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Lacci: recensione del film di Daniele Luchetti con Alba Rohrwacher

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Dopo la pandemia e il conseguente lockdown nella stragrande maggioranza delle nazioni del mondo, il cinema prova a ripartire da Venezia 77, con una selezione dal minore richiamo mediatico rispetto all’abbondanza degli anni passati, ma comunque meritevole di interesse. L’onore e l’onere di aprire le danze, nonché quello di tenere alta la bandiera del cinema nostrano, tocca a Lacci di Daniele Luchetti, basato sull’omonimo romanzo di Domenico Starnone, che è stato inserito dal New York Times nella lista dei 100 migliori libri del 2017. 

La storia di un matrimonio, dai toni decisamente più accesi e amari rispetto all’opera di Noah Baumbach che aveva incantato al Lido proprio lo scorso anno, scelta da Venezia e da 01 Distribution per un’insolita distribuzione: Lacci sarà infatti proiettato in sale selezionate già stasera, in contemporanea con la presentazione veneziana, per poi tornare al cinema in maniera stabile a partire dall’1 ottobre. Un segnale di vicinanza fra festival e distribuzione, in un’annata falcidiata dal COVID-19.

Lacci apre Venezia 77

Lacci

© Gianni Fiorito

Per molto tempo ci siamo chiesti come ripartirà il cinema italiano dopo la pandemia. Si cercheranno nuove strade? Atmosfere diverse? Riletture originali della nostra complessa realtà? La prima risposta che arriva da Venezia 77, che piaccia o meno, è decisamente più convenzionale. Luchetti ci trasporta nella Napoli degli anni ’80, mettendoci di fronte alla fine di un amore. La coppia formata da Aldo (Luigi Lo Cascio) e Vanda (Alba Rohrwacher) entra infatti improvvisamente in crisi quando lui si innamora della giovane collega Lidia (Linda Caridi), anteponendola al matrimonio, ai figli e alle proprie responsabilità.

Ha così inizio un viaggio avanti e indietro nel tempo lungo 30 anni, che avvalendosi di numerosi interpreti dei vari personaggi (fra gli altri anche Laura Morante, Silvio Orlando e Giovanna Mezzogiorno) ci trascina in un vortice di imbarazzo, rabbia repressa e verità taciute, che si trasformano in lacci capaci di legare indissolubilmente il destino dei protagonisti.

Nonostante la temporalità impazzita, ci troviamo davanti a niente di più e niente di meno di ciò che l’industria cinematografica italiana ha cavalcato negli ultimi decenni: un dramma familiare fatto di scontri verbali fra le mura casalinghe e incentrato sulle conseguenze a medio e lungo termine dei dissapori fra madre, padre e figli. Rispetto alle decine di opere nostrane sullo stesso tema che abbiamo visto negli ultimi anni, Lacci ha dalla sua un cast di ottimi interpreti (Orlando e la Morante i migliori a giocare sul non detto e sugli sguardi), una sceneggiatura che prende in prestito dal romanzo la volontà di muoversi fra le sfumature e su diverse chiavi di lettura e un comparto sonoro finalmente all’altezza, che ci fa dimenticare la fatica a cui troppo spesso siamo costretti per comprendere i dialoghi di produzioni italiane medio-grandi. Ma possiamo ancora accontentarci di questo?

Drammi familiari e stereotipi

Lacci

© Gianni Fiorito

Proprio il già citato Storia di un matrimonio ci ha dimostrato lo scorso anno che è possibile essere efficaci e originali anche con una trama ridotta all’osso (una coppia che si rompe e che cerca faticosamente di ritrovare un proprio equilibrio), a patto di credere fino in fondo nei propri personaggi, di attraversarli e di restituire allo spettatore qualcosa di vero, in cui sia possibile immedesimarsi. Malgrado le ambizioni e la lezione di Baumbach (che ritroviamo solo nelle due lettere che i protagonisti si scrivono e leggono a vicenda), Lacci non fa niente di tutto questo. Le rappresentazioni di Aldo (Lo Cascio e Orlando) e Vanda (Rohrwacher e Morante), pur incisive se prese singolarmente, sembrano fare capo a personaggi diversi, e non alle stesse persone invecchiate e maturate.

