Mila (Apples): recensione del film di Christos Nikou

Mila (Apples): recensione del film di Christos Nikou

Mila (Apples) di Christos Nikou è il film di apertura della sezione Orizzonti a Venezia 77. La storia orbita attorno alla vita di Aris, un uomo solo che si trova improvvisamente preda di un’amnesia molto grave. Nel mezzo di una pandemia globale che causa perdite di memoria, Aris deve cercare di costruirsi una nuova identità, grazie all’intervento di un programma di recupero. Quotidianamente Aris svolge i compiti che gli vengono prescritti, con il fine di crearsi dei nuovi ricordi, documentandoli con una Polaroid. 

Quel che mette a fuoco Mila è la geografia della memoria, con i suoi abissi latenti e le sue consapevolezze più manifeste, cercando di tracciare un percorso interiore che è fatto di volti, di ricerca, anche di annichilimento. Quel che il protagonista sceglie di fare è poggiare sul proprio passato (ignoto) un nuovo calco della propria personalità, una nuova identità a tutti gli effetti, partendo solo con l’illusione, o forse con l’impressione celata, che di lui esista traccia nel mondo, una traccia che è stata temporaneamente perduta. L’amnesia ha il gusto di una mela, l’occhio di una polaroid, la conseguenza profonda e distruttiva di un lutto disatteso.

Mila di Christos Nikou: il film di apertura della sezione Orizzonti a Venezia 77

Mila

Il regista ci mostra il polso e la consistenza di una memoria fallibile, e di come essa agisca con pienezza anche nel suo fallimento più brutale, anche nelle sue tempeste più tremebonde. Mila è costruito con un’architettura fragile eppure maestosa, uno scheletro di luoghi, un simposio di strade senza meta, tanti ospedali differenti, dimore, alloggi, residenze che perdono il loro senso più ampio perché abitate da un individuo che non le sa abitare, non le differenzia, non sa localizzarle nella sua mente. Un edificio, un palazzo, intenso come spazio privato, è un simbolo, ed è tale solo se connotato da chi gli dà un significato proprio. Il regista ci accompagna attraverso le visioni desolate di spazi irrilevanti, di luoghi senza spessore e di una mente che sceglie il nulla al posto del dolore. Proprio come diceva il personaggio diretto da Jean Luc Godard, Michel Poiccard, in Fino all’ultimo respiro:

«Fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore»

«E tu, cosa sceglieresti?»

«Il dolore è idiota. Io scelgo il nulla. Non è meglio, ma il dolore è un compromesso. O tutto o niente».

Between grief and nothing, I will take grief. Perché anche nel suo momento amnesico più profondo, dentro Aris vige la consapevolezza di essere stato allontanato da un inquilino ingombrante e problematico, di essere stato letteralmente respinto da una forma di rifiuto ancora più forte di quella per il proprio dolore, ovvero quella per se stesso. Il suo dolore e i suoi ricordi, quelli di tutta una vita, sono frutto di una censura da parte della sua coscienza, una stigmatizzazione profonda, irrimediabile, eppure naturale quanto una memoria che seleziona ciò che portare a galla e ciò che va tenuto in profondità, che non deve mai più riemergere.

Christos Nikou fotografa la condizione umana

Mila

Quel che Christos Nikou fotografa è la condizione umana, fragilissima, fugace, contraddittoria, smarrita, e lo fa scegliendo un punto di vista, quello ravvicinato al suo protagonista, talmente intimo da opporsi alla sua interiorità, che si presenta a noi pulita, vergine, come un frammento di creta, ma che invece è lacerata e scalfita da profonde cicatrici. Lo sguardo del regista è drammatico, ma anche ironico, che riflette quanto la memoria in verità sia senza tempo, e mostra anche una certa sterilità nell’uso e nella natura delle immagini che fabbrichiamo ogni giorno su Internet, simulacri senza anima, documenti visivi senza esperienza, come quelli che realizza Aris con la sua Polaroid, per testimoniare le cose che fa durante il giorno e per (tentare di) incorniciarle nella mente.

Nikou realizza una riflessione sul tempo presente, sul senso che hanno per noi oggi la parola dati e memoria, qualcosa che rimanda all’archivio, al virtuale, ai travestimenti simbolici di cui ci facciamo carico quando condividiamo un’immagine. Che significato assume oggi la nostra identità? Se il gusto per le mele è l’unico legame di Aris con la persona che era, qual è oggi la nostra costante? Dimenticare chi siamo, spesso, significa sottrarre senso e spessore alle nostre esperienze. 

Valutazione
7/10

Verdetto

Christos Nikou fotografa la condizione umana e lo fa scegliendo un punto di vista, quello ravvicinato al suo protagonista, mettendo a fuoco la geografia della memoria, con i suoi abissi, latenti, nascosti, e le sue consapevolezze più manifeste. 

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.