L’uomo invisibile: recensione del film con Elisabeth Moss

L’uomo invisibile: recensione del film con Elisabeth Moss

L’assenza è una presenza. Due antinomie, due modi diversi di abitare il paradosso. La presenza-assenza è un paradosso circoscritto al proprio punto di vista, è come un terrore prossimo, immediato, che alligna e assedia. Il paradosso dell’assenza si smargina nella presenza, nella compiutezza del suo atto, come in una lotta corpo a corpo tra luce e ombra, scritto e orale, simulacri e simulazioni. L’horror è un genere cinematografico che ha spesso mostrato come l’idea di presenza spesso veicoli un’idea allucinatoria, una presenza spettrale, o un’idea illusoria, come una presenza ectoplasmatica, o una presenza avvertibile quindi sensoriale.

Spesso le presenze sono assenze visive, o assenze tattili, perché ci si trova nella condizione di percepire qualcosa che possiamo riconoscere solo noi. Quel che è certo è che l’horror, come anche il gotico, come genere punta l’accento su quel che non c’è e spiega come esso conti sempre più di quel che c’è. L’invisibile è l’elemento che genera il terrore più alto, più viscerale e umano, è una minaccia alla quale non ci si può sottrarre poiché ci manca il senso più identificativo che possediamo per potercene divincolare: la vista. L’uomo invisibile coglie questo paradosso e lo allinea a una storia di manipolazione, un dramma persecutivo, una relazione tossica, una storia di violenza che sa come rimanere perfettamente invisibile. 

Un horror sociale basato su una allegoria perfetta

L'uomo invisibile

Cecilia Kass (Elisabeth Moss) è in fuga da una relazione abusiva e dal suo ex compagno, Adrian, uno scienziato e maniaco del controllo, che l’ha intrappolata e segretata nella sua villa ipertecnologica. Cecilia scappa nel cuore della notte facendo perdere le sue tracce ma, nel frattempo, l’uomo le dà la caccia ovunque, nascosto all’interno di una tuta di sua invenzione che lo rende invisibile. Adrian diventa una forza vendicativa e silenziosa che può manipolare la tua vita, può drogarti, può minacciarti, può giocare con la tua mente.

I migliori film di genere giocano sulle paure più urticanti della società: l’idea di un uomo invisibile, che occupa uno spazio violento, veicola una riflessione molto chiara. Cecilia è una donna vittima di abusi, minacce e stalking, e nonostante l’evidenza delle sue ferite e della sua persecuzione, non viene mai creduta. Non finché il suo invasore aggressivo, il mostro disumano non si palesa a tutti. Questa indeterminazione del maltrattatore seriale, e la sua rappresentazione piuttosto desueta, è particolarmente efficace: la più grande aspirazione che imprime la violenza (soprattutto quella domestica) è quella di nascondersi in bella vista, è di essere assente soprattutto quando è presente, una presenza totale, incombente, continua, persistente. 

Il vuoto diventa animico

L'uomo invisibile

L’uomo invisibile è un thriller vibrante, che toglie il fiato, il cui protagonista assoluto è un vuoto colmo di terrore. La cinepresa per buona parte del racconto riprende un non personaggio, stanze svuotate di senso drammatico, ed è lo spettatore che deve riempirlo con la sua immagine mentale formata o deformata dalla paura che la protagonista sta vivificando. Il vuoto diventa animico, il gaslighting diventa uno strumento potente per poter rivendicare il proprio punto di vista, che è quello della vittima che, pur non potendo vedere il proprio carnefice, è l’unica che sa distinguere tra memoria e percezione, fin dall’inizio, ed è l’unica che poi lo spoglierà della sua invisibilità. 

Per questo l’opera di Leigh Whannell diventa una potente metafora sulla resistenza e sulla contrapposizione di un nemico che non si vede – che di questi tempi è quanto dire – è un horror sociale basato su una allegoria perfetta. Cecilia è stata risucchiata in un vortice di soprusi da cui scopre che non può liberarsi facilmente, perché il maniaco rimane (letteralmente) fuori dallo schermo. È la storia che ogni donna abusata deve sopportare, ovvero pregare, combattere per essere ascoltata, affinché il suo abuso – e il suo abusante – sia (abbastanza) evidente e visibile.

L’uomo invisibile deve la sua forza al talento di Elisabeth Moss

L'uomo invisibile

E questo Leigh Whannell ce lo sbatte in faccia con un’enfasi spietata, e ci costringe anche a soffermarci su quanto pesi la solitudine emotiva che abita la vittima. Quando la cinepresa si sofferma sui luoghi, sugli spazi, come camere da letto, soffitte, ristoranti, ci fa comprendere quanto sia ampio l’isolamento di Cecilia: il deserto del reale è una ferita profonda, un’arma mortale che il predatore, lo stalker sa come usare per indebolirla, fisicamente e mentalmente, e anche dal punto di vista affettivo.  

L’uomo invisibile, rifacimento dell’horror del 1933, tratto dal romanzo di H. G. Wells del 1897, deve la sua forza al talento e all’incredibile performance di Elisabeth Moss, esplosiva, cruda, rabbiosa, sempre fuori da qualsiasi narrazione stereotipica, dal cliché della scream queen o dell’angelo vendicativo. Elisabeth Moss riesce a calibrare perfettamente la frustrazione, l’isolamento, la sfiducia e il terrore che attraversa il suo personaggio sostenendo spesso dialoghi che sembrano soliloqui, lotte sanguinose e intense contro un mostro invisibile e impercettibile. Alla sua intensità attoriale L’uomo invisibile deve ogni cosa: ogni parola, sguardo o movimento determinano la resa visiva ed emotiva del film che altrimenti si sarebbe potuto trasformare in un inutile teatro delle ombre.

L’uomo invisibile è disponibile a noleggio su Chili.

Valutazione
8/10

Verdetto

L’uomo invisibile di Leigh Whannell è una potente metafora sull’assenza e sulla manipolazione, un horror sociale, tratto dal romanzo di H. G. Wells del 1897,  sulla violenza di genere e sul deserto del reale. 

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.