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Mank: recensione del film di David Fincher con Gary Oldman

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«Non si può ritrarre l’intera vita di un uomo in due ore, ma solo provare a darne un’impressione», dice Herman J. Mankiewicz, anticipando l’indimenticabile battuta «La vita di un uomo non si può spiegare con una sola parola» del leggendario Quarto potere, che ha contribuito a creare. Un frammento di Mank di David Fincher, da qualche giorno nel catalogo Netflix, che racconta molto di un’operazione nata con l’intento di addentrarsi nei retroscena del capolavoro di Orson Welles ma in grado di indagare anche su molto altro, come gli intrecci fra politica e industria dell’intrattenimento, la ciclica necessità da parte del cinema di rinnovare e rinnovarsi, la capacità delle immagini di influire sull’esito di un’elezione e soprattutto il punto di vista sul processo creativo degli sceneggiatori, rappresentati dal Mankiewicz di un sontuoso Gary Oldman e di riflesso da Jack Fincher, defunto padre del regista e autore dello script.

A sei anni di distanza da L’amore bugiardo – Gone Girl, David Fincher torna al cinema con il suo secondo biopic, che proprio come lo strepitoso The Social Network ha un andamento decisamente atipico, volto a scandagliare non soltanto i successi del protagonista, ma anche e soprattutto i suoi coni d’ombra e il rapporto di essi con il particolare contesto storico e sociale. Il risultato è un racconto dalle molte anime, che si dipana dalla vita di uno specifico uomo, forse impossibile da ritrarre o spiegare in due ore, ma che al tempo stesso indugia su temi o eventi tangenti a Mankiewicz, in grado però di restituirci la dimensione storica e artistica di uno dei più celebrati esponenti del cinema narrativo classico, che ha nobilitato, non sempre accreditato, in opere come La guerra lampo dei Fratelli Marx, Il mago di Oz e L’idolo delle folle.

Fra Mank e Orson Welles

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Come ampiamente annunciato dalla campagna promozionale, il centro nevralgico di Mank è il suo legame con Quarto potere. Fincher si inserisce nel solco lasciato da Pauline Kael nel suo Raising Kane, ridimensionando il contributo di Orson Welles alla creazione dell’opera in favore di quello di Mankiewicz. Quello dello sceneggiatore è il punto di vista non solo sulla genesi del film, ma anche sull’industria di Hollywood, della quale emergono vizi, bassezze e contraddizioni. Costretto a letto con una gamba rotta, Mank ha davanti a sé 90 giorni (ridotti poi a 60 da Welles) per elaborare una sceneggiatura che è la sintesi della sua esperienza nella fabbrica dei sogni.

Mankiewicz è annoiato, disilluso, consumato dall’alcolismo. Un uomo poco più che quarantenne, che ne dimostra almeno 20 di più, grazie anche alla performance quasi tutta in sottrazione di Oldman. La narrazione non è circoscritta al suo processo creativo, ma si spande nel dietro le quinte, nei giochi di potere che governano l’industria e negli incontri con i tanti pittoreschi personaggi che popolano questo sottobosco. Fra continui salti avanti e indietro nel tempo, scopriamo di più su Mank, sul suo percorso a Hollywood, sul suo rapporto con la rassegnata moglie (“la povera Sara”, come la chiama lui) e sulla sua problematica collaborazione con lo stesso Welles (impersonato da un sorprendente Tom Burke), che ci viene presentato come un personaggio tronfio e cinico al punto da sfruttare la calante popolarità dello sceneggiatore per proporgli un avvilente accordo volto a intestarsi totalmente la paternità di Quarto potere.

