica, espressiva.

Fellini tratteggia magistralmente una storia d’amore, una storia che non segue linee convenzionali, essa viene rivelata solo alla fine, una favola cupa e tetra, tetra perché fragile. Tutte le vite servono a qualcosa. Gelsomina è il veicolo spirituale della pellicola, ha una sua funzione sia in vita che in morte: servirà a dare una speranza anche ad un uomo avulso da qualsiasi emotività, speranza che egli possa cambiare e scoprirsi umano, spirituale, vitale. La casualità di cui la pellicola è costellata sta tutta nelle circostanze, nelle azioni, ma sarà tutto un susseguirsi di destino e volontà, evocazioni e visioni, con cui Fellini gioca, si misura con folgorante genialità, poiché egli sapeva che per quanto la strada sia opera dell’uomo, il mondo in verità non lo è affatto. Un colpo di dadi non abolirà mai il caso.

La strada: curiosità sul film

La strada è fra i film preferiti di Papa Francesco.

Nella celeberrima scena della coda al cinema in Io e Annie, il saccente letterato con cui battibecca il personaggio di Woody Allen menziona anche La strada.

La scena della processione de La strada è ripresa in maniera estremamente somigliante ne Il padrino – Parte II di Francis Ford Coppola.

Anthony Quinn stava lavorando a un film con Giulietta Masina quando lei lo presentò a suo marito, Federico Fellini. Fellini fu immediatamente convinto che l’attore sarebbe stato il perfetto Zampanò nel suo nuovo film, che poi sarebbe diventato La strada, e lo implorò di accettare il ruolo. L’attore, che non aveva idea di chi fosse Fellini, inizialmente rifiutò, nonostante Fellini fosse insistente, assillandolo per giorni sul progetto. Poco tempo dopo, Anthony Quinn trascorse una serata con Ingrid Bergman e suo marito, il regista Roberto Rossellini. Dopo la cena, i tre videro la commedia drammatica di Fellini, I vitelloni, e fu allora che Quinn realizzò con stupore che il folle cineasta italiano che lo perseguitava da giorni era un genio.

Overall
10/10

Verdetto

La strada è un capolavoro disarmante. La storia raggiunge vette mai calpestate, le musiche e i simboli sono veicoli spirituali che circondano la pellicola rendendola un’allineamento di pianeti, una sospensione dello spazio-tempo, piena di innocenza, di brutalità e di sapori ineguagliabili.

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Marcello mio: recensione del film con Chiara Mastroianni

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Marcello mio

Siamo al cospetto di un’opera junghiana, di riappropriazione e sostituzione, scambio di persona, interpretazione e seduzione. Non esiste complessità senza complesso, forse di Elettra – chi può dirlo – come non esiste Chiara senza Mastroianni in questa veste un po’ Victor Victoria, un po’ Tootsie, che gioca con sé stessa, con il suo volto e la sua vita per sfidare in un certo senso il vuoto, l’assenza del padre e la sua eredità che vive sul suo volto, ogni giorno. In questo spazio tra filiazione e identità, dimora il film di Christophe Honoré Marcello mio, che vive delle interpretazioni di Catherine Deneuve, Benjamin Biolay, Melvil Poupaud, Fabrice Luchini, che qui sono interpreti dei propri ricordi, come la stessa Mastroianni.

Dopo uno spot pubblicitario in cui incarna Anita Ekberg e incita Marcello a entrare nella fontana con lei, e le critiche da parte della regista Nicole Garcia, che con lei progettava di girare un film (“ti vorrei più Mastroianni che Deneuve!”), Chiara sceglie di vestire i panni cinefili del padre Marcello con molta ironia e un pizzico di nostalgia. Non c’è imitazione o provocazione, ma più una rinascita in questo ritratto poetico familiare che è Marcello Mio. Non si sfugge dalla verità e da quella suggestione visiva che lega Chiara Mastroianni e suo padre Marcello, una suggestione evocativa come un’eco che rimbalza da uno strapiombo all’altro, e come tale torna a noi non come una voce piena, ma come un sussurro lontano, un vagito ancestrale, un suono mnemonico e affine, che ci riporta in un contesto di verosimiglianza che è l’essenza di questo progetto.

