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Lacci: recensione del film di Daniele Luchetti con Alba Rohrwacher

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Dopo la pandemia e il conseguente lockdown nella stragrande maggioranza delle nazioni del mondo, il cinema prova a ripartire da Venezia 77, con una selezione dal minore richiamo mediatico rispetto all’abbondanza degli anni passati, ma comunque meritevole di interesse. L’onore e l’onere di aprire le danze, nonché quello di tenere alta la bandiera del cinema nostrano, tocca a Lacci di Daniele Luchetti, basato sull’omonimo romanzo di Domenico Starnone, che è stato inserito dal New York Times nella lista dei 100 migliori libri del 2017. 

La storia di un matrimonio, dai toni decisamente più accesi e amari rispetto all’opera di Noah Baumbach che aveva incantato al Lido proprio lo scorso anno, scelta da Venezia e da 01 Distribution per un’insolita distribuzione: Lacci sarà infatti proiettato in sale selezionate già stasera, in contemporanea con la presentazione veneziana, per poi tornare al cinema in maniera stabile a partire dall’1 ottobre. Un segnale di vicinanza fra festival e distribuzione, in un’annata falcidiata dal COVID-19.

Lacci apre Venezia 77

Lacci

© Gianni Fiorito

Per molto tempo ci siamo chiesti come ripartirà il cinema italiano dopo la pandemia. Si cercheranno nuove strade? Atmosfere diverse? Riletture originali della nostra complessa realtà? La prima risposta che arriva da Venezia 77, che piaccia o meno, è decisamente più convenzionale. Luchetti ci trasporta nella Napoli degli anni ’80, mettendoci di fronte alla fine di un amore. La coppia formata da Aldo (Luigi Lo Cascio) e Vanda (Alba Rohrwacher) entra infatti improvvisamente in crisi quando lui si innamora della giovane collega Lidia (Linda Caridi), anteponendola al matrimonio, ai figli e alle proprie responsabilità.

Ha così inizio un viaggio avanti e indietro nel tempo lungo 30 anni, che avvalendosi di numerosi interpreti dei vari personaggi (fra gli altri anche Laura Morante, Silvio Orlando e Giovanna Mezzogiorno) ci trascina in un vortice di imbarazzo, rabbia repressa e verità taciute, che si trasformano in lacci capaci di legare indissolubilmente il destino dei protagonisti.

Nonostante la temporalità impazzita, ci troviamo davanti a niente di più e niente di meno di ciò che l’industria cinematografica italiana ha cavalcato negli ultimi decenni: un dramma familiare fatto di scontri verbali fra le mura casalinghe e incentrato sulle conseguenze a medio e lungo termine dei dissapori fra madre, padre e figli. Rispetto alle decine di opere nostrane sullo stesso tema che abbiamo visto negli ultimi anni, Lacci ha dalla sua un cast di ottimi interpreti (Orlando e la Morante i migliori a giocare sul non detto e sugli sguardi), una sceneggiatura che prende in prestito dal romanzo la volontà di muoversi fra le sfumature e su diverse chiavi di lettura e un comparto sonoro finalmente all’altezza, che ci fa dimenticare la fatica a cui troppo spesso siamo costretti per comprendere i dialoghi di produzioni italiane medio-grandi. Ma possiamo ancora accontentarci di questo?

Drammi familiari e stereotipi

Lacci

© Gianni Fiorito

Proprio il già citato Storia di un matrimonio ci ha dimostrato lo scorso anno che è possibile essere efficaci e originali anche con una trama ridotta all’osso (una coppia che si rompe e che cerca faticosamente di ritrovare un proprio equilibrio), a patto di credere fino in fondo nei propri personaggi, di attraversarli e di restituire allo spettatore qualcosa di vero, in cui sia possibile immedesimarsi. Malgrado le ambizioni e la lezione di Baumbach (che ritroviamo solo nelle due lettere che i protagonisti si scrivono e leggono a vicenda), Lacci non fa niente di tutto questo. Le rappresentazioni di Aldo (Lo Cascio e Orlando) e Vanda (Rohrwacher e Morante), pur incisive se prese singolarmente, sembrano fare capo a personaggi diversi, e non alle stesse persone invecchiate e maturate.

