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No Time to Die: recensione del film con Daniel Craig e Léa Seydoux

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No time for spoilers. Questa la scritta che ci ha accolto all’anteprima stampa di No Time to Die, invitandoci a mantenere il più assoluto riserbo sugli eventi principali del venticinquesimo capitolo della saga di James Bond. Indicazione che, oggi più che mai, rispetteremo scrupolosamente, dal momento che sarebbe davvero un peccato rovinare agli spettatori questo vero e proprio viaggio emozionale in quasi 60 anni di storia di una delle serie cinematografiche più conosciute e apprezzate.

Come già ampiamente annunciato, No Time to Die è l’ultimo capitolo dell’era di Daniel Craig, nonché il primo diretto da un regista americano, con Cary Joji Fukunaga che ha ereditato il posto di Danny Boyle, uscito anzitempo dal progetto. Due snodi produttivi che si riflettono sulla storia di questo sontuoso episodio, toccante addio a uno degli interpreti dell’Agente 007 più efficaci in assoluto, in cui James Bond collabora attivamente con i colleghi della CIA tramite l’amico di sempre Felix Leiter (impersonato nuovamente da Jeffrey Wright). A seguito del precedente Spectre e della cattura di Blofeld, Bond si sta infatti godendo un pensionamento anticipato in Giamaica, lontano da quel mondo di avventure e pericoli che è stato la sua vita per tanti anni.

La sua lunga vacanza viene interrotta proprio da Leiter, che lo vuole con sé per salvare lo scienziato rapito Waldo Obruchev. Missione a cui Bond decide di partecipare, nonostante l’invito a starne alla larga da parte della nuova agente Nomi (Lashana Lynch), anch’essa provvista di una sigla doppio zero. Come spesso accade, questa missione è solo la punta dell’iceberg di una minaccia molto più grande, portata avanti dal terrorista Lyutsifer Safin (Rami Malek) attraverso una pericolosissima tecnologia, che si comporta esattamente come un virus.

No Time to Die: alla ricerca del tempo perduto

Credit: Nicola Dove

Non è un caso che No Time to Die veda il ritorno, in un ruolo ancora più centrale rispetto al precedente capitolo, della Madeleine Swann di Léa Seydoux, che come rimarcato dal suo nome è indubbiamente la Bond Girl più proustiana di tutte. Il titolo del capolavoro dello scrittore francese Alla ricerca del tempo perduto calzerebbe infatti a pennello anche come sottotitolo di questo capitolo della saga, che ha nel proprio nel tempo un protagonista assoluto, alla pari di James Bond. Tempo speso dall’Agente 007 in decine di avventure che lo hanno indurito, senza però mai eliminare il suo spessore umano, sapientemente esaltato da un Daniel Craig in stato di grazia. Tempo perso a respingere sentimenti e possibili lampi di felicità, a causa di alcune delusioni amorose che hanno portato James Bond a diffidare ulteriormente del prossimo, in una delle svariate proiezioni della sua professione nella vita privata.

Ma anche tempo che ritorna, sotto forma di seconda possibilità servita su un piatto d’argento all’Agente 007 per ricomporre il rapporto con Madeleine, in un groviglio di emozioni, coincidenze e disavventure che abbraccia il passato, il presente e il futuro di entrambi, indirizzandoli verso Lyutsifer Safin. Con la sua lucida spietatezza, il villain ben interpretato da Rami Malek rappresenta perfettamente un’epoca in cui, nella vita come sul grande schermo, è sempre più difficile separare nettamente il bene e il male, nonché un’ulteriore spina nel fianco per James Bond, sempre più fragile e logoro, nella mente e nel fisico. In questo contesto, non stupisce che la scelta della location per lo splendido spezzone che precede i titoli di testa sia ricaduta su una città senza tempo come Matera, verso cui Bond si dirige citando We Have All The Time In The World, frase e brano fondamentali per la serie.

No Time to Die e Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà

No Time to Die

Credit: Nicola Dove

Gli appassionati della saga di James Bond si dividono in due categorie: quelli per cui l’unico capitolo con protagonista George Lazenby Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà è uno dei migliori (se non il migliore in assoluto) e quelli secondo cui si tratta invece di uno degli episodi più scialbi e dimenticabili dell’intera serie. No Time to Die si schiera senza incertezze coi primi, costruendo con il film del 1969 un lungo e profondo dialogo a distanza, che non si limita ai molteplici richiami dell’immortale brano di Louis Armstrong. Un collegamento non certo casuale, dal momento che quella di George Lazenby è la versione più fallibile e sentimentale di James Bond, quindi naturalmente in sintonia con il percorso avviato da Daniel Craig nel fondamentale Casino Royale, anch’esso omaggiato con una visita alla tomba dell’indimenticabile Vesper Lynd, nel corso del segmento ambientato nel Sud Italia.

