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Mank: recensione del film di David Fincher con Gary Oldman

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«Non si può ritrarre l’intera vita di un uomo in due ore, ma solo provare a darne un’impressione», dice Herman J. Mankiewicz, anticipando l’indimenticabile battuta «La vita di un uomo non si può spiegare con una sola parola» del leggendario Quarto potere, che ha contribuito a creare. Un frammento di Mank di David Fincher, da qualche giorno nel catalogo Netflix, che racconta molto di un’operazione nata con l’intento di addentrarsi nei retroscena del capolavoro di Orson Welles ma in grado di indagare anche su molto altro, come gli intrecci fra politica e industria dell’intrattenimento, la ciclica necessità da parte del cinema di rinnovare e rinnovarsi, la capacità delle immagini di influire sull’esito di un’elezione e soprattutto il punto di vista sul processo creativo degli sceneggiatori, rappresentati dal Mankiewicz di un sontuoso Gary Oldman e di riflesso da Jack Fincher, defunto padre del regista e autore dello script.

A sei anni di distanza da L’amore bugiardo – Gone Girl, David Fincher torna al cinema con il suo secondo biopic, che proprio come lo strepitoso The Social Network ha un andamento decisamente atipico, volto a scandagliare non soltanto i successi del protagonista, ma anche e soprattutto i suoi coni d’ombra e il rapporto di essi con il particolare contesto storico e sociale. Il risultato è un racconto dalle molte anime, che si dipana dalla vita di uno specifico uomo, forse impossibile da ritrarre o spiegare in due ore, ma che al tempo stesso indugia su temi o eventi tangenti a Mankiewicz, in grado però di restituirci la dimensione storica e artistica di uno dei più celebrati esponenti del cinema narrativo classico, che ha nobilitato, non sempre accreditato, in opere come La guerra lampo dei Fratelli Marx, Il mago di Oz e L’idolo delle folle.

Fra Mank e Orson Welles

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Come ampiamente annunciato dalla campagna promozionale, il centro nevralgico di Mank è il suo legame con Quarto potere. Fincher si inserisce nel solco lasciato da Pauline Kael nel suo Raising Kane, ridimensionando il contributo di Orson Welles alla creazione dell’opera in favore di quello di Mankiewicz. Quello dello sceneggiatore è il punto di vista non solo sulla genesi del film, ma anche sull’industria di Hollywood, della quale emergono vizi, bassezze e contraddizioni. Costretto a letto con una gamba rotta, Mank ha davanti a sé 90 giorni (ridotti poi a 60 da Welles) per elaborare una sceneggiatura che è la sintesi della sua esperienza nella fabbrica dei sogni.

Mankiewicz è annoiato, disilluso, consumato dall’alcolismo. Un uomo poco più che quarantenne, che ne dimostra almeno 20 di più, grazie anche alla performance quasi tutta in sottrazione di Oldman. La narrazione non è circoscritta al suo processo creativo, ma si spande nel dietro le quinte, nei giochi di potere che governano l’industria e negli incontri con i tanti pittoreschi personaggi che popolano questo sottobosco. Fra continui salti avanti e indietro nel tempo, scopriamo di più su Mank, sul suo percorso a Hollywood, sul suo rapporto con la rassegnata moglie (“la povera Sara”, come la chiama lui) e sulla sua problematica collaborazione con lo stesso Welles (impersonato da un sorprendente Tom Burke), che ci viene presentato come un personaggio tronfio e cinico al punto da sfruttare la calante popolarità dello sceneggiatore per proporgli un avvilente accordo volto a intestarsi totalmente la paternità di Quarto potere.

Mank: il lato oscuro della golden age di Hollywood

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Sulla carta, c’è tutto il necessario per considerare Mank un’opera anti-Welles. Una tesi che trova conferma in alcune dichiarazioni del regista (particolarmente controversa quella in cui accusa Welles di essere stato uno showman talentuoso ma immaturo), ma non nelle immagini, che trasudano invece sincera ammirazione per il maestro statunitense. L’elegante (ma a tratti posticcio) bianco e nero, le inquadrature dal basso verso l’alto, i rimandi a Macbeth e Don Chisciotte e la stessa struttura narrativa sono infatti espliciti richiami al cinema di Orson Welles. Con l’intento di omaggiare la golden age hollywoodiana, Fincher dissemina poi in Mank tante piccole strizzate d’occhio agli spettatori più navigati, come le caratteristiche bruciature di sigaretta della fine di un rullo di pellicola o le transizioni temporali scandite da pagine di sceneggiatura. Elementi che solleticano il palato cinefilo, ma che si perdono fra le pieghe di un racconto denso di temi e contenuti.

