La strada - Lost in Cinema La strada - Lost in Cinema

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La strada: recensione del capolavoro di Federico Fellini

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Dario Fo divideva il tempo comico in due categorie, la comicità dettata dal sorriso frivolo, un’ironia leggera come quando si scivola, si cade, come quando un clown mette un piede in fallo e allieta il pubblico con uno scivolone plateale, e una comicità differente, parallela, dai sorrisi sghembi, più seria, sagace, ragionata. La strada, film del 1954 che valse a Fellini l’Oscar per miglior film straniero, trattiene dentro sé lo spessore del clown e l’inconsistenza del saltimbanco, la clandestinità di una carovana e la sedentarietà di uno chapiteau, di un tendone da circo. Un immenso manifesto della commedia d’arte, la genesi dell’indagine poi perpetuata con I clown, Le notti di Cabiria e .

La strada - Lost in Cinema

“Un colpo di dadi non abolirà mai il caso.”
Stéphane Mallarmé

Prima di qualsiasi considerazione va fatta una traslazione temporale, doverosa e nostalgica. Prima ancora che cominciasse Fellini o chi prima di lui ad avvicinarsi alle tematiche circensi, esisteva un nuovo modo di fare spettacolo, un modo che oscillava tra la commedia dell’arte e il nouveau cirque, durante il quale, nella seconda metà del ‘700, si insediò un uomo, un tale che avrebbe recuperato in toto il senso della parola circo: Charles Hughes.

Hughes aprì il Royal Circus e da lì, in quegli stessi quadrivi, Joe Grimaldi debuttò e creò quasi nell’immediato un figurante, che era sia giocoliere, giullare, musico, illusionista e acrobata, tutto allo stesso tempo: il clown. Un essere che si distaccò dalla maschera di Arlecchino e trovò una dimensione personale in alcuni personaggi di contorno delle opere di Shakespeare, in un modo più umile, più sciocco. Fu il capostipite del cosiddetto clown bianco, che nasceva nei teatri ma che trovava respiro anche nell’arte di strada, con il volto bianco, il copricapo a pan di zucchero e, solo in seguito, col naso rosso o le sopracciglia nere molto marcate.

Inizialmente fu un personaggio messo da parte, relegato nei soli ruoli da insulso buffone di corte, senza spessore, senza un’anima. Ma ciò fu smentito soprattutto agli inizi dello scorso secolo, quando nacque l’ultimo vero clown, secondo alcuni il più grande clown di tutti i tempi: Grock. Un genio assoluto, che pose le basi di tutto ciò che venne rappresentato nel ‘900, con i suoi variegati strumenti, il suo violino o il pianoforte a coda riusciva a plasmare un canovaccio ineguagliabile, come se si muovesse secondo regole e tempi diversi dai nostri, uno spettacolo grottesco e tragico.

Nel proseguimento della recensione verranno rivelati passaggi significativi della trama e del finale de La strada, si sconsiglia quindi la lettura a coloro che non hanno ancora visto il film.La strada - Lost in Cinema

La strada proviene da tutto questo mondo, e da molto altro. La trama semina il suo sguardo su Gelsomina (Giulietta Masina) e su Zampanò (Anthony Quinn). Lui, forzuto e scontroso ominide che si esibisce clandestinamente per le vie dei paesi attraverso monotone prove di forza. Lei, una presenza angelica e fluttuante, che si unisce al suo peregrinare per volere di sua madre, in seguito alla morte della sorella, che faceva compagnia a Zampanò durante i suoi nomadismi.

Gelsomina non è entusiasta di dividere le sue giornate con una persona così rozza e bislacca, ma per necessità economiche si lancerà in un viaggio spaesante, sperando in segreto e ingenuamente di potersi accattivare la buona sorte affiancando Zampanò e imparando un mestiere diverso dai doveri domestici. Gelsomina comincia così a fargli da spalla, soprattutto nei numeri comici che conseguono alla prova di forza di Zampanò finché, viaggiando per l’Italia, non incontrano un personaggio singolare: il Matto (Richard Basehart).

