La vita è meravigliosa La vita è meravigliosa

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La vita è meravigliosa: recensione del film di Frank Capra

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Nessun essere umano è un fallimento. Questo il tema portante de La vita è meravigliosa, capolavoro di Frank Capra nonché uno fra i film natalizi che più strenuamente resiste alla prova del tempo, continuando senza sosta, dal 1946 a oggi, ad attrarre nuove generazioni di spettatori. Difficile accettare che questa pietra miliare della settima arte, struggente apologia dell’altruismo e delle seconde possibilità, sia stata essa stessa un fallimento dal punto di vista commerciale, contribuendo, con una perdita complessiva di oltre mezzo milione di dollari dell’epoca, al prematuro scioglimento della Liberty Films, casa di produzione fondata dallo stesso Capra. Un fallimento i cui strascichi hanno addirittura condotto il regista, appena 50enne, verso il crepuscolo artistico, nonostante la realizzazione di opere leggendarie come Accadde una notte, È arrivata la felicitàOrizzonte perduto e Mr. Smith va a Washington, che condividono con La vita è meravigliosa l’approccio fieramente ottimista e umanistico.

Come spesso accade, il tempo ha però dato ragione a Capra e a La vita è meravigliosa, che lui stesso considerava la sua opera migliore. A decretare il valore di questo lavoro non furono tanto i riconoscimenti (cinque nomination all’Oscar, tutte perse anche a causa del successo del dominatore dell’annata I migliori anni della nostra vita) o la valutazione e la rivalutazione della critica (Roger Ebert nel 1999 lo considerò uno dei film che migliorano col passare del tempo, al pari di Casablanca e Il terzo uomo), quanto piuttosto un’inadeguata gestione del copyright da parte dei detentori dei diritti, che per molti anni rese La vita è meravigliosa un’opera di pubblico dominio, portandola a svariati trionfali passaggi televisivi. La definitiva affermazione di un racconto entrato nell’immaginario collettivo e capace ancora oggi di ispirare nuove generazioni di registi, che spesso attingono a piene mani dalle soluzioni narrative di Capra.

La vita è meravigliosa: l’inno di Frank Capra alla solidarietà e alla generosità

La vita è meravigliosa è basato sul racconto The Greatest Gift di Philip Van Doren Stern, distribuito inizialmente dall’autore in forma privata, sotto forma di cartolina natalizia da donare a parenti e amici. Dopo la registrazione dei diritti nel 1945, il racconto arrivò nelle mani di Cary Grant, che lo propose a RKO Pictures per un film, coinvolgendo anche Gary Cooper. Il progetto faticava però ad assumere una forma soddisfacente, così RKO lo cedette alla Liberty Films di Capra, appena rientrato dal suo servizio nella seconda guerra mondiale. Quest’ultimo coinvolse poi nel progetto James Stewart, anch’esso di ritorno dal fronte, e riuscì a racimolare un sontuoso budget di oltre 3 milioni di dollari, che gli consentì di ricreare la fittizia cittadina di Bedford Falls in uno dei set più grandi mai utilizzati all’epoca, nonché di beneficiare di prodigiosi effetti speciali, fra cui una neve chimica estremamente realistica.

Anche se La vita è meravigliosa discende formalmente da The Greatest Gift, ci sono pochi dubbi sulla vera fonte di ispirazione primaria di questo classico, cioè Canto di Natale di Charles Dickens. Frank Capra ribalta la trama del celeberrimo racconto breve, e trasforma l’avido banchiere Ebenezer Scrooge nell’altrettanto cinico Henry F. Potter (interpretato da Lionel Barrymore), affarista che con disonestà e disprezzo dei più deboli cerca di mettere le mani sull’intera cittadina di Bedford Falls, compresa la piccola cooperativa di risparmio portata avanti con onestà e magnanimità da George Bailey (James Stewart). Mentre Canto di Natale puntava sulle proiezioni del passato, del presente e del futuro e sui famosi tre spiriti per scuotere lo spregevole Scrooge, Capra prende un uomo buono e altruista e lo porta sull’orlo del baratro a causa della disattenzione dello zio Billy, che consegna involontariamente 8000 dollari al nemico di George, spingendo l’azienda verso il fallimento.