Marcello mio: un carosello di ombre e di fantasmi

È il verosimile a fare da traino a quest’opera, il verosimile in tutte le sue interpretazioni: Chiara Mastroianni abita il suo corpo conoscendone ogni limite, ogni sfumatura, ogni inclinazione, sbecco, malizia, analogia, spigoli e voluttà e ne ridesta anche le sottili e spesse similitudini, come l’acqua che lambisce la fontana di Saint-Sulpice, è lei a lambire i confini tra il suo corpo, il suo volto e quello di sua madre, Catherine Deneuve e suo padre Marcello Mastroianni, e ridisegna i confini, sfrangiando e plasmando il suo corpo in virtù di un’interpretazione, la sua, in cui Chiara smette di somigliare e comincia a essere qualcuno che una volta abitava il mondo come il suo specchio umano.

Adesso è lei specchio e corpo, anima e sentimento, adesso è lei che prende il corpo di suo padre e se ne serve non attraverso il racconto di un uomo, ma soprattutto alla luce delle sue più celebri interpretazioni, e come un gioco di rimandi e di specchi va ad abitare uno spazio inclito e scivoloso, in cui l’attore è sempre presente, come l’artista in quanto tale. Il corpo dell’attore è un corpo che viene scelto, manipolato, sedotto e sedimentato nei tempi della recitazione e del ciak del regista, mentre questo corpo, il corpo di Chiara/Marcello è always on, non ha momenti di stop, di interruzione o di fermo, è sempre in scena, non ha nessuno che la dirige ma è lei a farlo, dirige se stessa in un’interpretazione ingombrante, faticosa e anche dolorosa.

Un’opera bellissima e cinefila

Chiara Mastroianni si divide e si rifrange come una danza, un musical, in un carosello di ombre e di fantasmi, in cui la sua silhouette cambia forma e postura a seconda di ciò che sceglie di rievocare, da Ferdinando Cefalù in Divorzio all’italiana, a Guido Anselmi in , o Antonio Magnano ne Il bell’Antonio o Marcello Rubini de La dolce vita, o Pippo Botticella/Fred in Ginger e Fred. Un’opera bellissima e cinefila, sentimentale ed esistenziale, in cui Chiara, quasi preda di una crisi d’identità, risponde alla rifrazione con la nudità, si cerca attraverso il padre, e grazie alla sua figura cerca una sintesi e un fil rouge tra ciò che rappresenta come figlia e ciò che resiste come donna, ed è la sua vita a mettersi in scena, attraverso proiezioni, manipolazioni e seduzioni.

Marcello mio è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red.

Dove vedere Marcello mio in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Christophe Honoré firma un’opera bellissima e cinefila, cucita su misura di Chiara Mastroianni e della sua storia familiare.

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Furiosa: A Mad Max Saga, recensione del film con Anya Taylor-Joy

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Furiosa: A Mad Max Saga

Dopo la rivoluzione di Mad Max: Fury Road, George Miller torna al franchise a cui è indissolubilmente intrecciata la sua carriera con Furiosa: A Mad Max Saga, prequel del film precedente incentrato sul personaggio che fu di Charlize Theron prima di essere riassegnato ad Anya Taylor-Joy. Lo fa con una vera e propria origin story, che mostra nel dettaglio la crescita, l’evoluzione e gli eventi capaci di segnare nel profondo l’animo di Furiosa, eroina coraggiosa e indomabile che abbiamo ammirato al fianco di Max Rockatansky. Un’opera meno incendiaria e rivoluzionaria rispetto al precedente capitolo, ma capace comunque di espandere il desolato universo postapocalittico di George Miller con una riuscita storia di rivincita e vendetta.

Facciamo la conoscenza della giovane Furiosa (Alyla Browne), che viene rapita dalla sua casa nel Luogo Verde delle Molte Madri da un pericoloso gruppo di motociclisti. La disperata madre, Mary Jo Bassa, si mette alla ricerca della piccola, raggiungendo l’accampamento dei motociclisti, guidati dal Signore della Guerra Dementus (Chris Hemsworth). Il tentativo di liberazione non va però a buon fine, e Furiosa è costretta ad assistere alla tortura e all’esecuzione della madre, rimanendo prigioniera di Dementus. Quest’ultimo inizia però una turbolenta collaborazione con il leader della vicina Cittadella, Immortan Joe, che chiede e ottiene la proprietà della bambina, per farla diventare una delle sue mogli. Incontriamo nuovamente Furiosa da adulta (Anya Taylor-Joy), travestita da uomo per sfuggire ai pericoli della Cittadella e determinata a ottenere indipendenza e riscatto.