Lui è un acrobata, un musicista, un personaggio intriso di una comicità leggera ma non per questo superficiale. Il Matto è odiato da Zampanò, forse per la sua natura e per la sua verve, o semplicemente a causa di antichi rancori. Dopo svariate peripezie che vedono Gelsomina rivendicare una sua voce, un proprio carattere all’interno di quella bizzarra carovana, sarà proprio il Matto a ricondurla su una via ben precisa: la spinge a ritornare da Zampanò, che in verità non aveva mai realmente abbandonato e le fa comprendere che il posto che le è capitato, accanto a quell’uomo, ha un suo senso, una sua logica, incomprensibile ma reale.

La strada è denso di simbolismiLa strada - Lost in Cinema

I rapporti tra i due uomini però non migliorano, anzi, dopo un litigio funesto, Zampanò finisce per uccidere Il Matto accidentalmente e, conscio e atterrito dal suo gesto, si sbarazza del suo tenero corpo inscenando un incidente automobilistico. La pellicola cambierà colori, le atmosfere disincantate saranno solo un tenue ricordo. Gelsomina, che avrà la sfortuna di assistere all’omicidio, entra in un vortice di follie e di timori dai quali non saprà più riemergere. I suoi giorni saranno un susseguirsi di pianti e lamenti, rivivrà quelle stesse scene nella sua mente, cosa che porta poi Zampanò a non riuscire più a sopportare i suoi disturbi, ad abbandonarla per strada, conducendola ad una vita di solitudine e ad un ancor più triste destino.

Zampanò, dopo anni di separazione da Gelsomina, incrocerà una signora intenta a fischiettare un motivetto tanto a lui noto: la musica che lei suonava con la sua tromba, suonata dal Matto durante il loro incontro della quale rimase per sempre invaghita. La casualità attrarrà l’attenzione di Zampanò che con curiosità chiede alla signora notizie di Gelsomina. Lui, così di stucco, apprenderà con dolore che la ragazza che suonava continuamente quelle note era morta molti anni prima. Si era lasciata morire di fame e di sete, non aveva interazioni con gli altri, non parlava, suonava solo la sua tromba.  La pellicola termina tragicamente con la figura di Zampanò, sopraffatto dal dolore e dal rimorso, che crolla al buio delle stelle e al suono delle onde del mare.

La strada trattiene dentro sé lo spessore del clown e l’inconsistenza del saltimbancoLa strada - Lost in Cinema

Federico Fellini è sempre stato affascinato dal mondo circense, come anche Tullio Pinelli, co-sceneggiatore de La strada assieme al regista romagnolo. Entrambi si sono incrociati nella medesima storia, con lo stesso bisogno di narrare dei vagabondi, di certi giullari che si esibivano in spettacoli in piazza e che viaggiano con difficoltà tra un paese e l’altro. Il Pinelli racconta che vide proprio i due personaggi della pellicola, quelli che sarebbero poi diventati Zampanò e Gelsomina, su una strada che portava a Torino, intenti a tirare un carretto di tela con una sirena raffigurata sopra di essa. Fellini ascoltando quella storia la trovò perfettamente conforme e congeniale ai suoi intenti. Da quell’incontro di menti altissime vennero poste le basi di un film che sarebbe rimasto nella storia del cinema per sempre.

Fellini contemporaneamente stava girando I vitelloni, quindi la stesura del soggetto venne in un primo momento lasciata nelle mani del Pinelli, che aveva già una grande esperienza teatrale alle spalle: lui scriveva per il teatro, era abituato soprattutto a storie dal sapore tragico, cosa che Fellini temeva. I toni drammatici non li sentiva vicini alle sue corde, tant’è che Ennio Flaiano, collaboratore del film, gli scrisse di disinteressarsi alla sua realizzazione soprattutto per il timore di sfociare nei sentimentalismi e nelle eccessive falsità narrative. Ma ciò non accadde, anzi il dramma, con l’inserimento della morte del Matto, era davvero un evento cruciale se non determinante:  la morte cinematografica di due personaggi, Gelsomina e il Matto, era inevitabile sia per i fini narrativi che realistici.