I personaggi secondari, d’altra parte, si configurano come degli stereotipi (la giovane vitale, il figlio con problemi relazionali a causa della dissoluta figura paterna), che esistono solamente in funzione di Aldo e Vanda, e che entrano ed escono di scena senza lasciare traccia e senza una vera e propria risoluzione. In un simile contesto, servono a poco i rimandi fra passato e presente (i dialoghi ricorrenti, il ricordo di una persona simboleggiato da delle foto gelosamente custodite), perché tutto ciò che dovrebbe farci appassionare a questa storia trentennale è tagliato fuori dal racconto. Restano così solo delle sporadiche sequenze di buon cinema e l’originale e insistita metafora dei lacci delle scarpe, unico flebile legame fra dei figli in difficoltà e un padre irresponsabile e al tempo stesso simbolo dell’ambivalente forza dei rapporti sentimentali e familiari: determinante sostegno a cui aggrapparsi e invisibili e asfissianti corde.

Lacci: una buona occasione persa

Lacci

© Gianni Fiorito

Nel particolare momento storico che stiamo vivendo, era forse lecito attendersi un film d’apertura più coraggioso e di rottura, che potesse offrirci una breve sbirciata sul prossimo futuro o un appassionato ricordo della vecchia normalità, che potrebbe non tornare mai più come prima. L’opera di Luchetti invece, proprio come i lacci che le danno il titolo, ci lega a un passato lontano nel tempo ma ancora determinante per ciò che siamo e ciò che desideriamo, facendoci sentire a nostro agio in una storia fatta di rabbia, mediocrità e nevrosi, ma lasciandoci anche un indesiderato retrogusto di buona occasione mancata.

Dopo il breve passaggio in sala del 2 settembre, Lacci arriverà nelle sale italiane l’1 ottobre, distribuito da 01 Distribution.

Overall
5/10

Verdetto

Nonostante le nobili intenzione, Lacci si rivela un dramma familiare stereotipato e convenzionale, che non toglie e non aggiunge nulla alle numerose produzioni nostrane su questo tema.

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Estranei: recensione del film con Andrew Scott e Paul Mescal

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Estranei

Adam è uno sceneggiatore in crisi professionale ed esistenziale, bloccato su un “Esterno, villetta di periferia, 1987” che non è solo incipit e ambientazione della sua nuova opera, ma anche un momento cruciale della sua vita, stravolta dalla morte in un incidente stradale dei genitori, quando aveva solo 11 anni. Adam vive in un palazzo londinese di nuova costruzione, in buona parte ancora disabitato; una sera bussa alla porta di casa sua il giovane vicino Harry per invitarlo a trascorrere la serata insieme, ma lui gli chiude la porta in faccia. Per superare il suo blocco dello scrittore, Adam si reca quindi nella sua casa di infanzia, dove sorprendentemente trova i genitori identici all’ultima volta in cui li aveva visti. Inizia così Estranei, struggente storia di solitudine, rapporti spezzati e fantasmi fisici e metaforici.

Basandosi sull’omonimo romanzo di Taichi Yamada (pubblicato proprio nel 1987), Andrew Haigh torna sul grande schermo con il suo lavoro più riuscito e travolgente, che convoglia i temi centrali della sua filmografia in una commovente miscela di dramma esistenziale e familiare, ghost story e dramma sentimentale queer. Una storia sospesa nel tempo, grazie alla nostalgica scelta della pellicola da 35 mm (base perfetta per l’avvolgente fotografia di Jamie D. Ramsay) e a una colonna sonora fatta di brani immortali come The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood (vero e proprio filo conduttore del racconto), impreziosita dalla memorabile prova del protagonista Andrew Scott e da quelle altrettanto convincenti di Paul Mescal, Jamie Bell e Claire Foy, tutti coinvolti nella malinconica parabola di Adam.

Estranei: il commovente e nostalgico melodramma fantastico di Andrew Haigh

Courtesy of Searchlight Pictures

Come in Weekend siamo davanti a un incontro fra due uomini in grado di cambiare la vita di entrambi e analogamente a quanto visto in 45 anni c’è l’idea di un amore in grado di superare le barriere del tempo, influenzando un’esistenza in modi inaspettati. Come in Charley Thompson (ultimo sottovalutato film di Andrew Haigh prima di un allontanamento dal grande schermo durato ben 6 anni) il protagonista è un orfano, costretto dal lutto a crescere prima del tempo e a dover contare solo su se stesso. Estranei è però quanto di più lontano da una rimasticatura di lavori precedenti. Il regista britannico firma infatti una delle opere più vibranti degli ultimi anni, in cui l’elemento fantastico e gli spunti queer convergono in un racconto stratificato, denso di temi e contenuti.

