La strada - Lost in Cinema La strada - Lost in Cinema

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La strada: recensione del capolavoro di Federico Fellini

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Dario Fo divideva il tempo comico in due categorie, la comicità dettata dal sorriso frivolo, un’ironia leggera come quando si scivola, si cade, come quando un clown mette un piede in fallo e allieta il pubblico con uno scivolone plateale, e una comicità differente, parallela, dai sorrisi sghembi, più seria, sagace, ragionata. La strada, film del 1954 che valse a Fellini l’Oscar per miglior film straniero, trattiene dentro sé lo spessore del clown e l’inconsistenza del saltimbanco, la clandestinità di una carovana e la sedentarietà di uno chapiteau, di un tendone da circo. Un immenso manifesto della commedia d’arte, la genesi dell’indagine poi perpetuata con I clown, Le notti di Cabiria e .

La strada - Lost in Cinema

“Un colpo di dadi non abolirà mai il caso.”
Stéphane Mallarmé

Prima di qualsiasi considerazione va fatta una traslazione temporale, doverosa e nostalgica. Prima ancora che cominciasse Fellini o chi prima di lui ad avvicinarsi alle tematiche circensi, esisteva un nuovo modo di fare spettacolo, un modo che oscillava tra la commedia dell’arte e il nouveau cirque, durante il quale, nella seconda metà del ‘700, si insediò un uomo, un tale che avrebbe recuperato in toto il senso della parola circo: Charles Hughes.

Hughes aprì il Royal Circus e da lì, in quegli stessi quadrivi, Joe Grimaldi debuttò e creò quasi nell’immediato un figurante, che era sia giocoliere, giullare, musico, illusionista e acrobata, tutto allo stesso tempo: il clown. Un essere che si distaccò dalla maschera di Arlecchino e trovò una dimensione personale in alcuni personaggi di contorno delle opere di Shakespeare, in un modo più umile, più sciocco. Fu il capostipite del cosiddetto clown bianco, che nasceva nei teatri ma che trovava respiro anche nell’arte di strada, con il volto bianco, il copricapo a pan di zucchero e, solo in seguito, col naso rosso o le sopracciglia nere molto marcate.

Inizialmente fu un personaggio messo da parte, relegato nei soli ruoli da insulso buffone di corte, senza spessore, senza un’anima. Ma ciò fu smentito soprattutto agli inizi dello scorso secolo, quando nacque l’ultimo vero clown, secondo alcuni il più grande clown di tutti i tempi: Grock. Un genio assoluto, che pose le basi di tutto ciò che venne rappresentato nel ‘900, con i suoi variegati strumenti, il suo violino o il pianoforte a coda riusciva a plasmare un canovaccio ineguagliabile, come se si muovesse secondo regole e tempi diversi dai nostri, uno spettacolo grottesco e tragico.

Nel proseguimento della recensione verranno rivelati passaggi significativi della trama e del finale de La strada, si sconsiglia quindi la lettura a coloro che non hanno ancora visto il film.La strada - Lost in Cinema

La strada proviene da tutto questo mondo, e da molto altro. La trama semina il suo sguardo su Gelsomina (Giulietta Masina) e su Zampanò (Anthony Quinn). Lui, forzuto e scontroso ominide che si esibisce clandestinamente per le vie dei paesi attraverso monotone prove di forza. Lei, una presenza angelica e fluttuante, che si unisce al suo peregrinare per volere di sua madre, in seguito alla morte della sorella, che faceva compagnia a Zampanò durante i suoi nomadismi.

Gelsomina non è entusiasta di dividere le sue giornate con una persona così rozza e bislacca, ma per necessità economiche si lancerà in un viaggio spaesante, sperando in segreto e ingenuamente di potersi accattivare la buona sorte affiancando Zampanò e imparando un mestiere diverso dai doveri domestici. Gelsomina comincia così a fargli da spalla, soprattutto nei numeri comici che conseguono alla prova di forza di Zampanò finché, viaggiando per l’Italia, non incontrano un personaggio singolare: il Matto (Richard Basehart).

Lui è un acrobata, un musicista, un personaggio intriso di una comicità leggera ma non per questo superficiale. Il Matto è odiato da Zampanò, forse per la sua natura e per la sua verve, o semplicemente a causa di antichi rancori. Dopo svariate peripezie che vedono Gelsomina rivendicare una sua voce, un proprio carattere all’interno di quella bizzarra carovana, sarà proprio il Matto a ricondurla su una via ben precisa: la spinge a ritornare da Zampanò, che in verità non aveva mai realmente abbandonato e le fa comprendere che il posto che le è capitato, accanto a quell’uomo, ha un suo senso, una sua logica, incomprensibile ma reale.