Giulietta Masina è stata una delle poche donne in Italia ad incarnare la slapstick comedyLa strada - Lost in Cinema

Tutti i personaggi rappresentano l’archetipo di una tipologia ben precisa di essere umano, un po’ strabordante e dalla carica simbolica. Gelsomina è l’innocenza, il candore, il Matto è la rivelazione, è la comicità e per assurdo colui che rivela La strada che Gelsomina dovrà percorrere. E quando si ritroveranno nella stessa compagnia circense ad esibirsi, il Matto come funambolo e Zampanò nel suo solito numero bestiale, convergeranno due tipologie di teatro: il teatro comico e il teatro misero.

Il primo nasce dall’intrepido vincolo di intrattenimento e stupore, mentre il secondo è la trivialità di uno spettacolo non riuscito, escogitato sempre nel medesimo modo e concluso in modo umiliante e disatteso; come nel caso in questione in cui quel nerboruto di Zampanò, porta avanti un numero sempre uguale e immutabile che il pubblico, in un frangente, non apprezzerà nemmeno, poiché distratto dalle prese in giro del Matto.

 

«Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro. Tu non ci crederai, ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso li, per esempio.»
«Quale?»
«Questo. Uno qualunque. Be’, anche questo serve a qualcosa: anche questo sassetto.»
«E a cosa serve?»
«Serve… Ma che ne so io? Se lo sapessi, sai chi sarei?»
«Chi?»
«Il Padreterno, che sa tutto: quando nasci, quando muori. E chi può saperlo? No, non so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se questo è inutile, allora è inutile tutto: anche le stelle. E anche tu, anche tu servi a qualcosa, con la tu’ testa di carciofo.»

Gelsomina è una vertigine senza abisso

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Fellini ha ispirato tanti artisti, registi, cantautori, quali ad esempio Bob Dylan che ha ricreato le atmosfere de La strada per il suo capolavoro Mr Tambourine man e tra i tanti è necessario citare anche La ragazza sul ponte di Patrice Leconte, La ballata dell’odio e dell’amore di Alex de la Iglesia, e, perché no, anche The Elephant Man e Santa Sangre.

Giulietta Masina, vertigine senza abisso, è stata una delle poche donne in Italia ad incarnare la slapstick comedy, che trovava le sue radici in geni assoluti quali Buster KeatonStan LaurelOliver Hardy, Charlie Chaplin e l’indimenticabile Grock, che a suo modo fu il precursore di questo sottogenere.

La strada è denso di simbolismi che dipingono ed evocano, Fellini lascia che essi si incuneino per sublimare la narrazione in atti sincopati ma fluidi allo stesso tempo, un vezzo dai dolci toni espressivi, che trovano terreno fertile nel cielo stellato o nel mare in tempesta. Gli stessi personaggi possono essere visti come simboli di elementi naturali: Zampanò è la terra, Gelsomina è l’acqua, mentre il Matto è l’aria.

Il Matto è il perno della pellicola, il nesso in cui Gelsomina trova conforto, trova un motivo musicale che accompagni le sue giornate, trova il suo talento da trombettista, trova un percorso da intraprendere con decisione nonostante il rapporto di odio-amore con Zampanò, e le stelle che nel film assumono un carattere dantesco vengono citate e inserite nel finale come un’epifania esistenziale, lo svelamento di una verità interiore, quella che Zampanò con il suo carattere egoriferito e burbero ha cessato di ascoltare, sacrificando Gelsomina per la sua sopravvivenza.