Estranei è prima di tutto una dolorosa storia di solitudine, che affligge Adam a più livelli. Il protagonista è infatti un uomo profondamente solo, come tanti vittima del paradosso che trasforma una metropoli affollata di persone in un grande isolamento collettivo. Ma allo stesso tempo la solitudine di Adam è figlia della sua sessualità (ancora difficile da comprendere per molti, come dimostrano i dialoghi con i suoi genitori), della sua professione (uno scrittore deve per forza isolarsi dal suo mondo per generarne altri) e inevitabilmente del tragico e prematuro distacco dalla madre e dal padre, che ha condizionato la sua esistenza in modi che non scopriamo mai del tutto, con esiti però lampanti sulla personalità del protagonista di Estranei.

Traumi e solitudine

Estranei
Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è però anche una metafora sulla creazione artistica, esplicitata dalle parole scritte a schermo da Adam e impreziosita da numerosi dettagli, come il mastodontico e semivuoto palazzo in cui abita (simbolo di un mondo ancora da scrivere) o il toccante finale, in cui la triste realtà riecheggia nella fantasia e nell’analisi di se stessi, in un crescendo di emozione davanti a cui è difficile trattenere le lacrime. Una narrazione arricchita da Andrew Haigh, che mette in scena continue apparizioni e dissoluzioni, sfumature e giochi di luce, giocando con la componente più misteriosa di Estranei ma guardando sempre oltre, al di là del genere o del singolo evento.

Fra i vari lati del prisma costruito da Andrew Haigh emerge progressivamente quello che racchiude tutti gli altri, ovvero l’idea di poter imbastire un dialogo con chi non c’è più, comprendendo e facendosi comprendere con una prospettiva e una consapevolezza impossibili nella realtà. Una dinamica ben rodata all’interno della narrativa fantastica, che però Andrew Haigh sfrutta in maniera intima e del tutto personale, con una delicatezza encomiabile. Estranei diventa anche una sorta di controcampo di È stata la mano di Dio, con il comune elemento della scomparsa dei genitori di un’artista durante l’adolescenza che diventa un punto di partenza per due riflessioni divergenti ma altrettanto potenti. Al lacerante realismo del film di Paolo Sorrentino Andrew Haigh contrappone un dolce onirismo, fatto di ascolto dell’altro e di se stessi.

Estranei: il grande ritorno di Andrew Haigh

Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Un albero di Natale costruito di nuovo insieme, trascendendo l’età e il tempo, diventa così l’occasione per ricostruire il calore familiare che la vita ha strappato via, mentre i dialoghi sulla comunità queer e sulla consapevolezza odierna a proposito dell’omosessualità sono un’occasione per perdonare chi non ha gli strumenti culturali e sociali per comprendere, ma può comunque accettarci e abbracciarci grazie alla forza dell’amore. Una conversazione fra presente e passato, fra chi siamo e chi eravamo, da cui ripartire per affrontare l’esistenza con serenità e maggiore consapevolezza.

In mezzo a lutti e fantasmi, passioni e traumi, sogni e risvegli, Andrew Haigh trova la chiave per parlare al cuore dello spettatore senza mai trascurare la forma, in un inno ai legami familiari e sentimentali che paradossalmente germoglia proprio dalle macerie di un’esistenza segnata dall’isolamento e dal distacco. La conferma di uno dei pochi autori dallo stile unico e inconfondibile nel panorama contemporaneo, che è un piacere ritrovare dopo una lunga assenza e ci auguriamo sia qui per restare.

Estranei
Photo Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è nelle sale italiane dal 29 febbraio, distribuito da Disney Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

A 6 anni di distanza da Charley Thompson, Andrew Haigh torna al grande schermo con un dramma esistenziale di travolgente bellezza, in bilico fra fantasia e realtà ma intriso di umanità.

