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Cinema indipendente italiano

Milzaman: recensione del film di Vincenzo Campisi e Antonio Vezzari

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Se gli opulenti cinecomic Marvel e DC vi hanno stancato e Lo chiamavano Jeeg Robot non vi è bastato, c’è un nuovo supereroe italiano che reclama la vostra attenzione, ovvero il palermitano Milzaman. Nato come web serie (la puntata pilota ha superato le 12000 visualizzazioni su YouTube), il progetto di Vincenzo Campisi e Antonio Vezzari, membri del collettivo di videomaker La Maladolescenza, si è evoluto in un vero e proprio film, distribuito in Home Video da Home Movies. Una pellicola dal budget irrisorio, ottenuto in buona parte grazie a una campagna di crowfunding su Eppela, ma dotata di ammirevole ironia e di una sincera e palpabile passione per i film d’exploitation, che lo rendono una piacevole visione per gli appassionati di B-movie e di cinema al 100% indipendente.

Milzaman: il primo supereroe made in Palermo
Milzaman

Un anonimo venditore ambulante palermitano di panini con la milza, continuamente oppresso dalla malavita locale, in seguito a un incidente ottiene singolari super poteri, come quello di lanciare milza rovente dal polso in stile Spider-Man. Rinfrancato dalle sue nuove capacità, l’uomo assume il nome di Milzaman e decide di combattere criminali e vessatori, diventando così il primo supereroe di Palermo.

Milzaman

Nonostante la progressiva perdita di certezze nel panorama cinematografico contemporaneo, spinta dal costante cambiamento nella realizzazione, nella distribuzione e nella fruizione di un film, ci sentiamo di affermare con sicurezza che il cinema di genere e l’amore per esso non moriranno mai. A darci ulteriore prova di questa nostra intima convinzione è l’esilarante Milzaman di Vincenzo Campisi e Antonio Vezzari, ennesima testimonianza della vitalità di un cinema indipendente italiano, che non si rassegna all’impoverimento economico, produttivo e culturale del Paese e riesce a fare di necessità virtù, trasformando budget irrisori in occasioni per sperimentare e miscelare mode, influenze e realtà locali.

Protagonista di Milzaman è anche la città di Palermo

I due registi sfruttano il tipico stile orientato al genere e al demenziale della Troma, l’abilità nel raccontare gli ultimi e le macerie sociali di Ciprì e Maresco, l’ondata di orgoglioso e amaramente realistico racconto del sud Italia che da Gomorra ad Ammore e malavita sta scuotendo il nostro cinema, mescolandoli con il filone attualmente preponderante sul grande schermo, ovvero quello supereroistico, e condendo il tutto con diverse contaminazioni, che spaziano dal western agli action movie orientali. Il risultato è un film fortemente ironico, che, nonostante le limitazioni in termini di budget e un comparto tecnico per forza di cose al limite dell’amatoriale, riesce a intrattenere lo spettatore per poco più di un’ora, trasportandolo inoltre nella difficile realtà di una Palermo ancora dilaniata dalla piccola e grande criminalità.

Il protagonista di Milzaman non è però soltanto l’atipico supereroe ben impersonato da Lucio Ciampallari, davanti alle cui sgangherate avventure a base di lanci di milza e spassose sentenze in palermitano stretto (provvidenziali a tal proposito i sottotitoli) è difficile trattenere le risate. A emergere è infatti anche il cuore di Palermo, dai suoi aspetti più pittoreschi (le tradizioni popolari e culinarie, i brani neomelodici che dominano la colonna sonora e i cittadini comuni che spesso e volentieri guardano divertiti in camera) a quelli più cupi, come il degrado delle borgate o l’opprimente tela della malavita organizzata, abilmente sdrammatizzati da inserti comici e momenti action.

Milzaman: fra Sergio Leone e neorealismo

Rispetto ai tre episodi della web serie, la Director’s Cut in forma di lungometraggio distribuita da Home Movies perde certamente qualcosa in termini di coesione narrativa, ma i ragazzi de La Maladolescenza sono abili a non cadere nella ridondanza e a trasformare in punti di forza anche i più plateali limiti, come le ristrettezze tecniche e scenografiche. Lucio Ciampallari regge bene la parte del protagonista, grazie a un’invidiabile autoironia e a una naturale espressività, che rendono godibili anche le sequenze più forzate. Come per ogni rispettabile film di supereroi, Milzaman sfocia in un irresistibile duello finale, che a suon di provocazioni in siciliano e a citazioni più o meno esplicite ai grandi classici del passato (strepitosa quella a Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone), chiude nei migliore dei modi un’operazione povera in termini economici ma di certo non dal punto di vista dell’umorismo.

