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Monkey Man: recensione del film di Dev Patel

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Era inevitabile che il cinema d’azione indiano, portato recentemente al successo planetario da RRR, incontrasse prima o poi quello statunitense, rinvigorito dalla serie di John Wick e da progetti come Atomica bionda e Io sono nessuno. Una commistione che arriva grazie a Dev Patel, attore britannico di origini indiane portato al successo da The Millionaire, che firma la sua prima regia con Monkey Man, distribuito in sala grazie all’interessamento di Jordan Peele dopo l’abbandono del progetto da parte di Netflix. Un esordio ambizioso, in cui Dev Patel mette la sua statura divistica a disposizione di un racconto che fonde elementi della cultura indiana con la compattezza tipica del cinema hollywoodiano.

Al centro di Monkey Man c’è una vendetta, che l’ex galeotto Kid (Dev Patel) deve consumare ai danni delle persone responsabili della morte di sua madre Neela. Con pazienza e astuzia, il protagonista elabora un piano che lo vede impegnato in combattimenti truccati, durante i quali, vestito con una maschera di scimmia, accetta di farsi massacrare. Grazie ai contatti e alle informazioni acquisite durante questa attività, Kid si fa strada nell’ambiente delle persone di cui vuole vendicarsi, entrando in contatto anche con la comunità Hijra, gruppo religioso formato da persone transgender da cui impara ad accettare tutti i risvolti della sua personalità.

Monkey Man: la risposta a John Wick di Dev Patel

Monkey Man

Con il coraggio tipico degli esordi, Dev Patel non si limita a fare di Monkey Man la sua personale declinazione del cinema d’azione, ma infarcisce il racconto di molteplici temi e delle più disparate suggestioni, con il rischio di sovraccaricarlo. Ai margini della tipica dinamica da revenge movie, trovano infatti spazio riflessioni sulla corruzione della polizia e della politica, sul controllo delle masse e sull’emarginazione, nonché slanci verso la cultura indiana (in particolare nei confronti della figura di Hanuman), strizzate d’occhio alla comunità LGBTQIA+ e contaminazioni con il puro cinema di arti marziali, con tanto di scene di allenamento. Non mancano gli spunti di interesse, ma il tutto fatica non poco a stare insieme.

L’intento da parte del regista di riconnettersi con le sue radici è chiaro e lodevole, ma il worldbuilding di Monkey Man è decisamente stereotipato, nonché foriero di personaggi secondari al limite del macchiettistico. Un contesto che non è necessariamente un problema per un film incentrato soprattutto sugli scontri fisici, ma che diventa invece limitante per un’opera che soprattutto nell’ultimo atto sembra invece volersi spingere in territori ben più profondi, fra tensioni sociali, cospirazioni e rigurgiti sovranisti.

Monkey Man lascia qualche perplessità anche dal punto di vista registico. Dev Patel guarda chiaramente tanto all’azione grafica e quasi fumettistica del già citato John Wick (peraltro esplicitamente citato in un dialogo) quanto all’atletismo e alla violenza efferata della serie di The Raid, ma non riesce a raggiungere i livelli delle sue fonti di ispirazione. Questo a causa di una regia poco ispirata e inesperta, incapace di trasmettere la complessità e la durezza degli svariati scontri fisici e costretta a un montaggio convulso nel tentativo di colmare le lacune della messa in scena.

Un’opera prima imperfetta

Un’opera prima da buttare? Assolutamente no. Nonostante i tanti difetti di Monkey Man, Dev Patel ha il merito di centrare un protagonista in delicato equilibrio fra pericolosità e fragilità, perfettamente in linea con la rinnovata sensibilità contemporanea. Rispetto al dominante e letale Baba Yaga incarnato da Keanu Reeves, siamo di fronte a un eroe molto più debole e insicuro, più volte in difficoltà. Il protagonista perfetto per una storia di rivincita e riscatto che parte dai bassifondi, per poi risalire verso le più alte sfere in bilico fra violenza e spiritualità.

Paradossalmente, a risultare più incisiva è proprio la componente più umana ed emotiva del racconto, a cavallo fra mondi e culture diverse. Una qualità che il Dev Patel regista potrà sicuramente ancora sfruttare nel prossimo futuro, magari allontanandosi dal cinema di azione, che al momento non sembra nelle sue corde.

Monkey Man è disponibile dal 4 aprile nelle sale italiane, distribuito da Universal Pictures.

Overall
5.5/10

Valutazione

Al suo esordio dietro alla macchina da presa, Dev Patel firma un’opera prima ambiziosa ma imperfetta, che si inserisce nel solco tracciato da John Wick senza un’adeguata perizia registica, trovando il proprio baricentro emotivo solo nell’equilibrio fra violenza e fragilità del protagonista.

