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Mad Max: Fury Road, recensione del film di George Miller

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Fiammeggiante, adrenalinico e soprattutto furioso. Mad Max: Fury Road di George Miller è tutto questo, nonché un perfetto connubio fra cinema d’azione e autorialità, che fin dalla presentazione durante il Festival di Cannes del 2015 ha ispirato spettatori e cineasti, diventando di fatto l’asticella difficilmente superabile per ogni blockbuster action. Un’opera sontuosa, a cui è opportuno ripensare in occasione dell’arrivo in sala del prequel Furiosa: A Mad Max Saga, diretto ancora dall’inossidabile regista australiano.

Nonostante le incursioni nel fantastico (Le streghe di Eastwick, Tremila anni di attesa), nel cinema per famiglie (Babe va in città, Happy Feet, Happy Feet 2) e nel più straziante dramma (L’olio di Lorenzo), la carriera di George Miller è indissolubilmente legata alla saga di Mad Max e alle sue atmosfere postapocalittiche. Nel 1979 è infatti stato il primo film del franchise (in Italia Interceptor) a imporre all’attenzione generale il regista australiano e il suo giovanissimo protagonista Mel Gibson nell’iconico ruolo di Max Rockatansky. Una felice contaminazione fra azione, fantascienza e sfumature western, rielaborata già nel 1981 con il sequel Mad Max 2 (in Italia Interceptor – Il guerriero della strada) e nel 1987 con il terzo capitolo Mad Max oltre la sfera del tuono, impreziosito dal celebre brano di Tina Turner We Don’t Need Another Hero (Thunderdome).

Siamo quindi di fronte a una saga che George Miller ha più volte continuato e riavviato, apportando di volta in volta piccole variazioni a un canovaccio ben rodato, fatto di desolazione, violenza e lotta per le materie prime. Un progetto interrotto dall’ascesa di Mel Gibson e da numerosi ostacoli economici e produttivi, riportato però a nuova vita proprio con Mad Max: Fury Road, vero e proprio reboot con Tom Hardy nei panni di Max Rockatansky.

Mad Max: Fury Road, un prodigioso, furente e fiammeggiante inseguimento

Mad Max: Fury Road

Le poche nozioni salienti dei precedenti capitoli (lo scenario postapocalittico, il doloroso passato del protagonista) vengono brillantemente riassunte da George Miller in un rapidissimo incipit, a cui fa seguito la descrizione di un mondo distrutto e scarnificato, ma allo stesso tempo dall’ampia mitologia. Tutti i dubbi sulla capacità di George Miller di compiere un efficace world building dopo 3o anni di distanza dal cinema d’azione vengono fugati in pochi minuti, durante i quali facciamo la conoscenza dello spietato villain Immortan Joe, che nonostante le sue difficoltà respiratorie (evidente il richiamo a Darth Vader) impone una dittatura grazie alle sue immense e preziose scorte di acqua, dei suoi fedeli Figli di Guerra in precarie condizioni fisiche, e della nuova versione di Max Rockatansky, fatto prigioniero e ridotto a mero donatore di sangue per rinvigorire questi guerrieri.

Ma a dominare la scena è soprattutto la Furiosa di Charlize Theron (interpretata da Anya Taylor-Joy in Furiosa: A Mad Max Saga), prestigiosa e potente Figlia della Guerra che con la scusa di recuperare carburante dalla vicina Gas Town si dà alla fuga insieme alle Cinque Mogli di Immortan Joe (Rosie Huntington-Whiteley, Zoë Kravitz, Riley Keough, Abbey Lee e Courtney Eaton) schiave del tiranno da lui scelte per perpetuare la sua stirpe. Insieme ai suoi fedelissimi, Immortan Joe si mette alla caccia di Furiosa, alla guida di un esercito di mezzi pesanti e sinistri.

Dal punto di vista della mera trama, Mad Max: Fury Road non è quindi altro che un lungo, folle e vorticoso inseguimento, interrotto solo da brevissime fermate intermedie, irrobustito da alcuni notevoli personaggi secondari (il tormentato Nux di Nicholas Hoult e la coraggiosa Valchiria di Megan Gale) e alimentato dal rapporto in continua evoluzione fra Max e Furiosa, fatto di odio e diffidenza ma anche di necessaria cooperazione.