Adattandosi ai tempi, No Time to Die continua la radicale rivisitazione del personaggio avviata con questo ciclo, mostrandoci un James Bond sempre meno macho e in certi casi nettamente a disagio. Le donne intorno a James Bond lo determinano, all’opposto di quanto avveniva in passato. È questo il caso di Nomi, che punge ripetutamente l’Agente 007 sul vivo ricordandogli che è un’agente doppio zero come lui, ma anche del personaggio di Ana de Armas (ottima prova anche per lei), che nonostante la sua goffaggine sembra non subire il fascino di Bond e instaura con lui un rapporto decisamente meno bollente rispetto alle attese. Come Sean Connery in Agente 007 – Licenza di uccidere davanti alla celestiale visione di Ursula Andress, in una scena vediamo addirittura Daniel Craig letteralmente pietrificato di fronte a Madeleine, in un ulteriore ridimensionamento della sensualità di James Bond che paradossalmente ne accresce il mito.

L’azione non manca

No Time to Die

Credit: Nicola Dove

Mentre il contributo in sceneggiatura della star di Fleabag Phoebe Waller-Bridge nobilita No Time to Die, portando anche a qualche divertente siparietto in cui le donne evidenziano limiti e difficoltà di Bond in sua assenza, lo script realizzato a 8 mani con Fukunaga, Neal Purvis e Robert Wade mostra alcune debolezze, soprattutto per quanto riguarda il piano del malvagio Lyutsifer Safin. Nonostante le inquietanti analogie con le diverse teorie sull’origine del Coronavirus, come il laboratorio di massima sicurezza da cui viene sottratta la sostanza chiave per il temibile progetto Hercules di Safin, si fatica a comprendere la reale estensione della sua organizzazione, nonché i passi che il villain intende compiere per concretizzare i propri intenti. Aspetti che impattano notevolmente sulla percezione della minaccia da parte dello spettatore, e che forse sono frutto di aggiustamenti in fase di montaggio motivati proprio dalla pandemia in corso.

La costruzione del passato dei personaggi secondari è ben congegnata (pregevole in questo senso il flashback sulla giovane Madeleine, che sembra quasi ammiccare all’incipit di Bastardi senza gloria) grazie anche al contributo di Christoph Waltz, che dà al suo Blofeld sfumature di follia tipiche del Joker. Ciononostante, No Time to Die funziona a pieni giri solo quando si concentra sulla personalità del protagonista, sui suoi dubbi e sui suoi difetti, che lo rendono un antieroe umano e perfettamente al passo coi tempi.

A dispetto di ciò che si è erroneamente portati a pensare, l’approfondimento psicologico non cozza con l’azione: il venticinquesimo capitolo è infatti uno dei più riusciti anche sotto quest’aspetto, grazie agli spettacolari inseguimenti sulle strade di Matera, agli immancabili gadget avveniristici (per l’occasione si rispolvera la macchina con le mitragliatrici anteriori) e a sparatorie e scazzottate ben coreografate, per la gioia dei fan del Bond più fisico e pericoloso.

No Time to Die: l’epica chiusura di un ciclo

Credit: Nicola Dove

Man mano che ci si avvicina all’epico finale, che ci guardiamo bene dal rivelare, si percepisce la portata del periodo di Daniel Craig per la serie. Nel corso di questi ultimi 15 anni, fra picchi straordinari come No Time to Die e poche superabili scivolate, abbiamo scoperto la reale dimensione umana dell’Agente 007 e parte del suo tormentato passato e della sua situazione familiare, soffermandoci anche sul suo modo di affrontare l’amicizia, l’amore e la propria eredità. Il venticinquesimo episodio coincide con un punto di ritorno per il franchise, dal momento che alza l’asticella della qualità fino a una quota che non si toccava dai tempi del già citato Casino Royale e pone importanti interrogativi sul nuovo corso di James Bond, che dovrà necessariamente intraprendere nuove strade e abbracciare diverse sfumature per non correre il rischio di risultare una sbiadita rimasticatura del precedente.

