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La vita è meravigliosa: recensione del film di Frank Capra
Nessun essere umano è un fallimento. Questo il tema portante de La vita è meravigliosa, capolavoro di Frank Capra nonché uno fra i film natalizi che più strenuamente resiste alla prova del tempo, continuando senza sosta, dal 1946 a oggi, ad attrarre nuove generazioni di spettatori. Difficile accettare che questa pietra miliare della settima arte, struggente apologia dell’altruismo e delle seconde possibilità, sia stata essa stessa un fallimento dal punto di vista commerciale, contribuendo, con una perdita complessiva di oltre mezzo milione di dollari dell’epoca, al prematuro scioglimento della Liberty Films, casa di produzione fondata dallo stesso Capra. Un fallimento i cui strascichi hanno addirittura condotto il regista, appena 50enne, verso il crepuscolo artistico, nonostante la realizzazione di opere leggendarie come Accadde una notte, È arrivata la felicità, Orizzonte perduto e Mr. Smith va a Washington, che condividono con La vita è meravigliosa l’approccio fieramente ottimista e umanistico.
Come spesso accade, il tempo ha però dato ragione a Capra e a La vita è meravigliosa, che lui stesso considerava la sua opera migliore. A decretare il valore di questo lavoro non furono tanto i riconoscimenti (cinque nomination all’Oscar, tutte perse anche a causa del successo del dominatore dell’annata I migliori anni della nostra vita) o la valutazione e la rivalutazione della critica (Roger Ebert nel 1999 lo considerò uno dei film che migliorano col passare del tempo, al pari di Casablanca e Il terzo uomo), quanto piuttosto un’inadeguata gestione del copyright da parte dei detentori dei diritti, che per molti anni rese La vita è meravigliosa un’opera di pubblico dominio, portandola a svariati trionfali passaggi televisivi. La definitiva affermazione di un racconto entrato nell’immaginario collettivo e capace ancora oggi di ispirare nuove generazioni di registi, che spesso attingono a piene mani dalle soluzioni narrative di Capra.
La vita è meravigliosa: l’inno di Frank Capra alla solidarietà e alla generosità
La vita è meravigliosa è basato sul racconto The Greatest Gift di Philip Van Doren Stern, distribuito inizialmente dall’autore in forma privata, sotto forma di cartolina natalizia da donare a parenti e amici. Dopo la registrazione dei diritti nel 1945, il racconto arrivò nelle mani di Cary Grant, che lo propose a RKO Pictures per un film, coinvolgendo anche Gary Cooper. Il progetto faticava però ad assumere una forma soddisfacente, così RKO lo cedette alla Liberty Films di Capra, appena rientrato dal suo servizio nella seconda guerra mondiale. Quest’ultimo coinvolse poi nel progetto James Stewart, anch’esso di ritorno dal fronte, e riuscì a racimolare un sontuoso budget di oltre 3 milioni di dollari, che gli consentì di ricreare la fittizia cittadina di Bedford Falls in uno dei set più grandi mai utilizzati all’epoca, nonché di beneficiare di prodigiosi effetti speciali, fra cui una neve chimica estremamente realistica.
Anche se La vita è meravigliosa discende formalmente da The Greatest Gift, ci sono pochi dubbi sulla vera fonte di ispirazione primaria di questo classico, cioè Canto di Natale di Charles Dickens. Frank Capra ribalta la trama del celeberrimo racconto breve, e trasforma l’avido banchiere Ebenezer Scrooge nell’altrettanto cinico Henry F. Potter (interpretato da Lionel Barrymore), affarista che con disonestà e disprezzo dei più deboli cerca di mettere le mani sull’intera cittadina di Bedford Falls, compresa la piccola cooperativa di risparmio portata avanti con onestà e magnanimità da George Bailey (James Stewart). Mentre Canto di Natale puntava sulle proiezioni del passato, del presente e del futuro e sui famosi tre spiriti per scuotere lo spregevole Scrooge, Capra prende un uomo buono e altruista e lo porta sull’orlo del baratro a causa della disattenzione dello zio Billy, che consegna involontariamente 8000 dollari al nemico di George, spingendo l’azienda verso il fallimento.