Mank: il lato oscuro della golden age di Hollywood

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Sulla carta, c’è tutto il necessario per considerare Mank un’opera anti-Welles. Una tesi che trova conferma in alcune dichiarazioni del regista (particolarmente controversa quella in cui accusa Welles di essere stato uno showman talentuoso ma immaturo), ma non nelle immagini, che trasudano invece sincera ammirazione per il maestro statunitense. L’elegante (ma a tratti posticcio) bianco e nero, le inquadrature dal basso verso l’alto, i rimandi a Macbeth e Don Chisciotte e la stessa struttura narrativa sono infatti espliciti richiami al cinema di Orson Welles. Con l’intento di omaggiare la golden age hollywoodiana, Fincher dissemina poi in Mank tante piccole strizzate d’occhio agli spettatori più navigati, come le caratteristiche bruciature di sigaretta della fine di un rullo di pellicola o le transizioni temporali scandite da pagine di sceneggiatura. Elementi che solleticano il palato cinefilo, ma che si perdono fra le pieghe di un racconto denso di temi e contenuti.

Fra le tante idee messe sul piatto, non sfugge l’insistenza con cui Fincher (che ha trovato in Netflix supporto non solo per Mank, ma anche per i suoi progetti televisivi House of Cards e Mindhunter) fa un parallelo fra la Hollywood dell’epoca e quella odierna. Raccontando il passato, il regista riflette anche sul presente dell’industria, fra crisi di idee (un monster movie reso accattivante agli occhi della produzione grazie alla dialettica degli sceneggiatori) e svolte epocali (fra muto e sonoro allora, fra sala e streaming oggi), concedendosi anche qualche acuta riflessione sul potere dei media sulle elezioni, con quei cinegiornali MGM creati per mettere in cattiva luce il democratico (o meglio, socialista) Upton Sinclair in favore del repubblicano Frank Merriam che ricordano molto le fake news con cui i partiti di estrema destra hanno guadagnato consenso negli ultimi anni.

La magnetica Amanda Seyfried

Per sottolineare il cinismo delle case di produzione, Fincher mette in bocca ai propri personaggi battute memorabili, come «Puoi fare tutto se hai il potere di far credere che King Kong è alto dieci piani o che Mary Pickford è vergine a 40 anni» o «Il cinema è un’attività in cui l’acquirente con i soldi ottiene solo un ricordo. Ciò che compra appartiene ancora a chi l’ha venduto. Questa è la vera magia del cinema», pensiero con cui il capo di MGM Louis B. Mayer indottrina i fratelli Mankiewicz sui meccanismi di Hollywood. Dettagli, aneddoti e retroscena che arricchiscono il contesto di Mank, esaltando i cinefili ma correndo il rischio di allontanare gli spettatori ignari di questi eventi e dei numerosi antagonisti che Mankiewicz affronta nel suo viaggio.

Da interprete consumato e di classe sopraffina (che sarà con ogni probabilità certificata da un’altra nomination all’Oscar per questa performance), Gary Oldman conquista ogni singolo fotogramma, con il ritratto di un uomo sopraffatto, che proprio sull’orlo del baratro trova ogni volta nuova linfa vitale e artistica. Mentre il rapporto con la segretaria Rita Alexander (Lily Collins) è solo abbozzato, Mank trae beneficio dal fortuito incontro con Marion Davies, impersonata da una magnetica Amanda Seyfried. Proprio nei dialoghi con la giovane donna (amante dell’uomo che ha ispirato Citizen Kane di Quarto potere, cioè l’editore William Randolph Hearst) emerge un altro dei temi, cioè l’indissolubile legame fra realtà e finzione e il labile confine fra vero e falso, che Fincher stesso attraversa più volte con estrema disinvoltura, senza curarsi troppo della veridicità del racconto.

Mank: da Quarto potere a Don Chisciotte

Non poteva ovviamente mancare l’incontro-scontro con lo stesso William Randolph Hearst, portato in scena da Charles Dance. Tanti i dettagli che emergono in una continua sovrapposizione fra gli eventi reali, Quarto potere e la reinterpretazione dei Fincher: l’opulenza e il progressivo declino di Hearst/Kane, la comune tendenza a strizzare l’occhio al nazismo e a influenzare l’opinione pubblica o la pervicacia nella spinta della carriera della propria giovane amante (Marion Davies nella recitazione, la seconda moglie di Kane Susan nel canto), nonostante evidenti limiti. Ma per Fincher, Hearst è soprattutto la figura che spinge il processo creativo di Mankiewicz, e non è certo un caso che la più dirompente deflagrazione emotiva del protagonista sia proprio il confronto finale fra i due, che permette anche a Oldman di dare vita a uno strabiliante monologo.