Uno spettacolo visivo e sensoriale

Mad Max: Fury Road

In un’epoca di blockbuster raffazzonati a colpi di CGI e spettacolarizzazioni fini a loro stesse, George Miller va in netta controtendenza, affidandosi il più possibile a scelte analogiche (fondamentali in questo senso le desertiche location della Namibia) e dando vita a una scenografia curata nei minimi dettagli (giustamente premiata con l’Oscar, uno dei 6 conquistati dal film), capace di tratteggiare le dinamiche di un mondo morto, in cui ogni residuo della civiltà diventa oggetto di riciclo e riuso. Le vecchie auto (fra cui la celebre V8 Interceptor di Max) vengono quindi riadattate per solcare la sabbia, le ossa diventano ornamenti e persino le chitarre elettriche risorgono a nuova vita, sparando note e fiamme dall’alto di un camion per incitare gli inseguitori.

Una messa in scena prodigiosa e allucinata, priva di qualsiasi compromesso logico, fiore all’occhiello di un lavoro in cui il mezzo si fa continuamente contenuto, rinvigorendo la narrazione e mai limitandola. Uno spettacolo visivo e sensoriale, che non deve però mettere in secondo piano la sostanza di un racconto moderno e per certi versi in anticipo sui tempi, con al centro un’eroina pericolosa, taciturna e solitaria, alla guida di un’ardita ribellione ai danni della tirannia e del patriarcato. Un’opera complessa e sfaccettata, che fra i suoi tanti eccessi (le cinture di castità coi denti, i continui richiami al Valhalla) riesce a fare emergere riflessioni sul ruolo della donna, sulle dittature e persino sul fondamentalismo, in grado di convincere le persone a sacrificare le loro stesse vite in nome di cause inutili e di ricompense illusorie.

Mad Max: Fury Road, un mondo al crepuscolo

Mad Max: Fury Road

In questo mondo al crepuscolo si muove come un fantasma Max Rockatansky, l’altra faccia della medaglia di Furiosa. Il personaggio di Charlize Theron (che dimostra la sua predisposizione per il cinema action, sfruttata successivamente anche in Atomica bionda e The Old Guard) ha evidentemente un passato malvagio ma adesso lotta per un nobile ideale, imboccando però spesso la strada sbagliata; al contrario, Max era un poliziotto, difensore per eccellenza dell’ordine, ma si ritrova adesso a lottare esclusivamente per la sua sopravvivenza, seguendo il vento come una banderuola ma prendendo di frequente la scelta più giusta, seppur in maniera del tutto accidentale.

Un contrasto su cui George Miller dipinge una diffidente e astiosa collaborazione, fatta di pochissimi dialoghi e molti sguardi torvi, alimentata dalla situazione di estrema tensione e dalle menomazioni dei due, fra cui il braccio meccanico di Furiosa (come Luke e Anakin Skywalker, altro richiamo a Star Wars) e la maschera che copre per lunghi tratti il viso di Tom Hardy, alle prese con questa dinamica anche per Christopher Nolan ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno e nel successivo Dunkirk.

Mad Max: Fury Road e il western

Come anticipato in apertura, le suggestioni western fanno parte della storia di questo franchise, ma in Mad Max: Fury Road emergono in maniera dirompente, anche senza la presenza di una specifica frontiera da attraversare o proteggere. Non solo per le sconfinate ambientazioni desertiche che cingono il racconto e per i suoi personaggi costantemente in bilico fra bene e male e fra diverse fazioni, ma anche per la stessa struttura narrativa.

Se si risale fino alle origini del western, ci si imbatte infatti inevitabilmente nel seminale Ombre rosse di John Ford, che come il film di George Miller non è altro che un lungo e frenetico inseguimento, popolato di personaggi archetipici e intriso di vendetta, innocenza, coraggio e redenzione. Se sostituiamo le diligenze con l’imponente insieme di mezzi pesanti creati per Mad Max: Fury Road, gli indiani con i seguaci di Immortan Joe e la Monument Valley con la Namibia, ci rendiamo conto che siamo di fronte a una rilettura moderna e originale di un genere che è parte fondante della storia del cinema hollywoodiano e che continua a esistere e resistere nelle forme più disparate e a diverse latitudini.

Un successo senza fine

Nel suo furente peregrinare, George Miller compie qualche piccola decelerazione, come la fermata al Luogo Verde delle Molte Madri, in cui il direttore della fotografia John Seale dà vita a un suggestivo effetto notte, arricchito da lampi di luce tanto inverosimili quanto efficaci. Piccoli momenti in cui rifiatare prima di riprendere la corsa, scandita dalle roboanti musiche di Junkie XL e da un’azione fatta di inseguimenti, corpo a corpo, esplosioni e luoghi angusti, che a tratti ricorda lo spirito avventuroso di Steven Spielberg e della saga di Indiana Jones, seppur con spirito molto più cupo e meno giocoso.