Milzaman

A metà fra parodistico cinefumetto e divertito neorealismo, Milzaman gioca con gli stereotipi dei generi e della Sicilia, rivelandosi una visione piacevole e appagante, con il cuore rivolto ai B-movie e il cervello diretto verso i pregi e le contraddizioni della splendida Sicilia. Un ottimo banco di prova per i La Maladolescenza, che ci auguriamo di rivedere presto in altre scorribande nel genere e in un cinema ruspante ma pieno di passione.

Overall
6/10

Verdetto

Girato con mezzi economici prossimi allo 0, Milzaman stupisce per l’ironia e per la capacità di giocare coi generi e con gli stereotipi della Sicilia.

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Cinema indipendente italiano

The Ladies Diary: recensione del documentario di Sara Trevisan

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The Ladies Diary

Chimamanda Ngozi Adichie (L’ibisco viola, Metà di un sole giallo, Americanah, Dovremmo essere tutti femministi) durante l’ormai celebre conferenza TED talks, ha discusso e analizzato come le nostre vite, e quindi le nostre culture, siano composte di molte storie che si intrecciano. Quel che la scrittrice nigeriana ha spiegato è come la storia singola sia un pericolo. La storia unica crea stereotipi e una delle conseguenze è che sottrae alle persone la propria dignità. Rendersi conto che non c’è mai una storia unica riguardo a nessun posto è importante, perché la molteplicità e la pluralità delle storie sono fondamentali. Le storie si possono usare per dare forza e umanizzare, per dare complessità a un luogo, a una nazione o a un popolo.

I pericoli di una storia unica sono l’input del documentario di Sara Trevisan, The Ladies Diary, che racconta le vite di sei donne in Myanmar: Ketu Mala, Mu Li, Misu, Eh Eh, Nyein e Hannay. Ketu Mala è una monaca buddhista. In Myanmar il buddhismo è praticato da circa il 90 per cento della popolazione; nella società birmana convivono circa 500mila monaci e 75mila monache. Mu Li è una guida turistica, vive in un villaggio circondato dalle montagne del Kayah State, una regione interna della Birmania. Misu è una donna che ha costruito una scuola di formazione professionale e un santuario per i gatti birmani, a ridosso del lago Inle. Eh Eh è una giovane MMA fighter (arti marziali miste), l’unica ragazza che lotta nella palestra dove si allena. Nyein è una giornalista, lavora come editor della sezione lifestyle del Myanmar Times, e Hannay è una musicista e dirige una scuola di musica. 

The Ladies Diary: il documentario di Sara Trevisan

The Ladies Diary

All’interno di The Ladies Diary, Yin Myo Su, conosciuta come Misu, afferma che «il nostro paese è stato sempre molto frainteso, perché è molto chiuso: siamo stati isolati dal resto del mondo per molti anni». «Per dirti cos’è oggi il Myanmar», afferma Misu, «avrei bisogno di due giorni per raccontare cos’è successo dal XVIII ad oggi». Misu è cresciuta in Myanmar in un’epoca segnata da violenza politica, povertà e controllo repressivo delle informazioni. Solo dal 2015, in seguito all’elezione di Aung San Suu Kyi alla guida del paese, il Myanmar ha avviato un tentativo di diventare una società democratica, libera e aperta.

Il Myanmar è un paese dove giganteggia, e domina, la figura del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e le persone, giustamente, sono fiere del fatto che ci sia lei alla guida del paese. Ma per Misu il Myanmar va oltre il suo governo, è molto più della leader birmana, ha un passato e un presente complesso ed è importante raccontare anche altre storie su questo paese. Storie di cui non si sente parlare. Storie di donne, di diseguaglianze, di disparità di genere, di ingiustizie sul lavoro, di violenze. Storie che devono essere raccontate. 

Uno spaccato di vita quotidiana di sei donne birmane

The Ladies Diary

The Ladies Diary è l’occasione perfetta, e riuscita, di realizzare un ritratto autentico del cambiamento del ruolo femminile nel paese, uno spaccato di vita quotidiana di sei donne birmane. La necessità di raccontare la realtà vera di questa nazione è un’esigenza che fra tutte muove Nyein; come giornalista è suo compito denunciare i cambiamenti della società birmana. A partire dalla censura che, prima dell’insediamento del governo democratico, riteneva e bollava i giornalisti come oppositori del governo, e che ancora oggi è presente in altre vesti; e ancora, come in generale i media comincino ad includere le donne nell’industria, anche se solo come annunciatrici.

