La vita è meravigliosa La vita è meravigliosa

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La vita è meravigliosa: recensione del film di Frank Capra

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Nessun essere umano è un fallimento. Questo il tema portante de La vita è meravigliosa, capolavoro di Frank Capra nonché uno fra i film natalizi che più strenuamente resiste alla prova del tempo, continuando senza sosta, dal 1946 a oggi, ad attrarre nuove generazioni di spettatori. Difficile accettare che questa pietra miliare della settima arte, struggente apologia dell’altruismo e delle seconde possibilità, sia stata essa stessa un fallimento dal punto di vista commerciale, contribuendo, con una perdita complessiva di oltre mezzo milione di dollari dell’epoca, al prematuro scioglimento della Liberty Films, casa di produzione fondata dallo stesso Capra. Un fallimento i cui strascichi hanno addirittura condotto il regista, appena 50enne, verso il crepuscolo artistico, nonostante la realizzazione di opere leggendarie come Accadde una notte, È arrivata la felicitàOrizzonte perduto e Mr. Smith va a Washington, che condividono con La vita è meravigliosa l’approccio fieramente ottimista e umanistico.

Come spesso accade, il tempo ha però dato ragione a Capra e a La vita è meravigliosa, che lui stesso considerava la sua opera migliore. A decretare il valore di questo lavoro non furono tanto i riconoscimenti (cinque nomination all’Oscar, tutte perse anche a causa del successo del dominatore dell’annata I migliori anni della nostra vita) o la valutazione e la rivalutazione della critica (Roger Ebert nel 1999 lo considerò uno dei film che migliorano col passare del tempo, al pari di Casablanca e Il terzo uomo), quanto piuttosto un’inadeguata gestione del copyright da parte dei detentori dei diritti, che per molti anni rese La vita è meravigliosa un’opera di pubblico dominio, portandola a svariati trionfali passaggi televisivi. La definitiva affermazione di un racconto entrato nell’immaginario collettivo e capace ancora oggi di ispirare nuove generazioni di registi, che spesso attingono a piene mani dalle soluzioni narrative di Capra.

La vita è meravigliosa: l’inno di Frank Capra alla solidarietà e alla generosità

La vita è meravigliosa è basato sul racconto The Greatest Gift di Philip Van Doren Stern, distribuito inizialmente dall’autore in forma privata, sotto forma di cartolina natalizia da donare a parenti e amici. Dopo la registrazione dei diritti nel 1945, il racconto arrivò nelle mani di Cary Grant, che lo propose a RKO Pictures per un film, coinvolgendo anche Gary Cooper. Il progetto faticava però ad assumere una forma soddisfacente, così RKO lo cedette alla Liberty Films di Capra, appena rientrato dal suo servizio nella seconda guerra mondiale. Quest’ultimo coinvolse poi nel progetto James Stewart, anch’esso di ritorno dal fronte, e riuscì a racimolare un sontuoso budget di oltre 3 milioni di dollari, che gli consentì di ricreare la fittizia cittadina di Bedford Falls in uno dei set più grandi mai utilizzati all’epoca, nonché di beneficiare di prodigiosi effetti speciali, fra cui una neve chimica estremamente realistica.

Anche se La vita è meravigliosa discende formalmente da The Greatest Gift, ci sono pochi dubbi sulla vera fonte di ispirazione primaria di questo classico, cioè Canto di Natale di Charles Dickens. Frank Capra ribalta la trama del celeberrimo racconto breve, e trasforma l’avido banchiere Ebenezer Scrooge nell’altrettanto cinico Henry F. Potter (interpretato da Lionel Barrymore), affarista che con disonestà e disprezzo dei più deboli cerca di mettere le mani sull’intera cittadina di Bedford Falls, compresa la piccola cooperativa di risparmio portata avanti con onestà e magnanimità da George Bailey (James Stewart). Mentre Canto di Natale puntava sulle proiezioni del passato, del presente e del futuro e sui famosi tre spiriti per scuotere lo spregevole Scrooge, Capra prende un uomo buono e altruista e lo porta sull’orlo del baratro a causa della disattenzione dello zio Billy, che consegna involontariamente 8000 dollari al nemico di George, spingendo l’azienda verso il fallimento.