Il risultato è un film mozzafiato, che nell’esiguo spazio di due ore riesce a cesellare un mondo ai minimi termini e al tempo stesso sconfinato dal punto di vista narrativo, in cui si muovono personaggi fantasiosi e bizzarri ma al contempo credibili e tridimensionali, protagonisti di un racconto in perenne equilibrio fra tradizione e insopprimibile spinta creativa. Un universo in cui la morte è dietro l’angolo, ma paradossalmente è un evento effimero, un danno collaterale da archiviare velocemente fuori campo mentre continua la corsa verso la libertà, la redenzione o molto più probabilmente verso un destino ignoto e tutt’altro che rassicurante.

Un ultimo sguardo di intesa fra Furiosa e Max chiude questa vera e propria pietra miliare del cinema del ventunesimo secolo, che fra i vari riconoscimenti può contare anche sull’inserimento nella top 10 dei film del 2015 secondo i prestigiosi critici dei Cahiers du cinéma e sul titolo di miglior film uscito fra il 1998 e il 2023 secondo un sondaggio di Rotten Tomatoes.

Mad Max: Fury Road

Dove vedere in streaming Mad Max: Fury Road

Mad Max: Fury Road in Home Video

Overall
9/10

Valutazione

George Miller alza l’asticella qualitativa e narrativa dei blockbuster d’azione, firmando un’opera capace di segnare indelebilmente l’immaginario collettivo.

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Kinds of Kindness: recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Kinds of Kindness

Il corpo è centrale nella visione di Yorgos Lanthimos. Lo è sempre in verità, in tutti i suoi film, ma in Kinds of Kindness assume un ruolo ancora più prominente. Kinds of Kindness, scritto e diretto da Lanthimos e interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Jesse Plemons e Hong Chau, è l’ultima opera partorita dalla mente brillante del regista greco, che dopo Povere Creature! è tornato in sala con un film prezioso e repulsivo, straniante e seduttivo, suddiviso in tre narrazioni distinte, interpretate dallo stesso ensemble di attori in ruoli diversi. Le trame di Kinds of Kindness sono indipendenti ma interconnesse e presentano notevoli affinità tra loro.

Kinds of Kindness: l’anatomia del controllo secondo Lanthimos

Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il primo episodio si chiama “La morte di R.M.F.” e ci porta nella vita di Robert Fletcher, interpretato da Jesse Plemons, un uomo sposato e la cui esistenza è rigidamente controllata da Raymond (Willem Dafoe), un magnate che gli impone ogni giorno precise direttive su ogni aspetto della sua vita. Tra bizzarri compiti e rigide abitudini, Robert deve provocare un incidente con la sua macchina. Dopo aver eseguito l’ordine, Raymond gli comunica che l’impatto non è stato abbastanza violento e che quindi deve provocarne uno nuovo. Di fronte all’obiezione di Robert, comprendendo come un ulteriore scontro potrà poi risultare fatale per l’altro conducente, Raymond rimane impassibile.

Alla fine, Robert si rifiuta di obbedire e, come conseguenza, inizia a perdere tutto ciò che ha, incluso l’amore di sua moglie (Hong Chau). Il secondo episodio, “R.M.F. sta volando”, segue la storia di un poliziotto la cui moglie, una biologa di nome Liz (Emma Stone), scompare durante una missione scientifica. Al suo ritorno, lui nota dei cambiamenti sottili ma inquietanti in lei, tanto da sospettare che possa essere un’impostora e che la donna di fronte a lui non sia davvero sua moglie. Il terzo episodio, “R.M.F. mangia un panino”, racconta di due membri di un culto impegnati nella ricerca di un prescelto che dovrebbe avere la capacità di resuscitare i morti.

Kinds of Kindness: la manipolazione è la fede più succulenta

Kinds of Kindness


Come dicevamo in apertura, il corpo è centrale nell’ecosistema visivo del regista greco e questo film non fa eccezione. Tutti e tre gli episodi trattano di potere, coercizione, manipolazione e abuso, ognuno in modo più sottile e differente. Nel primo episodio Robert non ha autonomia, il suo corpo è nelle mani di un dispotico mentore-demiurgo che ne controlla qualsiasi espressione e decisione, dai gesti più semplici, dal sonno alla colazione, alla lettura (per Raymond leggere Anna Karenina è obbligatorio), ai rapporti sessuali.

