Malcolm & Marie: recensione del film con Zendaya e John David Washington

Malcolm & Marie: recensione del film con Zendaya e John David Washington

Se c’è una cosa triste e vera che la nostra contemporaneità sta portando alla luce è che come individui, esseri abitati da piattaforme, social e feedback immediati, stiamo diventando capaci solo a vivere e ragionare a compartimenti stagni, proprio come un transatlantico con i suoi ambienti separati. Giacché condivisione non è mai stato sinonimo di connessione, ci stiamo abituando alla mancanza di comunicazione. Come in un gioco di ruolo, un gioco di potere di cui non conosciamo a pieno regole, doveri e possibilità, osserviamo la realtà dall’interno di una griglia, tutto è chiuso in una griglia che etichetta, polarizza, stigmatizza, e molto rapidamente la griglia diventa una gabbia. 

Forse l’unica salvezza, l’unica possibilità di poterne uscire e deviare il corso di questo andamento autosabotante è ragionare su come siamo diventati tali, su come la vita e l’arte possano emanciparci dal vivere di stigmatizzazioni o stereotipi. Il tentativo che è stato realizzato e che sembra voler andare proprio in questa direzione è Malcolm & Marienuovo lungometraggio di Sam Levinson con Zendaya e John David Washington, concepito e girato durante il lockdown e disponibile su Netflix dal 5 febbraio.

Malcolm & Marie: il film con Zendaya e John David Washington

Malcolm & Marie

La trama è molto semplice ed è anche grazie a questa semplicità che la narrazione si fortifica. Marie e Malcolm sono di ritorno da una première che ha avuto grande successo. Malcom ha scritto e diretto Imami, un film su una ragazza nera di vent’anni che deve confrontarsi con la sua vita, i suoi traumi, la sua tossicodipendenza. Marie, non appena entra nella villa che ospita lei e Malcom durante la promozione del lungometraggio, non nasconde fin da subito una palpabile insofferenza di risposta alla visibile felicità dirompente e incurante di Malcom. Malcom, una volta superata l’ebrezza del consenso e del successo che pubblico e critica gli hanno convalidato, posa lo sguardo su Marie e capisce che in lei c’è qualcosa che sta fremendo per uscire. Un antico dolore, un’inevitabile vergogna, una questione di identità. 

Malcolm & Marie si può osservare e interpretare a più livelli, è una storia che si presta a più interpretazioni proprio perché non dialoga di un singolo aspetto, non si limita a raccontarci la dissoluzione di un rapporto, ma è costruita per abusare, per spingere al limite una tematica considerata mainstream, consolidata e costruita ad arte per abitare una certa confort zone narrativa. Sam Levinson sceglie questa coppia talentuosa, propulsiva e accecata da risentimenti per essere la cartina tornasole di qualcosa di più ampio, per farne una prova metafilmica, il risultato di un lavoro impegnativo, senza dubbio reale e sofferto, che attinge alla propria esperienza con l’arte, con la critica, con l’idea stessa di cinema

Malcolm & Marie, il nuovo lungometraggio di Sam Levinson 

Malcolm & Marie

Malcolm & Marie sono molto più che una coppia al limite della sopportazione, al limite dell’amore tossico, sono la vera relazione simbolica tra arte e artista, laddove lei ha sempre la prima e l’ultima parola, perché è l’unica persona che può davvero sottoporlo a una autopsia artistica, mostrargli i difetti, gli infingimenti delle sue rappresentazioni, perché lei è molto più che la sua musa, la sua ispirazione, è l’idea stessa di arte, di cinema, e lui è un mero strumento artistico, è l’arte che si carne, che difetta, equivoca, provoca. Lui non può muovere un passo senza di lei, e costruisce una mappa, una geografia che possa comprenderli entrambi, in modo metamorfico, transeunte, traslitterato. 

L’amore per l’arte, il rapporto con l’arte è tossico, dissoluto, è amore per l’odio, odio per l’autentico, per l’autenticazione, per l’approvazione critica. Creare arte non è un processo semplice, non è immediato, è costruire ponti, è abbattere i compartimenti stagni, è farsi compagno di un individuo da cui dovrai dipendere per sempre, è la tossicità per l’ispirazione, è la dipendenza da qualcuno che non potrà esserti di conforto ma da cui non puoi prescindere, è farsi uomo, è imparare a capire come essere uomo spesso significa essere miope, ed è essere donna significa vedere attraverso una pupilla onnivora che riemerge dagli abissi, significa scegliere un punto di vista ostico, complesso, significa attingere alla verità.  

Vivere è raccontare

Malcolm & Marie sono due sconosciuti che fingono di essere misconosciuti, che fingono che il loro rapporto sia disteso e complice perché ha attraversato le tempeste, le più insanabili oscurità, e questo gioco di ombre, di chiaroscuri torna sempre ad essere centrale, è sempre presente sullo schermo. Malcolm & Marie è una contrapposizione simbolica, è una frattura artistica, è un rapporto abusante, è una dicotomia che si ferisce con una certa fissità. Se l’amore è la possibilità concreta di ferirsi a vicenda e dunque scegliere di non farlo mai, Malcolm e Marie come individui scelgono di essere l’uno la ferita dell’altro, la fenditura, la cicatrice che smargina, che pulsa, che non guarisce, è la consapevolezza di un rapporto abusivo. 

Sam Levinson scrive una piece che non si esaurisce mai, come un antico, inevitabile dolore, che porta con sé vergogna, colpa, imbarazzo; durante tutto l’arco narrativo assistiamo a una coppia che non fa altro che discutere di un film che non vedremo mai, di persone che non appariranno mai, di relazioni, di dipendenze, di momenti passati che non attraverseranno mai lo schermo eppure sono li, nelle lacrime, nelle congiunture incidentali, nelle fratture emotive, nei lunghi sguardi, nei cambi di prospettiva. Sono tutte li, fisse sullo schermo a parlarci di identità, di forma, mezzo e tecnica, di nevrosi, di frustrazioni emancipative.

Malcolm & Marie è il manifesto degli infingimenti autenticati, del disprezzo per la propria arte, del disprezzo che l’artista prova nei confronti di se stesso, del perché vivere è raccontare, del perché ringraziare è dare credito, è riconoscere le proprie scelte fatte, è riconoscersi nell’altro

Valutazione
8/10

Verdetto

Sam Levinson scrive una piece che non si esaurisce mai, una contrapposizione simbolica, una frattura artistica, un rapporto abusante, manifesto del disprezzo per la propria arte, del disprezzo che l’artista prova nei confronti di se stesso, del perché vivere è raccontare e riconoscersi nell’altro. 

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.