Una favola dickensiana

A un passo dal suicidio, George incontra il suo angelo custode Clarence Oddbody (Henry Travers), definito di seconda classe perché non ha ancora le ali. Clarence può guadagnare questo onore compiendo una buona azione, che consiste proprio nel salvare la vita dello sventurato Bailey. Gettandosi dallo stesso ponte dal quale il protagonista vuole porre fine alle sue sofferenze, Clarence stimola la generosità di George, che si butta in acqua, salvando di fatto entrambi. Per fare comprendere all’uomo la sua importanza per la cittadina di Bedford Falls e per tutte le persone che gli stanno accanto, Clarence opta per uno stratagemma che semplifica la già citata soluzione narrativa di Canto di Natale, mostrando a Bailey una sola realtà alternativa, quella in cui lui non è mai esistito.

George scopre quindi che in sua assenza Bedford Falls si è trasformata in Pottersville, una vera e propria città del vizio, replicata oltre 40 anni più tardi da Robert Zemeckis in Ritorno al futuro – Parte II,con la Hill Valley dominata da Biff Tannen. La spregiudicatezza di Potter e il suo dominio incontrastato sull’economia locale hanno portato a un apparente sfarzo, sotto il quale si nascondono miseria e solitudine. Il farmacista che nella realtà George ha salvato con la sua prontezza adesso è un rifiuto della società, l’amore della sua vita Mary (Donna Reed) è una triste single, lo zio e la mamma vivono un’esistenza infelice, e il suo adorato fratellino Harry non è mai stato salvato dall’annegamento. 

In città il malaffare è diffuso ovunque, e non c’è traccia di quello spirito di comunità che George ha alimentato, concedendo mutui e prestiti anche a soggetti che davano scarse garanzie, dando fiducia alle persone e non ai rigidi dettami della finanza.

La vita è meravigliosa: 30 anni di storia americana

La vita è meravigliosa

In un effetto farfalla applicato alla sua piccola comunità, George si rende conto di ciò che lo spettatore afferra fin dai primi minuti de La vita è meravigliosa, cioè che per i propri cari è una persona inestimabile e che la sua esistenza, pur in una grave difficoltà, è certamente degna di essere vissuta. Ma lo struggente atto conclusivo non avrebbe la stessa intensità emotiva senza il fine lavoro che Capra mette in scena in precedenza. Dopo il cineasta italo-americano (nato a Bisacquino, in provincia di Palermo), pochissimi hanno saputo replicare il suo stile apparentemente anonimo, ma in realtà fortemente radicato nei suoi caratteri ricorrenti dell’uomo comune che lotta per il bene collettivo e in temi come la disuguaglianza sociale e il dramma individuale, affrontati con un tono costantemente sospeso fra commedia e favola. Poetica che emerge con forza e naturalezza ne La vita è meravigliosa.

Attraverso un magistrale utilizzo dei tempi, Capra ci racconta una parabola universale e sorprendentemente attuale, che sotto una cornice zuccherosa affronta temi complessi e delicati. In un arco temporale di 30 anni, La vita è meravigliosa si districa fra due dei traumi più importanti per l’America dell’epoca, cioè l’inizio della Grande depressione (che mette per la prima volta in grave pericolo l’attività di George) e il conflitto bellico, che per il protagonista è sia motivo di orgoglio, per le imprese in guerra di Harry, sia un’opportunità mancata, a causa del suo congedo per la parziale sordità, provocata proprio dal suo salvataggio del fratello minore dall’acqua gelata. Ma soprattutto la provincia americana diventa per Capra teatro dello scontro fra il capitalismo più sprezzante e sfrenato e un socialismo utopico, incarnati rispettivamente dalla smodata volontà di arricchimento di Potter e dall’ode alla collaborazione e alla fratellanza di Bailey.

