Midsommar – Il villaggio dei dannati: recensione del film di Ari Aster

Midsommar – Il villaggio dei dannati: recensione del film di Ari Aster

Ad appena un anno di distanza dal suo folgorante esordio Hereditary – Le radici del male, Ari Aster torna in sala con Midsommar – Il villaggio dei dannati, altro progetto estremamente ambizioso, che si prefigge nuovamente lo scopo di esplorare attraverso l’orrore i lati più oscuri e tossici delle relazioni interpersonali. Mentre Hereditary – Le radici del male aveva come espliciti riferimenti l’ampio filone del cinema demoniaco, da Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York e L’esorcista in avanti, stavolta il giovane cineasta statunitense (33 anni appena compiuti) si inoltra con coraggio nel sentiero del folk horror, che ha nel capolavoro di Robin Hardy The Wicker Man l’inevitabile termine di paragone.

Il teatro di un concentrato di sanguinosi rituali pagani, inquietanti credenze popolari e misteriosi avvenimenti è stavolta la Svezia, e nello specifico la regione dell’Hälsingland, sede di una comune pagana intenta nei preparativi per il Midsommar, festa estiva locale che si celebra ogni 90 anni. Nel tentativo di superare una tragedia familiare che l’ha da poco colpita, la studentessa Dani (interpretata da una formidabile Florence Pugh) si unisce al suo sempre più distaccato fidanzato Christian e agli amici di lui Mark, Josh e Pelle per un viaggio nella remota località nordica, con il duplice intento di godere di una vacanza all’insegna dello sballo e di raccogliere materiale prezioso per gli studi in ambito sociologico dei ragazzi.

Ben presto, il gruppo si rende conto che nel piccolo villaggio di Hårga si verificano eventi difficilmente spiegabili e hanno luogo macabri rituali. La situazione mette a rischio l’incolumità dei forestieri e non fa che acuire i contrasti interni al gruppo, e in particolare la tensione fra Dani e Christian.

Fra misteri e inquietanti riti ancestrali
Midsommar - Il villaggio dei dannati

Midsommar – Il villaggio dei dannati è la conferma del talento visivo e narrativo di Aster, che già dopo due opere possiamo certamente inserire fra i più interessanti prospetti americani di genere, accanto a Jordan Peele, Robert Eggers, David Robert Mitchell e Mike Flanagan. Dopo il successo di Hereditary – Le radici del male, il regista si lascia completamente andare alla sua vena creativa, dilatando a proprio piacimento i tempi narrativi per un film che alla fine sfiora i 150 minuti, durata decisamente insolita per un horror. Lo fa non soltanto con una palpabile ammirazione per i capisaldi del genere (gli omaggi visivi, da Halloween – La notte delle streghe a Non aprite quella porta, sono innumerevoli) ma anche con un’attenzione al dettaglio e all’impianto scenico che ha pochi eguali nel panorama horror contemporaneo, spesso involuto su stereotipi ormai  logori e sulla costante ricerca di jump scare fini a se stessi.

Dai candidi costumi degli abitanti di Hårga, in netto contrasto con le loro agghiaccianti azioni, ai continui riferimenti a simbologie e rituali pagani, passando per il bucolico scenario svedese (pregevolmente ricostruito in Ungheria, per beneficiare di costi minori), tutto in Midsommar – Il villaggio dei dannati è costruito in modo tale da immergerci in un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, dove il culto più scellerato ha la meglio su legge e buon senso, e dove ogni più apparentemente insignificante dettaglio ha una precisa funzione sociale e religiosa.

Un lavoro talmente certosino e coerente da diventare un’esplicita guida agli eventi, che sono continuamente anticipati da dipinti, quadri e precisi primi piani. La ricerca del dettaglio rende godibile l’opera di Aster anche per successive visioni, ma al tempo stesso toglie qualcosa alla prima fruizione: anche lo spettatore più disattento non avrà problemi a intuire con largo anticipo i principali risvolti della trama.

Midsommar – Il villaggio dei dannati è una macabra storia di rivincita femminile

Midsommar - Il villaggio dei dannati

Il cuore di Midsommar – Il villaggio dei dannati non è però da ricercare né nel puro orrore, né nel classico meccanismo a eliminazione che prende progressivamente piede, quanto piuttosto nel travaglio interiore del personaggio di Dani. Con un’interpretazione misurata quando necessario e travolgente nei momenti più intensi, la Pugh riesce a caratterizzare perfettamente una giovane donna che dopo aver perso qualsiasi tipo di appiglio trova nella comunità di Hårga una nuova terrificante famiglia. Un arco narrativo che la trasforma da ragazza fragile e spaesata, totalmente dipendente da un fidanzato che non la ama più, a donna in grado di riappropriarsi della propria indipendenza e della propria combattività, anche negli aspetti più controversi e minacciosi.

Il percorso con cui Aster mette in scena questo cambiamento interiore è tortuoso, frastagliato, colmo di digressioni e dilatazioni temporali. Come nel già citato Hereditary – Le radici del male, si ha la netta percezione che sul più bello il racconto sfugga leggermente di mano al regista, nella ricerca di una rappresentazione perturbante di una conclusione che invece è ordinaria e abbastanza prevedibile. Nonostante gli evidenti pregi di Midsommar – Il villaggio dei dannati, resta dunque la spiacevole sensazione di aver assistito a un accumulo di spunti e situazioni decisamente intriganti, che però alla lunga non portano molto lontano dal seminato.

Midsommar – Il villaggio dei dannati e The Wicker Man: spunti simili, ma svolgimenti completamente diversi

Le similitudini con The Wicker Man, sottolineate fino allo sfinimento da pubblico e addetti ai lavori e cavalcate ad arte dallo stesso Aster, si fermano dunque alla fascinazione per le piccole comunità pagane e in un impianto visivo che sa fondere l’atmosfera da rappresentazione paesana con improvvise e notevoli spruzzate di gore (encomiabile in tal senso il lavoro del prosthetic makeup designer Iván Pohárnok). Mentre Robin Hardy utilizzava questi elementi per una penetrante riflessione sui pericoli e sulle contraddizioni della religione, Aster lavora invece sulla disgregazione dei piccoli gruppi sociali, utilizzando inoltre efficacemente un archetipo narrativo come la diversità di usanze e culture per generare una sensazione di crescente inquietudine e mistero.

Al netto dei difetti sopra citati e di qualche elemento non adeguatamente sfruttato (la famiglia di Dani, l’interesse sociologico dei protagonisti, la personalità ondivaga di Christian), Midsommar – Il villaggio dei dannati ci restituisce un autore temerario e consapevole dei propri mezzi, che con un maggiore controllo della propria verve creativa potrà riuscire a lasciare un segno nel panorama cinematografico dei prossimi anni.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Midsommar – Il villaggio dei dannati conferma il talento visivo e narrativo di Ari Aster, che però, come nel suo precedente Hereditary – Le radici del male, non riesce a gestire pienamente i tanti elementi introdotti, smorzando così quello che rimane un suggestivo e inquietante folk horror.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.