Burattinaio e burattino si scoprono così molto più vicini di quanto pensavano, sconfitti dalla vita e dalla lotta contro diversi mulini a vento, come novelli Don Chisciotte. Ma mentre per Hearst non c’è più speranza per una risalita, Mank ha un’ultima possibilità di riscatto nei confronti di quel mondo in cui ha prosperato, ma che in fondo lo disgusta: firmare la sceneggiatura di Quarto potere e prendersi i meriti per quella che tutte le persone intorno a lui considerano la sua migliore opera. Per ottenere questo riconoscimento è però necessario un ulteriore confronto con Orson Welles, che non è soltanto l’uomo chiamato a dare vita al capolavoro, ma anche il simbolo dell’eterno conflitto fra la fazione più potente e celebrata, la regia, e quella più spesso sminuita e dimenticata della sceneggiatura, con la quale Mank si schiera apertamente.

Lettera al padre

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In questa strenua difesa della sceneggiatura da parte di chi sceneggiatore non è mai stato (Fincher figlio) e di chi invece lo è stato, ottenendo però risultati solo anni dopo la propria morte (Fincher padre) risiede il nucleo emotivo di un’opera che paradossalmente trova il proprio più convincente sottotesto al di fuori dell’opera stessa.

Fra nostalgia cinefila, corsi e ricorsi storici e lati oscuri di Hollywood, Mank riesce anche a consegnare due toccanti e appassionate lettere d’amore. Quella di uno scrittore verso un proprio punto di riferimento, impreziosita dalla cronistoria (non importa se vera o romanzata) della sospirata paternità di un’opera e della conseguente conquista di un Oscar, ma soprattutto la lettera al padre di un figlio che ha compiuto il percorso inverso, rinunciando alla paternità della sceneggiatura di Mank (accreditata solo a Jack Fincher, ma verosimilmente revisionata da David negli ultimi 20 anni) per omaggiare la memoria del genitore. Una delle molteplici chiavi di lettura di un progetto che segna il ritorno al cinema di un formidabile autore e riconnette gli spettatori con una Hollywood lontana nel tempo, ma segnata dagli stessi dubbi e da problematiche analoghe a quelle di oggi.

Overall
8.5/10

Verdetto

David Fincher mette in scena un sentito omaggio alla golden age di Hollywood, potenzialmente respingente per gli spettatori che non conoscono gli eventi narrati, ma traboccante d’amore per il cinema e per la sceneggiatura.

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Eric: recensione della miniserie Netflix con Benedict Cumberbatch

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Eric

È curioso che una pietra miliare del cinema narrativo classico come Harvey, con protagonista il solito formidabile James Stewart, riemerga per la seconda volta nel giro di pochi giorni come fonte di ispirazione esplicita o implicita per un prodotto audiovisivo contemporaneo. Prima grazie a John Krasinski, che lo cita apertamente nel suo gradevole film per famiglie IF – Gli amici immaginari, poi in Eric, miniserie Netflix con protagonista Benedict Cumberbatch, con intreccio e toni decisamente più cupi.

Stavolta non ci sono né simpatici conigli parlanti, né pittoresche creature animate, ma un gigantesco pupazzo di nome Eric che accompagna il protagonista Vincent nel momento più difficile e angosciante della sua vita. Benedict Cumberbatch, di ritorno alla serialità dopo il travolgente successo di Sherlock, dà infatti vita a un uomo ambiguo e tormentato, diviso fra il suo lavoro di burattinaio per un popolare show per bambini e la scomparsa del figlio di nove anni Edgar (Ivan Morris Howe), svanito nel nulla durante il tragitto verso la scuola, nella turbolenta New York degli anni ’80.

Totalmente alienato e vittima delle sue dipendenze, Vincent si allontana dalla moglie e dai colleghi, dedicandosi alla ricerca del figlio insieme a Eric, una sua creazione con cui comunica continuamente, nell’imbarazzo di chi gli sta intorno. Sul caso c’è anche Michael Ledroit (McKinley Belcher III), detective nero e gay che deve convivere con i pregiudizi e con l’odio razziale.