Fellini tratteggia magistralmente una storia d’amore

La strada - Lost in Cinema

L’alter-ego del Matto non altri è che un rozzo bisonte che spacca con la forza del suo corpo una cinta di ferro, che misura la sua strabiliante forza agli occhi increduli dello spettatore di paese. Un personaggio che nonostante tutto ha una sua umanità, seppure labile e al limite dallo scomparire, che ritroverà nello sconforto e nel silenzio assoluto. La colonna sonora è stata scritta da un icona assoluta della musica di tutti i tempi, l’olimpo, un tempio inarrivabile al pari di Mozart, Bach, è solo lui: Nino Rota. Lui ha saputo impreziosire, senza adombrare, con le sue note una pellicola che aveva nello scheletro una reale catarsi, profonda, scenica, espressiva.

Fellini tratteggia magistralmente una storia d’amore, una storia che non segue linee convenzionali, essa viene rivelata solo alla fine, una favola cupa e tetra, tetra perché fragile. Tutte le vite servono a qualcosa. Gelsomina è il veicolo spirituale della pellicola, ha una sua funzione sia in vita che in morte: servirà a dare una speranza anche ad un uomo avulso da qualsiasi emotività, speranza che egli possa cambiare e scoprirsi umano, spirituale, vitale. La casualità di cui la pellicola è costellata sta tutta nelle circostanze, nelle azioni, ma sarà tutto un susseguirsi di destino e volontà, evocazioni e visioni, con cui Fellini gioca, si misura con folgorante genialità, poiché egli sapeva che per quanto la strada sia opera dell’uomo, il mondo in verità non lo è affatto. Un colpo di dadi non abolirà mai il caso.

La strada: curiosità sul film

La strada è fra i film preferiti di Papa Francesco.

Nella celeberrima scena della coda al cinema in Io e Annie, il saccente letterato con cui battibecca il personaggio di Woody Allen menziona anche La strada.

La scena della processione de La strada è ripresa in maniera estremamente somigliante ne Il padrino – Parte II di Francis Ford Coppola.

Anthony Quinn stava lavorando a un film con Giulietta Masina quando lei lo presentò a suo marito, Federico Fellini. Fellini fu immediatamente convinto che l’attore sarebbe stato il perfetto Zampanò nel suo nuovo film, che poi sarebbe diventato La strada, e lo implorò di accettare il ruolo. L’attore, che non aveva idea di chi fosse Fellini, inizialmente rifiutò, nonostante Fellini fosse insistente, assillandolo per giorni sul progetto. Poco tempo dopo, Anthony Quinn trascorse una serata con Ingrid Bergman e suo marito, il regista Roberto Rossellini. Dopo la cena, i tre videro la commedia drammatica di Fellini, I vitelloni, e fu allora che Quinn realizzò con stupore che il folle cineasta italiano che lo perseguitava da giorni era un genio.

Overall
10/10

Verdetto

La strada è un capolavoro disarmante. La storia raggiunge vette mai calpestate, le musiche e i simboli sono veicoli spirituali che circondano la pellicola rendendola un’allineamento di pianeti, una sospensione dello spazio-tempo, piena di innocenza, di brutalità e di sapori ineguagliabili.

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Prime Video

Sound of Metal: recensione del film di Darius Marder con Riz Ahmed

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Sound of Metal

Fra i tanti progetti di questa annata cinematografica penalizzati dalla prolungata chiusura delle sale italiane, c’è sicuramente Sound of Metal, toccante e intensa opera di Darius Marder disponibile nel catalogo di Amazon Prime Video. Un lavoro che si focalizza sulla sordità, disagio di cui si parla poco e si conosce ancora meno che affligge il protagonista, incarnato da un formidabile Riz Ahmed. In maniera analoga a quanto fatto da Florian Zeller con l’Alzheimer in The Father – Nulla è come sembra, Marder mette la regia al servizio della malattia su cui il racconto è incentrato, permettendo allo spettatore di comprendere le problematiche e le limitazioni con cui gli affetti da sordità sono costretti a convivere.

Sound of Metal: quando la tristezza non fa rumore

Ruben (Riz Ahmed) è il batterista di un duo metal, che ha per frontwoman la sua ragazza Lou (Olivia Cooke). Improvvisamente, Ruben comincia a sentire insopportabili ronzii, per poi ritrovarsi quasi interamente sordo. Quasi l’80% della sua capacità uditiva è compromessa e solo un costoso intervento chirurgico può alleviare i suoi problemi. Su invito di Lou, Ruben si trasferisce in una comunità di tossicodipendenti sordi gestita da Joe (Paul Raci), per imparare a convivere con la sua condizione.

