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Noi: recensione del film di Jordan Peele con Lupita Nyong’o

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Dopo il successo planetario di Scappa – Get Out, capace di centrare quattro nomination e un premio per la migliore sceneggiatura originale nel corso della notte degli Oscar 2018, Jordan Peele si ripresenta in sala con Noi, che come la sua opera precedente utilizza il cinema di genere come mezzo per una riflessione più ampia e sinistra sugli Stati Uniti (non a caso il titolo originale è Us, acronimo di United States) e sulla doppiezza insita nel genere umano.

Nonostante si affidi nuovamente a un cast composto prevalentemente da attori di colore (la superba Lupita Nyong’oWinston Duke, Shahadi Wright Joseph ed Evan Alex), con Noi Jordan Peele allarga il proprio raggio d’azione, superando la tematica del razzismo per concentrarsi sulle stesse radici della società americana, che ha nel proprio DNA la tendenza alla ghettizzazione e alla disuguaglianza sociale, giungendo poi, lungo un percorso estremamente stratificato ma sorprendentemente organico, a una pungente e amara analisi della nostra contemporaneità, all’interno della quale la costante e immotivata paura nei confronti del prossimo e del diverso spinge le persone a trasformarsi rapidamente da vittima a carnefice, e viceversa.

Noi: Jordan Peele usa il tema del doppio per terrorizzarci e farci riflettere
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Un suggestivo incipit ci ricorda la sconcertante quantità di misteriosi tunnel sotterranei (molti dei quali abbandonati) presenti negli Stati Uniti, per poi trasportarci nella California della seconda metà degli anni ’80. Mentre la nazione è stimolata dal movimento Hands Across America, iniziativa benefica capace di coinvolgere più di 6 milioni di persone, fra cui il Presidente Ronald Reagan, in un’emozionante catena umana lungo gran parte del territorio statunitense, la piccola Adelaide Wilson (Madison Curry) sfugge al controllo dei genitori, addentrandosi nei meandri del Luna Park di Santa Cruz e incontrando una terrificante versione di se stessa.

Anni dopo, ritroviamo Adelaide da adulta (Lupita Nyong’o), diretta nella stessa località di villeggiatura insieme al marito Gabe (Winston Duke) e ai figli Jason (Evan Alex) e Zora (Shahadi Wright Joseph). In mezzo a suggestioni, indizi e riferimenti (la sceneggiatura dello stesso Jordan Peele non lascia nulla al caso), la famiglia di Adelaide incontra quattro misteriosi personaggi, che sembrano dei doppi maligni e spettrali di loro stessi. Ha così inizio una lunga scia di mistero, violenza e morte, che il regista gestisce con encomiabile equilibrio, attraversando senza remore e tentennamenti diversi filoni del cinema di genere e componendo un intricato puzzle che solo nelle ultime battute si rivelerà nella sua interezza.

Noi: Jordan Peele fra Romero e Carpenter

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Ciò che stupisce maggiormente durante la visione di Noi è la capacità di Peele di trarre il meglio dai grandi maestri del passato rimanendo allo stesso tempo saldamente ancorato alla contemporaneità, dando vita a un prodotto fresco, originale e denso di contenuti, che rende le eventuali successive visioni stimolanti e appaganti come la prima.

C’è tanto del cinema di George A. Romero in Noi, a partire da quei doppelgänger che assomigliano a una versione moderna e aggiornata degli zombi, apparentemente lenti e catatonici ma sorprendentemente letali, e soprattutto strumento su cui imperniare una lacerante e raffinata critica a una società che continua a dividersi, lasciando indietro il prossimo in nome del proprio interesse più immediato e trovandosi poi a fare i conti con le proprie pessime scelte. Difficile poi non pensare a John Carpenter, alla sua capacità di rappresentare il male con tensione e dinamismo e alla sua proverbiale maestria nell’utilizzare l’elemento soprannaturale o fantascientifico (in questo caso i doppi e l’inquietante ambientazione del sottosuolo che prende il sopravvento all’atto conclusivo) per evidenziare le fratture e le contraddizioni della società.