La vita è meravigliosa: individualismo contro collettività

 

Il contrasto fra individualismo e collettività è evidente soprattutto nell’esistenza quasi paradossale di George, che fin dalla tenera età sogna una vita avventurosa e ricca di viaggi, ma finisce invece per rimanere ancorato a Bedford Falls, come se fosse la stessa piccola cittadina a trattenerlo, per salvaguardare il benessere comune. Prima la morte del padre, che lo forza ad assumere la guida dell’azienda, a rinunciare al suo percorso di studi e a incrociare la strada di Potter, poi il crollo della borsa del 1929, che lo costringe addirittura ad annullare la luna di miele e a utilizzare i fondi delle nozze per tenere in piedi l’azienda, e infine il provvidenziale arrivo di Clarence, che gli impedisce di lasciare Bedford Falls nel modo più triste e tragico possibile.

Quella che a prima vista potrebbe sembrare un’esistenza fatta di rinunce e compromessi, diventa per George la dimensione ideale in cui esprimersi. Lo vediamo trovare l’amore di Mary, esaltato dall’indimenticabile scena del laccio alla Luna (ripresa decenni più tardi in Una settimana da Dio), cambiare in meglio la vita dei propri concittadini e costruire attraverso un vero e proprio sistema di imprenditoria etica una piccola oasi di benessere e serenità. In un mondo ideale, il rapporto di reciproca fiducia fra finanziati e finanziatori e il rifiuto della speculazione da parte di George sarebbero la normalità. Ma anche nel mondo in apparenza fatato de La vita è meravigliosa, si avvertono le mani di un sistema marcio e corrotto, in cui il più forte ingloba inesorabilmente il più debole e dove l’individuo viene annullato in nome dell’ossessione collettiva per il profitto.

La monumentale interpretazione di James Stewart

La vita è meravigliosa

A sorprendere ancora oggi è la svolta dark dell’ultimo atto de La vita è meravigliosa, quando Capra cambia bruscamente registro, trasformando la sua favola natalizia in un vero e proprio noir. È in questo frangente che James Stewart dà il proprio meglio, conferendo al suo personaggio sfumature cupe e negative. Nel giro di pochi minuti, la pressione trasforma il padre di famiglia e cittadino modello George in un uomo scorbutico e arrogante, che prende a male parole i suoi familiari e rivolge ingiurie all’insegnante dei figli. Capra e Stewart trasmettono tutto il disagio e la collera di una persona che, nonostante il suo comportamento integerrimo e il suo invidiabile rispetto per gli altri, si trova spalle al muro, realizzando addirittura che, per via del suo disastro finanziario e della polizza assicurativa sulla sua vita, vale più da morto che da vivo. 

Come suo solito, Capra è impeccabile nel passare dalla leggerezza al dramma, e poi di nuovo alla favola. In una vera e propria altalena di emozioni e sentimenti contrastanti, il miracolo di Natale si avvera, e la generosità di George gli viene restituita sotto forma di donazioni dei cittadini di Bedford Falls, ben felici di contribuire a ripianare l’ammanco di 8000 dollari dai conti della cooperativa Bailey. Ciò che segue è un tripudio di speranza e positività, di fronte al quale è difficile, se non impossibile, trattenere le lacrime, anche per gli spettatori dalla scorza più dura. Lo sguardo sorpreso e allo stesso tempo raggiante di James Stewart, accompagnato dalle toccanti note di Auld Lang Syne, è un’immagine scolpita nella storia del cinema, di fronte alla quale qualsiasi considerazione sulla repentinità e sul pedagogismo dell’epilogo viene annichilita.

Il finale de La vita è meravigliosa

La vita è meravigliosa

Il quadretto con cui si conclude La vita è meravigliosa accontenta tutti. Il suono della campanella ci ricorda che l’angelo Clarence si è guadagnato finalmente le agognate ali, Pottersville non esiste più e Bedford Falls si stringe intorno al suo figlio prediletto, che è di nuovo in pace con se stesso, riscaldato dal calore dei suoi affetti. La perfezione dell’insieme rischia però di distrarci da un particolare fondamentale, e non certo casuale. George ha avuto il suo riscatto, ma Potter è rimasto impunito, con 8000 dollari in più a disposizione per portare avanti il suo sogno di conquista della città.