Su un soggetto di Derek Cianfrance, Darius Marder mette in scena un’opera densa e struggente, che riesce nel non facile intento di fare percepire allo spettatore la sensazione di disorientamento e alienazione del protagonista, costretto a fare a meno del senso più importante per esprimere le sue doti musicali. Il ruolo del batterista, che con Whiplash Damien Chazelle aveva trasformato in una delle sue splendide declinazioni dell’ossessione, diventa in Sound of Metal il simbolo di una passione, l’ancora di salvezza della vita di Ruben dopo un burrascoso passato (sempre fuori campo, ma costantemente presente nel racconto) fatto di sofferenza e tossicodipendenza.

Ma come si può andare avanti quando ci viene strappata anche l’ultima speranza di redenzione, l’unica possibilità per un’esistenza appagante? La risposta è tutta nello sguardo tramortito e spaesato di Riz Ahmed e in un sublime sonoro diegetico, che si trasforma in punto di vista – o meglio, di suono – del protagonista, costantemente in bilico fra speranze e delusioni, fra ostinazione e accettazione. Suono di metallo che Ruben vorrebbe creare, ma che si trova invece costretto a udire, al posto delle parole di chi gli sta accanto.

Un ottimo Riz Ahmed

Sound of Metal

Nel ritratto intimo di un handicap fisico e psicologico scarsamente rappresentato sul grande schermo Sound of Metal trova i suoi momenti migliori, fondendo le venature melodrammatiche del cinema di Cianfrance con la reale esperienza della comunità sorda, in un’efficace miscela di forma e contenuto. Estremamente efficaci in questo senso le prove attoriali, fortificate anche dall’esperienza personale degli interpreti: Riz Ahmed ha infatti studiato per diversi mesi il linguaggio dei segni per rendere la sua performance più credibile, mentre Paul Raci ha sfruttato la sua reale esperienza di attivista nella comunità sorda (scaturita dalla sordità dei genitori), che l’ha portato anche a prendere parte agli Hands of Doom, una tribute band dei Black Sabbath che si esibisce nella lingua dei segni americana.

A convincere meno sono invece le divagazioni sulla tossicodipendenza e sulle dinamiche familiari: anomalie retoriche in un’opera che riesce invece a fare parlare i silenzi e i corpi. Sei nomination agli Oscar 2021, incluse quelle per il miglior film e per lo strepitoso Riz Ahmed. Due invece le statuette conquistate: quelle per il miglior montaggio e il miglior sonoro.

Overall
7.5/10

Verdetto

Darius Marder mette in scena un’opera capace di restituire il disagio e il senso di alienazione di chi è costretto a convivere con la sordità, sfruttando la memorabile performance del protagonista Riz Ahmed.

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Suspiria: recensione del film di Luca Guadagnino con Dakota Johnson

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Suspiria

A 41 anni di distanza dall’omonimo capolavoro di Dario Argento, Luca Guadagnino firma nel 2018 un discusso remake di Suspiria, presentato in concorso a Venezia 75. Un’opera scandita in sei atti e un epilogo, all’interno dei quali il regista italiano lascia scivolare in secondo piano la componente horror dell’opera originale, scegliendo invece di focalizzarsi sull’impostazione mentale del racconto. Il lavoro di Guadagnino si configura così come una sorta di thriller psicologico, esaltato dalla caratteristica fotografia estetizzante del regista italiano, scenografie estremamente curate e dialoghi che scandiscono il ritmo del racconto, donandogli enfasi.