Nel mondo editoriale del Myanmar, inoltre, le giornaliste spesso non possono coprire notizie dalle zone di guerra, non rivestono cariche importanti o ruoli decisionali. Le donne non sono spronate ad assumere ruoli decisionali o non si sentono abbastanza sicure ad accettare grandi responsabilità. Nella società birmana il congedo di maternità dura solo tre mesi: se si è in ritardo sul lavoro, o non si trovano storie di cui scrivere, lo stipendio viene decurtato. Le donne non possono valicare determinati luoghi sacri, sono tenute spesso ai margini delle comunità religiose, e non solo. Se una donna vuole andare in tv ed esibirsi, come accade ad Hanney, è costretta a coprire i suoi tatuaggi; per gli uomini, invece, non è assolutamente vietato mostrarli. 

Raccontare una società plurale attraverso il corpo e la mente delle donne

The Ladies Diary

The Ladies Diary descrive il Myanmar e mostra come sia pericoloso limitarsi a una singola storia. Il documentario di Sara Trevisan dà voce a più persone, dà il potere narrativo alle donne, tessendo tante storie assieme. Attraverso la voce delle sei protagoniste possiamo apprendere cosa significa praticare arti marziali in un mondo dominato dagli uomini, come si configura l’enorme rispetto verso la cultura e le tradizioni birmane, come si preservano le radici e si salvaguarda la cultura di un paese. Raccontare, tutelare e rispettare la cultura è un compito che riguarda tutti e tutte. The Ladies Diary mostra quanto l’atto di raccontare una società plurale e complessa come quella birmana, attraverso il corpo e la mente delle donne, sia necessario per il bene e per il futuro del Myanmar. 

The Ladies Diary, una produzione Walking Cat, è disponibile su Amazon Prime Video.

Overall
8/10

Verdetto

The Ladies Diary è un ritratto autentico del cambiamento del ruolo femminile in Myanmar, uno spaccato di vita quotidiana di sei donne birmane che si muovono in una società ancora troppo emarginante. 

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No vendetta no party: recensione del film di Ivan Brusa

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No vendetta no party

«È un thriller. Parla principalmente di vendetta, anzi, di più vendette». Queste parole pronunciate nei primi minuti dalla protagonista Eleonora (un’efficace Michela Maridati) sono probabilmente la definizione migliore di No vendetta no party, nuova produzione di Toro! Cinematografica ed esordio alla regia di Ivan Brusa, disponibile da qualche giorno nel catalogo di Amazon Prime Video. Un’opera venata di ironia, ma in cui si percepisce quello stesso sconforto generazionale che alimentava anche la precedente produzione di Toro! Cinematografica Dante va alla guerra di Roberto Albanesi (qui produttore e protagonista di un cameo). Fra le pieghe di un racconto intriso di rabbia e violenza, si avverte infatti tanta amarezza per la situazione lavorativa e sociale attuale, in cui molte persone dalle elevatissime competenze faticano a trovare un impiego dignitoso.

No vendetta no party: l’opera prima di Ivan Brusa 
No vendetta no party

Come dicevamo in apertura, la protagonista di No vendetta no party è la plurilaureata Eleonora, che nonostante le sue eccellenti credenziali riesce a ottenere soltanto uno squallido impiego part-time come distributrice di sconti, trovandosi così costretta a vivere con il suo rozzo e misogino padre (il fedelissimo della Toro! Cinematografica Paolo Riva). La delusione per la sua condizione le provoca rabbia, che a sua volta sfocia in violenza. Gli obiettivi della vendetta sociale di Eleonora diventano figure come le youtuber o le fashion blogger, che riescono invece a trarre beneficio dall’ecosistema dei social network. Con l’aiuto del freak Carletto (Alessandro Davoli, che ricorda Bob di Twin Peaks) e dello spavaldo Primo (interpretato da Brusa), che le procurano potenziali vittime, Eleonora diventa una spietata serial killer. La violenza si ritorce però contro la ragazza quando viene rapita da altre due malviventi una persona a lei cara.

Brusa gioca coi generi e le atmosfere, costruendo un universo di personaggi che vanno oltre il bizzarro e che, ognuno a suo modo, raccontano le deformazioni della società contemporanea. Al centro di tutto c’è il trio composto da Eleonora e dai suoi due aiutanti, alimentato dal morboso interesse sessuale nei confronti della ragazza. Le scene che coinvolgono i tre, in bilico fra eros e orrore, sono le più riuscite di No vendetta no party, ed è in questi frangenti che diventa più chiara e tangibile la critica di Brusa, che non punta solo sulle nuove professioni legate ai social, ma anche e soprattutto sulle dinamiche del lavoro tradizionale, sottopagato e svilito in ogni maniera dai più squallidi faccendieri.