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American Fiction: recensione del film con Jeffrey Wright

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American Fiction

In un mondo fatto di estremi e di estremismi, siamo ormai abituati a posizioni contrapposte in termini di inclusività: quella dei qualunquisti che giustificano la loro malcelata intolleranza blaterando di dittatura del politicamente corretto e quella di chi invece cavalca l’onda su dettagli ben lontani dal nocciolo della questione, ergendosi a dispensatore di moralità dall’alto del suo profilo da content creator. Una contraddizione al centro di American Fiction, prima regia cinematografica di Cord Jefferson (già dietro alla macchina da presa per gli show televisivi Master of None, The Good Place e Watchmen), che con lucidità e intelligenza affronta il tema della rappresentazione della comunità black in ambito letterario e cinematografico. Una raffinata commedia capace di conquistare ben 5 nomination agli Oscar 2024, disponibile dal 27 febbraio su Prime Video.

American Fiction si basa sul romanzo di Percival Everett Erasure, edito in Italia con il titolo Cancellazione. Al centro della vicenda c’è lo scrittore e professore universitario Thelonious Ellison (Jeffrey Wright), detto Monk in omaggio al celebre jazzista suo omonimo. Monk è irritato per quella che dal suo punto di vista è una sensibilità eccessiva e ipocrita verso la comunità black, comune a tutta l’industria culturale e nello specifico anche ai suoi studenti. Dopo una sua sfuriata, che coincide con una crisi della sua produzione letteraria, Monk viene messo in congedo temporaneo dall’università. Fa quindi ritorno nella sua città natale di Boston, dove si trova a recuperare il conflittuale rapporto con fratello e sorella e a prendersi cura della madre, afflitta dai primi sintomi di una malattia neurodegenerativa.

In un impeto di frustrazione, Monk scrive di getto e sotto pseudonimo un romanzo che intitola scherzosamente My Pafology, infarcendolo di stereotipi sui neri. L’opera ottiene però un’inaspettata considerazione a parte degli editori, imprimendo una svolta alla vita del protagonista.

American Fiction: un formidabile Jeffrey Wright in bilico fra satira e dramma familiare

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

American Fiction ha un intento limpido e netto, ovvero fare satira sull’industria culturale e su tutte le figure che le gravitano intorno. Una satira che centra il bersaglio, grazie soprattutto alla prova di Jeffrey Wright, finalmente centrale in un racconto e formidabile nel rendere la frustrazione del suo personaggio, e a quella di John Ortiz nei panni dell’agente di Monk, protagonista di alcune battute davvero folgoranti. Cord Jefferson ne ha per tutti: la narrativa black fatta sempre e solo di criminalità ed emarginazione, ben rappresentata dal romanzo bestseller We’s Lives in Da Ghetto di Sintara Golden (Issa Rae), in cui si imbatte Monk; i circoli letterari con i loro relativi premi, affidati nel migliore dei casi a membri della giuria svogliati; lo stesso ambiente di Hollywood, formato da un branco di ignoranti che si limita a farsi riassumere dagli assistenti sinossi di libri da trasformare in potenziali successi.

Il regista non nega il razzismo ancora dilagante (la scena del tassista che lascia a piedi Monk subito dopo la sua affermazione sulla razza è emblematica in questo senso), ma mette in luce il fatto che buona parte del successo della cultura woke è determinato dalle scelte e dai potenziali profitti dei padroni di sempre (quindi in maggioranza bianchi), che seguono solo il vento dei soldi, assecondando il mercato in direzione di ciò che lettori e spettatori vogliono sentirsi dire. È questo l’aspetto più convincente e sicuro di American Fiction, che a ritmo di jazz (non a caso cuore della colonna sonora) mette a nudo i limiti di una parte di società, che cerca invano di ripulirsi la coscienza con crude storie di violenza e sopraffazione, farcite di armi da fuoco, mascolinità tossica e forze dell’ordine corrotte.

American Fiction: un racconto non sempre a fuoco

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

Accanto al tema portante di American Fiction c’è però un melodramma familiare tutt’altro che disprezzabile, che acquista progressivamente forza e spazio, sottraendolo alla satira. Jeffrey Wright è abile a tratteggiare un uomo letteralmente accerchiato in ogni ambito della sua vita, afflitto dall’insuccesso personale, impacciato nelle relazioni sentimentali e con un nucleo familiare decisamente complesso, in cui il lascito di un’ambigua figura paterna si fonde con una madre (Leslie Uggams) sempre più fragile, con un fratello (Sterling K. Brown) in piena seconda giovinezza per via del suo coming out e con una sorella (Tracee Ellis Ross) che cerca di tenere tutto insieme.