Non c’è aspetto della vita che non subisca il suo controllo. Anche i regali di Raymond, esibiti nella lussuosa villa di Robert, sono doni che riguardano il corpo e guardano, contrariamente, a una realtà che è senza controllo: tra i doni fatti a Robert nel corso degli anni ci sono oggetti come la racchetta rotta e deformata di John McEnroe e il casco da corsa bruciato e insanguinato di Ayrton Senna.

Quei regali sembrano un monito, o rappresentano il fascino di Raymond per la distruzione, che come un mentore/divinità ne è succube e ne concepisce la bellezza. Il corpo è l’essenza di quelle opere d’arte, è nella rabbia di McEnroe che distrugge la sua racchetta, è nella vita di Senna che si infrange, e ora quelle opere abitano uno spazio asfittico di osservazione, e riproduzione, e sono inserite in un contesto distopico in cui la manipolazione è la fede più succulenta, manipolazione che è sorella della distruzione.

Cosa saresti disposto a fare per amore?

Kinds of Kindness


Entrambe rientrano nel piano di controllo elaborato da Raymond, che come una divinità detta la sua legge, le sue scritture (o meglio letture) e i suoi idoli. Seguire le istruzioni di Raymond è la norma nel mondo di Robert. Quando si ribella è come se sfidasse una divinità. E sfidare il divino significa rinunciare al conformismo, e il suo mondo di conseguenza crolla e non regge l’urto della sua disobbedienza. Tutte e tre le storie sono incentrate sull’interazione con il divino, sia che si tratti di una presenza costante, di un desiderio o di un miracolo.

La seconda storia ci porta invece nelle pieghe asfittiche di una storia d’amore a dir poco turbolenta. Il protagonista, interpretato da Jesse Plemons, dopo aver appreso della scomparsa della sua compagna Liz, al suo ritorno si convince che lei è solo una sostituta, una persona che le somiglia ma in verità non è lei. Sua moglie è ancora dispersa, sa che tornerà, e intanto cova dentro di sé il desiderio di smascherare l’infingimento, e dimostrare che quella persona non è che chi dice di essere. Quindi sottopone Liz a delle prove insostenibili, e mortifere, come cucinare il dito di una mano, il proprio, e il suo fegato per cena.

Quando si dice: cosa saresti disposto a fare per amore? L’amore può diventare un abuso, e Lanthimos qui ci racconta a quali condizioni può essere declinato e come quel potere è come tutti gli altri, nefasto, tragico, mortale. Anche in questo episodio c’è un demiurgo che detta le regole e qualcuno che quelle regole decide di seguirle, nonostante tutto.

Kinds of Kindness: una discesa agli inferi

 Kinds of Kindness
Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il terzo episodio è molto più simile al primo, anche per ruoli e simmetrie narrative. Siamo immersi in un contesto chiaro fin dal principio: c’è una setta chiusa che vive seguendo le proprie regole, come bere solo le lacrime dei capi del culto, minuziosamente sgorgate dai loro occhi attraverso un rituale combinato, mangiare solo determinati tipi di carne, passare attraverso un rito della sauna che determina la purezza e la contaminazione dell’individuo.

È ancora una volta il corpo a partecipare attivamente alla storia, ad essere protagonista, il corpo come cavia, come condanna, come distruzione e manipolazione, il corpo come oggetto sacrificale, come pezzo marcescente di un sistema vincolante che ti annienta solo per divertimento. Perché Kinds of Kindness è un’opera a cui piace giocare con il proprio potere, annichilire e divertire allo stesso tempo. È una discesa agli inferi, sia tragica che grottesca, e le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie. Lanthimos gioca con le sue pedine esattamente come il mentore di ogni storia, mostrando al pubblico cosa può fargli fare e quali mostri è capace di generare.

Kinds of Kindness è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Kinds of Kindness in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Kinds of Kindness è un’opera che gioca con il proprio potere, una discesa agli inferi dove le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie.

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The Animal Kingdom: recensione del film di Thomas Cailley

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The Animal Kingdom

A 9 anni di distanza da The Fighters – Addestramento di vita, Thomas Cailley torna ad affrontare le suggestioni apocalittiche già sfiorate nella sua opera prima con The Animal Kingdom, notevole successo di pubblico in Francia (più di 8 milioni di euro di incasso) e vincitore di ben 5 premi César. Un’opera coraggiosa e mutevole, che spazia dal racconto di formazione all’avventura fantastica, senza disdegnare sfumature horror e una lucida e puntuale critica sociale.