Una favola dickensiana

A un passo dal suicidio, George incontra il suo angelo custode Clarence Oddbody (Henry Travers), definito di seconda classe perché non ha ancora le ali. Clarence può guadagnare questo onore compiendo una buona azione, che consiste proprio nel salvare la vita dello sventurato Bailey. Gettandosi dallo stesso ponte dal quale il protagonista vuole porre fine alle sue sofferenze, Clarence stimola la generosità di George, che si butta in acqua, salvando di fatto entrambi. Per fare comprendere all’uomo la sua importanza per la cittadina di Bedford Falls e per tutte le persone che gli stanno accanto, Clarence opta per uno stratagemma che semplifica la già citata soluzione narrativa di Canto di Natale, mostrando a Bailey una sola realtà alternativa, quella in cui lui non è mai esistito.

George scopre quindi che in sua assenza Bedford Falls si è trasformata in Pottersville, una vera e propria città del vizio, replicata oltre 40 anni più tardi da Robert Zemeckis in Ritorno al futuro – Parte II,con la Hill Valley dominata da Biff Tannen. La spregiudicatezza di Potter e il suo dominio incontrastato sull’economia locale hanno portato a un apparente sfarzo, sotto il quale si nascondono miseria e solitudine. Il farmacista che nella realtà George ha salvato con la sua prontezza adesso è un rifiuto della società, l’amore della sua vita Mary (Donna Reed) è una triste single, lo zio e la mamma vivono un’esistenza infelice, e il suo adorato fratellino Harry non è mai stato salvato dall’annegamento. 

In città il malaffare è diffuso ovunque, e non c’è traccia di quello spirito di comunità che George ha alimentato, concedendo mutui e prestiti anche a soggetti che davano scarse garanzie, dando fiducia alle persone e non ai rigidi dettami della finanza.

La vita è meravigliosa: 30 anni di storia americana

La vita è meravigliosa

In un effetto farfalla applicato alla sua piccola comunità, George si rende conto di ciò che lo spettatore afferra fin dai primi minuti de La vita è meravigliosa, cioè che per i propri cari è una persona inestimabile e che la sua esistenza, pur in una grave difficoltà, è certamente degna di essere vissuta. Ma lo struggente atto conclusivo non avrebbe la stessa intensità emotiva senza il fine lavoro che Capra mette in scena in precedenza. Dopo il cineasta italo-americano (nato a Bisacquino, in provincia di Palermo), pochissimi hanno saputo replicare il suo stile apparentemente anonimo, ma in realtà fortemente radicato nei suoi caratteri ricorrenti dell’uomo comune che lotta per il bene collettivo e in temi come la disuguaglianza sociale e il dramma individuale, affrontati con un tono costantemente sospeso fra commedia e favola. Poetica che emerge con forza e naturalezza ne La vita è meravigliosa.

Attraverso un magistrale utilizzo dei tempi, Capra ci racconta una parabola universale e sorprendentemente attuale, che sotto una cornice zuccherosa affronta temi complessi e delicati. In un arco temporale di 30 anni, La vita è meravigliosa si districa fra due dei traumi più importanti per l’America dell’epoca, cioè l’inizio della Grande depressione (che mette per la prima volta in grave pericolo l’attività di George) e il conflitto bellico, che per il protagonista è sia motivo di orgoglio, per le imprese in guerra di Harry, sia un’opportunità mancata, a causa del suo congedo per la parziale sordità, provocata proprio dal suo salvataggio del fratello minore dall’acqua gelata. Ma soprattutto la provincia americana diventa per Capra teatro dello scontro fra il capitalismo più sprezzante e sfrenato e un socialismo utopico, incarnati rispettivamente dalla smodata volontà di arricchimento di Potter e dall’ode alla collaborazione e alla fratellanza di Bailey.