Non mancano momenti toccanti, come un funerale in spiaggia in bilico fra riso e pianto e le battute a vuoto sempre più frequenti dell’anziana madre, ma il risvolto familiare finisce per depotenziare la componente più corrosiva di American Fiction. A questo si aggiunge la caratterizzazione a tratti traballante della famiglia borghese di Monk, con continue dichiarazioni sulle difficoltà economiche che non trovano riscontro nello stile di vita decisamente agiato degli Ellison. Un’incoerenza che mette però ancora più in luce la personalità tormentata di Monk, che in ambito artistico, sentimentale e familiare è sempre “l’altro”, fuori posto, controcorrente ed elemento alieno e respingente.

Irridere l’industria

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

Le escursioni metanarrative di American Fiction alimentano l’umorismo di Cord Jefferson, che adempie al compito (dichiarato fin dal titolo) di dare vita a un pungente affresco della società americana, mettendo però nel mirino non i soliti illetterati reazionari, ma la fetta di popolazione che dovrebbe contrastarli con la forza della cultura e della civiltà. Un’opera di compromessi e sul compromesso (per il successo, per la felicità), forte di alcuni momenti davvero spassosi (le riunioni della giuria, il confronto fra Monk e Sintara Golden) e capace di irridere l’industria culturale dal suo interno, conquistando anche diverse candidature per i più prestigiosi riconoscimenti: una contraddizione solo apparente, come ci dimostra la parabola di Monk.

Overall
7.5/10

Valutazione

Cord Jefferson dà vita a una corrosiva satira sull’industria culturale e sulla sua ipocrisia, depotenziata però da un dramma familiare non altrettanto travolgente.

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As Bestas – La terra della discordia: recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

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As Bestas - La terra della discordia

Dopo la splendida escursione in ambito televisivo con la serie Antidisturbios: Unità Antisommossa (disponibile su Disney+), il cineasta spagnolo Rodrigo Sorogoyen torna al grande schermo con As Bestas – La terra della discordia, film del 2022 vincitore di ben 9 premi Goya e del prestigioso César per il miglior film straniero. Un lavoro cupo e teso, incentrato sulle piccole comunità rurali, sui pregiudizi che le muovono e sui conflitti che le attraversano. Un thriller a tratti sconvolgente, sostenuto da una scrittura tagliente e da un notevole cast, forte di nomi come Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido e soprattutto Denis Ménochet, universalmente conosciuto per il suo piccolo ruolo nei minuti iniziali di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Al centro della vicenda ci sono Vincent (Denis Ménochet) e Olga (Marina Foïs), coniugi francesi che si spostano in Spagna, per la precisione in un paesino rurale della Galizia. Nella loro nuova residenza, i due si dividono fra un’attività agricola sostenibile e quella di ristrutturazione di edifici ormai abbandonati, con l’intento di aumentare la popolazione e il turismo del paese. Nonostante le loro nobili intenzioni, i coniugi vivono ben presto sulla propria pelle tutta l’ostilità della popolazione del luogo. Una diffidenza frutto dell’atavica resistenza nei confronti dello straniero, ma anche dell’opposizione da parte di Vincent alla possibile costruzione di un impianto di energia eolica, che porterebbe introiti ai proprietari del terreno ma danneggerebbe indirettamente il suo progetto di comunità. Dalle battute si passa ben presto alle provocazioni, che sfociano poi in vere e proprie vessazioni, orchestrate soprattutto dai vicini dei coniugi, i fratelli Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido).

