La vita davanti a sé: recensione del film con Sophia Loren

La vita davanti a sé: recensione del film con Sophia Loren

Sophia Loren torna sullo schermo con La vita davanti a sé (adattamento dell’omonimo romanzo di Romain Gary, già al cinema nel 1977 in un adattamento con Simone Signoret) diretto da Edoardo Ponti, in esclusiva su Netflix dal 13 novembre. 

Madame Rosa (Sophia Loren) è un’anziana sopravvissuta all’Olocausto, ed ex prostituta, con una vocazione particolare: ospitare i figli delle prostitute locali nel suo appartamento. Lei stessa si preoccupa della loro educazione, della condotta e del senso di appartenenza. La migliore amica di Madame Rosa è Lola, una prostituta, interpretata dalla meravigliosa attrice trans Abril Zamora, ex campionessa di boxe. Nel suo appartamento arriva Momò, abbreviazione di Mohamed, interpretato da Ibrahima Gueye, un ragazzino musulmano e originario del Senegal, che vive di spaccio e furtarelli. È l’inizio di una convivenza travagliata e di un rapporto profondo e inaspettato. 

Una storia di tolleranza, gentilezza, fiducia. Sophia Loren è un’attrice inscalfibile, possiede una grazia marziale, un volto fiero, che qui trova spazio e senso per donarci un’interpretazione sensibile e spontanea, dando forma alla vita di una donna che ne ha passate tante. Quel che colpisce, osservando La vita davanti a sé, è che c’è sempre qualcosa che si interfaccia, che si contrappone tra i personaggi, un filtro, un colore, un’immagine, un limite che nessuno vuole tracciare.

La vita davanti a sé: il film con Sophia Loren

La vita davanti a sé

Anche il romanzo di Gary, definito cantore di una Francia multietnica e inventore di un gergo da banlieu e da emigrazione, lascia i suoi personaggi vivere in sottili e indelebili compartimenti stagni, vicini ma divisi da qualcosa, da una storia, da un incubo, da un sogno. Questa vita, che ognuno dei personaggi ha davanti a sé, è una vita occupata, una vita che cinge in una morsa stretta e rapace, una vita dal sapore dei bordelli di periferia, una vita dal colore rancido come un trucco a buon mercato steso sul corpo di Madame Rosa, una vita che sorride beata perché non sente niente. 

Il rapporto che lega Momò e Madame Rosa è genuinamente intergenerazionale e interrazziale, come non se ne vedono spesso al cinema, ed è un rapporto che non è zavorrato da una funzione, ma da una relazione che ha nella sua trama la tensione a smantellare l’idea canonica sull’insegnamento: Madame Rosa è una Maestra più che una madre adottiva, anche se non ha una funzione definita né un ruolo riconosciuto.

La loro è una relazione tra una donna spezzata, condannata a raccattare i cocci della sua vita, e un ragazzino con una vita davanti che si sposta in continuazione, con un’identità smarginata, ancora non a fuoco, e che ha perso fiducia verso il prossimo. Cosa può passare, insegnare questa donna, questa madame a pezzi, a Momò se non la sua stessa persona? Se non la sua stessa cocciutaggine, la sua stessa lealtà, il suo stesso fallimento, la sua stessa mancanza e attitudine alla relazione.

Nulla esiste se non in relazione

La vita davanti a sé

Porzia, nel Mercante di Venezia, asserisce che nulla esiste se non in relazione. Anche qui, al di fuori della relazione non c’è niente, non c’è una funzione che lega Madame Rosa a quei bambini, non c’è un patto di sangue che la lega al signor Hamil, il venditore ambulante di tappeti, o al medico, che è l’unico con cui esiste una certa struttura e che adempie una funzione, eppure il loro è rapporto è, allo stesso modo, strettamente relazionale. Madame Rosa si fida di lui perché è un uomo onesto, un uomo semplice e generoso, non perché sia un medico onesto, semplice o generoso. 

Madame Rosa è una Maestra più che una madre adottiva

La vita davanti a sé si compie nella paura, nella paura che ritornino i nazisti, e che porta Madame Rosa a nascondersi nel suo cantuccio, una paura che Momò non comprende, ma che per lei è una paura più grande della paura stessa, perché “non c’è bisogno di motivi per aver paura”. Eppure La vita davanti a sé risente di una senescenza narrativa, si percepisce che c’è qualcosa che stona con la nostra contemporaneità e c’è una distanza particolarmente evidente tra quello che il romanzo ha costruito, nel suo spazio temporale e nel suo spazio visivo, e quello che questo adattamento cerca di decostruire.

La vita davanti a sé forniva una postura, una chiave di lettura della fame d’amore che diventa ineluttabile, a cui si aggiungevano tematiche importanti quali l’eutanasia, la povertà, la malattia, la solitudine e la vecchiaia. I personaggi, che compongono e occupano le scene del film, sono dei miserabili – il romanzo di Victor Hugo viene anche citato nel film – e vivono la loro infelicità con grazia, con dignità, senza alcuna retorica o autocommiserazione, eppure quel che li blocca è la consapevolezza che questo adattamento, in cui sono inabissati, sia del tutto fuori dal nostro tempo e fuori dalla nostra società. 

Valutazione
6.5/10

Verdetto

La vita davanti a sé è un racconto sulla povertà, la malattia, la solitudine e la vecchiaia, eppure si percepisce che c’è qualcosa che stona con la nostra contemporaneità. C’è una distanza particolarmente evidente tra quello che il romanzo ha costruito, nel suo spazio temporale e nel suo spazio visivo, e quello che questo adattamento cerca di decostruire.

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.