Eric: Benedict Cumberbatch in un dramma esistenziale in bilico fra realtà e immaginazione

La creatrice Abi Morgan (The Hour) e la regista Lucy Forbes ci immergono in una New York torbida e a tratti angosciante, devastata dalla diffusione del crack, sconvolta dal dilagare dell’AIDS e impegnata a nascondere il suo lato meno scintillante, come i senzatetto e i tossicodipendenti. Uno scenario perfettamente in linea con la dolorosa parabola esistenziale di Vincent che, dopo aver vissuto un’infanzia all’insegna dell’anaffettività e dei farmaci a lui somministrati dai suoi ricchi genitori, in un perfetto contrappasso ha deciso di dedicare un’importante fetta del suo tempo alla missione di rendere felici i bambini, attraverso la creazione di buffi personaggi. Una scelta che non lo mette però al riparo dai suoi demoni personali e dalle conseguenze di un beffardo destino, acuite dal senso di colpa per non aver accompagnato a scuola Edgar nel maledetto giorno della sua scomparsa.

Nel corso di 6 asciutti episodi, Eric segue le ricerche del piccolo Edgar, mascherandosi da crime per poi allargare progressivamente il campo di azione, spaziando liberamente fra cospirazioni governative e lucida analisi sociale. Temi che ruotano soprattutto intorno alla figura di Michael Ledroit, sempre più centrale all’interno della narrazione. Grazie alla convincente prova di McKinley Belcher III, seguiamo la dolorosa lotta quotidiana di questo detective, che deve scontrarsi sia con la discriminazione nei confronti della comunità afroamericana, sia con quella legata alla sua omosessualità, che è costretto a celare non solo per l’arretrata morale dell’epoca, ma anche per la paura generale per la diffusione dell’AIDS, accompagnata dall’ignoranza.

I protagonisti di Eric

Eric

Dal canto suo, Benedict Cumberbatch aggiunge un’altra pregevole interpretazione al suo già formidabile curriculum, tratteggiando con invidiabile espressività la discesa agli inferi di un uomo mentalmente instabile, che paradossalmente riesce a scorgere una flebile luce in fondo al tunnel proprio grazie agli abissi della sua psiche e ai dialoghi con un personaggio immaginario, unica sua ancora di salvezza. Un personaggio riuscito e tridimensionale, grazie anche a un ottimo lavoro di scrittura, che non indora mai la pillola ma al contrario mette in evidenza tutti gli aspetti negativi e respingenti di questo personaggio, valorizzandone così anche gli slanci di umanità.

Eric trae forza e intensità dai suoi personaggi principali, delineando due solitudini diverse ma complementari, in una cornice umana e sociale desolante, all’interno della quale proliferano violenza, corruzione e dipendenza. La miniserie non è però altrettanto centrata nella sua componente prettamente investigativa, che risente in particolare di una scelta narrativa abbastanza discutibile sul personaggio di Edgar, colpevole di togliere un’importante fetta di fascino e mistero all’intera vicenda. Sorprendentemente, ci si ritrova così ad appassionarsi più alle dinamiche personali di Michael Ledroit e Vincent che alla sparizione di un bambino innocente, cioè la principale leva emotiva dell’intera miniserie.

Un epilogo non del tutto riuscito

Eric

Fra sospetti, false piste, deflagrazioni familiari e squallore generalizzato, Eric sfocia in un epilogo eccessivamente conciliatorio, che stona con la miserie umana e sociale esposta con dovizia di particolari negli episodi precedenti. Una conclusione che non priva dei suoi meriti una miniserie ben sopra alla media delle produzioni omologhe recenti, ma che toglie incisività a un racconto a tratti particolarmente toccante, capace di scavare nei più reconditi anfratti dell’animo umano e di dare diverse sfumature di senso alla follia e al concetto di sotterraneo, veri e propri protagonisti aggiuntivi di una New York asfittica e malsana.

Eric è disponibile dal 30 maggio su Netflix.

Overall
7/10

Valutazione

Eric si rivela una toccante e dolorosa riflessione sul lato oscuro dell’animo umano e della New York degli anni ’80, penalizzata però da qualche scelta narrativa non del tutto efficace.