Il finale de La vita è meravigliosa ha quindi una duplice valenza. Ci ricorda che ogni persona è un piccolo tesoro da proteggere, e che anche nei momenti più duri c’è sempre una strada virtuosa da imboccare, basata sulla solidarietà e sul reciproco sostegno. Ma Capra ci ammonisce anche sui rischi di una struttura economica e sociale che acuisce le disuguaglianze e che, anche quando non si mostra apertamente, è pronta ad avvolgere le persone più deboli in un nefasto abbraccio. Una lezione di vita e di cinema, ancora oggi più viva che mai.

Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.

La vita è meravigliosa

Overall
10/10

Verdetto

La vita è meravigliosa è un capolavoro senza tempo, capace di ispirare spettatori di tutte le età con un racconto carico di speranza e buoni sentimenti, da cui si esce ogni volta piacevolmente storditi.

Disney+

Hawkeye: recensione dei primi due episodi della serie Marvel

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Hawkeye

Il 2021 del Marvel Cinematic Universe, che si è aperto con WandaVision e si chiuderà con Spider-Man: No Way Home, ci ha portato tanti progetti diversi per atmosfere e tematiche, soprattutto sul piccolo schermo. La sontuosa serie con Elizabeth Olsen era essenzialmente una toccante riflessione sull’elaborazione del lutto, The Falcon and the Winter Soldier apriva a svariate analisi geopolitiche e sociali, mentre Loki e What If…? spalancavano la porta al multiverso, fondamentale per il futuro del franchise. Dal 24 novembre, approda su Disney+ Hawkeye, nuova miniserie in 6 episodi con protagonisti Jeremy Renner e Hailee Steinfeld, che ci fa compiere un deciso salto in avanti nel tempo: dal 2023 di Avengers: Endgame al 2025.

Un lasso di tempo in cui il mondo ha cercato di metabolizzare i due schiocchi di Thanos e Tony Stark, ricorrendo anche alla mitizzazione degli stessi Avengers, protagonisti di cosplay lungo le strade e addirittura di musical di Broadway. Proprio durante una di queste rievocazioni ritroviamo Clint Barton, il Vendicatore meno soggetto al divismo, nonché quello che fra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame aveva avuto la parabola umana più tortuosa e tormentata, con la scomparsa e la successiva riapparizione di tutta la sua famiglia, il suo temporaneo passaggio al lato oscuro, nelle vesti del killer Ronin, e la perdita della più cara amica Natasha Romanoff, sacrificatasi su Vormir per permettergli di conquistare la Gemma dell’Anima.

Un uomo che porta con sé tutto il dolore patito negli ultimi anni, ma che sta cercando faticosamente di ritrovare la propria pace interiore, godendosi qualche giorno di vacanza insieme ai suoi amati figli, ignaro del fatto che il passato sta per bussare di nuovo alla sua porta.

Hawkeye: passato e futuro della Marvel in una miniserie action a sfondo natalizio

Hawkeye

Photo by Chuck Zlotnick

Sulla strada di Occhio di Falco arriva Kate Bishop (una convincente Hailee Steinfeld), giovane ribelle e scapestrata la cui vita è cambiata bruscamente proprio durante la battaglia di New York vista in The Avengers, durante la quale Clint Barton si è distinto per coraggio e destrezza con il suo fidato arco. Da bambina altolocata, Kate ha dovuto infatti confrontarsi con un doloroso lutto e con un’improvvisa situazione di pericolo, crescendo poi nel mito di quel supereroe che, sprezzante del pericolo, abbatteva nemici con le sue frecce dai tetti della Grande Mela. Nel mondo post Thanos, Kate è una ragazza immatura e dal carattere difficile, che sogna di diventare a sua volta arciera, nonostante la madre (Vera Farmiga) e la sua nuova fiamma la spingano verso uno stile di vita più opulento e borghese.

L’operato di una pericolosa cospirazione criminale porta Kate a destreggiarsi pubblicamente col costume di Ronin, attirando inevitabilmente l’attenzione di Clint. Gli eventi portano così a un’improvvisata alleanza fra l’ex Avenger, che osserva con un misto di astio e rammarico la fama e la popolarità dei suoi compagni, e una sua potenziale allieva, che lo sprona a imbracciare nuovamente l’arco e a proteggere nuovamente il mondo da un’inaspettata minaccia.