La sorprendente Michela Maridati incarna perfettamente questo livore, mettendo in scena una folle e scaltra assassina, capace di sfruttare il suo ascendente erotico ma anche di rivelare debolezze, come nel caso del suo tormentato rapporto col padre.

Fra violenza e critica sociale

Parallelamente, il regista proietta la sua verve sovversiva anche contro lo status quo del suo stesso ambiente, cioè il cinema mainstream nostrano. Si perde il conto delle piccate battute sui più celebri esponenti della nostra cinematografia contemporanea, come Gabriele Muccino, Paolo Virzì, Ferzan Ozpetek e Riccardo Scamarcio. Anche grazie al supporto al montaggio di Nicola Crucinio, No vendetta no party si ferma sempre un attimo prima di eccedere nella goliardica parodia e mantiene intatto il suo genuino spirito di protesta. In quest’ottica, non è un caso che l’inserimento di nuovi personaggi nel corso del racconto porti a un clima di tutti contro tutti (o di vendetta contro vendetta), che rappresenta la collera di un’intera generazione, costretta a dividersi le briciole lasciate dai boomer e dalla crisi economica, in una dannosa e insensata guerra intestina.

Nonostante la scarsità di location e qualche personaggio poco incisivo, No vendetta no party riesce a fotografare il sentimento di chi si sente ormai privo di speranze e di sbocchi, finendo per rivolgere la sua rappresaglia nei confronti di chi versa nelle sue stesse condizioni, o in una situazione di poco migliore. Pur con esigui mezzi a propria disposizione, che si fanno sentire soprattutto nel non impeccabile comparto sonoro, Ivan Brusa riesce a evitare la legnosità che contraddistingue molte produzioni a bassissimo budget e a firmare un esordio fresco, vivace e godibile. Se ce ne fosse bisogno, la conferma che al di fuori del circuito mainstream italiano (qui sbertucciato in tutti i modi possibili) ci sono talenti pronti a emergere, che meritano una chance.

No vendetta no party

Overall
6.5/10

Verdetto

No vendetta no party si rivela una genuina e convincente opera prima, carica di livore e genuina passione, che compensano ampiamente i più che comprensibili difetti tecnici, dovuti all’esiguo budget a disposizione.

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No vendetta no party: il trailer del film di Ivan Brusa

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No vendetta no party

Da pochi giorni è disponibile su Amazon Prime Video No vendetta no party, esordio alla regia di Ivan Brusa. Una produzione indipendente targata Toro! Cinematografica, che dopo il gioiellino Dante va alla guerra si conferma una delle più interessanti realtà del sottobosco indie italiano. Siamo infatti di fronte a un mordace thriller, che con pochi mezzi ma molto cuore mette in scena un ritratto esasperato, ironico e amaro della situazione attuale italiana in ambito lavorativo e artistico. In attesa di parlarvi più approfonditamente di No vendetta no party nella nostra recensione, ecco a voi il trailer ufficiale.

No vendetta no party: il trailer del film disponibile su Amazon Prime Video

I protagonisti di No vendetta no party sono Michela Maridati, Roberta Nicosia, Selene Feltrin, Alessandro Davoli, Paolo Riva, Claudio Abbiati, Daniele Giulietti, Ruth Morandini, Noemi Bertoldi, Gianmaria Villani, Davide Artiko e lo stesso Ivan Brusa, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Francesco Carrà. Le musiche del film sono del compositore Armando Marchetti, mentre sui titoli di coda troviamo una canzone del rapper Tony Polo. Questa la sinossi ufficiale:

Eleonora Bianchi, una ragazza pluri-laureata di 27 anni, fa un lavoro part-time che non la soddisfa per niente (distribuisce sconti per materassi) e ha un rapporto di amore/odio con il padre con il quale è costretta a vivere. Per sfogare la propria frustrazione decide di vendicarsi del mondo uccidendo tutte quelle ragazze che, senza aver studiato, hanno soldi e fama ottenuti a suo modo di vedere in modo immeritato (youtuber, modelle, fashion blogger etc.).

Diventa così una specie di serial killer e nella sua impresa si fa aiutare da 2 loschi figuri: Carletto, una specie di freak, e Primo, un ragazzo con la faccia di tolla che adesca le vittime in modo furbo ma gentile. Un giorno rapiscono una youtuber, “La dindirindina”, per chiederne il riscatto all’agente di lei e in seguito giustiziarla.Le cose però non vanno proprio come vorrebbe il trio: ad Eleonora arriva un video sul proprio telefono dove 2 ragazze, dipinte in volto, hanno a loro volta contro-rapito una persona cara alla ragazza.

In conclusione, ecco la locandina di No vendetta no party, che, vi ricordiamo, è disponibile per tutti gli abbonati a Prime Video.

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