La strada è denso di simbolismiLa strada - Lost in Cinema

I rapporti tra i due uomini però non migliorano, anzi, dopo un litigio funesto, Zampanò finisce per uccidere Il Matto accidentalmente e, conscio e atterrito dal suo gesto, si sbarazza del suo tenero corpo inscenando un incidente automobilistico. La pellicola cambierà colori, le atmosfere disincantate saranno solo un tenue ricordo. Gelsomina, che avrà la sfortuna di assistere all’omicidio, entra in un vortice di follie e di timori dai quali non saprà più riemergere. I suoi giorni saranno un susseguirsi di pianti e lamenti, rivivrà quelle stesse scene nella sua mente, cosa che porta poi Zampanò a non riuscire più a sopportare i suoi disturbi, ad abbandonarla per strada, conducendola ad una vita di solitudine e ad un ancor più triste destino.

Zampanò, dopo anni di separazione da Gelsomina, incrocerà una signora intenta a fischiettare un motivetto tanto a lui noto: la musica che lei suonava con la sua tromba, suonata dal Matto durante il loro incontro della quale rimase per sempre invaghita. La casualità attrarrà l’attenzione di Zampanò che con curiosità chiede alla signora notizie di Gelsomina. Lui, così di stucco, apprenderà con dolore che la ragazza che suonava continuamente quelle note era morta molti anni prima. Si era lasciata morire di fame e di sete, non aveva interazioni con gli altri, non parlava, suonava solo la sua tromba.  La pellicola termina tragicamente con la figura di Zampanò, sopraffatto dal dolore e dal rimorso, che crolla al buio delle stelle e al suono delle onde del mare.

La strada trattiene dentro sé lo spessore del clown e l’inconsistenza del saltimbancoLa strada - Lost in Cinema

Federico Fellini è sempre stato affascinato dal mondo circense, come anche Tullio Pinelli, co-sceneggiatore de La strada assieme al regista romagnolo. Entrambi si sono incrociati nella medesima storia, con lo stesso bisogno di narrare dei vagabondi, di certi giullari che si esibivano in spettacoli in piazza e che viaggiano con difficoltà tra un paese e l’altro. Il Pinelli racconta che vide proprio i due personaggi della pellicola, quelli che sarebbero poi diventati Zampanò e Gelsomina, su una strada che portava a Torino, intenti a tirare un carretto di tela con una sirena raffigurata sopra di essa. Fellini ascoltando quella storia la trovò perfettamente conforme e congeniale ai suoi intenti. Da quell’incontro di menti altissime vennero poste le basi di un film che sarebbe rimasto nella storia del cinema per sempre.

Fellini contemporaneamente stava girando I vitelloni, quindi la stesura del soggetto venne in un primo momento lasciata nelle mani del Pinelli, che aveva già una grande esperienza teatrale alle spalle: lui scriveva per il teatro, era abituato soprattutto a storie dal sapore tragico, cosa che Fellini temeva. I toni drammatici non li sentiva vicini alle sue corde, tant’è che Ennio Flaiano, collaboratore del film, gli scrisse di disinteressarsi alla sua realizzazione soprattutto per il timore di sfociare nei sentimentalismi e nelle eccessive falsità narrative. Ma ciò non accadde, anzi il dramma, con l’inserimento della morte del Matto, era davvero un evento cruciale se non determinante:  la morte cinematografica di due personaggi, Gelsomina e il Matto, era inevitabile sia per i fini narrativi che realistici.

Giulietta Masina è stata una delle poche donne in Italia ad incarnare la slapstick comedyLa strada - Lost in Cinema

Tutti i personaggi rappresentano l’archetipo di una tipologia ben precisa di essere umano, un po’ strabordante e dalla carica simbolica. Gelsomina è l’innocenza, il candore, il Matto è la rivelazione, è la comicità e per assurdo colui che rivela La strada che Gelsomina dovrà percorrere. E quando si ritroveranno nella stessa compagnia circense ad esibirsi, il Matto come funambolo e Zampanò nel suo solito numero bestiale, convergeranno due tipologie di teatro: il teatro comico e il teatro misero.

Il primo nasce dall’intrepido vincolo di intrattenimento e stupore, mentre il secondo è la trivialità di uno spettacolo non riuscito, escogitato sempre nel medesimo modo e concluso in modo umiliante e disatteso; come nel caso in questione in cui quel nerboruto di Zampanò, porta avanti un numero sempre uguale e immutabile che il pubblico, in un frangente, non apprezzerà nemmeno, poiché distratto dalle prese in giro del Matto.