I personaggi secondari, d’altra parte, si configurano come degli stereotipi (la giovane vitale, il figlio con problemi relazionali a causa della dissoluta figura paterna), che esistono solamente in funzione di Aldo e Vanda, e che entrano ed escono di scena senza lasciare traccia e senza una vera e propria risoluzione. In un simile contesto, servono a poco i rimandi fra passato e presente (i dialoghi ricorrenti, il ricordo di una persona simboleggiato da delle foto gelosamente custodite), perché tutto ciò che dovrebbe farci appassionare a questa storia trentennale è tagliato fuori dal racconto. Restano così solo delle sporadiche sequenze di buon cinema e l’originale e insistita metafora dei lacci delle scarpe, unico flebile legame fra dei figli in difficoltà e un padre irresponsabile e al tempo stesso simbolo dell’ambivalente forza dei rapporti sentimentali e familiari: determinante sostegno a cui aggrapparsi e invisibili e asfissianti corde.

Lacci: una buona occasione persa

Lacci

© Gianni Fiorito

Nel particolare momento storico che stiamo vivendo, era forse lecito attendersi un film d’apertura più coraggioso e di rottura, che potesse offrirci una breve sbirciata sul prossimo futuro o un appassionato ricordo della vecchia normalità, che potrebbe non tornare mai più come prima. L’opera di Luchetti invece, proprio come i lacci che le danno il titolo, ci lega a un passato lontano nel tempo ma ancora determinante per ciò che siamo e ciò che desideriamo, facendoci sentire a nostro agio in una storia fatta di rabbia, mediocrità e nevrosi, ma lasciandoci anche un indesiderato retrogusto di buona occasione mancata.

Dopo il breve passaggio in sala del 2 settembre, Lacci arriverà nelle sale italiane l’1 ottobre, distribuito da 01 Distribution.

Overall
5/10

Verdetto

Nonostante le nobili intenzione, Lacci si rivela un dramma familiare stereotipato e convenzionale, che non toglie e non aggiunge nulla alle numerose produzioni nostrane su questo tema.

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Kinds of Kindness: recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Kinds of Kindness

Il corpo è centrale nella visione di Yorgos Lanthimos. Lo è sempre in verità, in tutti i suoi film, ma in Kinds of Kindness assume un ruolo ancora più prominente. Kinds of Kindness, scritto e diretto da Lanthimos e interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Jesse Plemons e Hong Chau, è l’ultima opera partorita dalla mente brillante del regista greco, che dopo Povere Creature! è tornato in sala con un film prezioso e repulsivo, straniante e seduttivo, suddiviso in tre narrazioni distinte, interpretate dallo stesso ensemble di attori in ruoli diversi. Le trame di Kinds of Kindness sono indipendenti ma interconnesse e presentano notevoli affinità tra loro.

Kinds of Kindness: l’anatomia del controllo secondo Lanthimos

Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il primo episodio si chiama “La morte di R.M.F.” e ci porta nella vita di Robert Fletcher, interpretato da Jesse Plemons, un uomo sposato e la cui esistenza è rigidamente controllata da Raymond (Willem Dafoe), un magnate che gli impone ogni giorno precise direttive su ogni aspetto della sua vita. Tra bizzarri compiti e rigide abitudini, Robert deve provocare un incidente con la sua macchina. Dopo aver eseguito l’ordine, Raymond gli comunica che l’impatto non è stato abbastanza violento e che quindi deve provocarne uno nuovo. Di fronte all’obiezione di Robert, comprendendo come un ulteriore scontro potrà poi risultare fatale per l’altro conducente, Raymond rimane impassibile.

Alla fine, Robert si rifiuta di obbedire e, come conseguenza, inizia a perdere tutto ciò che ha, incluso l’amore di sua moglie (Hong Chau). Il secondo episodio, “R.M.F. sta volando”, segue la storia di un poliziotto la cui moglie, una biologa di nome Liz (Emma Stone), scompare durante una missione scientifica. Al suo ritorno, lui nota dei cambiamenti sottili ma inquietanti in lei, tanto da sospettare che possa essere un’impostora e che la donna di fronte a lui non sia davvero sua moglie. Il terzo episodio, “R.M.F. mangia un panino”, racconta di due membri di un culto impegnati nella ricerca di un prescelto che dovrebbe avere la capacità di resuscitare i morti.

Kinds of Kindness: la manipolazione è la fede più succulenta

Kinds of Kindness


Come dicevamo in apertura, il corpo è centrale nell’ecosistema visivo del regista greco e questo film non fa eccezione. Tutti e tre gli episodi trattano di potere, coercizione, manipolazione e abuso, ognuno in modo più sottile e differente. Nel primo episodio Robert non ha autonomia, il suo corpo è nelle mani di un dispotico mentore-demiurgo che ne controlla qualsiasi espressione e decisione, dai gesti più semplici, dal sonno alla colazione, alla lettura (per Raymond leggere Anna Karenina è obbligatorio), ai rapporti sessuali.

