Lei mi parla ancora: recensione del film di Pupi Avati

Lei mi parla ancora: recensione del film di Pupi Avati

Lutto, amore, nostalgia, immortalità. Dopo due anni dal suo ritorno al gotico padano con Il signor Diavolo, Pupi Avati sorprende ancora una volta con Lei mi parla ancora, opera appassionata e crepuscolare, che fa dell’amore nella terza età e del contrasto fra modernità e tradizione le direttrici per un racconto struggente e dagli espliciti spunti autobiografici. Anche se la nuova fatica di Avati è un adattamento del romanzo Lei mi parla ancora – Memorie edite e inedite di un farmacista di Giuseppe Sgarbi, lo stesso regista in conferenza stampa non ha infatti fatto mistero di avere inserito diversi spunti personali, che donano profondità e spessore a uno dei suoi lavori più intimi e sentiti.

Fra un doloroso presente, dolci ricordi e sprazzi onirici, viviamo l’amore lungo 65 anni di Nino e Caterina, nato istantaneamente nel momento del loro primo incontro e interrotto solo dall’improvvisa morte di lei. Un legame quasi anacronistico per un’epoca in cui tutto si consuma e si dimentica alla velocità della luce, portato in scena da Isabella Ragonese e Stefania Sandrelli (che interpretano la giovane e la matura Caterina) e da Lino Musella e uno strepitoso Renato Pozzetto, che impersonano rispettivamente Nino da giovane e da anziano.

Preoccupata per il benessere psico-fisico del padre, malinconicamente rinchiuso in una prigione dorata fatta di opere d’arte e teneri ricordi, La Figlia (cioè Elisabetta Sgarbi, interpretata da Chiara Caselli) ha un’idea per risollevare l’umore del padre: coinvolgerlo nella scrittura di una sua autobiografia, coinvolgendo nel progetto il ghost writer perennemente insoddisfatto Amicangelo (Fabrizio Gifuni), a sua volta in cerca di un’occasione per fare spiccare il volo alla sua carriera. Ne nasce uno scontro fra generazioni e modi di intendere la vita diametralmente opposti: da una parte l’orgoglioso “per sempre” di Nino, dall’altra l’instabilità emotiva e affettiva di Amicangelo.

Lei mi parla ancora: il lutto e la vecchiaia secondo Pupi Avati
Lei mi parla ancora

A 82 anni compiuti, Pupi Avati dimostra una vitalità cinematografica che raramente riscontriamo in cineasti ben più giovani. Lei mi parla ancora è infatti una sorprendente miscela di note dissonanti, di capovolgimenti di archetipi e di riusciti azzardi tecnici e narrativi. A ben guardare, l’ultimo lavoro del cineasta bolognese ha, fin dal titolo, i tratti distintivi della ghost story, ma le varie manifestazioni di Caterina non sono mai spaventose o inquietanti, quanto piuttosto stimoli per solleticare la fantasia e la memoria di Nino, pervicacemente aggrappato a una promessa di eternità e immortalità scambiata 65 anni prima. Nei placidi vuoti a rendere della pianura padana (e dove se no?), in aperto contrasto con la frenesia della metropoli cara ad Amicangelo, Avati  riesce nell’impresa di raccontare la presenza con l’assenza, l’amore con la solitudine, lo scorrere del tempo con la staticità, in un continuo gioco di rimandi letterari e artistici.

Proprio l’arte, hobby ben retribuito del farmacista Nino e campo d’azione del più celebre figlio Vittorio (qui mai nominato esplicitamente), è un silenzioso ma cruciale personaggio di Lei mi parla ancora, esaltato da Avati in insistite riprese dal basso e in splendidi totali, capaci di raccontare la voglia e il bisogno da parte del protagonista di essere circondato, quasi sovrastato, da un’impressionante moltitudine di quadri, sculture e altri prodotti dell’intelletto umano. Il punto di incontro fra un uomo fieramente fuori dal tempo e uno scrittore perennemente in rampa di lancio, allo stesso tempo schiavo e fruitore della modernità, può essere soltanto la parola, e in particolare la parola scritta. Il libro sulla vita di Nino diventa così il pretesto per un commovente flusso di memorie, grazie a cui gli echi del passato riverberano sul presente, che a sua volta ne raccoglie solennemente il testimone.

Lei mi parla ancora: Pupi Avati fra Bergman e Fellini

Lei mi parla ancora

A dispetto di alcuni dei temi trattati, Lei mi parla ancora è perfettamente calato nella contemporaneità, per la maniera delicata e allo stesso tempo lucida con cui tratta la vecchiaia e la morte (non è casuale il riferimento a Ingmar Bergman e a Il settimo sigillo, anche se sarebbe stato ancora più azzeccato citare Il posto delle fragole), per la sensibilità con cui delinea la composta fragilità della terza età e soprattutto per come racconta il dignitoso dolore della perdita del compagno o della compagna di una vita nella vecchiaia, cioè il periodo in cui non ci si abbraccia più, anche quando si avrebbe un disperato bisogno di farlo. Nello sguardo fisso e affranto di Renato Pozzetto (in una prova drammatica da David di Donatello) e nella sua amara ironia, ci sono purtroppo le esperienze e le sofferenze di tante persone, rimaste improvvisamente sole in questo disgraziato periodo.

Ma è tutto il cast a funzionare egregiamente in questo racconto, quasi felliniano per il modo con cui fonde immaginazione e realtà e per il tocco poetico con cui rappresenta le aree rurali del dopoguerra, riuscendo a spaziare dal particolare all’universale attraverso i volti e le vicende dei protagonisti. Tante le comparsate di volti noti (Serena Grandi, Alessandro Haber, Gioele Dix, Nicola Nocella, il critico Andrea Maioli), che insieme alla genuinità di Stefania Sandrelli e all’eterea Isabella Ragonese danno vita a una fulgida e a tratti straziante rappresentazione dell’eternità dei nostri sentimenti più profondi, che né il tempo né il confine fra la vita e la morte (forse molto più labile di quanto immaginiamo) possono arginare.

L’equilibrio fra passato e infinito

«L’uomo mortale, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia». In questa citazione di Cesare Pavese, opportunamente utilizzata dal regista, si cela il cuore di Lei mi parla ancora, in perfetto equilibrio fra il passato e un infinito in cui ritrovarsi e rivivere i propri giorni migliori. Un’opera con cui Avati ci conquista ancora una volta, certificando l’immortalità sua e del suo indispensabile cinema.

Lei mi parla ancora andrà in onda su Sky Cinema e sarà disponibile su NOW TV, a partire da lunedì 8 febbraio.

Valutazione
8/10

Verdetto

Pupi Avati fa centro ancora una volta con un’opera densa di temi e contenuti, in cui lo scontro fra modernità e tradizione diventa l’occasione per un’acuta riflessione sul ricordo e sul lascito di ogni persona. Un sontuoso Renato Pozzetto centra una delle prove più riuscite e intense della sua carriera.

Marco Paiano

Marco Paiano