Furiosa: A Mad Max Saga, la origin story di un’eroina in cerca di vendetta

Furiosa: A Mad Max Saga

Furiosa: A Mad Max Saga è un film opposto a Mad Max: Fury Road per diversi motivi. Non siamo solo di fronte a un prequel volto a completare una storia già brillantemente raccontata, ma a una produzione che, pur rimanendo fedele ai canoni e alla mitologia del franchise, ha un respiro diverso. Il minimalismo narrativo del precedessore lascia spazio a un film molto più scritto, nonostante le pochissime battute della Furiosa adulta. Il racconto per immagini è molto più limitato, come la cura per le scenografie e per i dettagli visivi, in nome di numerosi dialoghi fra le varie figure maschili che circondano la protagonista. Fra queste, spicca indubbiamente Dementus, che Chris Hemsworth caratterizza in pericoloso equilibrio fra il suo caricaturale Thor e una folle ferocia, che riesce però a trasmettere solo a tratti.

Con il passare dei minuti e con l’ingresso in scena del Praetorian Jack di Tom Burke, emergono inoltre alcune scelte problematiche di scrittura. In Mad Max: Fury Road e anche nel lungo prologo di Furiosa: A Mad Max Saga (Anya Taylor-Joy entra in scena dopo un’ora), Furiosa è una persona determinata e pienamente autosufficiente, che ha dentro di sé le risorse per superare qualsiasi pericolo di questo mondo sinistro e desertico. Nonostante ciò, George Miller indugia in un contraddittorio rapporto fra mentore e allieva, schivando brillantemente la trappola sentimentale ma facendo allo stesso tempo compiere un passo indietro non necessario a Furiosa, che coincide con il segmento meno riuscito del film.

Un frangente che mette anche in evidenza i limiti della scelta di Anya Taylor-Joy, che dimostra impegno e notevole dedizione alla causa, ma fatica a scrollarsi di dosso la sua naturale eleganza, del tutto assente nella belluina Furiosa di Charlize Theron.

Furiosa: A Mad Max Saga e il western

Furiosa: A Mad Max Saga

Fra suggestivi richiami alla storia del franchise (su tutti il breve campo lunghissimo di Max Rockatansky, unica fugace apparizione del personaggio ed evidente collegamento all’incipit di Mad Max: Fury Road), Furiosa: A Mad Max Saga trova infine la propria strada, che inevitabilmente passa per l’azione e per l’inseguimento. L’imponente messa in scena quasi esclusivamente analogica del film del 2015 lascia in questo caso spazio a qualche inserto in CGI di troppo, che da una parte ha indubbiamente facilitato la realizzazione di quest’opera, ma dall’altra stona se messo a paragone con il superlativo e adrenalinico lavoro svolto in precedenza. Un compromesso che comunque non impedisce a George Miller di dare vita a un action di altissima qualità, in cui si forgia definitivamente il carattere della protagonista.

Mentre Mad Max: Fury Road si riconnetteva direttamente alle origini del western e ai suoi archetipi, con un lungo inseguimento che ricordava Ombre rosse di John Ford, Furiosa: A Mad Max Saga guarda più alla vendetta al centro del cinema di Sergio Leone, in particolare al suo monumentale C’era una volta il West. Un cambiamento di prospettiva accompagnato da uno stile visivo molto più convenzionale e meno esagerato, che fonde l’immaginario postapocalittico con un utilizzo degli scenari desertici capace di attingere tanto all’imponenza di Ben-Hur quanto alle sfumature più inquietanti e magnetiche dei recenti di Dune di Denis Villeneuve.

Un poderoso climax conclusivo

Furiosa: A Mad Max Saga

Nel climax emotivo conclusivo, Furiosa: A Mad Max Saga trova finalmente la propria ragion d’essere, superando qualche perplessità narrativa e riconnettendosi con la ferocia alla base di Mad Max: Fury Road, in un crescendo di tensione e violenza. Un epilogo in cui curiosamente la storia di questo franchise ricalca nuovamente quello di Star Wars: entrambe queste saghe hanno infatti goduto di un vero e proprio reboot realizzato nello stesso anno (Mad Max: Fury Road poteva addirittura contare su un villain con una maschera e con evidenti problemi respiratori) e su un prequel pensato per scandagliare in profondità determinati personaggi e specifici avvenimenti; esattamente come Rogue One: A Star Wars Story si riallacciava millimetricamente al primo Guerre stellari, Furiosa: A Mad Max Saga si chiude con un perfetto collegamento al precedente lavoro di George Miller, capace di dare nuove sfumature di senso al percorso della protagonista.

Parallelismi e contaminazioni che non penalizzano questa nuova sontuosa opera di George Miller, che sconta solo il pesantissimo confronto con la dirompente forza di Mad Max: Fury Road, anche in termini di ricezione e aspettative. Un film talmente importante e debordante da traboccare anche qui, trasmettendo la sensazione che spesso i suoi vuoti siano ancora più suggestivi ed efficaci delle storie che li hanno riempiti in Furiosa: A Mad Max Saga.