 

«Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro. Tu non ci crederai, ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso li, per esempio.»
«Quale?»
«Questo. Uno qualunque. Be’, anche questo serve a qualcosa: anche questo sassetto.»
«E a cosa serve?»
«Serve… Ma che ne so io? Se lo sapessi, sai chi sarei?»
«Chi?»
«Il Padreterno, che sa tutto: quando nasci, quando muori. E chi può saperlo? No, non so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se questo è inutile, allora è inutile tutto: anche le stelle. E anche tu, anche tu servi a qualcosa, con la tu’ testa di carciofo.»

Gelsomina è una vertigine senza abisso

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Fellini ha ispirato tanti artisti, registi, cantautori, quali ad esempio Bob Dylan che ha ricreato le atmosfere de La strada per il suo capolavoro Mr Tambourine man e tra i tanti è necessario citare anche La ragazza sul ponte di Patrice Leconte, La ballata dell’odio e dell’amore di Alex de la Iglesia, e, perché no, anche The Elephant Man e Santa Sangre.

Giulietta Masina, vertigine senza abisso, è stata una delle poche donne in Italia ad incarnare la slapstick comedy, che trovava le sue radici in geni assoluti quali Buster KeatonStan LaurelOliver Hardy, Charlie Chaplin e l’indimenticabile Grock, che a suo modo fu il precursore di questo sottogenere.

La strada è denso di simbolismi che dipingono ed evocano, Fellini lascia che essi si incuneino per sublimare la narrazione in atti sincopati ma fluidi allo stesso tempo, un vezzo dai dolci toni espressivi, che trovano terreno fertile nel cielo stellato o nel mare in tempesta. Gli stessi personaggi possono essere visti come simboli di elementi naturali: Zampanò è la terra, Gelsomina è l’acqua, mentre il Matto è l’aria.

Il Matto è il perno della pellicola, il nesso in cui Gelsomina trova conforto, trova un motivo musicale che accompagni le sue giornate, trova il suo talento da trombettista, trova un percorso da intraprendere con decisione nonostante il rapporto di odio-amore con Zampanò, e le stelle che nel film assumono un carattere dantesco vengono citate e inserite nel finale come un’epifania esistenziale, lo svelamento di una verità interiore, quella che Zampanò con il suo carattere egoriferito e burbero ha cessato di ascoltare, sacrificando Gelsomina per la sua sopravvivenza.

Fellini tratteggia magistralmente una storia d’amore

La strada - Lost in Cinema

L’alter-ego del Matto non altri è che un rozzo bisonte che spacca con la forza del suo corpo una cinta di ferro, che misura la sua strabiliante forza agli occhi increduli dello spettatore di paese. Un personaggio che nonostante tutto ha una sua umanità, seppure labile e al limite dallo scomparire, che ritroverà nello sconforto e nel silenzio assoluto. La colonna sonora è stata scritta da un icona assoluta della musica di tutti i tempi, l’olimpo, un tempio inarrivabile al pari di Mozart, Bach, è solo lui: Nino Rota. Lui ha saputo impreziosire, senza adombrare, con le sue note una pellicola che aveva nello scheletro una reale catarsi, profonda, scenica, espressiva.

Fellini tratteggia magistralmente una storia d’amore, una storia che non segue linee convenzionali, essa viene rivelata solo alla fine, una favola cupa e tetra, tetra perché fragile. Tutte le vite servono a qualcosa. Gelsomina è il veicolo spirituale della pellicola, ha una sua funzione sia in vita che in morte: servirà a dare una speranza anche ad un uomo avulso da qualsiasi emotività, speranza che egli possa cambiare e scoprirsi umano, spirituale, vitale. La casualità di cui la pellicola è costellata sta tutta nelle circostanze, nelle azioni, ma sarà tutto un susseguirsi di destino e volontà, evocazioni e visioni, con cui Fellini gioca, si misura con folgorante genialità, poiché egli sapeva che per quanto la strada sia opera dell’uomo, il mondo in verità non lo è affatto. Un colpo di dadi non abolirà mai il caso.

La strada: curiosità sul film

La strada è fra i film preferiti di Papa Francesco.

Nella celeberrima scena della coda al cinema in Io e Annie, il saccente letterato con cui battibecca il personaggio di Woody Allen menziona anche La strada.

La scena della processione de La strada è ripresa in maniera estremamente somigliante ne Il padrino – Parte II di Francis Ford Coppola.