Prima di scoprire quali delle tante possibili strade aperte da No Time to Die saranno intraprese, godiamoci però questo memorabile ultimo viaggio del James Bond di Daniel Craig, che fra conferme e colpi di scena, sorrisi e lacrime, ricongiungimenti e addii, rappresenta la chiusura perfetta di un ciclo destinato a rimanere impresso per sempre nella storia della saga. In fondo, per conoscere il futuro abbiamo tutto il tempo del mondo.

No Time to Die arriverà nelle sale italiane il 30 settembre, distribuito da Universal Pictures.

No Time to Die

Credit: Nicola Dove

Overall
8.5/10

Verdetto

No Time to Die è la perfetta chiusura di un cerchio narrativo, che nonostante qualche passaggio a vuoto nella rappresentazione dei piani del villain di turno si distingue come uno dei migliori capitoli della saga, tributando il meritato omaggio al James Bond di Daniel Craig.

Eventi

Jessica Chastain incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021

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Jessica Chastain

In occasione del lancio del nuovo film che la vede protagonista Gli occhi di Tammy Faye, Jessica Chastain ha incontrato il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021. Come da tradizione della Festa, dopo una breve introduzione relativa al film in cui Jessica Chastain interpreta la telepredicatrice Tammy Faye Bakker, l’incontro si è svolto alternando spezzoni della carriera della protagonista con commenti e pensieri della diretta interessata.

In apertura, Jessica Chastain ha parlato proprio de Gli occhi di Tammy Faye, che la vede coinvolta anche nel ruolo di produttrice:

Jessica Chastain

Sono stata coinvolta nel 2012, mentre stavo facendo l’attività stampa per Zero Dark Thirty. Sono stata colpita dalla storia di questa donna, e volevo darle vita prima ancora di avere una mia casa di produzione, per cui ne ho acquistato i diritti. A me piace essere provocatrice nelle scelte che faccio, volevo ribaltare il tutto, senza discutere di scandali e pettegolezzi ma raccontando invece una storia d’amore. I figli di Tammy sono stati coinvolti, li ho incontrati prima di girare perché pensavo che fossero rimasti feriti e carichi di cicatrici. Volevo che loro sapessero che la mia intenzione non era il trauma umano, ero interessata all’amore. Mi hanno aiutato tantissimo, raccontandomi il profumo della loro mamma e facendomi immergere il più possibile nei loro rapporti. 

Jessica Chastain ha ricordato Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, uscito nel 2012:

Jessica Chastain

Amo Kathryn. Per preparare il personaggio di Maya ho fatto tantissima ricerca, è stata un’immersione. Ero da sola, non avevo ancora una famiglia. Avevo riempito tutte le camere d’albergo con le immagini, forse qualcuno ha pensato che fossi diventata matta… e forse era vero. Ho seguito alla lettera lo script, perché la terminologia è molto tecnica e quindi non potevo improvvisare. Ho avuto il grande vantaggio di parlare con la donna che ho interpretato e ho capito come fosse ossessiva, rimanendo scioccata da quanto la CIA facesse affidamento sulle donne già allora. Mi è stato detto che all’epoca hanno capito che c’era un gruppo di donne e bravissime e capaci di guardare il quadro più ampio delle cose. 

Un altro successo di Jessica Chastain è sicuramente 1981: Indagine a New York:

Jessica Chastain

Ogni volta che interpreto un personaggio devo trovare un seme di connessione con cui identificarmi. Anche se è qualcuno lontano da me, come in questo caso, capisco immediatamente se c’è connessione. Anche se devo interpretare una serial killer, devo avere un punto in cui potermi identificare a qualche livello.

Inevitabile una menzione al capolavoro di Terrence Malick The Tree of Life, che la protagonista ha ricordato con tangibile commozione:

The Tree of Life mi commuove perché insegna la bontà, la grazia e anche a diventare un essere umano migliore. Tutte le qualità che ammiro di più, Terry le rappresenta. È il mio film preferito, e nel farlo c’è stato un senso di giocosità e di famiglia. Per me è stato incredibile in termini di recitazione, perché dovevo essere aperta e soprattutto essere umana. È un progetto separato dal resto della mia carriera. Non sembra un film, è più una poesia per immagini. È l’unico mio film che non sono stata in grado di guardare. Mi auguro che quando non ci sarò più, questo sarà il film che la mia famiglia guarderà per sentire la più forte connessione possibile con me.

