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Mi chiamo Francesco Totti: recensione del film di Alex Infascelli

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«Mi sono chiesto in questi mesi perché mi stiano svegliando da questo sogno. Avete presente quando siete bambini e state sognando qualcosa di bello, e vostra madre vi sveglia per andare a scuola mentre voi volete continuare a dormire, e provate a riprendere il filo di quella storia ma non ci si riesce mai? Stavolta non era un sogno, ma la realtà». Questo toccante estratto della lettera di addio al calcio e alla Roma di Francesco Totti, letta all’interno di uno Stadio Olimpico colmo di cuori frantumati il 28 maggio 2017, ci aiuta a comprendere il nuovo progetto di Alex Infascelli, che, dopo il successo di S Is for Stanley – Trent’anni dietro al volante per Stanley Kubrick, torna con Mi chiamo Francesco Totti a raccontare un personaggio pubblico da una prospettiva inedita e con modalità tutt’altro che scontate.

L’idea alla base di questo appassionante docufilm, al cinema solo dal 19 al 21 ottobre con Vision Distribution, è che durante la notte precedente al suo ritiro il capitano e numero 10 della Roma ripercorra tutta la sua carriera, e di conseguenza gran parte della sua stessa vita, in un Olimpico deserto. Un’idea semplice, che Infascelli declina però in maniera del tutto sorprendente, anteponendo sempre l’uomo all’epica sportiva e puntando al cuore di tutti gli appassionati di sport con un racconto intimo e umano, in cui la struttura narrativa è alimentata e sovvertita dallo stesso Totti, protagonista, voce narrante e autore di un vero e proprio flusso di coscienza corredato da immagini.

Mi chiamo Francesco Totti: l’intimo e genuino racconto di una vita sportiva

In un panorama dell’intrattenimento nostrano che sta riscoprendo la narrazione dello sport e delle sue icone (Il caso Pantani – L’omicidio di un campione ne è l’esempio più lampante), Mi chiamo Francesco Totti può legittimamente proporsi come la nostra risposta a The Last Dance, che durante i mesi di lockdown ha conquistato gli abbonati a Netflix con il racconto dell’epopea dei Chicago Bulls di Michael Jordan.

Dove la celeberrima docuserie calcava la mano sui conflitti e sui ruoli dei compagni di Jordan, tessendo una narrazione che ricordava quella di una saga fantasy, Infascelli sceglie un approccio completamente diverso, non enfatizzando mai le gesta sportive del suo protagonista, privilegiando invece sempre il controcampo offerto dallo stesso Totti su vicende ben scolpite nell’immaginario degli appassionati di calcio (lo scudetto della Roma, il mondiale con l’Italia, il burrascoso rapporto con Luciano Spalletti) e sul percorso umano che l’ha portato a diventare non solo un campione osannato, ma soprattutto l’uomo simbolo di un’intera città, a cui ha scelto di legarsi per tutta la carriera.

La timidezza e l’ironia di Totti accompagnano il racconto di una vita, dall’infanzia (con la palla giocattolo preferito e prima parola pronunciata dal piccolo Francesco), dove già si intravedono le qualità del futuro fuoriclasse, alla maturità, con la solitaria malinconia di chi vede i suoi giorni da calciatore accorciarsi sempre di più, fino alla già citata celebrazione del 28 maggio 2017, che Infascelli riprende con una scelta di montaggio e di accompagnamento musicale destinata a sciogliere il cuore non solo dei tifosi della Roma, ma di tutti gli appassionati di calcio.

Francesco Totti fra imprese e fragilità

Mi chiamo Francesco Totti

In mezzo, c’è semplicemente la vita di un ragazzo come tanti, che ha avuto la fortuna e l’abilità di coronare i suoi sogni con un pallone fra i piedi. Un ragazzo di cui emergono le fragilità, come l’impossibilità di godersi la sua città senza l’assillo di miriadi di tifosi, il rapporto coi genitori («Mio padre non mi ha mai fatto un complimento», dice a proposito di Enzo Totti, scomparso proprio qualche giorno fa) e le critiche causate dal suo carattere fumantino sul terreno di gioco, in netta contrapposizione alla mitezza che lo caratterizza nella vita privata.