Con Hawkeye, l’unico degli Avenger originali che non aveva ancora avuto un progetto dedicato può prendersi la luce dei riflettori, in un curioso mix di azione sullo sfondo del Natale (che riporta inevitabilmente alla mente Die Hard), commedia e buddy movie, che potrebbe avere profonde ripercussioni sul futuro del Marvel Cinematic Universe.

I fantasmi del passato

Photo by Mary Cybulski

Nel corso dei due episodi che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, Hawkeye si concentra soprattutto sulla caratterizzazione della new entry Kate Bishop. Hailee Steinfeld mette in scena un personaggio complesso e stratificato, che nonostante la sua estrazione sociale ama sporcarsi le mani, anche a costo di imbattersi in gravi pericoli. Il contrasto con il taciturno e diffidente Clint Barton è il terreno dal quale nascono diversi siparietti comici ma anche la pietra angolare su cui imbastire un rapporto che nelle prossime puntate potrebbe deflagrare in molteplici direzioni.

Mentre i protagonisti si annusano a vicenda, sottotraccia i registi Rhys Thomas e Bert e Bertie delineano la minaccia con cui si scontreranno. Fra vecchie e nuove conoscenze, sullo sfondo si staglia l’ingombrante presenza della Yelena Belova di Florence Pugh, letale sorella adottiva di Natasha che abbiamo già visto in azione in Black Widow, convinta che dietro la morte della Vedova Nera ci sia proprio Occhio di Falco. Un Avenger disilluso e logoro contro due giovani rampanti, decise per motivi diversi a prendersi la ribalta insieme a lui. Nei prossimi episodi di Hawkeye ci sarà sicuramente da divertirsi, grazie anche alla presenza di Lucky the Pizza Dog, cane privo di un occhio fidato compagno di Clint e Kate nelle loro avventure.

Hawkeye: ci sarà una seconda stagione?

Hawkeye

Photo by Mary Cybulski.

Il nostro giudizio su Hawkeye è inevitabilmente condizionato dalla visione incompleta della nuova serie Disney+. A fronte di due protagonisti ben caratterizzati e con una buona alchimia reciproca, non possiamo dire altrettanto dei personaggi secondari di Vera Farmiga, Tony Dalton e Brian d’Arcy James, sempre defilati e con motivazioni e personalità ancora poco chiare. I prossimi episodi ci diranno se con Hawkeye siamo di fronte a una nuova trave portante del Marvel Cinematic Universe, con una possibile prosecuzione per una seconda stagione, o davanti a un progetto suggestivo e ricco di spunti, ma fondamentalmente dimenticabile.

Overall
7/10

Verdetto

I primi due episodi di Hawkeye ci mettono di fronte a un progetto potenzialmente intrigante, ma che troverà la propria voce solo nel prosieguo della miniserie. Una coppia di protagonisti ben affiatati, nonostante siano agli antipodi per storia, carattere ed estrazione sociale, è il punto di forza di un racconto che può diventare fondamentale per il futuro del Marvel Cinematic Universe.

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Sweat: recensione del film di Magnus von Horn con Magdalena Kolesnik

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Sweat

Le nuove professioni legate ai social network ci hanno portato nel giro di pochissimo tempo a essere letteralmente sommersi da influencer e celebrità del web. Anche se non sempre ce ne accorgiamo, durante ogni nostra visita a Instagram scorrono senza sosta le imprese di personalità influenti nei più disparati settori che, attraverso la loro costante presenza sui social e la creazione continua di contenuti, capitalizzano il loro seguito. Il cinema si è approcciato a queste persone in modo incostante, peccando talvolta di superficialità o incanalando la narrazione nei toni più rassicuranti della commedia, come nel caso di Genitori vs influencer. Con il suo Sweat (disponibile in Home Video e on demand), Magnus von Horn compie un’operazione decisamente più raffinata, addentrandosi dietro le quinte delle immagini luccicanti e ovattate che vediamo su Instagram e scavando in un abisso di solitudine e frustrazione.

