Mi chiamo Francesco Totti: recensione del film di Alex Infascelli

Mi chiamo Francesco Totti: recensione del film di Alex Infascelli

«Mi sono chiesto in questi mesi perché mi stiano svegliando da questo sogno. Avete presente quando siete bambini e state sognando qualcosa di bello, e vostra madre vi sveglia per andare a scuola mentre voi volete continuare a dormire, e provate a riprendere il filo di quella storia ma non ci si riesce mai? Stavolta non era un sogno, ma la realtà». Questo toccante estratto della lettera di addio al calcio e alla Roma di Francesco Totti, letta all’interno di uno Stadio Olimpico colmo di cuori frantumati il 28 maggio 2017, ci aiuta a comprendere il nuovo progetto di Alex Infascelli, che, dopo il successo di S Is for Stanley – Trent’anni dietro al volante per Stanley Kubrick, torna con Mi chiamo Francesco Totti a raccontare un personaggio pubblico da una prospettiva inedita e con modalità tutt’altro che scontate.

L’idea alla base di questo appassionante docufilm, al cinema solo dal 19 al 21 ottobre con Vision Distribution, è che durante la notte precedente al suo ritiro il capitano e numero 10 della Roma ripercorra tutta la sua carriera, e di conseguenza gran parte della sua stessa vita, in un Olimpico deserto. Un’idea semplice, che Infascelli declina però in maniera del tutto sorprendente, anteponendo sempre l’uomo all’epica sportiva e puntando al cuore di tutti gli appassionati di sport con un racconto intimo e umano, in cui la struttura narrativa è alimentata e sovvertita dallo stesso Totti, protagonista, voce narrante e autore di un vero e proprio flusso di coscienza corredato da immagini.

Mi chiamo Francesco Totti: l’intimo e genuino racconto di una vita sportiva

In un panorama dell’intrattenimento nostrano che sta riscoprendo la narrazione dello sport e delle sue icone (Il caso Pantani – L’omicidio di un campione ne è l’esempio più lampante), Mi chiamo Francesco Totti può legittimamente proporsi come la nostra risposta a The Last Dance, che durante i mesi di lockdown ha conquistato gli abbonati a Netflix con il racconto dell’epopea dei Chicago Bulls di Michael Jordan.

Dove la celeberrima docuserie calcava la mano sui conflitti e sui ruoli dei compagni di Jordan, tessendo una narrazione che ricordava quella di una saga fantasy, Infascelli sceglie un approccio completamente diverso, non enfatizzando mai le gesta sportive del suo protagonista, privilegiando invece sempre il controcampo offerto dallo stesso Totti su vicende ben scolpite nell’immaginario degli appassionati di calcio (lo scudetto della Roma, il mondiale con l’Italia, il burrascoso rapporto con Luciano Spalletti) e sul percorso umano che l’ha portato a diventare non solo un campione osannato, ma soprattutto l’uomo simbolo di un’intera città, a cui ha scelto di legarsi per tutta la carriera.

La timidezza e l’ironia di Totti accompagnano il racconto di una vita, dall’infanzia (con la palla giocattolo preferito e prima parola pronunciata dal piccolo Francesco), dove già si intravedono le qualità del futuro fuoriclasse, alla maturità, con la solitaria malinconia di chi vede i suoi giorni da calciatore accorciarsi sempre di più, fino alla già citata celebrazione del 28 maggio 2017, che Infascelli riprende con una scelta di montaggio e di accompagnamento musicale destinata a sciogliere il cuore non solo dei tifosi della Roma, ma di tutti gli appassionati di calcio.

Francesco Totti fra imprese e fragilità

Mi chiamo Francesco Totti

In mezzo, c’è semplicemente la vita di un ragazzo come tanti, che ha avuto la fortuna e l’abilità di coronare i suoi sogni con un pallone fra i piedi. Un ragazzo di cui emergono le fragilità, come l’impossibilità di godersi la sua città senza l’assillo di miriadi di tifosi, il rapporto coi genitori («Mio padre non mi ha mai fatto un complimento», dice a proposito di Enzo Totti, scomparso proprio qualche giorno fa) e le critiche causate dal suo carattere fumantino sul terreno di gioco, in netta contrapposizione alla mitezza che lo caratterizza nella vita privata.

Ma al privato sono legati anche alcuni dei momenti più genuini di Mi chiamo Francesco Totti, come i suoi primi passi nella Lodigiani («La seconda squadra di Roma», precisa Totti, in uno dei tanti sfottò ai cugini della Lazio), con immagini d’archivio che testimoniano il suo lampante talento già in tenera età, la tribù di parenti e amici che lo accompagna in trasferta e soprattutto l’amore con Ilary Blasi, che viviamo sia attraverso le parole, come il tenero e spassoso aneddoto dell’esibizione in mondovisione, durante un derby infuocato, della maglietta con scritto “6 unica”, sia negli sguardi, come durante una delle prime uscite di coppia dei due, immortalata dagli immancabili paparazzi, in cui Totti contempla irrefrenabilmente la sua compagna, nonché futura ancora di salvezza nei momenti più difficili.

Inevitabile poi un approfondimento sulla Nazionale e in particolare sul mondiale 2006, prima apparentemente sfumato per un grave infortunio, poi riacciuffato per i capelli, con tanto di rigore decisivo all’ultimo minuto di una tesissima Italia-Australia, in un momento che sembra provenire dal cinema di un altro amato figlio di Roma, cioè Sergio Leone.

Mi chiamo Francesco Totti: fra cadute e risalite

Mi chiamo Francesco Totti

Fra cadute e risalite, come l’onta della mancata convocazione da Spalletti e la prodigiosa rivincita con la doppietta al Torino in pochi minuti di gioco, c’è tempo per soffermarsi anche sulle figure del mentore e dell’allievo, rispettivamente Giuseppe Giannini e Antonio Cassano. Il primo mito e figura di riferimento per il giovane Totti, il secondo da lui protetto e coccolato, prima del passaggio a quel Real Madrid che per Totti avrebbe costruito ponti d’oro. Un tipico momento da what if, che Infascelli suggella nel migliore dei modi, senza parole, semplicemente scavalcandolo con le immagini del matrimonio con Ilary, che di riflesso diventa quello con Roma e con la Roma.

Infine, si torna all’origine, cioè a quel bambino che sogna di diventare campione e a quel campione che nel momento dell’addio ripensa inevitabilmente all’infanzia e a ciò che ha costruito dopo, nella triste consapevolezza che un capitolo della sua vita sta per chiudersi per sempre. Una circolarità che ci culla e a cui ci abbandoniamo, mentre i titoli di coda ci accompagnano verso un mondo dello sport sempre più cinico e sempre meno passionale.

Vi ricordiamo che Mi chiamo Francesco Totti sarà al cinema solo il 19, 20 e 21 ottobre, distribuito da Vision Distribution.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Dopo S Is for Stanley – Trent’anni dietro al volante per Stanley Kubrick, Alex Infascelli centra un altro convincente e sorprendente ritratto di una celebrità, che paradossalmente convince di più quando lascia lo sport sullo sfondo per concentrarsi sulla genuinità del protagonista.

Marco Paiano

Marco Paiano