Ma al privato sono legati anche alcuni dei momenti più genuini di Mi chiamo Francesco Totti, come i suoi primi passi nella Lodigiani («La seconda squadra di Roma», precisa Totti, in uno dei tanti sfottò ai cugini della Lazio), con immagini d’archivio che testimoniano il suo lampante talento già in tenera età, la tribù di parenti e amici che lo accompagna in trasferta e soprattutto l’amore con Ilary Blasi, che viviamo sia attraverso le parole, come il tenero e spassoso aneddoto dell’esibizione in mondovisione, durante un derby infuocato, della maglietta con scritto “6 unica”, sia negli sguardi, come durante una delle prime uscite di coppia dei due, immortalata dagli immancabili paparazzi, in cui Totti contempla irrefrenabilmente la sua compagna, nonché futura ancora di salvezza nei momenti più difficili.

Inevitabile poi un approfondimento sulla Nazionale e in particolare sul mondiale 2006, prima apparentemente sfumato per un grave infortunio, poi riacciuffato per i capelli, con tanto di rigore decisivo all’ultimo minuto di una tesissima Italia-Australia, in un momento che sembra provenire dal cinema di un altro amato figlio di Roma, cioè Sergio Leone.

Mi chiamo Francesco Totti: fra cadute e risalite

Mi chiamo Francesco Totti

Fra cadute e risalite, come l’onta della mancata convocazione da Spalletti e la prodigiosa rivincita con la doppietta al Torino in pochi minuti di gioco, c’è tempo per soffermarsi anche sulle figure del mentore e dell’allievo, rispettivamente Giuseppe Giannini e Antonio Cassano. Il primo mito e figura di riferimento per il giovane Totti, il secondo da lui protetto e coccolato, prima del passaggio a quel Real Madrid che per Totti avrebbe costruito ponti d’oro. Un tipico momento da what if, che Infascelli suggella nel migliore dei modi, senza parole, semplicemente scavalcandolo con le immagini del matrimonio con Ilary, che di riflesso diventa quello con Roma e con la Roma.

Infine, si torna all’origine, cioè a quel bambino che sogna di diventare campione e a quel campione che nel momento dell’addio ripensa inevitabilmente all’infanzia e a ciò che ha costruito dopo, nella triste consapevolezza che un capitolo della sua vita sta per chiudersi per sempre. Una circolarità che ci culla e a cui ci abbandoniamo, mentre i titoli di coda ci accompagnano verso un mondo dello sport sempre più cinico e sempre meno passionale.

Vi ricordiamo che Mi chiamo Francesco Totti sarà al cinema solo il 19, 20 e 21 ottobre, distribuito da Vision Distribution.

Overall
7.5/10

Verdetto

Dopo S Is for Stanley – Trent’anni dietro al volante per Stanley Kubrick, Alex Infascelli centra un altro convincente e sorprendente ritratto di una celebrità, che paradossalmente convince di più quando lascia lo sport sullo sfondo per concentrarsi sulla genuinità del protagonista.

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Io e il Secco: recensione del film di Gianluca Santoni

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Io e il Secco

Si apre con la struggente Sere nere di Tiziano Ferro Io e il Secco, mentre sullo schermo scorrono le immagini delle torri Hamon di Ravenna, recentemente abbattute ma indelebili nella memoria dei cinefili grazie a Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, capolavoro di alienazione, incomunicabilità e disumanizzazione. Temi che ricorrono, nei medesimi luoghi ma con registri diversi, anche in questa notevole opera prima di Gianluca Santoni, dolceamaro incontro di solitudini e disperazioni.