Una favola dickensiana
A un passo dal suicidio, George incontra il suo angelo custode Clarence Oddbody (Henry Travers), definito di seconda classe perché non ha ancora le ali. Clarence può guadagnare questo onore compiendo una buona azione, che consiste proprio nel salvare la vita dello sventurato Bailey. Gettandosi dallo stesso ponte dal quale il protagonista vuole porre fine alle sue sofferenze, Clarence stimola la generosità di George, che si butta in acqua, salvando di fatto entrambi. Per fare comprendere all’uomo la sua importanza per la cittadina di Bedford Falls e per tutte le persone che gli stanno accanto, Clarence opta per uno stratagemma che semplifica la già citata soluzione narrativa di Canto di Natale, mostrando a Bailey una sola realtà alternativa, quella in cui lui non è mai esistito.
George scopre quindi che in sua assenza Bedford Falls si è trasformata in Pottersville, una vera e propria città del vizio, replicata oltre 40 anni più tardi da Robert Zemeckis in Ritorno al futuro – Parte II,con la Hill Valley dominata da Biff Tannen. La spregiudicatezza di Potter e il suo dominio incontrastato sull’economia locale hanno portato a un apparente sfarzo, sotto il quale si nascondono miseria e solitudine. Il farmacista che nella realtà George ha salvato con la sua prontezza adesso è un rifiuto della società, l’amore della sua vita Mary (Donna Reed) è una triste single, lo zio e la mamma vivono un’esistenza infelice, e il suo adorato fratellino Harry non è mai stato salvato dall’annegamento.
In città il malaffare è diffuso ovunque, e non c’è traccia di quello spirito di comunità che George ha alimentato, concedendo mutui e prestiti anche a soggetti che davano scarse garanzie, dando fiducia alle persone e non ai rigidi dettami della finanza.
La vita è meravigliosa: 30 anni di storia americana
In un effetto farfalla applicato alla sua piccola comunità, George si rende conto di ciò che lo spettatore afferra fin dai primi minuti de La vita è meravigliosa, cioè che per i propri cari è una persona inestimabile e che la sua esistenza, pur in una grave difficoltà, è certamente degna di essere vissuta. Ma lo struggente atto conclusivo non avrebbe la stessa intensità emotiva senza il fine lavoro che Capra mette in scena in precedenza. Dopo il cineasta italo-americano (nato a Bisacquino, in provincia di Palermo), pochissimi hanno saputo replicare il suo stile apparentemente anonimo, ma in realtà fortemente radicato nei suoi caratteri ricorrenti dell’uomo comune che lotta per il bene collettivo e in temi come la disuguaglianza sociale e il dramma individuale, affrontati con un tono costantemente sospeso fra commedia e favola. Poetica che emerge con forza e naturalezza ne La vita è meravigliosa.
Attraverso un magistrale utilizzo dei tempi, Capra ci racconta una parabola universale e sorprendentemente attuale, che sotto una cornice zuccherosa affronta temi complessi e delicati. In un arco temporale di 30 anni, La vita è meravigliosa si districa fra due dei traumi più importanti per l’America dell’epoca, cioè l’inizio della Grande depressione (che mette per la prima volta in grave pericolo l’attività di George) e il conflitto bellico, che per il protagonista è sia motivo di orgoglio, per le imprese in guerra di Harry, sia un’opportunità mancata, a causa del suo congedo per la parziale sordità, provocata proprio dal suo salvataggio del fratello minore dall’acqua gelata. Ma soprattutto la provincia americana diventa per Capra teatro dello scontro fra il capitalismo più sprezzante e sfrenato e un socialismo utopico, incarnati rispettivamente dalla smodata volontà di arricchimento di Potter e dall’ode alla collaborazione e alla fratellanza di Bailey.
La vita è meravigliosa: individualismo contro collettività
Il contrasto fra individualismo e collettività è evidente soprattutto nell’esistenza quasi paradossale di George, che fin dalla tenera età sogna una vita avventurosa e ricca di viaggi, ma finisce invece per rimanere ancorato a Bedford Falls, come se fosse la stessa piccola cittadina a trattenerlo, per salvaguardare il benessere comune. Prima la morte del padre, che lo forza ad assumere la guida dell’azienda, a rinunciare al suo percorso di studi e a incrociare la strada di Potter, poi il crollo della borsa del 1929, che lo costringe addirittura ad annullare la luna di miele e a utilizzare i fondi delle nozze per tenere in piedi l’azienda, e infine il provvidenziale arrivo di Clarence, che gli impedisce di lasciare Bedford Falls nel modo più triste e tragico possibile.