Sweat: dietro le quinte della vita di un’influencer

Sweat

Sylwia Zająć (una strepitosa Magdalena Kolesnik) è una influencer di fitness, che quotidianamente intrattiene i suoi 600.000 follower con il suo sorriso smagliante e la sua innata simpatia, dando loro consigli su come raggiungere e mantenere la perfetta forma fisica. Come sempre accade però, non è tutto oro quel che luccica. In un video condiviso sui social, Sylwia mostra tutti i suoi punti deboli, confidando ai fan la sua profonda solitudine e sottolineando il disagio che prova nel non avere una relazione sentimentale stabile. È l’inizio di una spirale discendente (in netta contrapposizione al suo successo sui social e in TV), che la porta in breve tempo a vivere un forte imbarazzo all’interno del suo nucleo familiare e ad essere tormentata da un inquietante stalker che si apposta continuamente sotto casa sua.

Sweat mostra il lato oscuro dell’influencer, evidenziando tutte le criticità di questo mestiere. Con un cromatismo spinto, che enfatizza l’illusoria rappresentazione di Sylwia, il regista si sofferma sulla totale assuefazione della protagonista per il mezzo che utilizza per lavoro, sottolineando a più riprese l’ossessione di condividere continuamente nuovi contenuti, la spinta che riceve per mostrare sempre la parte più solare di sé e la sua innata capacità di trasformare in oro anche le più banali parole. Interessante infatti notare che Sylwia non dà nessun consiglio concreto ai propri follower in tema di fitness, ma si limita invece a spronarli con semplicissimi inviti a dare il meglio di se stessi, che grazie al naturale carisma dell’influencer diventano contenuti preziosi e apprezzati.

Un fittizio rapporto interpersonale, che von Horn mette alla berlina con la lucida e pungente sequenza in cui una fan di Sylwia, abituata a ricevere da lei continui aggiornamenti sulla sua esistenza, si sente in diritto di fare altrettanto, raccontando aspetti particolarmente personali della sua vita all’esterrefatta influencer.

Il parallelo fra influencer e regista

Sweat

Anche se Sweat non fa nessuno sconto al mondo delle influencer, l’intento del regista non è tanto quello di ridicolizzare questa professione, quanto piuttosto di evidenziare il contrasto fra la vitalità e il divismo che sprizzano da certi profili e la malinconia da cui sono avvolte queste persone nella vita reale. Fondamentali in questo senso sono le sequenze che vedono coinvolti i parenti di Sylwia e lo stalker che la tormenta. Da una parte, la famiglia della protagonista la trasforma in un oggetto, proprio come fanno i suoi follower, riproducendo in televisione le sue lezioni di fitness, interrogandola su dettagli ininfluenti della professione e addirittura minimizzando la minaccia portata da uno sconosciuto che si apposta incessantemente sotto casa sua. Dall’altra, è proprio con lo stalker, distrutto dopo un pestaggio, che Sylwia ha il rapporto più umano di tutta la sua esistenza, pur mantenendo le distanze da una persona socialmente pericolosa.

Proprio come un regista cinematografico, Sylwia crea una narrazione, scegliendo cosa mostrare allo spettatore e veicolando emozioni per fini commerciali e di intrattenimento. Sweat si insinua nella frattura fra realtà e fantasia, mostrando il controcampo dello smartphone (o della macchina da presa) e diventando di conseguenza anche una metafora valida per ogni tipo di artista, fuori e dentro il web, costretto a dividersi quotidianamente fra verità e rappresentazione. L’epilogo circolare suggella un’opera intensa e vibrante, che arriva nel momento giusto e ha il pregio di restituire allo spettatore un ritratto, mai addolcito o distorto, di una professione con cui conviviamo ogni giorno ma della quale sappiamo ancora troppo poco.

Overall
8/10

Verdetto

Magnus von Horn ci consegna il ritratto pungente e mai consolatorio di un nuovo mestiere che in pochi conoscono approfonditamente, tratteggiando un desolante ritratto umano che non si dimentica facilmente.

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Jakob’s Wife: recensione del film con Barbara Crampton

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Jakob's Wife

Insieme a quello degli zombi, il filone vampiresco è quello che maggiormente si presta alle più disparate riflessioni sociali applicate all’horror. Paura del diverso, sessuofobia, capitalismo e molto altro: non si contano le tematiche affrontate al cinema attraverso i vampiri. Dopo essere state letteralmente saccheggiate dal teen drama, queste inquietanti e suggestive creature diventano grazie a Jakob’s Wife un’interessante chiave di lettura per la vecchiaia, nonché una chiara metafora di come, anche in età avanzata, sia sempre possibile rivedere drasticamente la propria vita e liberarsi dalle gabbie che noi stessi ci siamo creati.