Suspiria: da Dario Argento a Luca Guadagnino

Ci troviamo nella Berlino del 1977, dove la ballerina americana Susie Bannion (Dakota Johnson) si trasferisce per prendere parte alla prestigiosa accademia di danza Markos Tanz Company, gestita dalla coreografa Madame Blanc (Tilda Swinton, che in Suspiria si cimenta addirittura in tre ruoli). Giunta sul posto, Susie percepisce fin da subito un’atmosfera oscura e demoniaca, ulteriormente appesantita dalla credenza secondo cui la scuola cela in realtà una congrega di streghe, guidata dalla fantomatica Helena Markos, personificazione di Mater Suspiriorum, una delle temibili Tre Madri. Con il passare del tempo all’interno della scuola, Susie scopre la realtà sulla scuola, che intreccia l’occulto con gli orrori del nazismo.

Mentre Dario Argento poneva l’accento sulla stregoneria, sull’occulto e sulla tensione horror, nel suo Suspiria Guadagnino cerca una strada che dall’occulto si piega verso una riflessione sulla maternità e sull’arte, dando maggior spazio alla danza e alla trasformazione, per mezzo di essa, della protagonista, che acquisisce sempre più autorevolezza. Quando Susie arriva a Berlino, e non nella Friburgo dell’opera originale, il regista ci lascia immergere in una realtà profondamente sconvolta e disturbata: gli spazi sono opachi, grigi, il mondo che circonda Susie è spettrale, la scuola di danza di Madame Blanc si trova proprio di fianco al Muro.

L’importanza della danza

Suspiria

Ciò che Guadagnino evoca è un disagio mentale, estetico. Il regista fabbrica un’accademia decadente, in cui aleggiano creature misteriose, insieme a una forza del male livida, che si ridesta e sottrae lentamente la vita delle ragazze. L’energia emessa dalle madri si percepisce e si annida nella danza, mezzo espressivo attraverso il quale il regista tocca un apogeo visivo e stilistico considerevole. Nella danza si coglie la vita e la morte, l’arte e la memoria, il malessere e la meditazione. Un’intuizione intrigante, che Guadagnino riesce a veicolare grazie a coreografie originali e muscolari, sostenute da giochi visivi inquietanti ed efficaci, come riflessi, specchi, scenografie suggestive e architetture superbe, ricorrendo inoltre a una forte fisicità, che è in parte rituale, in parte esibizione. Ciò che sicuramente manca nell’opera di Guadagnino è però l’estetica satura, il sadismo ossessivo e l’espressività cromatica e simbolica che contraddistinguevano Suspiria di Dario Argento.

Suspiria: molto più di un semplice rifacimento

Suspiria

Il regista non guarda solo agli spargimenti di sangue, che pur sono presenti, soprattutto nei battiti finali, ma polarizza la trama su briciole che nell’originale erano laterali, seguendo sottotesti che confluiscono nella femminilità, nella psicanalisi, nel dramma del Terzo Reich, nel terrorismo. Guadagnino parla di nazioni divise, di comunità e della transizione tra generazioni nella realtà tedesca del dopoguerra, mettendo in scena un’opera complessa, affascinante, la cui riuscita è buona parte merito di una sublime Tilda Swinton, capace di donare sfumature di ambiguità e complessità a ogni personaggio che interpreta. Guadagnino dirige Suspiria realizzando un omaggio ambizioso, avvalendosi del suo sguardo intellettuale e trascurando i brividi horror dell’originale favola nera. Il risultato è qualcosa che va al di là di un semplice rifacimento: una reincarnazione splendida e radicale del suo predecessore, che diventa qualcosa di impressionistico, qualcosa di diverso.

Overall
7/10

Verdetto

Suspiria è un’opera complessa, un rifacimento radicale e psicologico, un omaggio ambizioso in cui Guadagnino si avvale del suo sguardo intellettuale e suggestivo.

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Io, lui, lei e l’asino: recensione del film di Caroline Vignal

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Io, lui, lei e l’asino

Fra le tante opere cinematografiche che stanno finalmente arrivando nelle nostre sale, merita sicuramente attenzione Io, lui, lei e l’asino, secondo lavoro di Caroline Vignal. Un titolo decisamente più bizzarro dell’originale Antoinette dans les Cévennes, che però coglie in pieno l’essenza del progetto, che si presenta come un classico triangolo amoroso, per poi spaziare fra diversi temi e registri. Protagonista assoluta di Io, lui, lei e l’asino è la sorprendente Laure Calamy (già vista nella serie Chiami il mio agente!), che regge spesso la scena da sola, con l’unico conforto di un testardo ma fedele asino, sua silenziosa spalla comica.