Anthony Quinn stava lavorando a un film con Giulietta Masina quando lei lo presentò a suo marito, Federico Fellini. Fellini fu immediatamente convinto che l’attore sarebbe stato il perfetto Zampanò nel suo nuovo film, che poi sarebbe diventato La strada, e lo implorò di accettare il ruolo. L’attore, che non aveva idea di chi fosse Fellini, inizialmente rifiutò, nonostante Fellini fosse insistente, assillandolo per giorni sul progetto. Poco tempo dopo, Anthony Quinn trascorse una serata con Ingrid Bergman e suo marito, il regista Roberto Rossellini. Dopo la cena, i tre videro la commedia drammatica di Fellini, I vitelloni, e fu allora che Quinn realizzò con stupore che il folle cineasta italiano che lo perseguitava da giorni era un genio.

Overall
10/10

Verdetto

La strada è un capolavoro disarmante. La storia raggiunge vette mai calpestate, le musiche e i simboli sono veicoli spirituali che circondano la pellicola rendendola un’allineamento di pianeti, una sospensione dello spazio-tempo, piena di innocenza, di brutalità e di sapori ineguagliabili.

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American Fiction: recensione del film con Jeffrey Wright

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American Fiction

In un mondo fatto di estremi e di estremismi, siamo ormai abituati a posizioni contrapposte in termini di inclusività: quella dei qualunquisti che giustificano la loro malcelata intolleranza blaterando di dittatura del politicamente corretto e quella di chi invece cavalca l’onda su dettagli ben lontani dal nocciolo della questione, ergendosi a dispensatore di moralità dall’alto del suo profilo da content creator. Una contraddizione al centro di American Fiction, prima regia cinematografica di Cord Jefferson (già dietro alla macchina da presa per gli show televisivi Master of None, The Good Place e Watchmen), che con lucidità e intelligenza affronta il tema della rappresentazione della comunità black in ambito letterario e cinematografico. Una raffinata commedia capace di conquistare ben 5 nomination agli Oscar 2024, disponibile dal 27 febbraio su Prime Video.

American Fiction si basa sul romanzo di Percival Everett Erasure, edito in Italia con il titolo Cancellazione. Al centro della vicenda c’è lo scrittore e professore universitario Thelonious Ellison (Jeffrey Wright), detto Monk in omaggio al celebre jazzista suo omonimo. Monk è irritato per quella che dal suo punto di vista è una sensibilità eccessiva e ipocrita verso la comunità black, comune a tutta l’industria culturale e nello specifico anche ai suoi studenti. Dopo una sua sfuriata, che coincide con una crisi della sua produzione letteraria, Monk viene messo in congedo temporaneo dall’università. Fa quindi ritorno nella sua città natale di Boston, dove si trova a recuperare il conflittuale rapporto con fratello e sorella e a prendersi cura della madre, afflitta dai primi sintomi di una malattia neurodegenerativa.

In un impeto di frustrazione, Monk scrive di getto e sotto pseudonimo un romanzo che intitola scherzosamente My Pafology, infarcendolo di stereotipi sui neri. L’opera ottiene però un’inaspettata considerazione a parte degli editori, imprimendo una svolta alla vita del protagonista.

American Fiction: un formidabile Jeffrey Wright in bilico fra satira e dramma familiare

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

American Fiction ha un intento limpido e netto, ovvero fare satira sull’industria culturale e su tutte le figure che le gravitano intorno. Una satira che centra il bersaglio, grazie soprattutto alla prova di Jeffrey Wright, finalmente centrale in un racconto e formidabile nel rendere la frustrazione del suo personaggio, e a quella di John Ortiz nei panni dell’agente di Monk, protagonista di alcune battute davvero folgoranti. Cord Jefferson ne ha per tutti: la narrativa black fatta sempre e solo di criminalità ed emarginazione, ben rappresentata dal romanzo bestseller We’s Lives in Da Ghetto di Sintara Golden (Issa Rae), in cui si imbatte Monk; i circoli letterari con i loro relativi premi, affidati nel migliore dei casi a membri della giuria svogliati; lo stesso ambiente di Hollywood, formato da un branco di ignoranti che si limita a farsi riassumere dagli assistenti sinossi di libri da trasformare in potenziali successi.

Il regista non nega il razzismo ancora dilagante (la scena del tassista che lascia a piedi Monk subito dopo la sua affermazione sulla razza è emblematica in questo senso), ma mette in luce il fatto che buona parte del successo della cultura woke è determinato dalle scelte e dai potenziali profitti dei padroni di sempre (quindi in maggioranza bianchi), che seguono solo il vento dei soldi, assecondando il mercato in direzione di ciò che lettori e spettatori vogliono sentirsi dire. È questo l’aspetto più convincente e sicuro di American Fiction, che a ritmo di jazz (non a caso cuore della colonna sonora) mette a nudo i limiti di una parte di società, che cerca invano di ripulirsi la coscienza con crude storie di violenza e sopraffazione, farcite di armi da fuoco, mascolinità tossica e forze dell’ordine corrotte.

