Laila in Haifa: recensione del film di Amos Gitai

Laila in Haifa: recensione del film di Amos Gitai

Haifa è una città portuale israeliana e multiculturale, un luogo in cui diverse comunità si incontrano. Tra i residenti figurano palestinesi, ebrei, arabi, israeliani, che spesso si ritrovano in un club molto celebre, il Fattoush. Questo locale è il palcoscenico del nuovo film di Amos GitaiLaila in Haifa. La storia è ambientata nel bar di Haifa, il Fattoush, uno spazio artistico, una sorta di punto di ritrovo bohémien e rifugio per le persone più diversificate. Gil (Tsahi Halevi), un talentuoso fotografo israeliano, è al Fattoush per lanciare una mostra che il bar ospita su di lui e sul proprio lavoro, che è supervisionato dalla direttrice palestinese della galleria Laila (Maria Zreik).

Il marito di Laila, Kamal (Makram J. Khoury) è scettico nei confronti del suo lavoro, come lo è il collezionista americano in visita. Accanto a questo triangolo amoroso, che coinvolge Laila, Gil e Kamal, la storia ci mostra parallelamente la sorella di Gil, Naama (Naama Preis), in cerca di un’avventura di una notte. Infine, una donna, Hannah (Hana Laslo) è al bar per un appuntamento al buio. Nel corso di una notte, si intrecciano le storie di quattordici personaggi, molto diversi, appartenenti a religioni, generi, identità e classi molto differenti.  

Laila in Haifa: il film di Amos Gitai

Laila in Haifa

Amos Gitai, nella sua carriera molto prolifica, ha presentato quattro dei suoi film in concorso al Festival di Cannes (Kadosh, Kippur, Verso oriente e Free Zone) e altri sei alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (Berlin‐Jerusalem, Eden, Alila, Terra promessa, Ana Arabia e Rabin: the Last Day). Il regista israeliano torna al Lido con Laila in Haifa, tentando di raccontare una storia che parla di donne e uomini alla ricerca di una propria autodeterminazione. Attraverso una serie di incontri e di dialoghi, il regista crea una concatenazione di amicizie e culture diverse, spesso in conflitto, per poter fornire una luce di speranza e di pace in una regione contaminata dall’odio e dalla discriminazione.

In questo senso questo club Fattoush, che è un luogo reale accanto alla ferrovia nel centro di Haifa, rappresenta un rifugio, un’isola felice in cui ogni individualità è ben accetta ed è tollerata.  Laila in Haifa, girato simultaneamente in tre lingue, ebraico, arabo e inglese, è un tentativo, anche se non particolarmente riuscito, di indagare sul conflitto israelo-palestinese, attraverso l’arte e attraverso l’incontro sociale tra persone di origini spesso divergenti tra loro: nel bar convivono non solo persone di origine ebraica o araba, palestinese o israeliana, ma anche uomini e donne, etero e gay, radicali e moderati.

L’arte come l’incontro sociale

Laila in Haifa

Con un cast corale di attori israeliani e palestinesi, e una storia ispirata a L’uomo senza qualità di Robert Musil, Laila in Haifa e la sua unità di luogo sembrano avvicinare il set di questo film a uno spazio teatrale composto da tanti microcosmi; questo in particolare è l’elemento che più convince all’interno delle scene. La cinepresa, in modo sinuoso e intimo, indugia attorno ai personaggi, li segue mentre vagano per le diverse stanze del locale, mentre si radunano attorno al bar, vicino la mostra, fuori dal locale, mentre si impegnano in tutti i tipi di conversazioni e interagiscono con amici, conoscenti, familiari o incontri fortuiti. 

L’unicità del luogo, e lo studio delle spazio, sono scelte che dal punto di vista visivo conferiscono al film la sensazione di assistere ad un teatro filmato. Per quanto possa essere apprezzabile la circolarità visiva delle scene e la ritmica drammatica sostenuta dalle parole, dai dialoghi e dalla fisicità dei personaggi, spesso guardando Laila in Haifa si ha la sensazione che la narrazione giri a vuoto, e che la storia, con le sue concatenazioni e i suoi incastri, non aiuti la tensione drammatica a raggiungere un climax convincente e, inevitabilmente, a risolversi in un finale solido ed efficace. 

Valutazione
6/10

Verdetto

Laila in Haifa è un film corale che si distingue per un sensibile studio delle spazio e per una consapevole circolarità visiva. Purtroppo la narrazione sembra che giri a vuoto, impedendo un climax convincente e che la storia si risolva in un finale solido ed efficace. 

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.