È la storia del piccolo Denni (con la I, curioso richiamo al precedente corto di Gianluca Santoni Gionatan con la G), che dopo aver assistito all’ennesimo atto di violenza nei confronti della madre (Barbara Ronchi) da parte del padre (Andrea Sartoretti) elabora uno spiazzante piano. Il bambino (interpretato da Francesco Lombardo) si rivolge al sedicente super-killer Secco (Andrea Lattanzi) per affidargli il compito di uccidere suo padre. In realtà, Secco è un giovane sbandato del tutto innocuo, che vive in un’area povera e desolata della Rivera romagnola insieme al fratello ex galeotto. Fiutando la possibilità di derubare il padre di Denni, Secco accetta comunque l’incarico, dando il via a un’inaspettata amicizia col bambino, fatta di amarezza e ironia e basata sui problemi di entrambi con la figura paterna.

Io e il Secco: un incontro di solitudini sulle note di Sere nere

Io e il Secco

Io e il Secco racconta dal punto di vista di un bambino una società al crepuscolo, fiaccata da problemi ormai noti come la violenza domestica, la tossicità delle figure paterne e l’impossibilità di raggiungere una soddisfacente stabilità economica e personale. Lo fa ambientando la narrazione in una terra da sempre associata alla leggerezza e al divertimento come la Riviera romagnola (nello specifico il ravennate e il cesenate), di cui invece in questo caso sono mostrati i risvolti più cupi opportunamente nascosti dalla macchina del turismo, come gli ecomostri, il lavoro nero e la criminalità legata alla costa. Il lavoro di Gianluca Santoni diventa così il perfetto controcampo narrativo ed emotivo del recente documentario Vista mare, anch’esso capace di mostrare cosa realmente avviene fra un’estate e l’altra, nei pressi delle discoteche e delle spiagge non ancora prese d’assalto dai turisti.

Ci si affeziona alla fragile e improbabile amicizia di Denni e Secco, che si sostengono a vicenda in mezzo a malavitosi, abbandono e famiglie disfunzionali, legati da un piano fantasioso e brutale, come fantasiosi e brutali sanno essere a volte i bambini, intenti a interpretare una realtà che sfugge alla loro comprensione. Non mancano alcune semplificazioni (Denni lasciato libero di vagare per il territorio a soli dieci anni di età, l’improbabile melting pot di accenti e dialetti, un epilogo che avrebbe beneficiato di un pizzico di coraggio in più), ma Io e il Secco, a differenza di gran parte del cinema italiano contemporaneo, dimostra di avere un cuore, tratteggiando un rapporto in continuo divenire fra due emarginati, in lotta contro la realtà per motivi diversi ma complementari e perciò affini al di là delle loro differenze e delle loro divergenze.

Un promettente esordio

Fra abitazioni abbandonate, piscine putride e spiagge deserte ma sempre suggestive, Denni e Secco perdono l’innocenza ma guadagnano una cosa altrettanto importante, cioè un’amicizia capace di resistere alla sofferenza, agli imprevisti e alla violenza e di regalare slanci poetici e momenti di sincera commozione. Il promettente esordio di un talento da proteggere, capace di dare nuove sfumature di senso a un caposaldo della musica pop italiana come Sere nere fino ai titoli di coda, quando la ascoltiamo nuovamente nella versione dei Santi Francesi.

Io e il Secco è disponibile nelle sale italiane dal 23 maggio, distribuito da Europictures.

Dove vedere Io e il Secco in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

Gianluca Santoni firma una convincente opera prima, ambientata in una Riviera romagnola desolata, teatro di un’amicizia improbabile e della perdita dell’innocenza di due giovani emarginati.