La vita è meravigliosa: individualismo contro collettività

 

Il contrasto fra individualismo e collettività è evidente soprattutto nell’esistenza quasi paradossale di George, che fin dalla tenera età sogna una vita avventurosa e ricca di viaggi, ma finisce invece per rimanere ancorato a Bedford Falls, come se fosse la stessa piccola cittadina a trattenerlo, per salvaguardare il benessere comune. Prima la morte del padre, che lo forza ad assumere la guida dell’azienda, a rinunciare al suo percorso di studi e a incrociare la strada di Potter, poi il crollo della borsa del 1929, che lo costringe addirittura ad annullare la luna di miele e a utilizzare i fondi delle nozze per tenere in piedi l’azienda, e infine il provvidenziale arrivo di Clarence, che gli impedisce di lasciare Bedford Falls nel modo più triste e tragico possibile.

Quella che a prima vista potrebbe sembrare un’esistenza fatta di rinunce e compromessi, diventa per George la dimensione ideale in cui esprimersi. Lo vediamo trovare l’amore di Mary, esaltato dall’indimenticabile scena del laccio alla Luna (ripresa decenni più tardi in Una settimana da Dio), cambiare in meglio la vita dei propri concittadini e costruire attraverso un vero e proprio sistema di imprenditoria etica una piccola oasi di benessere e serenità. In un mondo ideale, il rapporto di reciproca fiducia fra finanziati e finanziatori e il rifiuto della speculazione da parte di George sarebbero la normalità. Ma anche nel mondo in apparenza fatato de La vita è meravigliosa, si avvertono le mani di un sistema marcio e corrotto, in cui il più forte ingloba inesorabilmente il più debole e dove l’individuo viene annullato in nome dell’ossessione collettiva per il profitto.

La monumentale interpretazione di James Stewart

La vita è meravigliosa

A sorprendere ancora oggi è la svolta dark dell’ultimo atto de La vita è meravigliosa, quando Capra cambia bruscamente registro, trasformando la sua favola natalizia in un vero e proprio noir. È in questo frangente che James Stewart dà il proprio meglio, conferendo al suo personaggio sfumature cupe e negative. Nel giro di pochi minuti, la pressione trasforma il padre di famiglia e cittadino modello George in un uomo scorbutico e arrogante, che prende a male parole i suoi familiari e rivolge ingiurie all’insegnante dei figli. Capra e Stewart trasmettono tutto il disagio e la collera di una persona che, nonostante il suo comportamento integerrimo e il suo invidiabile rispetto per gli altri, si trova spalle al muro, realizzando addirittura che, per via del suo disastro finanziario e della polizza assicurativa sulla sua vita, vale più da morto che da vivo. 

Come suo solito, Capra è impeccabile nel passare dalla leggerezza al dramma, e poi di nuovo alla favola. In una vera e propria altalena di emozioni e sentimenti contrastanti, il miracolo di Natale si avvera, e la generosità di George gli viene restituita sotto forma di donazioni dei cittadini di Bedford Falls, ben felici di contribuire a ripianare l’ammanco di 8000 dollari dai conti della cooperativa Bailey. Ciò che segue è un tripudio di speranza e positività, di fronte al quale è difficile, se non impossibile, trattenere le lacrime, anche per gli spettatori dalla scorza più dura. Lo sguardo sorpreso e allo stesso tempo raggiante di James Stewart, accompagnato dalle toccanti note di Auld Lang Syne, è un’immagine scolpita nella storia del cinema, di fronte alla quale qualsiasi considerazione sulla repentinità e sul pedagogismo dell’epilogo viene annichilita.

Il finale de La vita è meravigliosa

La vita è meravigliosa

Il quadretto con cui si conclude La vita è meravigliosa accontenta tutti. Il suono della campanella ci ricorda che l’angelo Clarence si è guadagnato finalmente le agognate ali, Pottersville non esiste più e Bedford Falls si stringe intorno al suo figlio prediletto, che è di nuovo in pace con se stesso, riscaldato dal calore dei suoi affetti. La perfezione dell’insieme rischia però di distrarci da un particolare fondamentale, e non certo casuale. George ha avuto il suo riscatto, ma Potter è rimasto impunito, con 8000 dollari in più a disposizione per portare avanti il suo sogno di conquista della città.

Il finale de La vita è meravigliosa ha quindi una duplice valenza. Ci ricorda che ogni persona è un piccolo tesoro da proteggere, e che anche nei momenti più duri c’è sempre una strada virtuosa da imboccare, basata sulla solidarietà e sul reciproco sostegno. Ma Capra ci ammonisce anche sui rischi di una struttura economica e sociale che acuisce le disuguaglianze e che, anche quando non si mostra apertamente, è pronta ad avvolgere le persone più deboli in un nefasto abbraccio. Una lezione di vita e di cinema, ancora oggi più viva che mai.

Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.

La vita è meravigliosa

Overall
10/10

Verdetto

La vita è meravigliosa è un capolavoro senza tempo, capace di ispirare spettatori di tutte le età con un racconto carico di speranza e buoni sentimenti, da cui si esce ogni volta piacevolmente storditi.

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Kinds of Kindness: recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Kinds of Kindness

Il corpo è centrale nella visione di Yorgos Lanthimos. Lo è sempre in verità, in tutti i suoi film, ma in Kinds of Kindness assume un ruolo ancora più prominente. Kinds of Kindness, scritto e diretto da Lanthimos e interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Jesse Plemons e Hong Chau, è l’ultima opera partorita dalla mente brillante del regista greco, che dopo Povere Creature! è tornato in sala con un film prezioso e repulsivo, straniante e seduttivo, suddiviso in tre narrazioni distinte, interpretate dallo stesso ensemble di attori in ruoli diversi. Le trame di Kinds of Kindness sono indipendenti ma interconnesse e presentano notevoli affinità tra loro.

Kinds of Kindness: l’anatomia del controllo secondo Lanthimos

Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il primo episodio si chiama “La morte di R.M.F.” e ci porta nella vita di Robert Fletcher, interpretato da Jesse Plemons, un uomo sposato e la cui esistenza è rigidamente controllata da Raymond (Willem Dafoe), un magnate che gli impone ogni giorno precise direttive su ogni aspetto della sua vita. Tra bizzarri compiti e rigide abitudini, Robert deve provocare un incidente con la sua macchina. Dopo aver eseguito l’ordine, Raymond gli comunica che l’impatto non è stato abbastanza violento e che quindi deve provocarne uno nuovo. Di fronte all’obiezione di Robert, comprendendo come un ulteriore scontro potrà poi risultare fatale per l’altro conducente, Raymond rimane impassibile.

Alla fine, Robert si rifiuta di obbedire e, come conseguenza, inizia a perdere tutto ciò che ha, incluso l’amore di sua moglie (Hong Chau). Il secondo episodio, “R.M.F. sta volando”, segue la storia di un poliziotto la cui moglie, una biologa di nome Liz (Emma Stone), scompare durante una missione scientifica. Al suo ritorno, lui nota dei cambiamenti sottili ma inquietanti in lei, tanto da sospettare che possa essere un’impostora e che la donna di fronte a lui non sia davvero sua moglie. Il terzo episodio, “R.M.F. mangia un panino”, racconta di due membri di un culto impegnati nella ricerca di un prescelto che dovrebbe avere la capacità di resuscitare i morti.

Kinds of Kindness: la manipolazione è la fede più succulenta

Kinds of Kindness


Come dicevamo in apertura, il corpo è centrale nell’ecosistema visivo del regista greco e questo film non fa eccezione. Tutti e tre gli episodi trattano di potere, coercizione, manipolazione e abuso, ognuno in modo più sottile e differente. Nel primo episodio Robert non ha autonomia, il suo corpo è nelle mani di un dispotico mentore-demiurgo che ne controlla qualsiasi espressione e decisione, dai gesti più semplici, dal sonno alla colazione, alla lettura (per Raymond leggere Anna Karenina è obbligatorio), ai rapporti sessuali.

Non c’è aspetto della vita che non subisca il suo controllo. Anche i regali di Raymond, esibiti nella lussuosa villa di Robert, sono doni che riguardano il corpo e guardano, contrariamente, a una realtà che è senza controllo: tra i doni fatti a Robert nel corso degli anni ci sono oggetti come la racchetta rotta e deformata di John McEnroe e il casco da corsa bruciato e insanguinato di Ayrton Senna.

Quei regali sembrano un monito, o rappresentano il fascino di Raymond per la distruzione, che come un mentore/divinità ne è succube e ne concepisce la bellezza. Il corpo è l’essenza di quelle opere d’arte, è nella rabbia di McEnroe che distrugge la sua racchetta, è nella vita di Senna che si infrange, e ora quelle opere abitano uno spazio asfittico di osservazione, e riproduzione, e sono inserite in un contesto distopico in cui la manipolazione è la fede più succulenta, manipolazione che è sorella della distruzione.

