Lucky: recensione del film diretto da Natasha Kermani

Lucky: recensione del film diretto da Natasha Kermani

Fortunata. È questa la parola che si sente ripetere continuamente la protagonista di Lucky May, dopo essere scampata all’ennesima aggressione da parte di un misterioso e sfuggente assalitore. Fortunata, come il termine che troppo spesso viene usato per sminuire i disagi delle donne, casualmente da persone che si sono sempre trovate in una posizione di assoluto privilegio. “Non ti offendere per i fischi e le battute da caserma che ti rivolgono per strada, devi sentirti fortunata a essere così bella”, “Non ti preoccupare se il tuo marito o il tuo compagno ti mette le mani addosso, sei fortunata ad avere qualcuno accanto”, “Non rammaricarti per una società e un mondo del lavoro che ti inibiscono ogni possibilità di carriera per ridurti a una macchina sforna figli senza alcun sostegno, sei fortunata a essere madre”. Fortunata.

Alla sua seconda regia dopo il sottovalutato Imitation Girl, Natasha Kermani mette in scena con Lucky un’allegoria orrorifica della condizione femminile nella società contemporanea, seguendo la scia de L’uomo invisibile di Leigh Whannell, riprendendo l’atmosfera paranoica di Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York e accarezzando i tanti progetti recenti basati sul loop temporale (da Auguri per la tua morte a Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani), sostituendo però a questo fantascientifico espediente narrativo la visita che un assassino fa ogni notte al personaggio di Brea Grant (anche sceneggiatrice). Mentre The Dark and the Wicked (che condivide con Lucky la collocazione nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival 2020) rifugge da riflessioni sul contesto socio-politico attuale per abbracciare il puro intrattenimento, Natasha Kermani fa l’esatto opposto, sovrapponendo completamente il suo lavoro a un’estremizzazione del maschilismo, priva di qualsiasi compromesso narrativo.

Lucky: l’eterno ritorno del patriarcato
Lucky

La vita di May, che di professione fa la scrittrice di libri di sostegno per le donne, viene scombussolata dall’arrivo di un malintenzionato mascherato nella casa in cui vive col marito Ted. A disturbarla particolarmente è proprio l’atteggiamento di Ted, che appare quasi rassegnato al fatto che tale figuro tornerà a presentarsi ogni notte. Ted ferma il malvivente, ma con la consapevolezza che dopo pochi minuti svanirà nel nulla, cosa che puntualmente avviene. L’assassino torna ogni notte a cercare di uccidere May, e nel frattempo anche Ted si dilegua.

May entra così in uno stato di perenne paranoia, alimentata dalla forze dell’ordine, che cercano di rassicurarla con frasi di circostanza, senza mai aiutarla a eliminare alla radice il problema, e dalle sue conoscenze più strette, che si comportano in maniera sempre più strana e sinistra. Mentre l’assassino continua a perseguitare May, seguendola anche quando cambia abitazione, nella mente del protagonista e degli spettatori si fa strada una domanda: quello che sta succedendo è fantasia o realtà?

In una surreale rilettura dell’home invasion, non priva di venature comiche, Natasha Kermani realizza il film giusto al momento giusto, mettendo lo spettatore di fronte a una grottesca ma efficace rappresentazione di ciò che accade quotidianamente a molte, troppe donne. Non credute, fintamente rassicurate e ridimensionate, in modo da non turbare lo status quo. Un duplice livello di lettura netto, limpido, gridato a gran voce in ogni momento del racconto, che la regista abbraccia completamente, anche a costo di sacrificare il realismo e la coerenza interna. L’emblema di Lucky si trasforma così anche nel suo più evidente limite, soprattutto nell’atto conclusivo, quando la componente fantastica prende decisamente il sopravvento sul resto e l’allegoria, amplificata dalle esperienze analoghe a quelle di May di altre donne, sfocia nel concettualismo più estremo.

Il tempo della sopportazione è finito

Anche se lo svelamento conclusivo è abbastanza telefonato, Lucky convince anche dal punto di vista del puro intrattenimento, grazie soprattutto a una struttura narrativa che fa della ripetizione dell’aggressione ai danni di May un mezzo per mantenere sempre alta la tensione. La breve durata (appena 83 minuti) fa in modo che la corda della sospensione dell’incredulità, costantemente tesa, non si spezzi, e che il messaggio arrivi forte e chiaro. Il tempo della sopportazione è finito, e per le donne è il momento di fare gruppo (come suggerisce implicitamente una forzata ma coraggiosa sequenza nelle battute finali) e di ribellarsi a un sistema che ridimensiona continuamente le loro problematiche e le loro esigenze, anche a costo di combattere contro le persone più care.

Valutazione
7/10

Verdetto

Lucky mette in scena una pungente e grintosa allegoria del patriarcato in salsa horror. Il didascalismo dell’atto conclusivo non impedisce al messaggio di arrivare forte e chiaro allo spettatore.

Marco Paiano

Marco Paiano