In conclusione, la star ha parlato anche di Scene da un matrimonio e del suo prossimo lavoro:

Ovviamente, conoscevo e amavo Scene da un matrimonio di Bergman. Amo Liv Ullman, che mi ha anche diretta in un film. Ho letto il suo libro, conosco la figlia. Se me l’avessero proposto come un puro remake in cui interpretare Marianne avrei detto di no, perché c’è una sola Marianne. Visto che si trattava invece di una modernizzazione, ho pensato che sarebbe stata un’idea interessante: una donna con desiderio sessuale, insicurezza, complicazioni e affetti, tutte cose che la rendono umana.

Sono una persona aperta, io e Oscar Isaac riusciamo a leggerci il pensiero. L’altro giorno siamo stati a un talk show e ancora prima che lui facesse la battuta sapevo che cos’avrebbe detto. Questo continua a sorprendermi. In Scene da un matrimonio avevamo take di 20 minuti, ma c’era tanta fiducia, anche se ci si poteva ferire. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta: questo è Oscar o Jonathan? A momenti arrivavamo alle mani.

Il mio prossimo progetto sarà una miniserie su Tammy Wynette, famosa cantante country. Michael Shannon sarà con me, ci conosciamo da più di 10 anni, dai tempi di Take Shelter. Ho trovato interessante che una come me potesse interpretarla, cantando anche le canzoni. Mi piace esplorare il mondo della musica, perché cantare mi fa sentire a disagio, e io voglio sentirmi a disagio. 

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Titane: recensione del film scritto e diretto da Julia Ducournau

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Titane

Alexia (Agathe Rousselle) ha una placca di titanio conficcata nel cranio a causa di un incidente passato. Ballerina in un salone di automobili, le sue performance erotiche la rendono preda facile degli uomini, che l’approcciano senza mezze misure. Ma Alexia uccide con un fermaglio chi si avvicina troppo e colleziona omicidi che la costringono a fuggire e ad assumere l’identità di un ragazzo, Adrien, il figlio scomparso dieci anni prima di un comandante dei pompieri, Vincent (Vincent Lindon). Titane, scritto e diretto da Julia Ducournau, ha vinto la Palma d’oro al 74º Festival di Cannes.

L’incontro di due mondi: Titane

Titane

Titane è un’esperienza metamorfica, è il viaggio di una donna che vive e osserva il suo corpo infrangersi e rifrangersi come un’onda. Un’esperienza corporale che si porta con sé l’idea che non esiste solo un corpo fisso, fermo, inerte, succube, ma che sa come cambiare, sa come mutarsi, quindi alterarsi, esoscheletrato da nuove realtà, nuove urgenze. 

Titane è l’incontro di due mondi, il primo è virile, steroidato, sofferente e ipertrofico, programmato per salvare vite, e un altro di metallo, omicida, gravido, erotico, programmato per uccidere. Sembra non poterci essere alcun collegamento tra i due mondi, ma in realtà c’è, e sta nella contrapposizione di una paternità elettiva e di una manipolazione relazionale. Titane vibra nella scarnificazione del metallo, è un mondo ibrido che si incendia nella combustione tra il titanio e la carne umana, è incorniciato dalla stessa idea che lingue di fuoco possono lambire la quotidianità di una famiglia, di una persona, di una stessa società.

Il mito di Prometeo

Quel fuoco sembra riportarci al mito, a Prometeo, come la sua protagonista, Alexia, che raffigura una semidivinità, macchina e donna, cyborg e umanoide, che dopo aver lasciato una scia di sangue senza fine, sceglie di frenarsi davanti a chi non chiede di smorzare il suo fuoco, ma lo accoglie come un nuovo inizio, un inizio frainteso, sbugiardato, compromesso, complesso, ma pur sempre l’inizio di una nuova casa, di una nuova famiglia, di una nuova forma di vita. 

Se il suo istinto omicida sembra quasi portarla sempre nella stessa direzione, sarà l’incontro con un uomo dagli occhi di ghiaccio, un padre imperfetto, imperituro, inadeguato, che farà cessare la sua ricerca, la sua fuga. Alexia sente per la prima volta il desiderio di tornare in quella che può definire una casa, pur non essendolo mai stata, pur non essendo concepita per lei, per il suo corpo, per la sua persona.