Cosa saresti disposto a fare per amore?

Kinds of Kindness


Entrambe rientrano nel piano di controllo elaborato da Raymond, che come una divinità detta la sua legge, le sue scritture (o meglio letture) e i suoi idoli. Seguire le istruzioni di Raymond è la norma nel mondo di Robert. Quando si ribella è come se sfidasse una divinità. E sfidare il divino significa rinunciare al conformismo, e il suo mondo di conseguenza crolla e non regge l’urto della sua disobbedienza. Tutte e tre le storie sono incentrate sull’interazione con il divino, sia che si tratti di una presenza costante, di un desiderio o di un miracolo.

La seconda storia ci porta invece nelle pieghe asfittiche di una storia d’amore a dir poco turbolenta. Il protagonista, interpretato da Jesse Plemons, dopo aver appreso della scomparsa della sua compagna Liz, al suo ritorno si convince che lei è solo una sostituta, una persona che le somiglia ma in verità non è lei. Sua moglie è ancora dispersa, sa che tornerà, e intanto cova dentro di sé il desiderio di smascherare l’infingimento, e dimostrare che quella persona non è che chi dice di essere. Quindi sottopone Liz a delle prove insostenibili, e mortifere, come cucinare il dito di una mano, il proprio, e il suo fegato per cena.

Quando si dice: cosa saresti disposto a fare per amore? L’amore può diventare un abuso, e Lanthimos qui ci racconta a quali condizioni può essere declinato e come quel potere è come tutti gli altri, nefasto, tragico, mortale. Anche in questo episodio c’è un demiurgo che detta le regole e qualcuno che quelle regole decide di seguirle, nonostante tutto.

Kinds of Kindness: una discesa agli inferi

 Kinds of Kindness
Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il terzo episodio è molto più simile al primo, anche per ruoli e simmetrie narrative. Siamo immersi in un contesto chiaro fin dal principio: c’è una setta chiusa che vive seguendo le proprie regole, come bere solo le lacrime dei capi del culto, minuziosamente sgorgate dai loro occhi attraverso un rituale combinato, mangiare solo determinati tipi di carne, passare attraverso un rito della sauna che determina la purezza e la contaminazione dell’individuo.

È ancora una volta il corpo a partecipare attivamente alla storia, ad essere protagonista, il corpo come cavia, come condanna, come distruzione e manipolazione, il corpo come oggetto sacrificale, come pezzo marcescente di un sistema vincolante che ti annienta solo per divertimento. Perché Kinds of Kindness è un’opera a cui piace giocare con il proprio potere, annichilire e divertire allo stesso tempo. È una discesa agli inferi, sia tragica che grottesca, e le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie. Lanthimos gioca con le sue pedine esattamente come il mentore di ogni storia, mostrando al pubblico cosa può fargli fare e quali mostri è capace di generare.

Kinds of Kindness è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Kinds of Kindness in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Kinds of Kindness è un’opera che gioca con il proprio potere, una discesa agli inferi dove le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie.

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The Animal Kingdom: recensione del film di Thomas Cailley

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The Animal Kingdom

A 9 anni di distanza da The Fighters – Addestramento di vita, Thomas Cailley torna ad affrontare le suggestioni apocalittiche già sfiorate nella sua opera prima con The Animal Kingdom, notevole successo di pubblico in Francia (più di 8 milioni di euro di incasso) e vincitore di ben 5 premi César. Un’opera coraggiosa e mutevole, che spazia dal racconto di formazione all’avventura fantastica, senza disdegnare sfumature horror e una lucida e puntuale critica sociale.

Ci troviamo in un mondo scosso da un’ondata di mutazioni, capaci di trasformare gli esseri umani in animali. Fra le persone colpite c’è anche la moglie di François (Romain Duris) e madre di Émile (Paul Kircher), che a causa dell’avanzamento della malattia viene assegnata a un centro di cura specializzato. Durante il trasferimento, il furgone che trasporta la donna e altri pazienti ha però un incidente, che permette a tutti loro di fuggire liberi nella foresta. Padre e figlio si mettono così alla ricerca della donna, aiutati dalla sergente Julia (Adèle Exarchopoulos). Nel frattempo però anche Emile comincia a manifestare i sintomi di una mutazione in corso.