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Netflix: tutte le nuove uscite di giugno 2024

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Netflix uscite

Anche per giugno, Netflix ha in serbo tante nuove uscite con cui intrattenere i propri abbonati. Fra le uscite più attese c’è sicuramente il film originale A Family Affair, commedia romantica con Joey King, Zac Efron, Nicole Kidman e Kathy Bates. L’Italia risponde con Ricchi a tutti i costi, sequel di Natale a tutti i costi, con protagonisti Christian De Sica e Angela Finocchiaro. Ci saranno inoltre i ritorni di Bridgerton e Sweet Tooth, insieme all’arrivo in catalogo dell’horror francese Under Paris e della docuserie storico Processo al male: Hitler e i nazisti. Di seguito, l’elenco completo delle uscite di giugno su Netflix.

L’elenco completo delle uscite Netflix di giugno 2024

Netflix uscite
Cr. Liam Daniel/Netflix © 2024

1 giugno – Le uscite su Netflix

  • One-Punch Man (serie non originale, stagione 2)
  • New Amsterdam (serie non originale, stagione 4)
  • Qui rido io (film non originale)
  • Riverdale (serie originale, stagione 7)
  • Troppo grande per le favole 2 (film originale)
  • Il rapporto Pilecki (film non originale)
  • Swoon (film non originale)

4 giugno

  • Ricchi a tutti i costi (film originale)

5 giugno – Le uscite su Netflix

  • Under Paris (film originale)
  • Processo al male: Hitler e i nazisti (docuserie originale)
  • Come rapinare una banca (docuserie originale)

6 giugno – Le uscite su Netflix

  • Sweet Tooth (serie originale, stagione 3)
  • Baki Hanma VS Kengan Ashura (film originale)
  • Rafa Márquez: El Capitán (film originale)

7 giugno – Le uscite su Netflix

  • Perfect Match (reality show originale, stagione 2)
  • Hierarchy (serie originale, stagione 1)
  • The Greatest Showman (film non originale)

9 giugno

  • Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio (film non originale)

11 giugno

  • Tour de France: sulla scia dei campioni (docuserie originale, stagione 2)

12 giugno – Le uscite su Netflix

  • Non c’è bisogno di presentazioni – Con David Letterman (talk show originale, stagione 5)
  • I misteri dell’esercito di terracotta (docuserie originale)

13 giugno

14 giugno

  • Ultraman: Rising (film originale)

15 giugno

  • Le otto montagne (film non originale)
  • Colpa delle stelle (film non originale)

19 giugno

  • Kleks Academy (film originale)
  • Me Contro Te Il Film: Vacanze in Transilvania (film non originale)
  • Caccia all’eredità (film originale)

20 giugno

21 giugno

  • Trigger Warning (film originale)

22 giugno

  • Rising Impact (serie originale, stagione 1)
  • Don’t Worry Darling (film non originale)

25 giugno

  • Kaulitz & Kaulitz (docuserie originale)

26 giugno

  • Coinquilini impossibili (docuserie originale, stagione 2)

27 giugno – Le uscite su Netflix

  • That ’90s Show (serie originale, parte 2)
  • Il Grande giorno (film originale)
  • Supacell (serie originale, stagione 1)

28 giugno

  • A Family Affair (film originale)

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Bodkin: recensione della serie Netflix

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Bodkin

La passione per il true crime è sempre più dirompente, e la serialità non può fare altro che adeguarsi. Dopo Only Murders in the Building, tocca a Netflix cercare un difficile equilibrio fra questo filone, i gialli che sottende e la comicità, con un impianto narrativo in grado di tenere insieme tutte queste componenti. Arriva dunque nel catalogo della celebre piattaforma di streaming Bodkin, serie in 7 episodi ideata da Jez Scharf e prodotta da Barack e Michelle Obama, già coinvolti nel recente successo di Netflix Il mondo dietro di te. Lo show può contare sulla presenza nel cast di Will Forte (The Last Man on Earth), Siobhán Cullen e Robyn Cara, interpreti di un bizzarro gruppo di giornalisti e podcaster.