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Mad Max: Fury Road, recensione del film di George Miller

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Fiammeggiante, adrenalinico e soprattutto furioso. Mad Max: Fury Road di George Miller è tutto questo, nonché un perfetto connubio fra cinema d’azione e autorialità, che fin dalla presentazione durante il Festival di Cannes del 2015 ha ispirato spettatori e cineasti, diventando di fatto l’asticella difficilmente superabile per ogni blockbuster action. Un’opera sontuosa, a cui è opportuno ripensare in occasione dell’arrivo in sala del prequel Furiosa: A Mad Max Saga, diretto ancora dall’inossidabile regista australiano.

Nonostante le incursioni nel fantastico (Le streghe di Eastwick, Tremila anni di attesa), nel cinema per famiglie (Babe va in città, Happy Feet, Happy Feet 2) e nel più straziante dramma (L’olio di Lorenzo), la carriera di George Miller è indissolubilmente legata alla saga di Mad Max e alle sue atmosfere postapocalittiche. Nel 1979 è infatti stato il primo film del franchise (in Italia Interceptor) a imporre all’attenzione generale il regista australiano e il suo giovanissimo protagonista Mel Gibson nell’iconico ruolo di Max Rockatansky. Una felice contaminazione fra azione, fantascienza e sfumature western, rielaborata già nel 1981 con il sequel Mad Max 2 (in Italia Interceptor – Il guerriero della strada) e nel 1987 con il terzo capitolo Mad Max oltre la sfera del tuono, impreziosito dal celebre brano di Tina Turner We Don’t Need Another Hero (Thunderdome).

Siamo quindi di fronte a una saga che George Miller ha più volte continuato e riavviato, apportando di volta in volta piccole variazioni a un canovaccio ben rodato, fatto di desolazione, violenza e lotta per le materie prime. Un progetto interrotto dall’ascesa di Mel Gibson e da numerosi ostacoli economici e produttivi, riportato però a nuova vita proprio con Mad Max: Fury Road, vero e proprio reboot con Tom Hardy nei panni di Max Rockatansky.

Mad Max: Fury Road, un prodigioso, furente e fiammeggiante inseguimento

Mad Max: Fury Road

Le poche nozioni salienti dei precedenti capitoli (lo scenario postapocalittico, il doloroso passato del protagonista) vengono brillantemente riassunte da George Miller in un rapidissimo incipit, a cui fa seguito la descrizione di un mondo distrutto e scarnificato, ma allo stesso tempo dall’ampia mitologia. Tutti i dubbi sulla capacità di George Miller di compiere un efficace world building dopo 3o anni di distanza dal cinema d’azione vengono fugati in pochi minuti, durante i quali facciamo la conoscenza dello spietato villain Immortan Joe, che nonostante le sue difficoltà respiratorie (evidente il richiamo a Darth Vader) impone una dittatura grazie alle sue immense e preziose scorte di acqua, dei suoi fedeli Figli di Guerra in precarie condizioni fisiche, e della nuova versione di Max Rockatansky, fatto prigioniero e ridotto a mero donatore di sangue per rinvigorire questi guerrieri.

Ma a dominare la scena è soprattutto la Furiosa di Charlize Theron (interpretata da Anya Taylor-Joy in Furiosa: A Mad Max Saga), prestigiosa e potente Figlia della Guerra che con la scusa di recuperare carburante dalla vicina Gas Town si dà alla fuga insieme alle Cinque Mogli di Immortan Joe (Rosie Huntington-Whiteley, Zoë Kravitz, Riley Keough, Abbey Lee e Courtney Eaton) schiave del tiranno da lui scelte per perpetuare la sua stirpe. Insieme ai suoi fedelissimi, Immortan Joe si mette alla caccia di Furiosa, alla guida di un esercito di mezzi pesanti e sinistri.

Dal punto di vista della mera trama, Mad Max: Fury Road non è quindi altro che un lungo, folle e vorticoso inseguimento, interrotto solo da brevissime fermate intermedie, irrobustito da alcuni notevoli personaggi secondari (il tormentato Nux di Nicholas Hoult e la coraggiosa Valchiria di Megan Gale) e alimentato dal rapporto in continua evoluzione fra Max e Furiosa, fatto di odio e diffidenza ma anche di necessaria cooperazione.