The Animal Kingdom: un racconto di formazione e mutazione

Già dall’incipit in medias res, in cui brilla anche uno splendido e dolcissimo esemplare di pastore australiano, The Animal Kingdom mostra un’ambizione rara per un coming of page destinato a un ampio pubblico. In mezzo al caos del traffico irrompe infatti un ibrido fra umano e uccello, che semina timore fra i presenti ma non stupore, dal momento che lo scenario creato da Thomas Cailley e dalla co-sceneggiatrice Pauline Munier è quello di un’umanità che cerca disperatamente di aggrapparsi alla normalità, nonostante la diffusione di una malattia destinata a modificarne per sempre la storia.

Un quadro che ci riporta ai più cupi e dolorosi momenti del Covid, nonostante The Animal Kingdom sia stato pensato e scritto prima della pandemia. Questo potente incipit fornisce al regista il pretesto per un racconto che si muove in molteplici direzioni (forse in troppe), scandagliando le paure e le speranze di una famiglia che cerca di rimanere unita in un mondo al collasso. Proprio come le vittime di questa misteriosa malattia, The Animal Kingdom muta così continuamente davanti ai nostri occhi, proponendo una riflessione tutt’altro che scontata, ma non sempre efficace, sulla diversità e sulla libertà, suggerendo inoltre istanze ecologiste e antispeciste.

Una metafora della crescita e della scoperta

Il cuore del racconto diventa ben presto Émile, costretto a prendere confidenza con un corpo in piena transizione e allo stesso tempo in bilico fra sentimenti contrastanti per la madre e per i suoi coetanei. La sua avventura, scandita dalle suggestive musiche di Andrea Laszlo De Simone, è contemporaneamente metafora della crescita, della scoperta del mondo e persino della disforia di genere (lo vediamo più volte in contrasto con un corpo in cui non si riconosce più). Questi buoni spunti sono però depotenziati da qualche lungaggine di troppo, che portano il minutaggio complessivo a ben 128 minuti, non sempre scorrevoli.

A penalizzare ulteriormente The Animal Kingdom è un ultimo atto decisamente blando, durante il quale il racconto si sgonfia, sia in termini di scrittura sia dal punto di vista della messa in scena. Il bicchiere è mezzo pieno, anche per via di un ottimo lavoro sul trucco e sugli effetti speciali, ma resta comunque la sensazione che con una sceneggiatura più asciutta e una migliore caratterizzazione dei personaggi secondari (soprattutto quello di Adèle Exarchopoulos, ma anche il già citato pastore australiano) ci saremmo trovati di fronte a un piccolo cult, e non solo a un’avventura per tutta la famiglia al di sopra della media per qualità e spessore.

The Animal Kingdom è nelle sale italiane dal 13 giugno, distribuito da I Wonder Pictures.

Dove vedere The Animal Kingdom in streaming

Overall
6/10

Valutazione

The Animal Kingdom mette tanta carne al fuoco, dando vita a un racconto profondo e metaforico, penalizzato però da qualche lungaggine di troppo.

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The Watchers – Loro ti guardano: recensione del film di Ishana Night Shyamalan

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The Watchers - Loro ti guardano

«Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali», dice William Hodding Carter II. Una massima che ben si adatta al regista indiano M. Night Shyamalan e a sua figlia Ishana Night Shyamalan, che debutta alla regia con il thriller dalle sfumature horror The Watchers – Loro ti guardano, basato sull’omonimo romanzo di A. M. Shine. Un esordio nel nome del padre, sempre presente nel racconto sia attraverso le radici evidentemente trasmesse, sia con le ali con cui Ishana Night Shyamalan prova ad alzarsi in volo, con notevole ambizioni ma risultati ancora acerbi.