Fra le tante idee messe sul piatto, non sfugge l’insistenza con cui Fincher (che ha trovato in Netflix supporto non solo per Mank, ma anche per i suoi progetti televisivi House of Cards e Mindhunter) fa un parallelo fra la Hollywood dell’epoca e quella odierna. Raccontando il passato, il regista riflette anche sul presente dell’industria, fra crisi di idee (un monster movie reso accattivante agli occhi della produzione grazie alla dialettica degli sceneggiatori) e svolte epocali (fra muto e sonoro allora, fra sala e streaming oggi), concedendosi anche qualche acuta riflessione sul potere dei media sulle elezioni, con quei cinegiornali MGM creati per mettere in cattiva luce il democratico (o meglio, socialista) Upton Sinclair in favore del repubblicano Frank Merriam che ricordano molto le fake news con cui i partiti di estrema destra hanno guadagnato consenso negli ultimi anni.

La magnetica Amanda Seyfried

Per sottolineare il cinismo delle case di produzione, Fincher mette in bocca ai propri personaggi battute memorabili, come «Puoi fare tutto se hai il potere di far credere che King Kong è alto dieci piani o che Mary Pickford è vergine a 40 anni» o «Il cinema è un’attività in cui l’acquirente con i soldi ottiene solo un ricordo. Ciò che compra appartiene ancora a chi l’ha venduto. Questa è la vera magia del cinema», pensiero con cui il capo di MGM Louis B. Mayer indottrina i fratelli Mankiewicz sui meccanismi di Hollywood. Dettagli, aneddoti e retroscena che arricchiscono il contesto di Mank, esaltando i cinefili ma correndo il rischio di allontanare gli spettatori ignari di questi eventi e dei numerosi antagonisti che Mankiewicz affronta nel suo viaggio.

Da interprete consumato e di classe sopraffina (che sarà con ogni probabilità certificata da un’altra nomination all’Oscar per questa performance), Gary Oldman conquista ogni singolo fotogramma, con il ritratto di un uomo sopraffatto, che proprio sull’orlo del baratro trova ogni volta nuova linfa vitale e artistica. Mentre il rapporto con la segretaria Rita Alexander (Lily Collins) è solo abbozzato, Mank trae beneficio dal fortuito incontro con Marion Davies, impersonata da una magnetica Amanda Seyfried. Proprio nei dialoghi con la giovane donna (amante dell’uomo che ha ispirato Citizen Kane di Quarto potere, cioè l’editore William Randolph Hearst) emerge un altro dei temi, cioè l’indissolubile legame fra realtà e finzione e il labile confine fra vero e falso, che Fincher stesso attraversa più volte con estrema disinvoltura, senza curarsi troppo della veridicità del racconto.

Mank: da Quarto potere a Don Chisciotte

Non poteva ovviamente mancare l’incontro-scontro con lo stesso William Randolph Hearst, portato in scena da Charles Dance. Tanti i dettagli che emergono in una continua sovrapposizione fra gli eventi reali, Quarto potere e la reinterpretazione dei Fincher: l’opulenza e il progressivo declino di Hearst/Kane, la comune tendenza a strizzare l’occhio al nazismo e a influenzare l’opinione pubblica o la pervicacia nella spinta della carriera della propria giovane amante (Marion Davies nella recitazione, la seconda moglie di Kane Susan nel canto), nonostante evidenti limiti. Ma per Fincher, Hearst è soprattutto la figura che spinge il processo creativo di Mankiewicz, e non è certo un caso che la più dirompente deflagrazione emotiva del protagonista sia proprio il confronto finale fra i due, che permette anche a Oldman di dare vita a uno strabiliante monologo.