Vincent, che si ostina a vestire i panni di un Rambo di quartiere, con il suo senso del dovere, con la sua virilità ostinata e ostentata, si riflette nella figura androgina di quel figlio ritrovato, confuso, irriconoscibile, che non sa come restituire le sue attenzioni, che non sa come giustificare quel paradosso, che non sa come l’occhio umano possa concepire tale infingimento e viverlo quotidianamente, per giunta.

Titane: un cinema che sa ancora stupire

Titane

Titane vive di infingimenti, di paradossi, e si esprimono nelle relazioni, più che nel sentimento cyberpunk, meramente derivativo, che si porta con sé.  È un sentimento intelligibile quello che lega spettatore e immagine, e in questo caso c’è un fil rouge che si instaura fin dall’inizio quando Alexia, poco più che bambina, convive con una placca di titanio conficcata nel cranio, e ancora quando poi da adulta diventa ballerina nei Motor show, e si lancia in splendidi amplessi con una Cadillac.

Un fil rouge che è attrazione, attrazione per il gioco della regista, che si compie nell’ibridazione, visiva, corporale, tematica, simbolica, strutturale, nel giocare con la carne, con il rapporto epidermico tra macchina e umano, con la realtà e la sua interpretazione, con la vertigine delle ossessioni (della regista) che abbraccia M. Butterfly, rileggendo a più riprese David Cronenberg, trasformando la sua opera in una manipolazione, in approssimazione, in avvicinamento di immagini diverse, gore, orrorifiche, cyberpunk, melò, realizzando un cinema che sa ancora stupire, che sa come attrarre lo sguardo, che sa come generare una nuova umanità, dentro e fuori lo schermo. 

Titane è nelle sale italiane dall’1 ottobre, distribuito da I Wonder Pictures.

Overall
9/10

Verdetto

Il film vincitore della Palma d’oro dell’ultimo Festival di Cannes è un’esperienza metamorfica fra generi e suggestioni diverse,  che ci ricorda che il cinema può ancora stupire.

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La scuola cattolica: recensione del film con Benedetta Porcaroli

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La scuola cattolica

Al cinema, gli omaggi ad altri film non sono mai fini a se stessi. A volte sono vere e proprie dichiarazioni di intenti, mentre in altri casi hanno il fine di suscitare nello spettatore emozioni o ricordi specifici. Nell’ultimo lavoro di Stefano Mordini La scuola cattolica, una particolare citazione è invece l’emblema di cosa è andato storto in questo progetto, tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega del 2016. Nello stesso 1975 in cui ha luogo il massacro del Circeo, intorno al quale ruota La scuola cattolica, nelle sale italiane arrivano The Rocky Horror Picture Show, che una delle vittime ha appena visto e apprezzato, e soprattutto L’ultimo treno della notte, rape and revenge movie di Aldo Lado la cui locandina non a caso è esposta fuori dal cinema che avrebbe dovuto accogliere Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, dirette invece verso una notte di follia e orrore.

Cinema che esalta la vita, cinema che avrebbe potuto salvare dalla violenza e dalla morte. Cinema di genere privo di compromessi, verso il quale Mordini propende con decisione nell’ultimo atto de La scuola cattolica, scatenando le ire della Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, che con una delle decisioni più imbarazzanti della storia recente del cinema italiano ha deciso di vietare il film ai minori di 18 anni, per una “sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice” ben distante dagli intenti e dall’operato del regista. Tralasciando questa triste e anacronistica vicenda, torniamo alla locandina de L’ultimo treno della notte, simbolo involontario di un’opera coraggiosa ma incompiuta, disturbante ma farraginosa, che vaga in un contesto complesso come l’Italia degli anni ’70 senza approfondirlo a sufficienza, entrando poi nella tragedia del Circeo senza aver creato gli adeguati presupposti narrativi.

La scuola cattolica: il massacro del Circeo nel discusso film di Stefano Mordini

La scuola cattolica

Chiamato al non facile compito di condensare in poco più di 100 minuti un romanzo di oltre 1200 pagine, Mordini fa del proprio meglio, riproponendo lo stesso contesto del libro, cioè un istituto scolastico maschile privato di stampo cattolico, popolato da figli di borghesi corrotti e annoiati, incapaci di dialogare con ragazzi in balia di una vera e propria trasformazione culturale e sociale. Fra padri che appianano con soldi le intemperanze dei figli (un mefistofelico Riccardo Scamarcio), mogli alle prese con mariti distanti fisicamente o emotivamente (Jasmine Trinca e Valeria Golino) e famiglie in preda al più cieco e insostenibile bigottismo, emerge un desolante quadro di mascolinità tossica e di deriva morale, che osserviamo dal punto di vista dello stesso Edoardo Albinati, interpretato da Emanuele Maria Di Stefano.