Al centro del racconto c’è Mina (Dakota Fanning), giovane artista americana che vive in Irlanda, facendo quotidianamente i conti con i dolorosi traumi del suo passato. Per una commissione per il negozio di animali per cui lavora, Mina rimane bloccata in un’imponente e inquietante foresta irlandese. Alla ricerca di un riparo, la donna si imbatte in una casa caratterizzata da un’ampia e suggestiva vetrata, in cui trova altri tre sconosciuti. Da questi apprende la raggelante situazione: ogni notte, delle misteriose e pericolose creature arrivano a osservare le persone all’interno della casa, che a loro volta devono assecondarle per garantirsi la sopravvivenza. In questo paradossale scenario, Mina è costretta a cercare una difficile via d’uscita, insieme ai suoi compagni di sventura.

The Watchers – Loro ti guardano: l’opera prima di Ishana Night Shyamalan, nel nome del padre

Siamo indubbiamente dalle parti di Bussano alla porta, per cui non a caso Ishana Night Shyamalan è stata accanto al padre come regista della seconda unità. La situazione di isolamento, i presagi apocalittici e i continui rovesciamenti del punto di vista rimandano infatti al disturbante universo di M. Night Shyamalan, evocato anche da una foresta oscura e sinistra come quella di The Village. Se a questo aggiungiamo la tendenza al plot twist (per la verità abbastanza blandi), si potrebbe commettere l’errore di ridurre The Watchers – Loro ti guardano a una mera estensione del cinema di M. Night Shyamalan, peraltro coinvolto come produttore.

Ma Ishana Night Shyamalan non vuole e non deve vivere solo della luce riflessa del padre, per cui si concentra sulla sua tormentata protagonista, che in un continuo gioco di specchi e di riflessi si ritrova a mettere insieme i pezzi della propria vita, in un percorso di dolore e perdita che arriva da molto lontano. Una scelta non sempre sostenuta dalla prova di Dakota Fanning, a tratti talmente apatica e insapore da bloccare qualsiasi emozione. Il casting è in effetti uno dei punti deboli dell’intera operazione, dal momento che solo l’ottima Olwen Fouéré (attrice teatrale di fama mondiale, vista recentemente anche in The Northman) riesce a trasmettere le atmosfere sinistre e intriganti continuamente cercate dalla regista.

Fra Lost e la critica sociale

Nel turbine di citazioni e di rimandi che contraddistingue The Watchers – Loro ti guardano, le influenze familiari lasciano progressivamente spazio ad altri punti fermi del panorama audiovisivo contemporaneo. Nella caccia al tesoro orchestrata da Ishana Night Shyamalan si scorgono infatti strizzate d’occhio a Noi di Jordan Peele, suggestioni di Quella casa nel bosco e soprattutto evidenti influenze della celeberrima serie televisiva Lost, sia dal punto di vista della trama, sia per quanto riguarda il sonoro che accompagna le apparizioni degli Osservatori.

Su questa tela, la regista utilizza le dinamiche e gli stilemi dell’horror per tratteggiare una riflessione sulla modernità, esplicitata dai continui riferimenti ai reality show e dalla stessa condizione del gruppo dei protagonisti (in cui figurano anche Georgina Campbell e Oliver Finnegan), osservati e allo stesso tempo osservatori della loro realtà. Un’intuizione che permette a Ishana Night Shyamalan di dare vita a suggestive inquadrature di volti riflessi, grazie anche alla particolare architettura della casa. Ciononostante, la montagna delle ambizioni e del talento della regista partorisce purtroppo un topolino: un horror mai veramente spaventoso e un thriller dal ritmo altalenante, che penalizzano anche la riflessione sociale e la caratterizzazione della protagonista.

Gli sporadici guizzi di The Watchers – Loro ti guardano

Non tutto è da buttare, anche perché stiamo parlando dell’esordio dietro alla macchina da presa di una giovane regista, che ha davanti a sé molti anni per smussare gli spigoli della sua poetica e per affinare il suo sguardo. Un’opera di sporadici guizzi, di duplicità e di scenari opprimenti, che funziona più quando suggerisce che quando è costretta a dare forma, coesione e sostanza alle sue tante, troppe tematiche.

The Watchers – Loro ti guardano è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere The Watchers – Loro ti guardano in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
5.5/10

Valutazione

Ishana Night Shyamalan debutta alla regia con un’opera evidentemente influenzata dalla filmografia paterna, attraversata da tante suggestioni ma incapace di dare forma al tutto.

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