Burattinaio e burattino si scoprono così molto più vicini di quanto pensavano, sconfitti dalla vita e dalla lotta contro diversi mulini a vento, come novelli Don Chisciotte. Ma mentre per Hearst non c’è più speranza per una risalita, Mank ha un’ultima possibilità di riscatto nei confronti di quel mondo in cui ha prosperato, ma che in fondo lo disgusta: firmare la sceneggiatura di Quarto potere e prendersi i meriti per quella che tutte le persone intorno a lui considerano la sua migliore opera. Per ottenere questo riconoscimento è però necessario un ulteriore confronto con Orson Welles, che non è soltanto l’uomo chiamato a dare vita al capolavoro, ma anche il simbolo dell’eterno conflitto fra la fazione più potente e celebrata, la regia, e quella più spesso sminuita e dimenticata della sceneggiatura, con la quale Mank si schiera apertamente.

Lettera al padre

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In questa strenua difesa della sceneggiatura da parte di chi sceneggiatore non è mai stato (Fincher figlio) e di chi invece lo è stato, ottenendo però risultati solo anni dopo la propria morte (Fincher padre) risiede il nucleo emotivo di un’opera che paradossalmente trova il proprio più convincente sottotesto al di fuori dell’opera stessa.

Fra nostalgia cinefila, corsi e ricorsi storici e lati oscuri di Hollywood, Mank riesce anche a consegnare due toccanti e appassionate lettere d’amore. Quella di uno scrittore verso un proprio punto di riferimento, impreziosita dalla cronistoria (non importa se vera o romanzata) della sospirata paternità di un’opera e della conseguente conquista di un Oscar, ma soprattutto la lettera al padre di un figlio che ha compiuto il percorso inverso, rinunciando alla paternità della sceneggiatura di Mank (accreditata solo a Jack Fincher, ma verosimilmente revisionata da David negli ultimi 20 anni) per omaggiare la memoria del genitore. Una delle molteplici chiavi di lettura di un progetto che segna il ritorno al cinema di un formidabile autore e riconnette gli spettatori con una Hollywood lontana nel tempo, ma segnata dagli stessi dubbi e da problematiche analoghe a quelle di oggi.

Overall
8.5/10

Verdetto

David Fincher mette in scena un sentito omaggio alla golden age di Hollywood, potenzialmente respingente per gli spettatori che non conoscono gli eventi narrati, ma traboccante d’amore per il cinema e per la sceneggiatura.

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Netflix: tutte le nuove uscite di marzo 2024

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A marzo, Netflix ha in serbo tante nuove uscite, pronte a intrattenere gli abbonati per molte ore. Contenuti di qualità e di generi diversi, in grado di soddisfare tutti i gusti. Fra le novità più attese c’è per esempio Supersex, serie sulla vita e sulla carriera della pornostar Rocco Siffredi, interpretato da Alessandro Borghi. Per gli amanti della fantascienza c’è invece Spaceman, film drammatico con protagonisti Adam Sandler e Carey Mulligan. Fra le uscite di marzo c’è anche Damsel, film fantastico con protagonista uno dei volti per eccellenza di Netflix, la star di Stranger Things Millie Bobby Brown. Da segnalare inoltre gli arrivi in catalogo di The Gentlemen, serie di Guy Ritchie che funge da spin-off del suo omonimo film, e Chicken Nugget, serie coreana in cui una donna si trasforma inavvertitamente in una delle pepite di pollo tipiche dei fast food. Di seguito, l’elenco completo delle uscite di marzo su Netflix.

Tutte le uscite di marzo su Netflix

Cr. John Wilson / Netflix © 2023

1 marzo

  • Spaceman (film originale)
  • Date da mangiare a Phil (docuserie originale)
  • Furies (serie originale, stagione 1)
  • Non sei sola: la battaglia contro il Branco (film originale)
  • My Name Is Loh Kiwan (film originale)
  • Saturno contro (film non originale)
  • Fabrizio De André – Principe libero (film non originale)
  • Io sono Mia (film non originale)
  • The Mexican (film non originale)
  • Rovine (film non originale)
  • Resident Alien (serie non originale, stagione 1)

3 marzo

  • The Netflix Slam (evento sportivo in diretta)

4 marzo

  • Hot Wheels, a tutto gas! (serie originale, stagione 1)