Quella che a prima vista potrebbe sembrare un’esistenza fatta di rinunce e compromessi, diventa per George la dimensione ideale in cui esprimersi. Lo vediamo trovare l’amore di Mary, esaltato dall’indimenticabile scena del laccio alla Luna (ripresa decenni più tardi in Una settimana da Dio), cambiare in meglio la vita dei propri concittadini e costruire attraverso un vero e proprio sistema di imprenditoria etica una piccola oasi di benessere e serenità. In un mondo ideale, il rapporto di reciproca fiducia fra finanziati e finanziatori e il rifiuto della speculazione da parte di George sarebbero la normalità. Ma anche nel mondo in apparenza fatato de La vita è meravigliosa, si avvertono le mani di un sistema marcio e corrotto, in cui il più forte ingloba inesorabilmente il più debole e dove l’individuo viene annullato in nome dell’ossessione collettiva per il profitto.
La monumentale interpretazione di James Stewart
A sorprendere ancora oggi è la svolta dark dell’ultimo atto de La vita è meravigliosa, quando Capra cambia bruscamente registro, trasformando la sua favola natalizia in un vero e proprio noir. È in questo frangente che James Stewart dà il proprio meglio, conferendo al suo personaggio sfumature cupe e negative. Nel giro di pochi minuti, la pressione trasforma il padre di famiglia e cittadino modello George in un uomo scorbutico e arrogante, che prende a male parole i suoi familiari e rivolge ingiurie all’insegnante dei figli. Capra e Stewart trasmettono tutto il disagio e la collera di una persona che, nonostante il suo comportamento integerrimo e il suo invidiabile rispetto per gli altri, si trova spalle al muro, realizzando addirittura che, per via del suo disastro finanziario e della polizza assicurativa sulla sua vita, vale più da morto che da vivo.
Come suo solito, Capra è impeccabile nel passare dalla leggerezza al dramma, e poi di nuovo alla favola. In una vera e propria altalena di emozioni e sentimenti contrastanti, il miracolo di Natale si avvera, e la generosità di George gli viene restituita sotto forma di donazioni dei cittadini di Bedford Falls, ben felici di contribuire a ripianare l’ammanco di 8000 dollari dai conti della cooperativa Bailey. Ciò che segue è un tripudio di speranza e positività, di fronte al quale è difficile, se non impossibile, trattenere le lacrime, anche per gli spettatori dalla scorza più dura. Lo sguardo sorpreso e allo stesso tempo raggiante di James Stewart, accompagnato dalle toccanti note di Auld Lang Syne, è un’immagine scolpita nella storia del cinema, di fronte alla quale qualsiasi considerazione sulla repentinità e sul pedagogismo dell’epilogo viene annichilita.
Il finale de La vita è meravigliosa
Il quadretto con cui si conclude La vita è meravigliosa accontenta tutti. Il suono della campanella ci ricorda che l’angelo Clarence si è guadagnato finalmente le agognate ali, Pottersville non esiste più e Bedford Falls si stringe intorno al suo figlio prediletto, che è di nuovo in pace con se stesso, riscaldato dal calore dei suoi affetti. La perfezione dell’insieme rischia però di distrarci da un particolare fondamentale, e non certo casuale. George ha avuto il suo riscatto, ma Potter è rimasto impunito, con 8000 dollari in più a disposizione per portare avanti il suo sogno di conquista della città.
Il finale de La vita è meravigliosa ha quindi una duplice valenza. Ci ricorda che ogni persona è un piccolo tesoro da proteggere, e che anche nei momenti più duri c’è sempre una strada virtuosa da imboccare, basata sulla solidarietà e sul reciproco sostegno. Ma Capra ci ammonisce anche sui rischi di una struttura economica e sociale che acuisce le disuguaglianze e che, anche quando non si mostra apertamente, è pronta ad avvolgere le persone più deboli in un nefasto abbraccio. Una lezione di vita e di cinema, ancora oggi più viva che mai.
Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.
The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.
John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.
Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.
Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.
Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.
La scheggia impazzita di Venezia 83

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?
Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
In evidenza
Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.
Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.
Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.
La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.
Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.