As Bestas – La terra della discordia: il raggelante thriller rurale di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas - La terra della discordia

As Bestas – La terra della discordia è un’opera dolorosa e angosciante, in quanto fin dai primi minuti contrappone ai protagonisti dei nemici sinistri, respingenti ma dannatamente comuni e realistici, in particolare per chi vive o ha vissuto la vita di provincia. I coniugi fanno di tutto per essere e restare dalla parte giusta: resistono alle trappole verbali e non, insistono nella ricerca del dialogo, chiariscono in maniera pacata le loro posizioni sui temi di contrasto. Tutto questo inutilmente, perché la legge e la dialettica del branco assomigliano molto al celeberrimo piccione che gioca a scacchi, vanificando così ogni possibile punto di incontro. Rodrigo Sorogoyen scava in questo contrasto, tratteggiando i rozzi e illetterati abitanti del paesino in maniera tanto aspra quanto credibile, al punto che è facile associare i principali oppositori di Vincent e Olga ai personaggi più inquietanti di Un tranquillo weekend di paura.

La tensione si fa sempre più insostenibile, nonostante gli sforzi di Vincent. Il regista mette in luce gli istinti più primordiali dell’animo umano, sottolineando l’astio da parte dei locali per la consapevolezza che uno straniero pesa esattamente quanto loro nella votazione sulla costruzione dell’impianto e trasformando ogni scena e diversi tipologie di ambiente in un presagio di ciò che potrebbe succedere. È questo il caso dell’apparentemente innocuo punto di ritrovo del paese, che assume invece i contorni di una base di una vera e propria setta, ma anche dei piccoli boschi galiziani, inquadrati come scenari per un potenziale agguato. La dinamica del gruppo che cerca di sottomettere il singolo d’altronde è già dichiarata nell’emblematica sequenza iniziale, che mostra alcuni uomini intenti a bloccare con la forza il muso di un cavallo, con l’intento di frenare ogni suo tentativo di resistenza.

La formidabile prova di Denis Ménochet

As Bestas - La terra della discordia

Denis Ménochet si conferma interprete di grande caratura, lavorando in sottrazione e trasmettendo la personalità sempre più turbata di Vincent, fermo sulle proprie posizioni e mosso dalle migliori intenzioni, ma al tempo stesso sempre più preoccupato per una deflagrazione di violenza a danno suo e della sua famiglia. Rodrigo Sorogoyen lavora anche sulla fisicità del protagonista, contrapponendo la sua pacifica imponenza ai volti scarnificati e ai corpi spigolosi dei suoi vicini, sempre più in preda alla rabbia e alla cieca sete di vendetta. Un contrasto che si acuisce in una delle scene più pesanti e crudeli di As Bestas – La terra della discordia, che richiama a sua volta il già citato incipit del film.

In questo momento il racconto sterza bruscamente in un’altra direzione, cambiando prospettiva e di conseguenza anche lo sguardo di noi spettatori. A occupare uno spazio sempre maggiore è infatti il personaggio di Marina Foïs, perfettamente in linea con il punto di vista morale del marito e capace di resistere a dolori sempre più grandi e a soprusi sempre più insopportabili, con la dignità di chi sa di essere dalla parte giusta e con la lucida follia di chi ormai ha poco da perdere. Un approccio che inserisce il racconto in una prospettiva ancora più ampia, mostrando che anche all’interno di una comunità asfittica e chiusa in se stessa è possibile portare avanti idee progressiste e all’insegna della pacifica convivenza.

As Bestas – La terra della discordia: la potenza dell’immagine

Fra thriller rurale e dramma familiare, fra critica sociale e istanze ambientaliste, Rodrigo Sorogoyen firma un’opera che resta impressa nel cuore e nell’animo dello spettatore, firmando momenti in cui l’ironia si fonde indissolubilmente con l’amarezza (come nel caso dell’insistito dialogo fra gli zotici abitanti del luogo, quasi tarantiniano per modalità e linguaggio) e affidandosi sempre alla potenza delle immagini, sia dal punto di vista espressivo che da quello concettuale: è infatti proprio l’immagine uno dei pochi punti di forza a favore dei coniugi, sotto forma di filmati ripresi da una videocamera per documentare le malefatte dei locali. Una delle tante finezze di un racconto che mette costantemente in discussione le nostre certezze e il nostro punto di vista, lasciandoci scossi ma anche più consapevoli della forza delle nostre idee.

Overall
8/10

Valutazione

Rodrigo Sorogoyen firma un thriller rurale cupo e angosciante, in cui lato più torbido delle piccole comunità incontra il coraggio di chi crede nel dialogo e nella forza delle proprie idee.

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