Ci troviamo in un mondo scosso da un’ondata di mutazioni, capaci di trasformare gli esseri umani in animali. Fra le persone colpite c’è anche la moglie di François (Romain Duris) e madre di Émile (Paul Kircher), che a causa dell’avanzamento della malattia viene assegnata a un centro di cura specializzato. Durante il trasferimento, il furgone che trasporta la donna e altri pazienti ha però un incidente, che permette a tutti loro di fuggire liberi nella foresta. Padre e figlio si mettono così alla ricerca della donna, aiutati dalla sergente Julia (Adèle Exarchopoulos). Nel frattempo però anche Emile comincia a manifestare i sintomi di una mutazione in corso.

The Animal Kingdom: un racconto di formazione e mutazione

Già dall’incipit in medias res, in cui brilla anche uno splendido e dolcissimo esemplare di pastore australiano, The Animal Kingdom mostra un’ambizione rara per un coming of page destinato a un ampio pubblico. In mezzo al caos del traffico irrompe infatti un ibrido fra umano e uccello, che semina timore fra i presenti ma non stupore, dal momento che lo scenario creato da Thomas Cailley e dalla co-sceneggiatrice Pauline Munier è quello di un’umanità che cerca disperatamente di aggrapparsi alla normalità, nonostante la diffusione di una malattia destinata a modificarne per sempre la storia.

Un quadro che ci riporta ai più cupi e dolorosi momenti del Covid, nonostante The Animal Kingdom sia stato pensato e scritto prima della pandemia. Questo potente incipit fornisce al regista il pretesto per un racconto che si muove in molteplici direzioni (forse in troppe), scandagliando le paure e le speranze di una famiglia che cerca di rimanere unita in un mondo al collasso. Proprio come le vittime di questa misteriosa malattia, The Animal Kingdom muta così continuamente davanti ai nostri occhi, proponendo una riflessione tutt’altro che scontata, ma non sempre efficace, sulla diversità e sulla libertà, suggerendo inoltre istanze ecologiste e antispeciste.

Una metafora della crescita e della scoperta

Il cuore del racconto diventa ben presto Émile, costretto a prendere confidenza con un corpo in piena transizione e allo stesso tempo in bilico fra sentimenti contrastanti per la madre e per i suoi coetanei. La sua avventura, scandita dalle suggestive musiche di Andrea Laszlo De Simone, è contemporaneamente metafora della crescita, della scoperta del mondo e persino della disforia di genere (lo vediamo più volte in contrasto con un corpo in cui non si riconosce più). Questi buoni spunti sono però depotenziati da qualche lungaggine di troppo, che portano il minutaggio complessivo a ben 128 minuti, non sempre scorrevoli.

A penalizzare ulteriormente The Animal Kingdom è un ultimo atto decisamente blando, durante il quale il racconto si sgonfia, sia in termini di scrittura sia dal punto di vista della messa in scena. Il bicchiere è mezzo pieno, anche per via di un ottimo lavoro sul trucco e sugli effetti speciali, ma resta comunque la sensazione che con una sceneggiatura più asciutta e una migliore caratterizzazione dei personaggi secondari (soprattutto quello di Adèle Exarchopoulos, ma anche il già citato pastore australiano) ci saremmo trovati di fronte a un piccolo cult, e non solo a un’avventura per tutta la famiglia al di sopra della media per qualità e spessore.

The Animal Kingdom è nelle sale italiane dal 13 giugno, distribuito da I Wonder Pictures.

Dove vedere The Animal Kingdom in streaming

Overall
6/10

Valutazione

The Animal Kingdom mette tanta carne al fuoco, dando vita a un racconto profondo e metaforico, penalizzato però da qualche lungaggine di troppo.

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The Watchers – Loro ti guardano: recensione del film di Ishana Night Shyamalan

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The Watchers - Loro ti guardano

«Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali», dice William Hodding Carter II. Una massima che ben si adatta al regista indiano M. Night Shyamalan e a sua figlia Ishana Night Shyamalan, che debutta alla regia con il thriller dalle sfumature horror The Watchers – Loro ti guardano, basato sull’omonimo romanzo di A. M. Shine. Un esordio nel nome del padre, sempre presente nel racconto sia attraverso le radici evidentemente trasmesse, sia con le ali con cui Ishana Night Shyamalan prova ad alzarsi in volo, con notevole ambizioni ma risultati ancora acerbi.