Non c’è aspetto della vita che non subisca il suo controllo. Anche i regali di Raymond, esibiti nella lussuosa villa di Robert, sono doni che riguardano il corpo e guardano, contrariamente, a una realtà che è senza controllo: tra i doni fatti a Robert nel corso degli anni ci sono oggetti come la racchetta rotta e deformata di John McEnroe e il casco da corsa bruciato e insanguinato di Ayrton Senna.

Quei regali sembrano un monito, o rappresentano il fascino di Raymond per la distruzione, che come un mentore/divinità ne è succube e ne concepisce la bellezza. Il corpo è l’essenza di quelle opere d’arte, è nella rabbia di McEnroe che distrugge la sua racchetta, è nella vita di Senna che si infrange, e ora quelle opere abitano uno spazio asfittico di osservazione, e riproduzione, e sono inserite in un contesto distopico in cui la manipolazione è la fede più succulenta, manipolazione che è sorella della distruzione.

Cosa saresti disposto a fare per amore?

Kinds of Kindness


Entrambe rientrano nel piano di controllo elaborato da Raymond, che come una divinità detta la sua legge, le sue scritture (o meglio letture) e i suoi idoli. Seguire le istruzioni di Raymond è la norma nel mondo di Robert. Quando si ribella è come se sfidasse una divinità. E sfidare il divino significa rinunciare al conformismo, e il suo mondo di conseguenza crolla e non regge l’urto della sua disobbedienza. Tutte e tre le storie sono incentrate sull’interazione con il divino, sia che si tratti di una presenza costante, di un desiderio o di un miracolo.

La seconda storia ci porta invece nelle pieghe asfittiche di una storia d’amore a dir poco turbolenta. Il protagonista, interpretato da Jesse Plemons, dopo aver appreso della scomparsa della sua compagna Liz, al suo ritorno si convince che lei è solo una sostituta, una persona che le somiglia ma in verità non è lei. Sua moglie è ancora dispersa, sa che tornerà, e intanto cova dentro di sé il desiderio di smascherare l’infingimento, e dimostrare che quella persona non è che chi dice di essere. Quindi sottopone Liz a delle prove insostenibili, e mortifere, come cucinare il dito di una mano, il proprio, e il suo fegato per cena.

Quando si dice: cosa saresti disposto a fare per amore? L’amore può diventare un abuso, e Lanthimos qui ci racconta a quali condizioni può essere declinato e come quel potere è come tutti gli altri, nefasto, tragico, mortale. Anche in questo episodio c’è un demiurgo che detta le regole e qualcuno che quelle regole decide di seguirle, nonostante tutto.

Kinds of Kindness: una discesa agli inferi

 Kinds of Kindness
Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il terzo episodio è molto più simile al primo, anche per ruoli e simmetrie narrative. Siamo immersi in un contesto chiaro fin dal principio: c’è una setta chiusa che vive seguendo le proprie regole, come bere solo le lacrime dei capi del culto, minuziosamente sgorgate dai loro occhi attraverso un rituale combinato, mangiare solo determinati tipi di carne, passare attraverso un rito della sauna che determina la purezza e la contaminazione dell’individuo.

È ancora una volta il corpo a partecipare attivamente alla storia, ad essere protagonista, il corpo come cavia, come condanna, come distruzione e manipolazione, il corpo come oggetto sacrificale, come pezzo marcescente di un sistema vincolante che ti annienta solo per divertimento. Perché Kinds of Kindness è un’opera a cui piace giocare con il proprio potere, annichilire e divertire allo stesso tempo. È una discesa agli inferi, sia tragica che grottesca, e le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie. Lanthimos gioca con le sue pedine esattamente come il mentore di ogni storia, mostrando al pubblico cosa può fargli fare e quali mostri è capace di generare.

Kinds of Kindness è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Kinds of Kindness in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Kinds of Kindness è un’opera che gioca con il proprio potere, una discesa agli inferi dove le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie.

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The Animal Kingdom: recensione del film di Thomas Cailley

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The Animal Kingdom

A 9 anni di distanza da The Fighters – Addestramento di vita, Thomas Cailley torna ad affrontare le suggestioni apocalittiche già sfiorate nella sua opera prima con The Animal Kingdom, notevole successo di pubblico in Francia (più di 8 milioni di euro di incasso) e vincitore di ben 5 premi César. Un’opera coraggiosa e mutevole, che spazia dal racconto di formazione all’avventura fantastica, senza disdegnare sfumature horror e una lucida e puntuale critica sociale.