American Fiction: un racconto non sempre a fuoco

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

Accanto al tema portante di American Fiction c’è però un melodramma familiare tutt’altro che disprezzabile, che acquista progressivamente forza e spazio, sottraendolo alla satira. Jeffrey Wright è abile a tratteggiare un uomo letteralmente accerchiato in ogni ambito della sua vita, afflitto dall’insuccesso personale, impacciato nelle relazioni sentimentali e con un nucleo familiare decisamente complesso, in cui il lascito di un’ambigua figura paterna si fonde con una madre (Leslie Uggams) sempre più fragile, con un fratello (Sterling K. Brown) in piena seconda giovinezza per via del suo coming out e con una sorella (Tracee Ellis Ross) che cerca di tenere tutto insieme.

Non mancano momenti toccanti, come un funerale in spiaggia in bilico fra riso e pianto e le battute a vuoto sempre più frequenti dell’anziana madre, ma il risvolto familiare finisce per depotenziare la componente più corrosiva di American Fiction. A questo si aggiunge la caratterizzazione a tratti traballante della famiglia borghese di Monk, con continue dichiarazioni sulle difficoltà economiche che non trovano riscontro nello stile di vita decisamente agiato degli Ellison. Un’incoerenza che mette però ancora più in luce la personalità tormentata di Monk, che in ambito artistico, sentimentale e familiare è sempre “l’altro”, fuori posto, controcorrente ed elemento alieno e respingente.

Irridere l’industria

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

Le escursioni metanarrative di American Fiction alimentano l’umorismo di Cord Jefferson, che adempie al compito (dichiarato fin dal titolo) di dare vita a un pungente affresco della società americana, mettendo però nel mirino non i soliti illetterati reazionari, ma la fetta di popolazione che dovrebbe contrastarli con la forza della cultura e della civiltà. Un’opera di compromessi e sul compromesso (per il successo, per la felicità), forte di alcuni momenti davvero spassosi (le riunioni della giuria, il confronto fra Monk e Sintara Golden) e capace di irridere l’industria culturale dal suo interno, conquistando anche diverse candidature per i più prestigiosi riconoscimenti: una contraddizione solo apparente, come ci dimostra la parabola di Monk.

Overall
7.5/10

Valutazione

Cord Jefferson dà vita a una corrosiva satira sull’industria culturale e sulla sua ipocrisia, depotenziata però da un dramma familiare non altrettanto travolgente.

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As Bestas – La terra della discordia: recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

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As Bestas - La terra della discordia

Dopo la splendida escursione in ambito televisivo con la serie Antidisturbios: Unità Antisommossa (disponibile su Disney+), il cineasta spagnolo Rodrigo Sorogoyen torna al grande schermo con As Bestas – La terra della discordia, film del 2022 vincitore di ben 9 premi Goya e del prestigioso César per il miglior film straniero. Un lavoro cupo e teso, incentrato sulle piccole comunità rurali, sui pregiudizi che le muovono e sui conflitti che le attraversano. Un thriller a tratti sconvolgente, sostenuto da una scrittura tagliente e da un notevole cast, forte di nomi come Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido e soprattutto Denis Ménochet, universalmente conosciuto per il suo piccolo ruolo nei minuti iniziali di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Al centro della vicenda ci sono Vincent (Denis Ménochet) e Olga (Marina Foïs), coniugi francesi che si spostano in Spagna, per la precisione in un paesino rurale della Galizia. Nella loro nuova residenza, i due si dividono fra un’attività agricola sostenibile e quella di ristrutturazione di edifici ormai abbandonati, con l’intento di aumentare la popolazione e il turismo del paese. Nonostante le loro nobili intenzioni, i coniugi vivono ben presto sulla propria pelle tutta l’ostilità della popolazione del luogo. Una diffidenza frutto dell’atavica resistenza nei confronti dello straniero, ma anche dell’opposizione da parte di Vincent alla possibile costruzione di un impianto di energia eolica, che porterebbe introiti ai proprietari del terreno ma danneggerebbe indirettamente il suo progetto di comunità. Dalle battute si passa ben presto alle provocazioni, che sfociano poi in vere e proprie vessazioni, orchestrate soprattutto dai vicini dei coniugi, i fratelli Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido).

