Made in Italy: recensione del film di Luciano Ligabue

Made in Italy: recensione del film di Luciano Ligabue

Made in Italy è un film scritto e diretto da Luciano Ligabue, interpretato da Stefano Accorsi e Kasia Smutniak, terza pellicola che vede il cantautore di Correggio alla regia dopo Radiofreccia e Da zero a dieci. Il film si ispira all’omonimo album, e orbita attorno alla vita di un uomo, Riko, un operaio che abita in un piccolo paese dell’Emilia insieme alla compagna Sara, e con un figlio che presto andrà all’università. Riko è un uomo schiacciato da due forze che lo imprigionano: la prima è il matrimonio con una donna che ama, ma con un rapporto in dissoluzione, la seconda è il lavoro, che gli permette a malapena di sopravvivere e che non è frutto di una scelta o di un desiderio.

Riko si trascina in un’esistenza e in un mondo a cui non sente di appartenere; sembra vivere all’interno di una campana di vetro in cui si estrania, ogni giorno manda giù con rabbia le brutture e le ingiustizie fino a che, stanco del suo incespicare, qualcosa dentro di lui si infrange.

Il ritorno alla regia di Luciano Ligabue

Made in Italy

Luciano Ligabue torna a scrivere e a dirigere una storia che ha tenuto in serbo per anni. Il suo sguardo si posa su Riko, Sara e su un microcosmo di anime salve che si divincola con una decadenza personale, lavorativa ed esistenziale. Ligabue fotografa la vita di un operaio, un uomo che cammina per le vie della sua cittadina e convive con le problematiche della sua fabbrica, che snellisce sempre di più il suo personale, e con un matrimonio che lo respinge, che non conosce più una vera intesa.

Made in Italy è un’opera che porta alla luce una storia complessa dal punto di vista drammaturgico, poiché pone l’attenzione su un personaggio buono che non vive situazioni straordinarie. Un’opera che racconta la vita, senza fronzoli o sovrastrutture. Lo spettatore accompagna Riko attraverso uno spaccato personale, in cui vive i contrasti e gli alti e bassi di una grande storia d’amore. Riko è un uomo che tenta di cambiare la propria condizione e che affronta un cambiamento determinante.

Made in Italy: un’opera sull’alienazione e sulla redenzione

Un uomo nato negli anni ’60, che ha vissuto il bello e il cattivo tempo dell’Italia e delle sue meravigliose e floride province. Un piccolo baccelliere cresciuto tra i saggi di montagna, che rifiuta di andarsene, legato a doppio nodo al suo paese d’origine, in cui può sentirsi libero di parlare a suo modo, con quell’ironia spicciola e goliardica della provincia emiliana, cruda e schietta, che ha il sapore del buon vino e della terra con le sue zolle ruvide.

Ed è lo stesso uomo che affronta il precariato, la crisi, le delusioni di un amore e il sollazzo degli amici, con la speranza di riuscire a sollevarsi, consapevole che in un paese come questo non c’è scampo per i deboli e i buoni. Ed è proprio quando egli si perde, che il racconto cambia punto di vista. Questo porta la narrazione ad assumere un carattere straniante, perché Made in Italy è prima di tutto un’opera sull’alienazione e sulla redenzione. C’è tanta verità, senza cliché o stereotipi, e il personaggio di Sara è un personaggio femminile ammirevole, instancabile, vulcanico.

Sara è un carattere prima di tutto scritto con consapevolezza: Ligabue è riuscito a dar voce a una persona che serba un dolore immenso, figlio di un rancore antico, un personaggio che non perde lucidità, che non svilisce il proprio valore. Sara è tutto ciò che vorremmo vedere più spesso al cinema. Kasia Smutniak è indiscutibilmente l’artefice della riuscita di un personaggio così ben realizzato.

Made in Italy: l’amore incondizionato di Ligabue per l’Italia

E se la classe operaia fatica sempre più ad essere rappresentata, Ligabue coglie le difficoltà di un uomo e gli dà uno spessore, un colore e un volto, analizzando la sua disgregazione. Quando Riko perde il lavoro inesorabilmente si distacca dagli amici, si aliena, perdendo anche quel picco di identità, la sua stessa voce, il suo accento, la sua forma. Se con Radiofreccia Ligabue spingeva molto la cinepresa verso l’alto, per schiacciare i personaggi al suolo e rammentare che la storia avveniva a Correggio, qui ci sono moltissimi primi piani, il racconto si sviscera attraverso i volti, gli stati d’animo, le emozioni febbrili.

Una scelta fotografica precisa che indugia sull’emotività, sulle digressioni personali. Parallelamente ai primi piani ci sono anche molte scene buie, in cui Ligabue decide di misurarsi con la bellezza di un paese, il nostro, di cui spesso ci si dimentica. Ligabue non dà assolutamente per scontato il proprio amore incondizionato per l’Italia, come non scorda di precisare la sua frustrazione, adagiando il suo punto di vista in uno sguardo, incoraggiante, forse dimentico ma lavico, tra moglie e marito.

Valutazione
7/10

Verdetto

Luciano Ligabue fotografa la classe operaia, l’Italia, una famiglia in dissoluzione. Non è l’opera migliore del cantautore di Correggio, che torna al cinema con una storia che ha tenuto in serbo per anni. Ma il suo sguardo è lucido, emozionale, amareggiato e lavico.

Condividi sui social
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.