Ci troviamo in un mondo scosso da un’ondata di mutazioni, capaci di trasformare gli esseri umani in animali. Fra le persone colpite c’è anche la moglie di François (Romain Duris) e madre di Émile (Paul Kircher), che a causa dell’avanzamento della malattia viene assegnata a un centro di cura specializzato. Durante il trasferimento, il furgone che trasporta la donna e altri pazienti ha però un incidente, che permette a tutti loro di fuggire liberi nella foresta. Padre e figlio si mettono così alla ricerca della donna, aiutati dalla sergente Julia (Adèle Exarchopoulos). Nel frattempo però anche Emile comincia a manifestare i sintomi di una mutazione in corso.

The Animal Kingdom: un racconto di formazione e mutazione

Già dall’incipit in medias res, in cui brilla anche uno splendido e dolcissimo esemplare di pastore australiano, The Animal Kingdom mostra un’ambizione rara per un coming of page destinato a un ampio pubblico. In mezzo al caos del traffico irrompe infatti un ibrido fra umano e uccello, che semina timore fra i presenti ma non stupore, dal momento che lo scenario creato da Thomas Cailley e dalla co-sceneggiatrice Pauline Munier è quello di un’umanità che cerca disperatamente di aggrapparsi alla normalità, nonostante la diffusione di una malattia destinata a modificarne per sempre la storia.

Un quadro che ci riporta ai più cupi e dolorosi momenti del Covid, nonostante The Animal Kingdom sia stato pensato e scritto prima della pandemia. Questo potente incipit fornisce al regista il pretesto per un racconto che si muove in molteplici direzioni (forse in troppe), scandagliando le paure e le speranze di una famiglia che cerca di rimanere unita in un mondo al collasso. Proprio come le vittime di questa misteriosa malattia, The Animal Kingdom muta così continuamente davanti ai nostri occhi, proponendo una riflessione tutt’altro che scontata, ma non sempre efficace, sulla diversità e sulla libertà, suggerendo inoltre istanze ecologiste e antispeciste.

Una metafora della crescita e della scoperta

Il cuore del racconto diventa ben presto Émile, costretto a prendere confidenza con un corpo in piena transizione e allo stesso tempo in bilico fra sentimenti contrastanti per la madre e per i suoi coetanei. La sua avventura, scandita dalle suggestive musiche di Andrea Laszlo De Simone, è contemporaneamente metafora della crescita, della scoperta del mondo e persino della disforia di genere (lo vediamo più volte in contrasto con un corpo in cui non si riconosce più). Questi buoni spunti sono però depotenziati da qualche lungaggine di troppo, che portano il minutaggio complessivo a ben 128 minuti, non sempre scorrevoli.

A penalizzare ulteriormente The Animal Kingdom è un ultimo atto decisamente blando, durante il quale il racconto si sgonfia, sia in termini di scrittura sia dal punto di vista della messa in scena. Il bicchiere è mezzo pieno, anche per via di un ottimo lavoro sul trucco e sugli effetti speciali, ma resta comunque la sensazione che con una sceneggiatura più asciutta e una migliore caratterizzazione dei personaggi secondari (soprattutto quello di Adèle Exarchopoulos, ma anche il già citato pastore australiano) ci saremmo trovati di fronte a un piccolo cult, e non solo a un’avventura per tutta la famiglia al di sopra della media per qualità e spessore.

The Animal Kingdom è nelle sale italiane dal 13 giugno, distribuito da I Wonder Pictures.

Dove vedere The Animal Kingdom in streaming

Overall
6/10

Valutazione

The Animal Kingdom mette tanta carne al fuoco, dando vita a un racconto profondo e metaforico, penalizzato però da qualche lungaggine di troppo.

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The Watchers – Loro ti guardano: recensione del film di Ishana Night Shyamalan

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The Watchers - Loro ti guardano

«Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali», dice William Hodding Carter II. Una massima che ben si adatta al regista indiano M. Night Shyamalan e a sua figlia Ishana Night Shyamalan, che debutta alla regia con il thriller dalle sfumature horror The Watchers – Loro ti guardano, basato sull’omonimo romanzo di A. M. Shine. Un esordio nel nome del padre, sempre presente nel racconto sia attraverso le radici evidentemente trasmesse, sia con le ali con cui Ishana Night Shyamalan prova ad alzarsi in volo, con notevole ambizioni ma risultati ancora acerbi.