Il risultato è un gruppo di ragazzi allo sbando, che si rendono protagonisti di sopraffazione, anaffettività e violenza fra di loro e soprattutto nei confronti delle ragazze che frequentano. Un quadro che nella realtà era esacerbato dalle aderenze di questi giovani della Roma bene con gruppi e organizzazione neofasciste e dal loro utilizzo smodato di droga. Aspetti colpevolmente trascurati da Mordini per concentrarsi su una mentalità prevaricatrice e autoindulgente. Una peggio gioventù raccontata dal regista con continui (e talvolta confusi) salti temporali e attraverso una cernita non sempre convincente degli svariati episodi che alimentano il romanzo.

Il risultato è un’opera che si spande in diverse direzioni, senza imboccarne neanche una con decisione. Dalla goffa sessualità dei ragazzi alle specifiche psicologie dei protagonisti, passando per l’interpretazione distorta di quanto appreso a scuola (esemplare in tal senso il discorso del Prof. Golgota di Fabrizio Gifuni), sono svariati gli spunti proposti e non adeguatamente sviluppati.

Il disturbante epilogo

Nel percorso che porta La scuola cattolica verso la tragedia italiana più facilmente accostabile all’eccidio di Cielo Drive (non solo per la vicinanza temporale), Mordini sembra guardare proprio a Quentin Tarantino e al suo C’era una volta a… Hollywood: dall’enfasi sui cartelli stradali del luogo del massacro al sapiente utilizzo delle musiche dell’epoca (fra cui La collina dei ciliegi di Lucio Battisti, con i suoi non casuali “boschi di braccia tese”), il regista mette in pratica la lezione del più celebrato collega statunitense, dosando suspense e riproduzione di un’epoca lontana. Ad attendere lo spettatore non c’è però la classica ucronia tarantiniana, ma una cruenta e fedele rappresentazione di quanto avvenuto a San Felice Circeo tra il 29 e il 30 settembre del 1975.

Grazie anche alle dolorose e immersive prove di Benedetta Porcaroli e Federica Torchetti, Mordini mette a dura prova la sopportazione dello spettatore, pur distogliendo rispettosamente lo sguardo dai momenti più laceranti da quella funesta notte. Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira (interpretato in una breve apparizione da Giulio Pranno) sembrano però dei fantocci impazziti, di cui non comprendiamo la personalità. Non bastano infatti l’allucinato overacting di Luca Vergoni e il labile delineamento del contesto familiare di Gianni Guido per restituire allo spettatore i percorsi che hanno trasformato tre scapestrati adolescenti borghesi in spietati assassini, le cui malefatte si sono estese anche oltre il Circeo. Un evidente difetto in termini di coesione e incoerenza che indebolisce anche le migliori intuizioni del regista, come gli svariati riferimenti all’iconografia cattolica e l’audace e provocatorio accostamento dell’Eucaristia con un atto sessuale.

La scuola cattolica e il divieto agli under 18

La scuola cattolica

Un ulteriore elemento di perplessità arriva dai titoli di coda de La scuola cattolica, durante i quali si traccia una parabola sommaria dell’esistenza dei protagonisti e si accenna all’importanza del caso del Circeo per il riconoscimento dello stupro come reato alla persona, in uno slancio di impegno sociale che non trova collegamenti con quanto mostrato in precedenza. Anche se a nostro avviso i difetti de La scuola cattolica sono più significativi ed evidenti dei pregi, non possiamo che accogliere con rispetto un progetto che riporta alla luce una penosa pagina della storia italiana e la fa dialogare con un presente in cui l’attenzione sulla violenza di genere è sempre più alta, sporcandosi le mani col genere e valorizzando diversi giovani talenti nostrani. Un’opera ardita, ma anche una grande occasione per la produzione italiana, purtroppo malamente affossata da incomprensibili decisioni esterne.

La scuola cattolica è nelle sale italiane dal 7 ottobre, distribuito da Warner Bros.

Overall
5/10

Verdetto

Stefano Mordini riporta alla luce il delitto del Circeo in un’opera estremamente coraggiosa, che disperde però le proprie buone intenzioni a causa di una narrazione dispersiva e poco centrata.

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