As Bestas – La terra della discordia: il raggelante thriller rurale di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas - La terra della discordia

As Bestas – La terra della discordia è un’opera dolorosa e angosciante, in quanto fin dai primi minuti contrappone ai protagonisti dei nemici sinistri, respingenti ma dannatamente comuni e realistici, in particolare per chi vive o ha vissuto la vita di provincia. I coniugi fanno di tutto per essere e restare dalla parte giusta: resistono alle trappole verbali e non, insistono nella ricerca del dialogo, chiariscono in maniera pacata le loro posizioni sui temi di contrasto. Tutto questo inutilmente, perché la legge e la dialettica del branco assomigliano molto al celeberrimo piccione che gioca a scacchi, vanificando così ogni possibile punto di incontro. Rodrigo Sorogoyen scava in questo contrasto, tratteggiando i rozzi e illetterati abitanti del paesino in maniera tanto aspra quanto credibile, al punto che è facile associare i principali oppositori di Vincent e Olga ai personaggi più inquietanti di Un tranquillo weekend di paura.

La tensione si fa sempre più insostenibile, nonostante gli sforzi di Vincent. Il regista mette in luce gli istinti più primordiali dell’animo umano, sottolineando l’astio da parte dei locali per la consapevolezza che uno straniero pesa esattamente quanto loro nella votazione sulla costruzione dell’impianto e trasformando ogni scena e diversi tipologie di ambiente in un presagio di ciò che potrebbe succedere. È questo il caso dell’apparentemente innocuo punto di ritrovo del paese, che assume invece i contorni di una base di una vera e propria setta, ma anche dei piccoli boschi galiziani, inquadrati come scenari per un potenziale agguato. La dinamica del gruppo che cerca di sottomettere il singolo d’altronde è già dichiarata nell’emblematica sequenza iniziale, che mostra alcuni uomini intenti a bloccare con la forza il muso di un cavallo, con l’intento di frenare ogni suo tentativo di resistenza.

La formidabile prova di Denis Ménochet

As Bestas - La terra della discordia

Denis Ménochet si conferma interprete di grande caratura, lavorando in sottrazione e trasmettendo la personalità sempre più turbata di Vincent, fermo sulle proprie posizioni e mosso dalle migliori intenzioni, ma al tempo stesso sempre più preoccupato per una deflagrazione di violenza a danno suo e della sua famiglia. Rodrigo Sorogoyen lavora anche sulla fisicità del protagonista, contrapponendo la sua pacifica imponenza ai volti scarnificati e ai corpi spigolosi dei suoi vicini, sempre più in preda alla rabbia e alla cieca sete di vendetta. Un contrasto che si acuisce in una delle scene più pesanti e crudeli di As Bestas – La terra della discordia, che richiama a sua volta il già citato incipit del film.

In questo momento il racconto sterza bruscamente in un’altra direzione, cambiando prospettiva e di conseguenza anche lo sguardo di noi spettatori. A occupare uno spazio sempre maggiore è infatti il personaggio di Marina Foïs, perfettamente in linea con il punto di vista morale del marito e capace di resistere a dolori sempre più grandi e a soprusi sempre più insopportabili, con la dignità di chi sa di essere dalla parte giusta e con la lucida follia di chi ormai ha poco da perdere. Un approccio che inserisce il racconto in una prospettiva ancora più ampia, mostrando che anche all’interno di una comunità asfittica e chiusa in se stessa è possibile portare avanti idee progressiste e all’insegna della pacifica convivenza.

As Bestas – La terra della discordia: la potenza dell’immagine

Fra thriller rurale e dramma familiare, fra critica sociale e istanze ambientaliste, Rodrigo Sorogoyen firma un’opera che resta impressa nel cuore e nell’animo dello spettatore, firmando momenti in cui l’ironia si fonde indissolubilmente con l’amarezza (come nel caso dell’insistito dialogo fra gli zotici abitanti del luogo, quasi tarantiniano per modalità e linguaggio) e affidandosi sempre alla potenza delle immagini, sia dal punto di vista espressivo che da quello concettuale: è infatti proprio l’immagine uno dei pochi punti di forza a favore dei coniugi, sotto forma di filmati ripresi da una videocamera per documentare le malefatte dei locali. Una delle tante finezze di un racconto che mette costantemente in discussione le nostre certezze e il nostro punto di vista, lasciandoci scossi ma anche più consapevoli della forza delle nostre idee.

Overall
8/10

Valutazione

Rodrigo Sorogoyen firma un thriller rurale cupo e angosciante, in cui lato più torbido delle piccole comunità incontra il coraggio di chi crede nel dialogo e nella forza delle proprie idee.