Uno spettacolo visivo e sensoriale

Mad Max: Fury Road

In un’epoca di blockbuster raffazzonati a colpi di CGI e spettacolarizzazioni fini a loro stesse, George Miller va in netta controtendenza, affidandosi il più possibile a scelte analogiche (fondamentali in questo senso le desertiche location della Namibia) e dando vita a una scenografia curata nei minimi dettagli (giustamente premiata con l’Oscar, uno dei 6 conquistati dal film), capace di tratteggiare le dinamiche di un mondo morto, in cui ogni residuo della civiltà diventa oggetto di riciclo e riuso. Le vecchie auto (fra cui la celebre V8 Interceptor di Max) vengono quindi riadattate per solcare la sabbia, le ossa diventano ornamenti e persino le chitarre elettriche risorgono a nuova vita, sparando note e fiamme dall’alto di un camion per incitare gli inseguitori.

Una messa in scena prodigiosa e allucinata, priva di qualsiasi compromesso logico, fiore all’occhiello di un lavoro in cui il mezzo si fa continuamente contenuto, rinvigorendo la narrazione e mai limitandola. Uno spettacolo visivo e sensoriale, che non deve però mettere in secondo piano la sostanza di un racconto moderno e per certi versi in anticipo sui tempi, con al centro un’eroina pericolosa, taciturna e solitaria, alla guida di un’ardita ribellione ai danni della tirannia e del patriarcato. Un’opera complessa e sfaccettata, che fra i suoi tanti eccessi (le cinture di castità coi denti, i continui richiami al Valhalla) riesce a fare emergere riflessioni sul ruolo della donna, sulle dittature e persino sul fondamentalismo, in grado di convincere le persone a sacrificare le loro stesse vite in nome di cause inutili e di ricompense illusorie.

Mad Max: Fury Road, un mondo al crepuscolo

Mad Max: Fury Road

In questo mondo al crepuscolo si muove come un fantasma Max Rockatansky, l’altra faccia della medaglia di Furiosa. Il personaggio di Charlize Theron (che dimostra la sua predisposizione per il cinema action, sfruttata successivamente anche in Atomica bionda e The Old Guard) ha evidentemente un passato malvagio ma adesso lotta per un nobile ideale, imboccando però spesso la strada sbagliata; al contrario, Max era un poliziotto, difensore per eccellenza dell’ordine, ma si ritrova adesso a lottare esclusivamente per la sua sopravvivenza, seguendo il vento come una banderuola ma prendendo di frequente la scelta più giusta, seppur in maniera del tutto accidentale.

Un contrasto su cui George Miller dipinge una diffidente e astiosa collaborazione, fatta di pochissimi dialoghi e molti sguardi torvi, alimentata dalla situazione di estrema tensione e dalle menomazioni dei due, fra cui il braccio meccanico di Furiosa (come Luke e Anakin Skywalker, altro richiamo a Star Wars) e la maschera che copre per lunghi tratti il viso di Tom Hardy, alle prese con questa dinamica anche per Christopher Nolan ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno e nel successivo Dunkirk.

Mad Max: Fury Road e il western

Come anticipato in apertura, le suggestioni western fanno parte della storia di questo franchise, ma in Mad Max: Fury Road emergono in maniera dirompente, anche senza la presenza di una specifica frontiera da attraversare o proteggere. Non solo per le sconfinate ambientazioni desertiche che cingono il racconto e per i suoi personaggi costantemente in bilico fra bene e male e fra diverse fazioni, ma anche per la stessa struttura narrativa.