Bodkin è il nome di una piccola cittadina irlandese, dove viene spedita controvoglia la giornalista investigativa Dove (Siobhán Cullen), originaria proprio dell’Irlanda e costretta a rinunciare a un importante caso. Qui si trova costretta a collaborare con il celebre autore di podcast Gilbert Power (Will Forte) e con la sua assistente Emmy (Robyn Cara) su una serie di avvenimenti misteriosi e sinistri avvenuti anni prima, che hanno portato addirittura all’interruzione dei festeggiamenti di Samhain, il capodanno celtico alla base delle celebrazioni di Halloween. I due approcci agli antipodi di Gilbert e Dove si scontrano con la piccola comunità locale, restia a scavare fra segreti fino a quel momento ben custoditi.

Bodkin: a caccia di true crime in un’Irlanda misteriosa

Cr. Enda Bowe/Netflix

Bodkin mette molta carne al fuoco, non solo per i generi, ma anche per quanto riguarda i temi affrontati. Al centro della serie c’è soprattutto il contrasto fra la seriosità e il rigore di Dove e lo spirito più libero e affabile di Gilbert. Due modi opposti di intendere la vita e soprattutto il giornalismo, che riverberano nel corso di tutta la serie. Per Dove infatti i podcast true crime sono poco più che gossip, irrilevanti dal punto di vista giornalistico e irrispettosi da quello morale; Gilbert ribatte invece che questa forma di narrazione gli consente di arrivare a una platea sterminata di persone, appassionandole e favorendo la circolazione di storie e contenuti. Un contrasto perfettamente in linea con il dibattito contemporaneo sull’informazione (il discorso si può tranquillamente allargare ai content creator), che costituisce però uno dei pochi temi veramente a fuoco della serie.

Già in bilico fra mistero e commedia, Jez Scharf farcisce infatti il racconto di diversi altri risvolti, come l’analisi dei costumi e delle tradizioni dell’Irlanda (in cui ha le origini anche Gilbert) e il punto di vista lucido e ravvicinato sui piccolissimi centri urbani, in cui tutti sanno tutto di tutti, anche se molto spesso fingono di non sapere nulla, soprattutto quando si confrontano con i forestieri. Il risultato è un racconto che ondeggia fra troppi registri e altrettante suggestioni, faticando non poco a trovare una sintesi coesa e abbastanza avvincente. Un caos narrativo che si riflette anche sui personaggi secondari, caratterizzati in modo piatto e poco ispirato.

Un umorismo nero poco incisivo

Cr. Enda Bowe/Netflix

A metà strada fra l’ironia dissacrante alla base del già citato Only Murders in the Building e il sinistro fascino dei misteri connessi alle piccole cittadine di provincia, portato al successo da Twin Peaks, Bodkin finisce per non essere fondamentalmente né carne né pesce, anche per la scarsa consistenza del mistero su cui si regge il racconto. I suggestivi scenari irlandesi e i cliffhanger abilmente collocati al termine di ogni episodio attenuano l’effetto di queste lacune, ma si ha più volte la sensazione di trovarsi di fronte a una narrazione eccessivamente diluita e troppo esile per reggere un minutaggio così ampio.

Non aiutano alla resa complessiva neanche le atmosfere magiche dell’Irlanda e le suggestioni ancestrali legate al Samhain, base per diversi riusciti folk horror ma in questo caso sacrificate in nome di personaggi ingenuamente bizzarri e di un umorismo nero che raramente va a segno. I pochi momenti significativi si riducono così alla già menzionata opposizione fra la respingente Dove e lo humour non particolarmente ficcante di Gilbert, che pone interrogativi non banali sui concetti di verità, indagine e narrazione. Troppo poco per una serie che avrebbe potuto lavorare sulle immagini e sulle atmosfere con intensità ben maggiore.

Cr. Enda Bowe/Netflix

Bodkin è disponibile dal 9 maggio su Netflix.

Overall
5/10

Valutazione

Bodkin cerca un difficile ibrido fra mistero, commedia e analisi del giornalismo moderno, dando però vita a una narrazione eccessivamente diluita e con troppa carne al fuoco.

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