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Dune – Parte due: recensione del film di Denis Villeneuve

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Dune - Parte due

Fin dal debutto del romanzo di Frank Herbert nel 1965, Dune ha influenzato indelebilmente il panorama fantascientifico. Prima sulla carta, grazie a un ciclo diventato nel corso degli anni un pilastro del genere, capace di plasmare sull’ambigua figura di Paul Atreides un racconto intriso in bilico fra ambientalismo, epica e critica sociale e politica. Dune ha poi segnato il cinema, prima in modo indiretto con Star Wars (per il quale è stato esplicita fonte di ispirazione), poi con il mancato adattamento ad opera di Alejandro Jodorowsky (raccontato in Jodorowsky’s Dune) e infine con il film diretto da David Lynch, rivelatosi un clamoroso fiasco commerciale. Dopo un lungo periodo di attesa, alimentato dai notevoli videogame Dune e Dune II e dalle dimenticabili miniserie televisive Dune – Il destino dell’universo e I figli di Dune, Denis Villeneuve ha rilanciato il franchise, prima con Dune poi con il seguito Dune – Parte due.

Un progetto ambizioso e radicale, che arriva in un momento in cui, fra il calo delle presenze per via del Covid e la crisi conclamata del cinecomic, Hollywood ha disperatamente bisogno di franchise in grado di attrarre pubblico. Dopo essersi confrontato con un’altra colonna portante della fantascienza in Blade Runner 2049 (sequel del capolavoro di Ridley Scott), con risultati deludenti dal punto di vista commerciale, Denis Villeneuve ha centrato un successo tutt’altro che scontato con il primo film, con oltre 430 milioni di dollari incassati in piena pandemia e il consenso pressoché unanime della critica, condito anche da 6 premi Oscar.

Un risultato figlio della presenza nel cast di star come Timothée Chalamet e Zendaya, ma anche della mano del regista, capace di condensare in immagini le necessarie spiegazioni sull’universo di Dune, di mettere in rilievo i parallelismi fra il racconto e il nostro presente e di fondere spettacolo e ambizione autoriale.

Dune – Parte due alza l’asticella dei blockbuster hollywoodiani

Dune - Parte due

Avevamo lasciato Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nel deserto di Arrakis insieme ai Fremen, nativi di Dune di cui fa parte Chani (Zendaya), ragazza vista più volte da Paul nei suoi sogni. Dune – Parte due inizia dallo stesso punto e si concentra sul percorso del giovane protagonista, in bilico fra i presagi che lo indicano come l’eletto che secondo le profezie guiderà il popolo (detto anche Kwisatz Haderach) e il desiderio di vendetta contro il barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) e l’imperatore Shaddam IV (Christopher Walken), responsabili del complotto ai danni della casa Atreides. Durante il suo viaggio, Paul si deve confrontare anche con la Principessa Irulan Corrino (Florence Pugh), figlia dell’imperatore, e con Feyd-Rautha Harkonnen (Austin Butler), temibile nipote del barone.

Libero dalle necessità di porre le basi della complessa mitologia dell’universo di Dune, Denis Villeneuve alza ulteriormente l’asticella produttiva e autoriale, dando vita al maestoso secondo capitolo di un’epopea fantascientifica che ci auguriamo prosegua ancora a lungo. Lo fa rimanendo in buona parte fedele al romanzo, mettendo ancora più in luce i personaggi femminili e soprattutto realizzando il miglior world building possibile per un blockbuster contemporaneo. Traendo il meglio dagli scenari della Giordania e di Abu Dhabi e dalla suggestiva fotografia di Greig Fraser, il cineasta canadese supera i già notevoli risultati di Dune, trasportandoci in un mondo cupo e crepuscolare, contraddistinto da inquietanti casate in perenne lotta fra loro, da un serpeggiante misticismo, dal contrasto fra tradizione e rivoluzione e dalla necessità di mettere le mani su poche e preziose materie prime.

Un lavoro impressionante sulle location e sui dettagli scenografici, che anche grazie alle roboanti musiche di Hans Zimmer e a un sonoro travolgente si trasforma in un’esperienza cinematografica di altissimo livello, in perfetto equilibrio fra avventura, azione e onirismo.

