Mandibules: recensione del film con Adèle Exarchopoulos

Mandibules: recensione del film con Adèle Exarchopoulos

In una Venezia 77 composta prevalentemente da opere impegnate su grandi temi come razzismo, femminismo e discriminazioni di ogni genere, arriva Quentin Dupieux a rompere gli equilibri e a regalare una dose di sana follia con il suo Mandibules. Il regista francese, abituato a dare vita a opere costantemente sopra le righe e fuori dagli schemi, si supera con una commedia surreale, che guarda un po’ al nichilismo dei fratelli Coen e in parte agli esilaranti e grotteschi dialoghi marchio di fabbrica di Quentin Tarantino, trovando una miscela sorprendentemente fresca e originale.

Il tutto sorretto da un’affiatata coppia di ridicoli protagonisti (gli ottimi Grégoire Ludig e David Marsais) e da una Adèle Exarchopoulos che si discosta dai personaggi carichi di erotismo che hanno contraddistinto la prima parte della sua carriera per interpretare una ragazza con un particolare disturbo psichico, colpevole di costringerla a comunicare solo attraverso cacofoniche urla. Il risultato è strabiliante, con la Exarchopoulos che fa quasi il verso all’irresistibile Gordon Cole di David Lynch in Twin Peaks, confermandosi così interprete a tutto tondo, a proprio agio non solo nelle storie sentimentali e nei noir, ma anche in una parte brillante.

Mandibules: la folle commedia di Quentin Dupieux

Mandibules

I due sfaccendati protagonisti Manu e Jean Gab ricevono un semplice incarico per risollevare le loro esigue finanze: consegnare una valigetta a un misterioso personaggio (il più classico dei MacGuffin), in cambio di qualche centinaia di euro. All’interno del bagagliaio di un auto rubata per l’occasione, i protagonisti trovano però la più improbabile delle svolte: una mosca gigante che li osserva con fare circospetto. Invece di darsela a gambe, Manu e Jean Gab cominciano a elaborare piani per trarre profitto dall’animale, puntualmente vanificati da una serie di bizzarri incontri e dalle loro tragicomiche scelte, in un road movie di spassoso nonsense.

La principale forza di Mandibules è sicuramente la scrittura di Dupieux, che anche in un contesto in cui domina la più totale assurdità riesce a tratteggiare dei personaggi a cui è impossibile non affezionarsi, e dei botta e risposta completamente strampalati. Il più evidente esempio in questo senso è il gesto con cui i protagonisti si salutano o si complimentano a vicenda: un gesto delle corna, seguito dall’intrecciarsi delle loro dita e dalla parola “toro”. Un gesto che speriamo non venga mortificato dall’adattamento italiano, in un’auspicabile distribuzione nel nostro Paese, a cui gli stessi Manu e Jean Gab non riescono a dare un senso. Insensatezza che di riflesso diventa perfetto simbolo di Mandibules e di personaggi che a loro modo si vogliono bene e si supportano a vicenda nelle situazioni più paradossali, dando al racconto anche un apprezzabile retrogusto di bromance.

Mandibules: un universo coerente alla sua incoerenza

Adèle Exarchopoulos
Adèle Exarchopoulos in Mandibules

Da un camper in mezzo al nulla che ammicca a Breaking Bad, passando per un improbabile tentativo di traino di una macchina attraverso una bicicletta con unicorno incorporato, fino ad arrivare una villa isolata popolata da personaggi ben più che stravaganti, si perde il conto delle gag messe in scena da Dupieux (anche sceneggiatore), con una fantasia sfrenata e soprattutto con l’ausilio di pochissime risorse tecniche ed economiche. Il risultato è un’opera che strizza l’occhio all’immaginario pop senza essere meramente derivativa, vira verso la totale stravaganza gli incubi kafkiani e soprattutto intrattiene con intelligenza, tratteggiando un universo coerente alla sua incoerenza e chiudendo perfettamente il proprio arco narrativo, in soli 78 minuti di girato. Praticamente l’antitesi di ciò che siamo abituati a vedere – spesso e volentieri con risultati dimenticabili – nel cinema moderno.

Volendo inoltre addentrarci nel sottotesto (operazione che lo stesso Dupieux rifugge) di quello che è già candidato a diventare un film di culto, emerge il contrasto fra le persone cosiddette “normali” e le anomalie su cui è imperniato Mandibules, cioè l’irresistibile duo di protagonisti e ovviamente la mosca gigante che li accompagna. Senza anticipare le svariate gag disseminate nel racconto, è facile notare che i personaggi apparentemente più quadrati e risolti sono in realtà proprio quelli che manifestano i maggiori segni di squilibrio, mentre i freak, gli esclusi e i disadattati in fondo non fanno altro che cercare di sopravvivere a loro modo, con le poche risorse che hanno a disposizione. Non è certo casuale in questo senso la caratterizzazione del moscone gigante: non un mostro da temere o da uccidere, ma piuttosto un animale domestico da addomesticare, quasi come si addestrerebbe un cane, nonostante l’istintivo orrore che suscita.

Toro!

Mandibules

In fondo con Mandibules Dupieux non fa che ribadire una costante del suo cinema fatto di pneumatici assassini (Rubber) e folli feticisti (Doppia pelle): l’unica credibile via di fuga a un mondo che non ha nulla di razionale è la più dissennata irrazionalità. Pazienza dunque se nonostante gli sforzi finiamo per tornare sempre allo stesso punto, a patto che con noi ci sia qualcuno in grado di assecondare la nostra stramberia e di seguirci nelle nostre disavventure. È davvero questa la soluzione migliore? Non lo sappiamo. Nel dubbio: toro!

Valutazione
8/10

Verdetto

Quentin Dupieux ci regala 78 minuti di puro intrattenimento, dando vita a un delirante road movie in cui a vincere sono il totale nonsense, l’efficacia della sceneggiatura e la bravura degli interpreti.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.