Monolith: recensione del film di Ivan Silvestrini con Katrina Bowden

Monolith: recensione del film di Ivan Silvestrini con Katrina Bowden

Fra le più confortanti tendenze del cinema italiano degli ultimi anni c’è sicuramente la voglia di ritorno al genere, che nei decenni passati ci ha regalato svariate opere ancora impresse nell’immaginario collettivo. Lo chiamavano Jeeg Robot, Ammore e malavitaVeloce come il vento, Il primo re, ma anche progetti più piccoli come Buio e Cobra non è, testimoniano il desiderio di uscire dal seminato e di distanziarsi dal resto della produzione nostrana, che per troppi anni ha faticato ad abbandonare piatti e convenzionali racconti familiari. In mezzo a questa apprezzabile ondata di fantasia rischia di passare ingiustamente inosservato Monolith, importante co-produzione fra Italia e Stati Uniti del 2016 (circa un milione di dollari il budget), diretta da Ivan Silvestrini e basata sull’omonima graphic novel ideata da Roberto Recchioni.

Monolith: il lato oscuro della tecnologia
Monolith

Dopo un promettente avvio di carriera come popstar, la giovane madre Sandra (Katrina Bowden) si è ritirata per accudire il figlio di due anni David. La donna si dirige verso casa dei suoceri alla guida dell’avveniristica Monolith, auto iper-tecnologica dotata di dispositivi di sicurezza all’avanguardia e di un’assistente vocale di nome Lilith (doppiata in originale da Katherine Kelly Lang). A causa di una disattenzione, Sandra investe un cervo lungo un’isolata strada. Dopo essersi precipitata fuori dall’auto per verificare i danni, la donna capisce di essersi chiusa fuori, a causa dei rigidi dispositivi di sicurezza del veicolo. Con David imprigionato in macchina sotto un sole cocente, per Sandra comincia così una disperata lotta per la salvezza sua e di suo figlio.

I suggestivi paesaggi dello Utah fanno da cornice a un racconto apparentemente semplice, basato essenzialmente sulla lotta per la sopravvivenza di una madre contro la natura e la tecnologia, che contiene però numerosi spunti di interesse. Silvestrini e Recchioni danno infatti vita a una sorta di rivisitazione in chiave moderna del mai troppo citato Duel di Steven Spielberg, che punta il dito contro una tecnologia accattivante e indubbiamente utile, che spesso si rivela però anche invasiva e castrante. Il tutto all’interno di una cornice in cui il massimo del progresso incrocia la natura più cinica e selvaggia, con Sandra che si ritrova con il passare dei minuti a lottare contro il calore e le inquietanti attenzioni di un cane selvatico, mentre assiste al progressivo indebolimento del figlio.

Un’opera ibrida e derivativa

Monolith

Con una notevole performance attoriale Katrina Bowden, che molti ricorderanno per la sua partecipazione alla celeberrima sitcom 30 Rock, si libera dallo stereotipo della ragazza avvenente ma ingenua, da lei più volte portato sullo schermo, caricandosi interamente sulle proprie spalle il peso di un racconto teso e asfissiante. La sua Sandra è una madre fragile e angustiata, alla ricerca di un difficile equilibrio fra famiglia e carriera, che in una situazione estrema scopre una personalità e una caparbietà che sembravano sopite, in un percorso che ricorda quello dell’altrettanto brava Matilda Lutz nel sorprendente Revenge, di poco successivo a Monolith. Una vera e propria final girl di uno slasher, che nonostante qualche ridondanza di troppo non perde mai l’empatia da parte dello spettatore, al suo fianco nell’ardua impresa di salvare la vita al piccolo David.

Ci troviamo di fronte a un’opera ibrida e fortemente derivativa, che si muove con leggerezza e lucidità fra il thriller psicologico e l’horror. Nonostante la staticità della situazione, la tensione dello spettatore è mantenuta costantemente viva dalla dinamica regia di Silvestrini, che scandaglia da diversi punti di vista la psiche distrutta della protagonista, comprensibilmente vittima di attacchi di rabbia e momenti di totale disperazione, ma capace al tempo stesso di insperate e provvidenziali risalite emotive. Fra le tante suggestioni (lo scenario desertico alla Mad Max, le distorsioni della modernità messe in luce da Black Mirror, una pacata quanto sinistra voce artificiale che inevitabilmente ricorda Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio) a emergere è soprattutto il distacco fra un’umanità isterica, imperfetta e passionale e un’inquietante tecnologia, che attraverso il design ammaliante di Monolith si presenta come sicuro e accogliente ventre materno per David, diventando invece un’apparentemente indistruttibile trappola mortale.

Monolith: un genuino prodotto di genere

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La sospensione dell’incredulità è messa alla prova da alcune forzature narrative, mentre la risoluzione della vicenda appare abbastanza affrettata. Ma nonostante queste imperfezioni, Monolith si rivela un genuino e sincero prodotto di genere, che attraverso la parabola del personaggio di Sandra riesce a trasformarsi non soltanto in monito contro gli eccessi della tecnologia, ma anche in toccante riflessione sulla maternità, e su come essa possa attraversare anche momenti di difficoltà e incertezza, prima di trovare un proprio equilibrio.

Spiace che un prodotto così coraggioso per i canoni del nostro cinema non abbia avuto un buon riscontro al botteghino, con meno di mezzo milione di dollari di incasso. Deprime però ancora di più vedere un talento come Ivan Silvestrini poco apprezzato in Italia, mentre gli Stati Uniti non hanno avuto paura nell’affidargli la regia di Dragonheart: Vengeance, da poco distribuito su varie piattaforme. La strada per vedere la fantasia al potere nel nostro Paese è ancora lunga.

Valutazione
7/10

Verdetto

Ivan Silvestrini dirige un genuino prodotto di genere, che muovendosi fra il thriller psicologico e l’horror riesce a porre interessanti riflessioni sulla tecnologia e sulla maternità.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.