Se si risale fino alle origini del western, ci si imbatte infatti inevitabilmente nel seminale Ombre rosse di John Ford, che come il film di George Miller non è altro che un lungo e frenetico inseguimento, popolato di personaggi archetipici e intriso di vendetta, innocenza, coraggio e redenzione. Se sostituiamo le diligenze con l’imponente insieme di mezzi pesanti creati per Mad Max: Fury Road, gli indiani con i seguaci di Immortan Joe e la Monument Valley con la Namibia, ci rendiamo conto che siamo di fronte a una rilettura moderna e originale di un genere che è parte fondante della storia del cinema hollywoodiano e che continua a esistere e resistere nelle forme più disparate e a diverse latitudini.

Un successo senza fine

Nel suo furente peregrinare, George Miller compie qualche piccola decelerazione, come la fermata al Luogo Verde delle Molte Madri, in cui il direttore della fotografia John Seale dà vita a un suggestivo effetto notte, arricchito da lampi di luce tanto inverosimili quanto efficaci. Piccoli momenti in cui rifiatare prima di riprendere la corsa, scandita dalle roboanti musiche di Junkie XL e da un’azione fatta di inseguimenti, corpo a corpo, esplosioni e luoghi angusti, che a tratti ricorda lo spirito avventuroso di Steven Spielberg e della saga di Indiana Jones, seppur con spirito molto più cupo e meno giocoso.

Il risultato è un film mozzafiato, che nell’esiguo spazio di due ore riesce a cesellare un mondo ai minimi termini e al tempo stesso sconfinato dal punto di vista narrativo, in cui si muovono personaggi fantasiosi e bizzarri ma al contempo credibili e tridimensionali, protagonisti di un racconto in perenne equilibrio fra tradizione e insopprimibile spinta creativa. Un universo in cui la morte è dietro l’angolo, ma paradossalmente è un evento effimero, un danno collaterale da archiviare velocemente fuori campo mentre continua la corsa verso la libertà, la redenzione o molto più probabilmente verso un destino ignoto e tutt’altro che rassicurante.

Un ultimo sguardo di intesa fra Furiosa e Max chiude questa vera e propria pietra miliare del cinema del ventunesimo secolo, che fra i vari riconoscimenti può contare anche sull’inserimento nella top 10 dei film del 2015 secondo i prestigiosi critici dei Cahiers du cinéma e sul titolo di miglior film uscito fra il 1998 e il 2023 secondo un sondaggio di Rotten Tomatoes.

Mad Max: Fury Road

Dove vedere in streaming Mad Max: Fury Road

Mad Max: Fury Road in Home Video

Overall
9/10

Valutazione

George Miller alza l’asticella qualitativa e narrativa dei blockbuster d’azione, firmando un’opera capace di segnare indelebilmente l’immaginario collettivo.

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IF – Gli amici immaginari: recensione del film di John Krasinski

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IF - Gli amici immaginari

Per John Krasinski, il cinema è sempre una questione di famiglia. Lo è fin dai tempi della sua opera seconda The Hollars, in cui interpreta un figlio che corre al capezzale della madre, a cui hanno fatto seguito A Quiet Place – Un posto tranquillo e A Quiet Place II, dove una famiglia si stringe per sopravvivere in un mondo distrutto ed estremamente pericoloso. Non stupisce dunque ritrovare l’indimenticabile Jim Halpert di The Office coinvolto come sceneggiatore, regista e interprete di IF – Gli amici immaginari, film in tecnica mista con al centro un’altra famiglia spezzata dal dolore e dal destino.