5 marzo

  • The Program: rompere il silenzio (docuserie originale)

6 marzo

  • Supersex (serie originale, stagione 1)
  • Full Swing: una stagione di golf (docuserie originale, stagione 2)

7 marzo

  • ARA San Juan: il sottomarino sparito nel nulla (docuserie originale, stagione 1)
  • The Gentlemen (serie originale, stagione 1)
  • Das Signal – Segreti dallo spazio (miniserie originale, stagione 1)
  • Monuments Men (film non originale)

8 marzo

  • Damsel (film originale)

9 marzo

  • Studio 666 (film non originale)

11 marzo

12 marzo

  • Turning Point: la bomba atomica e la guerra fredda (docuserie originale, stagione 1)

13 marzo

  • Bandidos (serie originale, stagione 1)

14 marzo

  • Art of Love (film originale)
  • Girls5Eva – La rivincita delle pop star (serie originale, stagione 3)

15 marzo

  • Chicken Nugget (serie originale, stagione 1)
  • Iron Reign (serie originale, stagione 1)
  • Irish Wish – Solo un desiderio (film originale)
  • Il caso Outreau: un incubo francese (docuserie originale, stagione 1)
  • Salutava sempre (film non originale)
  • Mano de hierro (serie originale, stagione 1)

19 marzo

  • Physical: da 100 a 1 (reality show originale, stagione 2)
  • Forever Queens (reality show originale, stagione 2)

21 marzo

  • Il problema dei 3 corpi (serie originale, stagione 1)

22 marzo

  • SHIRLEY: in corsa per la Casa Bianca (film originale)
  • I Casagrande: Il film (film originale)
  • Buying Beverly Hills (reality show originale, stagione 1)
  • Sopravvissuto – The Martian (film non originale)
  • Red Eye (film non originale)

27 marzo

  • Satu (serie originale, stagione 1)
  • Riposare in pace (film originale)

29 marzo

  • The Beautiful Game (film originale)
  • Vite vendute (film originale)
  • Is it Cake? – Dolci impossibili (reality show originale, stagione 3)

30 marzo

  • Glass (film non originale)

31 marzo

  • Un ponte per Terabithia (film non originale)

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Nyad – Oltre l’oceano: recensione del film con Annette Bening e Jodie Foster

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Nyad - Oltre l'oceano

«I limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione». Una frase resa celebre dal leggendario cestista Michael Jordan, che nel giorno del suo ingresso nella prestigiosa Hall of Fame della NBA invitò il pubblico presente a non prendersi gioco del suo possibile ritorno in campo a 50 anni, dopo aver infranto diversi record per i giocatori over 40. I limiti da superare e le illusioni sono anche al centro di Nyad – Oltre l’oceano, primo film di finzione della coppia di documentaristi Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi (già autori del documentario premiato con l’Oscar Free Solo), basato sull’incredibile storia vera della nuotatrice Diana Nyad, da lei stessa approfondita nell’autobiografia Find a Way.

Diana Nyad è accreditata di alcune delle maggiori imprese per quanto riguarda il nuoto in mare aperto, come la circumnavigazione dell’isola di Manhattan per un totale di 45 km. Nella sua carriera c’è però un cruccio, quello di non essere riuscita nell’impresa di nuotare da Cuba alla Florida, per un totale di circa 170 km e 60 ore di nuoto consecutive. A distanza di oltre 30 anni dal suo primo fallito tentativo, Diana decide di tentare nuovamente l’impresa, riprendendo gli allenamenti a oltre 60 anni di età, grazie anche al sostegno della coach Bonnie Stoll, per lei molto più di un’amica e di una collaboratrice.

Nyad – Oltre l’oceano racconta nel dettaglio questo secondo periodo della vita e della carriera della nuotatrice, avvalendosi delle eccezionali performance di Annette Bening (che si è allenata per un anno per la parte) e Jodie Foster, entrambe candidate agli Oscar 2024 rispettivamente come migliore attrice protagonista e non protagonista.