Dune – Parte due e il mondo contemporaneo

Dune - Parte due

Timothée Chalamet regala la migliore performance della sua ancora giovane carriera, dando vita a un perfetto Paul Atreides, eroe tormentato e per certi versi contraddittorio. Denis Villeneuve evidenzia le caratteristiche del protagonista, mostrandoci il suo ardore giovanile, il suo carisma e il suo lato più sentimentale, concentrando sul climax dell’atto conclusivo tutta la sua irruenza, che sfocia in attimi di vera e propria ferocia. Chi è a digiuno dell’opera di Herbert troverà nell’epilogo di Dune – Parte due la componente più incendiaria di questo racconto, che contiene numerose sfumature e complessità, presentandosi sotto molti aspetti come una sorta di antitesi del classico viaggio dell’eroe a cui Hollywood ci ha abituati. Il regista mantiene la linea del romanzo (pur con qualche svolta precipitosa) e riesce a salvaguardare tutte le asperità del protagonista, dimostrando così carisma e un’indipendenza più unica che rara per il cinema statunitense popolare contemporaneo, fatto di troppi signorsì.

Al tempo stesso, Denis Villenuve continua il percorso iniziato nel primo capitolo, mettendo in evidenza i vari punti di contatto fra il racconto e il nostro difficile presente. Le assonanze più palesi sono la “spezia” bramata dalle principali casate, che proprio come il petrolio è necessaria per gli spostamenti e ampiamente presente in scenari desertici, e l’imperialismo delle varie casate, disposte a tutto per estendere la loro influenza e saccheggiare le risorse dei popoli più deboli dal punto di vista militare. Ma nel sontuoso lavoro del regista c’è spazio anche per molto altro, come un nativismo mistico che richiama quello di molte popolazioni martoriate nel corso della storia e una fedele rappresentazione dei gangli del potere religioso, in grado di direzionare la politica e di spalancare la porta ai più pericolosi fondamentalismi.

Dune – Parte due: il sontuoso lavoro di Denis Villeneuve

Denis Villenuve si destreggia nel migliore dei modi fra questi diversi spunti, lavorando sui contrasti e sulle sfumature e rispettando anche la componente più visionaria del romanzo di Herbert, con momenti di grande impatto come la discussa e anticipata apparizione del personaggio di Anya Taylor-Joy. Merito di un lavoro certosino sulle immagini, capaci di trasformare in racconto e in senso concetti che a cineasti meno abili avrebbero richiesto lunghe, didascaliche e noiose spiegazioni. Denis Villeneuve dimostra invece di rispettare il cinema e il suo pubblico, consegnandoci anche un gruppo di villain degni di questo nome, fra i quali spicca un convincente e sinistro Austin Butler, diametralmente opposto alla sua imbellettata interpretazione di Elvis Presley in Elvis di Baz Luhrmann.

Il risultato è un’opera che riconcilia con il grande cinema hollywoodiano, fornendo agli spettatori un intrattenimento maturo e scevro da eccessivi manicheismi. Un lavoro che proprio come il riluttante Paul Atreides, leader suo malgrado, in caso di un positivo riscontro del pubblico potrebbe alzare l’asticella dei blockbuster statunitensi, spingendo gli studios a muoversi in direzione di produzioni ad altissimo budget ma comunque in grado di soddisfare gli spettatori più esigenti dal punto di vista artistico e cinematografico.

Lo Star Wars della Generazione Z

Dune - Parte due

Dal momento che la storia della narrazione è fatta di continue rielaborazione di racconti, miti archetipi, non sorprende che Dune – Parte due erediti proprio da una filiazione di Herbert come Star Wars alcune sfumature, come la rappresentazione delle truppe dei nemici di Paul Atreides o la caratterizzazione di quest’ultimo come una sorta di ibrido fra Luke e Anakin Skywalker. Grazie a queste reminiscenze e al desiderio di proporre un’epopea fantascientifica in grado di attrarre diverse fasce di pubblico, Dune – Parte due si candida ad affiancare la saga di George Lucas nell’immaginario collettivo dei prossimi anni e a diventare di fatto lo Star Wars della Generazione Z. Una generazione figlia di un mondo in declino e perciò in cerca di storie in grado di immergersi nel dolore e nella sofferenza, di mostrare scenari complessi e di evidenziare la necessità di prendere decisioni difficili, come nell’avvincente parabola di Paul Atreides.

Dune – Parte due arriverà nelle sale italiane il 28 febbraio, distribuito da Warner Bros. Il 27 febbraio avranno inoltre luogo numerose anteprime del film in tutta Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

Denis Villeneuve firma un sequel ancora più ambizioso e complesso del primo capitolo, in grado di cogliere le numerose sfumature del romanzo di Frank Herbert e di occupare nell’immaginario collettivo il posto che fu di Star Wars, chiaramente influenzato proprio dal Ciclo di Dune.

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