L’Uno: recensione del film di Antonaci, Mandalà, Lascar e Carenzo

L’Uno: recensione del film di Antonaci, Mandalà, Lascar e Carenzo

Coprifuoco dopo le 5 PM. Festeggiamenti in casa, solo con parenti e amici stretti. Vietati droni, botti e fuochi d’artificio. No, non sono le regole del nuovo DPCM, ma quelle a cui devono sottostare i protagonisti de L’Uno, film di Alessandro Antonaci, Stefano Mandalà, Daniel Lascar e Paolo Carenzo, disponibile dal 23 novembre su CHILI. Nato come testo teatrale andato in scena a partire da Capodanno 2018, e adattato per il cinema prima della pandemia, L’Uno si è rivelato un’opera profetica, con molti punti di contatto con la realtà cupa e destabilizzante che stiamo vivendo. Proprio come noi, i protagonisti di quest’opera devono infatti sottostare a severe restrizioni e a un regime di isolamento, non per un virus letale, ma per un oggetto volante non ben identificato comparso nei cieli, silenzioso ma comunque capace di condizionare la vita di tutti solo con la sua misteriosa e minacciosa presenza.

L’Uno, nessuno e centomilaL'Uno

In questa atmosfera di incertezza e timore, il mondo si confronta con l’Uno, che è sia il nome dato all’oggetto volante non identificato, sia un modo per riferirsi alla notte di Capodanno. Marta (Elena Cascino) e Tommaso (Matteo Sintucci) organizzano una cena casalinga, a cui partecipano la sorella di Marta, Cecilia (Alice Piano), incinta di pochi mesi, e l’amico della coppia Giulio (Stefano Accomo). Entrambi gli invitati si presentano però con una sorpresa: Giulio porta la sua nuova fiamma francese Claire (Anna Canale), mentre lo spasimante di Cecilia, Marco (Carlo Alberto Cravino), raggiunge il gruppo a serata in corso. Ben presto, emergono debolezze, difetti e fragilità dei commensali, e gli animi si surriscaldano. Un improvviso blackout elettrico e tecnologico porta poi a un altro livello il rapporto fra i protagonisti e l’Uno: che cos’ha cambiato nelle loro vite l’arrivo di questo oggetto?

Negli ultimi anni, il cinema ha spesso raccontato lo squallore e la miseria del genere umano rinchiudendo i protagonisti di un film all’interno della stessa stanza, per cuocere a fuoco lento le loro tensioni e fare poi deflagrare i loro conflitti. Ne sono un perfetto esempio Carnage di Roman Polanski e Cena tra amici di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, ma anche Dobbiamo parlare di Sergio Rubini e Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, a cui L’Uno strizza più di una volta l’occhio. In questo caso, al centro dei riflettori non c’è né l’invadenza della tecnologia (che è estremamente variegata: telefonini moderni si mescolano a televisori retrò), né, come il soggetto potrebbe fare supporre, la fantascienza. L’UFO che sorvola le teste dei protagonisti potrebbe essere una minaccia di altro tipo, come appunto un virus, senza intaccare minimamente il senso dell’opera.

Sei personaggi in cerca d’autore, fra solitudine e isolamento

Non è un caso che questo progetto, che non rinnega mai il proprio impianto teatrale, caricando oltremodo le interpretazioni degli attori e facendo del minimalismo scenografico una propria risorsa, abbia diversi riferimenti a un maestro del teatro come Luigi Pirandello. I protagonisti sono infatti Sei personaggi in cerca d’autore, privi di una vera e propria identità che vada al di là delle loro relazioni, ed è facile associare quell’Uno a Uno, nessuno e centomila e alla sua illuminante riflessione sulla disgregazione dell’io. Fra flashback ed eccessive dilatazioni di tempi e azioni, la tensione narrativa ed emotiva ha dei cali anche vistosi, ma ciò che non viene mai a mancare è lo sguardo lucido e attento su un’umanità sempre più egoista, vigliacca e imprigionata in gabbie che si è costruita da sola e a cui non appartiene.

Il più classico dei what if ci avvicina ulteriormente a questi personaggi, che hanno attraversato uno stravolgimento della propria esistenza, si sono interrogati, hanno ironizzato su regole e raccomandazioni (folgorante il discorso di Claire sulla diversità delle restrizioni fra Francia e Italia, che ricorda molti dialoghi da bar, o da Facebook, sulla gestione dell’emergenza COVID-19) e si sono riscoperti inevitabilmente soli, prigionieri di aspettative a loro estranee e di rapporti ormai logori. Maschere di una società che con la pandemia, o con l’Uno se preferite, si è trovata costretta ad abbracciare la realtà e a fare i conti con la propria essenza, abbracciando l’originalità, ma anche le imperfezioni e la mediocrità. Perché anche dentro una stanza affollata ci ritroviamo sempre soli, e L’Uno ce lo ricorda con cinismo e sincerità.

Valutazione
7/10

Marco Paiano

Marco Paiano