Io, lui, lei e l’asino: una commedia romantica e bucolica, dal retrogusto western

Io, lui, lei e l’asino

Antoinette (Laure Calamy) è un’insegnante parigina, che vive una relazione clandestina con il padre di una sua alunna. Al termine dell’anno scolastico, l’uomo annulla la settimana romantica già organizzata con Antoinette, in quanto la moglie ha prenotato nello stesso periodo nelle Cévennes con un asino, ispirandosi al celebre libro di Robert Louis Stevenson. In un impeto di ripicca, Antoinette prenota il medesimo viaggio. All’arrivo, incontra il suo compagno in questa avventura, l’asino Patrick, grazie a cui comincia a familiarizzare con i luoghi e con lo stile di vita del posto.

A 20 anni dal suo esordio alla regia Les autres filles, Caroline Vignal mette in scena un’opera seconda fresca nei contenuti e nelle atmosfere, che intreccia il cinema di Éric Rohmer (in un ruolo importante troviamo Marie Rivière, protagonista de Il raggio verde) con la classica commedia romantica, toccando addirittura anche qualche sfumatura western, esplicitata dal brano My Rifle, My Pony and Me, parte della colonna sonora di Un dollaro d’onore. Come accennavamo in apertura, l’asse portante di Io, lui, lei e l’asino è la prova di Laure Calamy, che si conferma una delle migliori attrici francesi in circolazione, esaltando con la sua irresistibile verve comica i suoi dialoghi con un asino e trasmettendo con la gestualità e l’espressività il disagio con cui l’abitante di una metropoli si approccia alla vita rurale.

Indipendenza e autodeterminazione

Fra ostelli, ripide montagne e territori non sempre ospitali, Antoinette compie un vero percorso di formazione sociale e sentimentale, riscoprendo la bellezza dei grandi spazi incontaminati (valorizzati dalle abbaglianti inquadrature della regista e del direttore della fotografia Simon Beaufils) e riappropriandosi, non senza qualche delusione, della sua dignità affettiva. Anche se la sceneggiatura fatica a fare emergere pienamente i tanti temi affrontati, è difficile non rimanere spiazzati e allo stesso tempo affascinati da questo bizzarro esempio di autodeterminazione, che continua imperterrita a sfidare i suoi limiti fisici ed emotivi in una battaglia persa in partenza contro la vita sentimentale di un uomo sposato.

Nella solitudine, Antoinette trova la forza per uscire dal ruolo a cui si è troppo spesso legata, quello dell’amante, e per abbracciare un’affettività scevra da qualsiasi condizionamento sociale. Mentre tutto la invita a fermarsi, la protagonista continua a muoversi, a sbagliare e a cadere, risollevandosi però sempre, grazie anche alla sua sgraziata autoironia. E come spesso avviene, nel viaggio fisico e interiore si possono incontrare persone e luoghi capaci di aprirci la mente e di spronarci a migliorare. In quel finale sfumato e carico di speranza, c’è tutto il senso di un’opera che, anche quando gira a vuoto, trasuda indipendenza ed evasione, nobilitando la grande tradizione della commedia francese.

Io, lui, lei e l’asino è disponibile dal 10 giugno con distribuzione ibrida: in sala grazie a Kitchen Film e in streaming su CineKit.

Io, lui, lei e l’asino

Overall
7/10

Verdetto

In perfetto equilibrio fra grottesca commedia sentimentale e omaggio al cinema di Rohmer, Io, lui, lei e l’asino riesce a dare vita a un appassionante inno all’indipendenza e all’autodeterminazione, che convince anche quando la sceneggiatura gira leggermente a vuoto.

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