Furiosa: A Mad Max Saga è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere Furiosa: A Mad Max Saga in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

George Miller firma un prequel più convenzionale e meno travolgente dell’inarrivabile Mad Max: Fury Road, che trova però la propria strada nell’impetuoso climax conclusivo.

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Io e il Secco: recensione del film di Gianluca Santoni

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Io e il Secco

Si apre con la struggente Sere nere di Tiziano Ferro Io e il Secco, mentre sullo schermo scorrono le immagini delle torri Hamon di Ravenna, recentemente abbattute ma indelebili nella memoria dei cinefili grazie a Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, capolavoro di alienazione, incomunicabilità e disumanizzazione. Temi che ricorrono, nei medesimi luoghi ma con registri diversi, anche in questa notevole opera prima di Gianluca Santoni, dolceamaro incontro di solitudini e disperazioni.

È la storia del piccolo Denni (con la I, curioso richiamo al precedente corto di Gianluca Santoni Gionatan con la G), che dopo aver assistito all’ennesimo atto di violenza nei confronti della madre (Barbara Ronchi) da parte del padre (Andrea Sartoretti) elabora uno spiazzante piano. Il bambino (interpretato da Francesco Lombardo) si rivolge al sedicente super-killer Secco (Andrea Lattanzi) per affidargli il compito di uccidere suo padre. In realtà, Secco è un giovane sbandato del tutto innocuo, che vive in un’area povera e desolata della Rivera romagnola insieme al fratello ex galeotto. Fiutando la possibilità di derubare il padre di Denni, Secco accetta comunque l’incarico, dando il via a un’inaspettata amicizia col bambino, fatta di amarezza e ironia e basata sui problemi di entrambi con la figura paterna.

Io e il Secco: un incontro di solitudini sulle note di Sere nere

Io e il Secco

Io e il Secco racconta dal punto di vista di un bambino una società al crepuscolo, fiaccata da problemi ormai noti come la violenza domestica, la tossicità delle figure paterne e l’impossibilità di raggiungere una soddisfacente stabilità economica e personale. Lo fa ambientando la narrazione in una terra da sempre associata alla leggerezza e al divertimento come la Riviera romagnola (nello specifico il ravennate e il cesenate), di cui invece in questo caso sono mostrati i risvolti più cupi opportunamente nascosti dalla macchina del turismo, come gli ecomostri, il lavoro nero e la criminalità legata alla costa. Il lavoro di Gianluca Santoni diventa così il perfetto controcampo narrativo ed emotivo del recente documentario Vista mare, anch’esso capace di mostrare cosa realmente avviene fra un’estate e l’altra, nei pressi delle discoteche e delle spiagge non ancora prese d’assalto dai turisti.

Ci si affeziona alla fragile e improbabile amicizia di Denni e Secco, che si sostengono a vicenda in mezzo a malavitosi, abbandono e famiglie disfunzionali, legati da un piano fantasioso e brutale, come fantasiosi e brutali sanno essere a volte i bambini, intenti a interpretare una realtà che sfugge alla loro comprensione. Non mancano alcune semplificazioni (Denni lasciato libero di vagare per il territorio a soli dieci anni di età, l’improbabile melting pot di accenti e dialetti, un epilogo che avrebbe beneficiato di un pizzico di coraggio in più), ma Io e il Secco, a differenza di gran parte del cinema italiano contemporaneo, dimostra di avere un cuore, tratteggiando un rapporto in continuo divenire fra due emarginati, in lotta contro la realtà per motivi diversi ma complementari e perciò affini al di là delle loro differenze e delle loro divergenze.

Un promettente esordio

Fra abitazioni abbandonate, piscine putride e spiagge deserte ma sempre suggestive, Denni e Secco perdono l’innocenza ma guadagnano una cosa altrettanto importante, cioè un’amicizia capace di resistere alla sofferenza, agli imprevisti e alla violenza e di regalare slanci poetici e momenti di sincera commozione. Il promettente esordio di un talento da proteggere, capace di dare nuove sfumature di senso a un caposaldo della musica pop italiana come Sere nere fino ai titoli di coda, quando la ascoltiamo nuovamente nella versione dei Santi Francesi.

Io e il Secco è disponibile nelle sale italiane dal 23 maggio, distribuito da Europictures.

Dove vedere Io e il Secco in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

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Gianluca Santoni firma una convincente opera prima, ambientata in una Riviera romagnola desolata, teatro di un’amicizia improbabile e della perdita dell’innocenza di due giovani emarginati.

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