L’ultimo lavoro di Travis Stevens (già dietro alla macchina da presa per il discreto La ragazza del terzo piano) riesce nel non facile intento di raccontare qualcosa di originale, sfruttando un registro difficile da maneggiare come quello della commedia horror. Lo fa riportando in scena due volti familiari del genere come l’attore e regista Larry Fessenden e l’icona Barbara Crampton, indelebilmente nel cuore degli appassionati per le sue partecipazioni ai cult di Stuart Gordon Re-Animator, From Beyond – Terrore dall’ignoto e Castle Freak.

Jakob’s Wife: una spassosa commedia horror sulla terza età

Nell’apparentemente tranquilla provincia americana, Anne (Barbara Crampton) è felicemente sposata da oltre 30 anni con il Ministro di una piccola comunità Jakob (Larry Fessenden), con cui vive un rapporto inevitabilmente condizionato dai precetti religiosi e morali di lui. Quando una ragazza della comunità scompare misteriosamente, il fragile equilibrio della coppia va in frantumi, spingendo Anne verso un incontro con un suo ex amore di gioventù mai dimenticato. A interrompere le effusioni dei due è l’arrivo di una sinistra creatura, che morde sul collo Anne trasformandola in una vampira. In mezzo a tante ovvie problematiche, la nuova condizione porta anche ad Anne una maggiore vitalità e la voglia di rimettere in discussione aspetti della sua vita rimasti troppo a lungo sopiti.

Fra richiami ai caposaldi del vampiresco (quello a Le notti di Salem di Tobe Hooper il più evidente) ed effetti speciali orgogliosamente artigianali, anche a costo di rasentare in alcuni casi il ridicolo, Jakob’s Wife mette in scena una divertente e divertita rilettura di questo filone, ritrovando la miscela di umorismo e sangue tipica di molti horror anni ’80. Fra battute e sequenze splatter, emerge però soprattutto il rapporto in constante mutamento fra Anne e Jakob, reso con estrema raffinatezza da due interpreti di caratura mondiale, alle ennesime importanti prove delle rispettive carriere.

Mentre Barbara Crampton gioca col suo status di ex scream queen, sfruttando anche la sua invidiabile fisicità da ultrasessantenne, Larry Fessenden lavora di sottrazione, mostrando le ferite di un marito tradito nell’orgoglio ma al tempo stesso consapevole dei suoi tanti errori. Il risultato è un duello psicologico che domina sulla componente più prettamente horror, portando avanti un’acuta riflessione sulle seconde possibilità e sulla necessità di dedicarci a ciò che ci fa stare bene.

Sangue e risate

Jakob's Wife

Jakob’s Wife strizza ripetutamente l’occhio ai tanti cliché del genere, proponendoci il caratteristico campionario di morsi alla giugulare, impalamenti, litri di sangue e animali disgustosi. A lasciare perplessi è però la caratterizzazione dell’entità alla base dell’intreccio, denominata Il Maestro anche se impersonata da Bonnie Aarons, già interprete della demoniaca suora protagonista di The Nun – La vocazione del male. In un’opera in cui spiccano le sfaccettature caratteriali dei protagonisti e le diverse risposte al ritrovato vigore di Anne, sorprende in negativo la mancanza di approfondimento di questo personaggio, di cui ignoriamo origine, motivazioni e finalità. Resta però il sorprendente spaccato di un matrimonio nella terza età, giustamente sfumato dal fotogramma finale.

Jakob’s Wife è stato presentato in anteprima italiana durante il Trieste Science+Fiction Festival 2021. Al momento non ci sono notizie sulla distribuzione in sala o su piattaforma.

Overall
6.5/10

Verdetto

Jakob’s Wife rilegge il filone vampiresco con una spassosa commedia, che pur in una cornice leggera riesce a ragionare sulla terza età, sui compromessi della vita di coppia e sulle seconde possibilità.

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