Nyad – Oltre l’oceano: perseveranza e ossessione in una leggendaria impresa sportiva

Nyad - Oltre l'oceano
Cr. Kimberley French/Netflix ©2023

Quella di Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi è una carriera devota a missioni in grado di ridefinire i confini fra possibile e impossibile: la scalata in solitaria e senza attrezzature di sicurezza di Alex Honnold, narrata in Free Solo; l’avventuroso ed eroico salvataggio di dodici studenti intrappolati in una grotta in Thailandia, raccontato in The Rescue – Il salvataggio dei ragazzi; gli sforzi da parte di Kris e Doug Tompkins per preservare uno degli ultimi luoghi incontaminati del pianeta, al centro di Wild Life: Una storia d’amore. Il loro passaggio al cinema di finzione (anche se basato sulla realtà) prosegue quindi sullo stesso fil rouge, soffermandosi sulle difficoltà intrinseche all’impresa e su quelle derivanti dall’età e dal lunghissimo periodo di inattività di Diana Nyad.

Non mancano quindi i passaggi sugli allenamenti inizialmente catastrofici e via via sempre migliori (Rocky ha fatto scuola in questo senso), i tanti fallimenti che costellano il cammino (o in questo caso la nuotata) verso la gloria e i momenti di crisi umana e sportiva che li accompagnano. La coppia registica riesce nel non facile intento di amalgamare immagini di repertorio e finzione scenica, cimentandosi anche in alcuni notevoli stacchi di montaggio grazie ai quali la ricostruzione si fonde con la realtà. Particolarmente riuscito anche il rapporto fra Diana Nyad e Bonnie Stoll, basato sul non detto e sullo stigma ancora presente verso gli amori fra persone dello stesso sesso: in un dialogo scopriamo della relazione fra le due donne risalente a molti anni prima, ma anche grazie alla raffinata recitazione di Annette Bening e Jodie Foster riusciamo a comprendere il mondo dietro a questo splendido sodalizio professionale.

I difetti di Nyad – Oltre l’oceano

Cr. Kimberley French/Netflix ©2023

I maggiori problemi di Nyad – Oltre l’oceano risiedono nell’aspetto più fantasioso e creativo, nonostante i molteplici potenziali ganci forniti dalla storia. I tentativi da parte di Diana Nyad sono infatti segnati da numerosi rischi (come gli squali o una specie di medusa particolarmente pericolosa), da lunghi periodi di tempo da trascorrere con la sola compagnia della propria mente e da conseguenti allucinazioni. Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi depotenziano questi suggestivi spunti, affidandosi a una CGI decisamente raffazzonata per gli aspetti più onirici del racconto e a caotici richiami alla giovinezza della protagonista, che da una parte ci restituiscono un passato fatto di abusi e spinte alla competitività più estrema, ma dall’altra appesantiscono inutilmente una storia talmente potente da non avere bisogno di voli pindarici.

Consci delle difficoltà da questo punto di vista, i registi limitano al minimo indispensabile le riprese acquatiche, dando ampio spazio all’aspetto più umano della vicenda. Una scelta ripagata da un cast di altissimo profilo, in cui spicca una Annette Bening totalmente devota al suo personaggio, anche e soprattutto dal punto di visto fisico, affiancata da una dolce e comprensiva Jodie Foster, capace di sostituire diverse pagine di sceneggiatura con un solo sguardo o un piccolo gesto. Da menzionare inoltre l’apporto nei panni del navigatore John Bartlett di Rhys Ifans (di nuovo protagonista in mezzo al mare dopo I Love Radio Rock) e il contributo della discreta ma funzionale musica di Alexandre Desplat, accompagnata dal richiamo a pietre miliari della musica come The Sound of Silence.

Fra finzione e realtà

Nyad - Oltre l'oceano
Cr. Kimberley French/Netflix ©2023

Durante Nyad – Oltre l’oceano ci affezioniamo all’ispida e immodesta personalità di Diana, comprendiamo la fatica e la frustrazione del suo team e viviamo la follia e l’ossessione di una missione in pericoloso bilico fra sport e autolesionismo. Dopo vari infruttuosi tentativi, caratterizzati da una certa ripetitività in alcune dinamiche, giungiamo infine all’ultima traversata del 2013, con cui Diana Nyad è definitivamente entrata nella leggenda, superando tutte le illusioni che le persone intorno a lei avevano chiamato limiti. Nel momento in cui si fondono le immagini di Annette Bening e della vera Diana Nyad, distrutta al termine della sua impresa, c’è il senso dell’intera operazione, che sconta tuttavia una piccola disonestà intellettuale: Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi non menzionano infatti che il record di Diana al momento non è ancora stato ratificato, a causa della mancanza di regole e della scarsa possibilità di controllo.