Al centro del racconto c’è Mina (Dakota Fanning), giovane artista americana che vive in Irlanda, facendo quotidianamente i conti con i dolorosi traumi del suo passato. Per una commissione per il negozio di animali per cui lavora, Mina rimane bloccata in un’imponente e inquietante foresta irlandese. Alla ricerca di un riparo, la donna si imbatte in una casa caratterizzata da un’ampia e suggestiva vetrata, in cui trova altri tre sconosciuti. Da questi apprende la raggelante situazione: ogni notte, delle misteriose e pericolose creature arrivano a osservare le persone all’interno della casa, che a loro volta devono assecondarle per garantirsi la sopravvivenza. In questo paradossale scenario, Mina è costretta a cercare una difficile via d’uscita, insieme ai suoi compagni di sventura.

The Watchers – Loro ti guardano: l’opera prima di Ishana Night Shyamalan, nel nome del padre

Siamo indubbiamente dalle parti di Bussano alla porta, per cui non a caso Ishana Night Shyamalan è stata accanto al padre come regista della seconda unità. La situazione di isolamento, i presagi apocalittici e i continui rovesciamenti del punto di vista rimandano infatti al disturbante universo di M. Night Shyamalan, evocato anche da una foresta oscura e sinistra come quella di The Village. Se a questo aggiungiamo la tendenza al plot twist (per la verità abbastanza blandi), si potrebbe commettere l’errore di ridurre The Watchers – Loro ti guardano a una mera estensione del cinema di M. Night Shyamalan, peraltro coinvolto come produttore.

Ma Ishana Night Shyamalan non vuole e non deve vivere solo della luce riflessa del padre, per cui si concentra sulla sua tormentata protagonista, che in un continuo gioco di specchi e di riflessi si ritrova a mettere insieme i pezzi della propria vita, in un percorso di dolore e perdita che arriva da molto lontano. Una scelta non sempre sostenuta dalla prova di Dakota Fanning, a tratti talmente apatica e insapore da bloccare qualsiasi emozione. Il casting è in effetti uno dei punti deboli dell’intera operazione, dal momento che solo l’ottima Olwen Fouéré (attrice teatrale di fama mondiale, vista recentemente anche in The Northman) riesce a trasmettere le atmosfere sinistre e intriganti continuamente cercate dalla regista.

Fra Lost e la critica sociale

Nel turbine di citazioni e di rimandi che contraddistingue The Watchers – Loro ti guardano, le influenze familiari lasciano progressivamente spazio ad altri punti fermi del panorama audiovisivo contemporaneo. Nella caccia al tesoro orchestrata da Ishana Night Shyamalan si scorgono infatti strizzate d’occhio a Noi di Jordan Peele, suggestioni di Quella casa nel bosco e soprattutto evidenti influenze della celeberrima serie televisiva Lost, sia dal punto di vista della trama, sia per quanto riguarda il sonoro che accompagna le apparizioni degli Osservatori.

Su questa tela, la regista utilizza le dinamiche e gli stilemi dell’horror per tratteggiare una riflessione sulla modernità, esplicitata dai continui riferimenti ai reality show e dalla stessa condizione del gruppo dei protagonisti (in cui figurano anche Georgina Campbell e Oliver Finnegan), osservati e allo stesso tempo osservatori della loro realtà. Un’intuizione che permette a Ishana Night Shyamalan di dare vita a suggestive inquadrature di volti riflessi, grazie anche alla particolare architettura della casa. Ciononostante, la montagna delle ambizioni e del talento della regista partorisce purtroppo un topolino: un horror mai veramente spaventoso e un thriller dal ritmo altalenante, che penalizzano anche la riflessione sociale e la caratterizzazione della protagonista.

Gli sporadici guizzi di The Watchers – Loro ti guardano

Non tutto è da buttare, anche perché stiamo parlando dell’esordio dietro alla macchina da presa di una giovane regista, che ha davanti a sé molti anni per smussare gli spigoli della sua poetica e per affinare il suo sguardo. Un’opera di sporadici guizzi, di duplicità e di scenari opprimenti, che funziona più quando suggerisce che quando è costretta a dare forma, coesione e sostanza alle sue tante, troppe tematiche.

The Watchers – Loro ti guardano è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere The Watchers – Loro ti guardano in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
5.5/10

Valutazione

Ishana Night Shyamalan debutta alla regia con un’opera evidentemente influenzata dalla filmografia paterna, attraversata da tante suggestioni ma incapace di dare forma al tutto.

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