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Una storia nera: recensione del film con Laetitia Casta

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Una storia nera

Nel cinema, come nella vita, spesso il tempismo è fondamentale. Tempismo che non è certo perfetto per Una storia nera, nuovo film di Leonardo D’Agostini con Laetitia Casta e Andrea Carpenzano (già diretto dal regista nella sua opera prima Il campione), che arriva nelle sale italiane a pochi mesi di distanza dal successo planetario di Anatomia di una caduta, con il quale condivide diversi risvolti della trama. Una concomitanza del tutto casuale (il film è basato sull’omonimo romanzo di Antonella Lattanzi, pubblicato nel 2017), che tuttavia mette inevitabilmente in luce tutti i limiti dell’operazione.

Al centro della vicenda c’è Carla (Laetitia Casta), che dopo anni di soprusi e maltrattamenti ha finalmente divorziato dal marito Vito (Giordano De Plano). Nonostante il burrascoso passato, i due si ritrovano per la festa di compleanno della loro figlia minore; al termine della serata, l’uomo scompare però nel nulla, fino al ritrovamento del suo martoriato cadavere nel Tevere. Il cerchio si stringe immediatamente intorno a Carla, che messa alle strette confessa l’omicidio, motivandolo però con la legittima difesa. Inizia così un lungo e teso processo ai danni di Carla, volto a comprendere la natura delle sue azioni e a valutare l’ipotesi di premeditazione del delitto. Fra le poche persone su cui Carla può contare c’è Nicola (Andrea Carpenzano), il suo figlio maggiore ben consapevole del rapporto tossico e violento fra i suoi genitori.

Una storia nera: Laetitia Casta in un thriller sulla violenza domestica

Una storia nera

Dopo il già citato lavoro di Justine Triet, ci troviamo dunque nuovamente di fronte a una morte avvolta nel mistero di un uomo, a un processo in cui chiarire gli eventi e a un figlio chiamato a riflettere sulle azioni della madre. Materiale potenzialmente esplosivo, anche perché a differenza di Anatomia di una caduta in Una storia nera si parla apertamente di violenza domestica a senso unico. Una scelta che da una parte conferisce al lavoro di Leonardo D’Agostini profondità e modernità, ma dall’altra si rivela un boomerang a livello narrativo, portando immediatamente gli spettatori a parteggiare e comprendere Carla, caratterizzata invece fino all’epilogo con una notevole dose di ambiguità.

Il semplice ma fondamentale dubbio messo in scena con certosino equilibrio da Justine Triet (colpevole o innocente?) lascia in questo caso spazio a una domanda molto meno suggestiva e abbastanza ininfluente ai fini del giudizio morale sulla protagonista, dal momento che decenni di maltrattamenti e l’alta probabilità di nuove violenze rendono la verità sull’accaduto rilevante solo dal punto di vista giuridico. Con un mistero principale così debole, tutto ciò che gli sta intorno fatica a destare interesse e curiosità. Una storia nera si trascina così stancamente attraverso un lungo e ripetitivo dibattito in aula, costellato da personaggi secondari poco approfonditi (il nuovo compagno di Carla), da analisi di dettagli ininfluenti (il funzionamento dell’auto della protagonista) e da forzature (la simulazione dello spostamento del cadavere).

Non basta la buona prova di Laetitia Casta

Laetitia Casta dà vita a una buona performance in sottrazione, che non basta però a conferire al suo personaggio la necessaria ambiguità (il paragone con la Sandra Hüller di Anatomia di una caduta è impietoso). Non giovano alla causa i tentativi di approfondimento attraverso salti temporali, che finiscono solo per mettere in luce alcune ingenuità a livello di trucco e acconciatura, con le quali si cerca di tratteggiare un cambiamento interiore attraverso uno esteriore. A tal proposito, per dipingere i primi anni di matrimonio di Carla, in fragile equilibrio fra felicità e tristezza, si ricorre infatti a uno sbarazzino taglio a caschetto, mentre per delineare la sua progressiva solitudine durante il processo si nasconde la bellezza di Laetitia Casta attraverso capelli spenti e ingrigiti.

Conscio dei limiti del racconto e della sua protagonista, Leonardo D’Agostini cerca di rimescolare le carte, dando ampio spazio alla cinica PM dell’ottima Cristiana Dell’Anna e avventurandosi in riflessioni sull’ereditarietà della violenza e del patriarcato, attraverso una maldestra e contraddittoria caratterizzazione del personaggio di Andrea Carpenzano. Uno sforzo che non produce risultati apprezzabili e al contrario finisce per dare vita a inutili digressioni (l’intera sequenza al parco giochi) e per allontanare Una storia nera dal proprio baricentro emotivo e narrativo, che nel bene e nel male è sempre Carla.