In conclusione, una piccola nota di colore: la protagonista è riuscita a compiere la missione a cui ha dedicato buona parte della sua vita solo al quinto tentativo, dopo oltre 36 anni di sforzi; Annette Bening, indiscutibilmente una delle migliori attrici della sua generazione, potrebbe fare altrettanto il prossimo 10 marzo, quando parteciperà per la quinta volta agli Oscar da candidata, a 33 anni di distanza dalla prima nomination per Rischiose abitudini. Le previsioni della vigilia non sono dalla sua parte ma, come ci insegna Nyad – Oltre l’oceano, mai dire mai.

Nyad – Oltre l’oceano è disponibile su Netflix.

Overall
6.5/10

Valutazione

Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi raccontano un’impresa entrata nella storia dello sport, mostrando qualche limite dal punto di vista della creatività e della narrazione ma riuscendo comunque a tratteggiare un suggestivo e avvincente ritratto di Diana Nyad.

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Il mondo dietro di te: recensione del film con Julia Roberts ed Ethan Hawke

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Il mondo dietro di te

Negli ultimi decenni, raramente abbiamo provato una sensazione di incombente fine paragonabile a quella che stiamo vivendo adesso. Fra conflitti militari che coinvolgono potenze armate di bombe atomiche. estremismi politici di ogni sorta, catastrofi sanitarie e cambiamento climatico, il presente e il futuro prossimo non sono mai stati così cupi e foschi. In questo clima si inserisce con lucidità e inquietante puntualità Il mondo dietro di te, angosciante thriller fantapolitico Netflix diretto da Sam Esmail (già alla regia dei successi televisivi Mr. Robot e Homecoming), tratto dall’omonimo romanzo di Rumaan Alam.

Un’opera che arriva con un tempismo perfetto, in bilico fra i pericoli per l’umanità già citati e una sempre presente voglia di evasione, simboleggiata dall’ossessione per Friends di una delle protagoniste e dalla stessa Netflix, che con la sua spinta al binge watching è stata un’ancora di salvezza per tante persone nei momenti più bui della pandemia. Il risultato è un racconto fortemente politico (non a caso fra i produttori esecutivi ci sono Barack e Michelle Obama), che affonda le mani nelle inquietudini del presente per metterci in guardia su un futuro tutt’altro che rassicurante, avvalendosi della bravura e del carisma di un cast con star del calibro di Julia Roberts, Mahershala Ali, Ethan Hawke e Kevin Bacon.

Il mondo dietro di te: un inquietante monito per un mondo sull’orlo del collasso

Il mondo dietro di te
CR: Courtesy NETFLIX

Al centro della vicenda c’è la famiglia newyorkese dei Sandford. Amanda (Julia Roberts) è una pubblicitaria asociale, che per sorprendere il marito Clay (Ethan Hawke) e i figli decide di prenotare per un intero weekend una sontuosa villa nei pressi della costa. Partiti con le migliori intenzioni, fin dal momento dell’arrivo i membri della famiglia si trovano però coinvolti in avvenimenti decisamente strani. Il primo di questi è l’improvviso arenamento di una petroliera sulla spiaggia, ma a stretto giro si interrompono anche le linee telefoniche e la rete dati Internet. Quest’ultimo evento è particolarmente deleterio per la giovane Rose (Farrah Mackenzie), che essendo coinvolta in una maratona dedicata a Friends manifesta frustrazione per non potere vedere il sospirato finale.

A esacerbare ulteriormente gli animi è l’arrivo presso l’abitazione di G.H. Scott (Mahershala Ali) e della figlia Ruth (Myha’la Herrold). L’uomo si presenta come il legittimo proprietario dell’abitazione e propone una pacifica convivenza fino al termine dell’emergenza, per l’insofferenza di Amanda. Fra i Sandford e gli Scott non scorre buon sangue, ma il clima di diffidenza viene forzatamente messo in secondo piano dal deteriorarsi della situazione all’esterno, che fa temere un attacco terroristico su scala nazionale o addirittura l’inizio di una guerra.