Dopo aver perso in tenera età la madre, la dodicenne Bea (Cailey Fleming) si trasferisce nel suo vecchio appartamento insieme alla nonna, in attesa di un delicato intervento al cuore a cui si deve sottoporre il padre (John Krasinski). Durante queste giornate di forte preoccupazione, in un appartamento vicino al suo Bea fa la conoscenza del bizzarro Cal (Ryan Reynolds) e di due creature che vivono con lui, Blue e Blossom (rispettivamente Steve Carell e Phoebe Waller-Bridge in lingua originale, Ciro Priello e Pilar Fogliati nel doppiaggio italiano). Bea scopre che questi esseri sono i cosiddetti IF, amici immaginari che Cal deve abbinare a nuovi bambini, dal momento che i loro bambini originali crescendo li hanno dimenticati. Inizia così un viaggio in bilico fra realtà e fantasia, che ci ricorda il potere salvifico dell’immaginazione.

IF – Gli amici immaginari: il potere salvifico dell’immaginazione

IF - Gli amici immaginari

In IF – Gli amici immaginari si respirano atmosfere in linea con quelle della Pixar, capace di riunire tutta la famiglia davanti a una storia semplice ma emozionante, con diversi livelli di lettura. John Krasinski cerca infatti un difficile equilibrio fra il punto di vista fanciullesco e quello adulto, creando un mondo di simpatiche e variopinte creature che osservano silenziosamente gli umani da loro amati, in maniera analoga a quanto avviene in Inside Out. Il regista e attore rimescola però le carte, ritagliandosi il ruolo di padre amorevole e dall’ottimismo incrollabile e tratteggiando allo stesso tempo un racconto fatto di dolore e di fuga dalla realtà, con diversi punti di contatto con Sette minuti dopo la mezzanotte di Juan Antonio Bayona.

Nonostante le batoste a cui Bea è sottoposta, prevalgono la leggerezza e la speranza, sostenute da un eccentrico Ryan Reynolds (di nuovo sospeso fra diversi piani di realtà, come in Free Guy – Eroe per gioco) e dalla pregevole caratterizzazione dei vari amici immaginari, che in lingua originale si avvalgono anche delle voci di interpreti del calibro di Brad Pitt, Bradley Cooper, George Clooney, Emily Blunt, Matt Damon, Blake Lively e Sam Rockwell. Un risultato che conferma la notevole abilità di John Krasinski nel world building, già evidente in A Quiet Place, capace anche di centrare momenti di struggente malinconia e di sincera commozione, sottolineati dalle sempre evocative musiche di Michael Giacchino e dalla suggestiva fotografia di Janusz Kamiński.

Un film per famiglie dalla messa in scena inappuntabile

IF - Gli amici immaginari

Fra mestizia e umorismo, emergono sia la forza della fantasia, da sempre rifugio dal dolore e fondamentale strumento per rielaborare cadute e perdite, sia le sfumature proustiane, cavalcate dalla ricerca da parte dei personaggi di un’ideale madeleine, con la quale rievocare l’infanzia di adulti che ormai hanno smesso di sognare. Un cinema per famiglie intelligente e dalla messa in scena inappuntabile, il cui più evidente limite è paradossalmente la mancanza di un target ben preciso. Al contrario di quanto accade nelle opere Pixar più riuscite, le venature malinconiche e nostalgiche di IF – Gli amici immaginari rischiano infatti di non essere recepite dal pubblico dei giovanissimi, mentre l’ingenua giocosità con cui si smussano le note più dolenti del racconto può rappresentare un ostacolo per gli adulti più smaliziati.

Nonostante ciò, il bicchiere è comunque mezzo pieno, grazie soprattutto all’evidente e sincera passione di John Krasinski, che dopo le escursioni nella dramedy familiare e nell’horror fantascientifico si destreggia con buoni risultati anche nel campo del fantastico, in un riuscito ibrido fra animazione e live action.

IF – Gli amici immaginari è disponibile nelle sale italiane dal 16 maggio, distribuito da Eagle Pictures.

Dove vedere in streaming IF – Gli amici immaginari

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

Dopo le escursioni nella dramedy familiare e nell’horror fantascientifico, John Krasinski firma un riuscito film per famiglie in tecnica mista, penalizzato solo dalla mancanza di uno specifico target.

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