Le verità: la recensione del film con Catherine Deneuve e Juliette Binoche

Le verità: la recensione del film con Catherine Deneuve e Juliette Binoche

Kore-eda Hirokazu è un regista che ha un rapporto molto controverso nei confronti della verità. Forse non semplicemente controverso, ma proprio contro, opposto. Quest’affermazione è piuttosto particolare se si pensa che l’ultima sua opera si chiama proprio La Vérité: bisogna specificare che nella traduzione italiana il film è stato tradotto al plurale, quindi di verità non ne esiste solo una per Kore-eda, evidentemente. E neppure per i personaggi del film, interpretati da Catherine Deneuve, Juliette Binoche e Ethan Hawke, che si trovano nella stessa casa a fare i conti, ognuno, con la propria, una verità scomoda come un sassolino incespicato, lasciata a sedimentare per troppi anni e troppi km di distanza.

Fabienne (Catherine Deneuve) è una star del cinema francese che sta attraversando un periodo di declino, sua figlia Lumir (Juliette Binoche) torna a Parigi da New York, con il marito (Ethan Hawke) e la figlia, poiché Fabienne ha da poco pubblicato la sua autobiografia, un libro evidentemente costruito per vendere, non per raccontare la verità della sua vita. Il loro incontro sarà determinante per far affiorare una parte della loro vita assieme inconfessata e mascherata dal peso delle illusioni.

Le verità

Le verità: il film con Catherine Deneuve e Juliette Binoche presentato durante Venezia 76

Le verità sceglie di raccogliere i detriti di una famiglia frammentata, legata dai silenzi, dai sospiri, dagli innumerevoli passi indietro, legata soprattutto dalla sopportazione delle menzogne altrui. La famiglia è un concetto complesso, è uno spazio in cui si muovono le scelte, i giudizi, le incomprensioni, il primo luogo fautore di ferite, delusioni, lesioni che diventano traumi, traumi che diventano crepe per la vita. La famiglia difficilmente si lascia riassumere in poco tempo e in breve spazio, ma Kore-eda ci prova a tenere in piedi una storia sgretolata già dalle fondamenta, coglie le stagioni di una famiglia quasi in dissoluzione, che vive dei contrasti tra madre e figlia, Fabienne e Lumir, e ne fotografa gli inverni taciuti, le estati e le primavere forse mai avvenute e gli autunni in divenire.

Kore-eda inoltre cerca di inserirsi in un luogo che va oltre il cinema, un luogo meta-cinematografico dove la trama gioca con sé stessa, apre uno squarcio nella narrazione in cui gli attori, generalmente solo il personaggio di Fabienne, a loro volta interpretano un piccolo ruolo all’interno del film, generando un effetto vorticoso in cui finzione e realtà si confondono, creando discromie e anomalie nella linearità strutturale del film. Le verità ha un gusto agro dolce, in cui nostalgia e dissapore riescono a completarsi, a diventare parte di una nuova consapevolezza.

Il personaggio interpretato da Catherine Deneuve è diverso, difficile da collocare: Fabienne è magnetica, irrispettosa, incapace di ammettere i propri errori, talmente grottesca da risultare esilarante, capace di far sorridere anche solo con una posa, con uno sguardo ingannevole, furbesco. Una donna un po’ fata e anche strega, talmente strana da far credere a sua nipote di saper trasformare le persone in animali, come il suo ex marito Pierre, che quando non è in forma umana diventa la tartaruga di famiglia che si chiama, non a caso, Pierre. Un concetto quasi kafkiano, in cui la metamorfosi assume il carattere proprio del romanzo epocale dello scrittore praghese, in cui un personaggio si sente incongruente col suo contesto familiare, talmente discordante da scegliere l’alienazione.

Le verità

Kore-eda Hirokazu dirige una storia sgretolata già dalle fondamenta, cogliendo le stagioni di una famiglia in dissoluzione

Alienazione comune anche al personaggio di Fabienne, che vive la propria solitudine senza alcun disagio, convinta e fiera che prima di essere una madre, una nonna, è un’attrice e come tale deve porsi nei confronti del mondo. Il suo distacco dalla realtà è funzionale, si adatta perfettamente all’illusione perpetua in cui sceglie di vivere, un mondo in cui può decidere cosa essere, cosa provare e cosa dire, come se tutto fosse scritto in un copione, come se tutto fosse già stato destinato a compiersi: la vita per lei è un film, una sceneggiatura, solo un altro testo da leggere e da interpretare.

Ma la verità è che quel velo di Maya al di sotto del quale ha scelto di vivere per anni verrà sollevato e fatto sparire, grazie anche alla sua capacità interpretativa di attrice, quasi una “Trappola per Topi” di shakespeariana memoria: alla visione dello spettacolo che mette in atto, nel film da lei interpretato, la verità non potrà fare a meno di rivelarsi, a lei come a sua figlia Lumir. La verità che le crepe di una vita restano, che i traumi e le mancanze non possono essere dimenticati, ma che tutto, anche la famiglia più complessa e discorde può trovare un nuovo modo di stare al mondo.

  • Verdetto

3.5

Sommario

Le verità apre Venezia 76, stupendo con una lucida e amara fotografia di una famiglia in dissoluzione.

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Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva, collaboratrice per Lost in Cinema, Cinematographe.it ed Empire Italia. Eterna studente, perché la materia di studio sarebbe infinita.