Qualche semplificazione narrativa di troppo

Il mondo dietro di te
CR: Courtesy NETFLIX

Come in uno degli incubi magistralmente portati sul grande schermo da Jordan Peele e M. Night Shyamalan, Sam Esmail tratteggia un amaro e raggelante quadro di una società sempre più involuta, che anche di fronte all’emergenza si divide in fazioni e si affida alla diffidenza e alla sfiducia, trasformando la tecnologia nell’unico faro da seguire, in maniera cieca e acritica. Il quadro che ne deriva è quello di un mondo a un passo dal baratro, a cui basta una piccola spinta per precipitare.

Sam Esmail gioca proprio su queste fragilità, dando vita a un racconto carico di tensione e mistero, che fin dai primi minuti spinge lo spettatore a chiedersi cosa stia succedendo, chi siano i colpevoli e quali siano le loro motivazioni. Domande che funzionano dal punto di vista dell’intrattenimento, ma non devono fare dimenticare le premesse, ben sviscerate dal regista.

Il mondo dietro di te non è scevro da qualche semplificazione narrativa di troppo, come i vari colloqui fra i diversi membri delle famiglie (volti a superare o confermare i pregiudizi), le frequenti apparizioni degli animali (simbolo di una natura che avvisa l’uomo della catastrofe imminente) o un finale che svela un po’ troppo, togliendo qualcosa all’ambiguo fascino del racconto. Nonostante ciò, siamo di fronte a un film per piattaforma che fa rimpiangere la mancata uscita in sala e si inserisce con tempestività e perspicacia nel dibattito pubblico.

Il mondo dietro di te e la politica

Il mondo dietro di te
CR: JoJo Whilden/NETFLIX

La dimensione politica de Il mondo dietro di te è completata dagli evidenti richiami alla presidenza di Donald Trump e in particolare all’Assalto al Campidoglio, con una rivolta limitata nel tempo e nelle vittime ma non meno grave e significativa. Tremendamente attuali anche il personaggio di Kevin Bacon, complottista reazionario e guerrafondaio che ha comunque il sorprendente merito di fornire una chiave di lettura abbastanza precisa e credibile per gli eventi, e la rivolta delle Tesla, altro monito lanciato dal film a un’umanità asservita all’intelligenza artificiale e all’automazione.

Emerge invece l’umanità più vera e imperfetta, che danza sul crinale della tragedia senza mai rinunciare all’evasione. È questo il caso del trasandato e ironico personaggio di Ethan Hawke (sempre più a suo agio in questi ruoli), della piccola Rose che ha nelle storie l’unica via di fuga da una realtà deprimente e in fondo anche della misantropa Sandra, che pur in mezzo a un disastro riesce a superare le sue remore e a riscoprire la piacevolezza e la leggerezza attraverso il prossimo.

Il mondo dietro di te: fra mistero e suggestione

CR: Courtesy NETFLIX

Sam Esmail ha il merito di farcire il racconto di misteri con invidiabile coerenza, traendo il meglio anche da quelli più deboli (i rumori assordanti che sconvolgono i protagonisti), concedendosi qualche finezza registica (assistiamo più volte a eventi da un punto di vista quantomeno bizzarro come quello dello spazio, con possibili risvolti interpretativi) e mantenendo un livello di ambiguità tale da lasciare comunque spazio a diverse contrastanti teorie sugli eventi narrati.

La ciliegina sulla torta è lo spiazzante e beffardo finale, già diventato a suo modo cult. Con il mondo che cade a pezzi e l’Apocalisse che si avvicina, forse la soluzione migliore è veramente quella di mettersi al riparo ed evadere dalla realtà insieme alle nostre serie preferite, preparandosi a una lunga e tormentata attesa.

Il mondo dietro di te è disponibile su Netflix.

Overall
8/10

Valutazione

Il mondo dietro di te si rivela uno dei migliori film originali Netflix, in costante equilibrio fra l’evasione e la riflessione proprio come i suoi protagonisti.

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