Una storia nera: il nuovo esperimento di Groenlandia

Una storia nera

Dopo The Hanging Sun – Sole di mezzanotte, la Groenlandia di Matteo Rovere e Sydney Sibilia produce un nuovo esperimento di thriller psicologico all’italiana, che guarda tanto al seminale La fiamma del peccato di Billy Wilder quanto al David Fincher di L’amore bugiardo – Gone Girl, con esiti purtroppo molto più modesti, nonostante l’importanza e l’attualità dei temi trattati.

Una storia nera è disponibile dal 16 maggio nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution.

Dove vedere Una storia nera in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
5/10

Valutazione

Leonardo D’Agostini dà vita a un thriller psicologico basato su temi importanti e urgenti, che però nonostante la buona prova di Laetitia Casta non riesce mai a generare suspense e mistero.

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Horizon: An American Saga: trailer e poster del film di Kevin Costner

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Horizon: An American Saga

In occasione della presentazione Fuori Concorso al Festival di Cannes, sono stati diffusi i materiali promozionali di Horizon: An American Saga, sontuoso progetto di Kevin Costner. Un epico affresco western ambientato durante la guerra civile americana, che nelle intenzioni dell’autore dovrebbe essere composto da ben 4 capitoli. I primi due capitoli sono già stati realizzati e arriveranno nelle sale italiane rispettivamente il 4 luglio e il 15 agosto. Scopriamo cosa ci aspetta.

Il trailer ufficiale di Horizon: An American Saga

Questa la sinossi del film:

Nella grande tradizione degli iconici western della Warner Bros. Pictures, Horizon: An American Saga esplora il fascino del Vecchio West e come è stato vinto – e perso – attraverso il sangue, il sudore e le lacrime di molti. Attraversando i quattro anni della Guerra Civile, dal 1861 al 1865, l’ambiziosa avventura cinematografica di Costner porterà il pubblico in un viaggio emozionante attraverso un paese in guerra con se stesso, vissuto attraverso la lente di famiglie, amici e nemici, tutto nel tentativo di scoprire cosa significa veramente essere gli Stati Uniti d’America.

Horizon: An American Saga vede il ritorno alla regia di Kevin Costner, sulla base di una sceneggiatura scritta da lui stesso insieme a Jon Baird, incentrata sul genere e sulle atmosfere a cui ha dedicato buona parte della sua carriera davanti e dietro alla macchina da presa, con lavori del calibro di Balla coi lupi, Terra di confine – Open Range e Yellowstone. Kevin Costner è anche protagonista dell’opera e condivide lo schermo con un sontuoso cast, forte di interpreti del calibro di Sienna Miller, Abbey Lee, Jena Malone, Isabelle Fuhrman, Wase Chief, Ella Hunt, Luke Wilson, Hayes Costner, Sam Worthington, Michael Rooker e Jamie Campbell Bower. In conclusione, ecco il poster ufficiale del film che, lo ricordiamo, arriverà nelle sale cinematografiche in due parti il 4 luglio e il 15 agosto, distribuito da Warner Bros.

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Hanno ucciso l’Uomo Ragno: il teaser trailer della serie sulla storia degli 883

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Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È online il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883, serie dramedy Sky Original disponibile da ottobre in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW. La serie è un racconto di formazione incentrato su Max Pezzali e Mauro Repetto, fondatori di uno dei più celebri e amati gruppi musicali pop italiani degli ultimo decenni. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 si addentra nei mitici anni ’90 per narrare la genesi di alcune delle canzoni più famose degli 883, duo che contro ogni aspettativa, partendo da Pavia, ha cambiato la musica italiana sorprendendo tutti, in primis gli stessi Max e Mauro.

Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 è una serie di Sydney Sibilia (Smetto quando voglio, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Mixed by Erry), per la prima volta alla regia di una serie. Gli otto episodi dello show sono scritti da lui stesso insieme a Francesco Agostini, Chiara Laudani e Giorgio Nerone. Completano il team di regia Francesco Ebbasta (Addio fottuti musi verdi, Generazione 56k) e Alice Filippi (Sul più bello, SIC). Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli interpretano rispettivamente Max Pezzali e Mauro Repetto. Vediamo cosa ci aspetta.

Il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883

Questa la sinossi ufficiale della serie:

Pavia, fine anni Ottanta. Max ama i fumetti e la musica americana. È un anticonformista in una città dove non c’è nulla a cui ribellarsi. In più, dopo aver trascurato il liceo per seguire nuove amicizie e serate punk, arriva inevitabilmente la bocciatura.
Questo fallimento si rivela in realtà una nuova, fatale opportunità: nel liceo dove si trasferisce ha un nuovo compagno di banco, Mauro. La musica rende Max e Mauro inseparabili. Grazie alla forza trascinante di Mauro, Max abbraccia il suo talento e insieme a lui compone le prime canzoni che verranno prodotte da Claudio Cecchetto. Ma quando il successo li travolgerà, Max e Mauro, così diversi, riusciranno a rimanere uniti?

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