Al centro del racconto c’è Mina (Dakota Fanning), giovane artista americana che vive in Irlanda, facendo quotidianamente i conti con i dolorosi traumi del suo passato. Per una commissione per il negozio di animali per cui lavora, Mina rimane bloccata in un’imponente e inquietante foresta irlandese. Alla ricerca di un riparo, la donna si imbatte in una casa caratterizzata da un’ampia e suggestiva vetrata, in cui trova altri tre sconosciuti. Da questi apprende la raggelante situazione: ogni notte, delle misteriose e pericolose creature arrivano a osservare le persone all’interno della casa, che a loro volta devono assecondarle per garantirsi la sopravvivenza. In questo paradossale scenario, Mina è costretta a cercare una difficile via d’uscita, insieme ai suoi compagni di sventura.

The Watchers – Loro ti guardano: l’opera prima di Ishana Night Shyamalan, nel nome del padre

Siamo indubbiamente dalle parti di Bussano alla porta, per cui non a caso Ishana Night Shyamalan è stata accanto al padre come regista della seconda unità. La situazione di isolamento, i presagi apocalittici e i continui rovesciamenti del punto di vista rimandano infatti al disturbante universo di M. Night Shyamalan, evocato anche da una foresta oscura e sinistra come quella di The Village. Se a questo aggiungiamo la tendenza al plot twist (per la verità abbastanza blandi), si potrebbe commettere l’errore di ridurre The Watchers – Loro ti guardano a una mera estensione del cinema di M. Night Shyamalan, peraltro coinvolto come produttore.

Ma Ishana Night Shyamalan non vuole e non deve vivere solo della luce riflessa del padre, per cui si concentra sulla sua tormentata protagonista, che in un continuo gioco di specchi e di riflessi si ritrova a mettere insieme i pezzi della propria vita, in un percorso di dolore e perdita che arriva da molto lontano. Una scelta non sempre sostenuta dalla prova di Dakota Fanning, a tratti talmente apatica e insapore da bloccare qualsiasi emozione. Il casting è in effetti uno dei punti deboli dell’intera operazione, dal momento che solo l’ottima Olwen Fouéré (attrice teatrale di fama mondiale, vista recentemente anche in The Northman) riesce a trasmettere le atmosfere sinistre e intriganti continuamente cercate dalla regista.

Fra Lost e la critica sociale

Nel turbine di citazioni e di rimandi che contraddistingue The Watchers – Loro ti guardano, le influenze familiari lasciano progressivamente spazio ad altri punti fermi del panorama audiovisivo contemporaneo. Nella caccia al tesoro orchestrata da Ishana Night Shyamalan si scorgono infatti strizzate d’occhio a Noi di Jordan Peele, suggestioni di Quella casa nel bosco e soprattutto evidenti influenze della celeberrima serie televisiva Lost, sia dal punto di vista della trama, sia per quanto riguarda il sonoro che accompagna le apparizioni degli Osservatori.

Su questa tela, la regista utilizza le dinamiche e gli stilemi dell’horror per tratteggiare una riflessione sulla modernità, esplicitata dai continui riferimenti ai reality show e dalla stessa condizione del gruppo dei protagonisti (in cui figurano anche Georgina Campbell e Oliver Finnegan), osservati e allo stesso tempo osservatori della loro realtà. Un’intuizione che permette a Ishana Night Shyamalan di dare vita a suggestive inquadrature di volti riflessi, grazie anche alla particolare architettura della casa. Ciononostante, la montagna delle ambizioni e del talento della regista partorisce purtroppo un topolino: un horror mai veramente spaventoso e un thriller dal ritmo altalenante, che penalizzano anche la riflessione sociale e la caratterizzazione della protagonista.

Gli sporadici guizzi di The Watchers – Loro ti guardano

Non tutto è da buttare, anche perché stiamo parlando dell’esordio dietro alla macchina da presa di una giovane regista, che ha davanti a sé molti anni per smussare gli spigoli della sua poetica e per affinare il suo sguardo. Un’opera di sporadici guizzi, di duplicità e di scenari opprimenti, che funziona più quando suggerisce che quando è costretta a dare forma, coesione e sostanza alle sue tante, troppe tematiche.

The Watchers – Loro ti guardano è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere The Watchers – Loro ti guardano in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
5.5/10

Valutazione

Ishana Night Shyamalan debutta alla regia con un’opera evidentemente influenzata dalla filmografia paterna, attraversata da tante suggestioni ma incapace di dare forma al tutto.

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