Noi trova la giusta miscela di registri e contenuti

Su queste solide basi, Jordan Peele costruisce un racconto in cui ogni elemento trova il giusto spazio, esaltato da attori in stato di grazia (doveroso tenere in considerazione fin da questo momento Lupita Nyong’o per la prossima edizione degli Oscar) e sostenuto dall’efficace umorismo del regista, che sfrutta nel migliore dei modi il suo passato da comico per creare un controcampo emotivo all’angosciante vicenda. In poco meno di due ore, ci troviamo a sbellicarci dalle risate per l’irresistibile mediocrità del personaggio di Winston Duke per poi precipitare in un battito di ciglia in un home invasion di pregevole fattura, che anticipa una gustosa parentesi splatter al ritmo di hip hop e Beach Boys e un’ultima parte che sembra uscita dai più inquietanti incubi letterati di Howard Phillips Lovecraft.

Un lavoro ambizioso e con più livelli di lettura, che il regista sa gestire e riprendere per i capelli anche negli sporadici momenti in cui sembra sul punto di perdere in ritmo e in intensità, giocando con i desideri e le aspettative dello spettatore e traendo il meglio da ogni comparto tecnico. Doveroso in tal senso un plauso al lavoro sull’immagine, che conserva la propria forza sia nelle atmosfere più lugubri sia negli ambienti più illuminati, e il sapiente utilizzo della colonna sonora, che in certi frangenti diventa quasi un personaggio aggiuntivo di Noi, al punto che difficilmente ascolteremo nuovamente brani come I Got 5 on It e Fuck tha Police senza tornare con la mente alla vicenda di Adelaide.

Con Noi, Jordan Peele si conferma uno dei più interessanti autori del cinema contemporaneo

Mentre Noi lavora sul versante dell’intrattenimento, rappresentando abilmente le nostre più viscerali paure con la forza dell’immagine e della suspense, e non con gli sterili e forzati jump scare che vanno per la maggiore nel cinema contemporaneo, Peele dissemina nel racconto misteri e allusioni, che con il passare dei minuti acquistano peso specifico e vanno a comporre un quadro ammaliante e allo stesso tempo angosciante, capace di spronare al dibattito e alla riflessione anche e soprattutto dopo la visione, cosa ormai sempre più rara. Le due versioni della famiglia di Adelaide sono interpretate con mirabile espressività dai protagonisti, che riescono a rendere sia la componente più umana che la controparte mefistofelica e si rivelano fondamentali per creare delle solide fondamenta su cui si poggia l’atto conclusivo di Noi, forte di una serie di rivelazioni e colpi di scena non del tutto imprevedibili, ma efficaci proprio per la loro coerenza.

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Senza rivelare di più su una trama e su un finale che meritano di essere gustati a mente totalmente sgombra, ci sbilanciamo nel valutare Noi uno dei migliori horror degli ultimi anni, per la sua preziosa capacità di fondere intrattenimento, terrore, satira e critica sociale, senza mai eccedere in nessuno di questi versanti. Jordan Peele si conferma uno degli autori più interessanti e talentuosi del cinema contemporaneo, mettendo in scena una spiazzante e disturbante allegoria della società statunitense, forgiata nella violenza e nella discriminazione (illuminante in questo senso la frase del doppio di Adelaide Noi siamo americani) e incapace di accorgersi delle proprie più evidenti falle.

In un’epoca in cui ci si divide sempre di più fra Noi e Loro, il più grande pregio dell’ultima fatica di Peele diventa così quello di ricordarci che spesso il male si annida nell’ultimo posto in cui andremmo a cercarlo, ovvero in noi stessi.

Overall
8.5/10

Verdetto

Jordan Peele centra un nuovo successo dopo Scappa – Get Out, utilizzando nuovamente il cinema di genere per una sagace critica alla società americana e per un’inquietante riflessione sul male che si annida all’interno di noi stessi.

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Time is Up: recensione del film con Bella Thorne e Benjamin Mascolo

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Time is Up

A cavalcare il rinnovato interesse internazionale nei confronti dell’Italia arriva Time is Up, teen drama di produzione italiana (per la precisione Lotus Production e Rai Cinema), girato in lingua inglese fra Roma e gli Stati Uniti. Un progetto confezionato su misura per i suoi due protagonisti, cioè la popstar Benjamin Mascolo – alla sua prima prova come attore – e la sua futura moglie Bella Thorne, conosciuta in tutto il mondo e particolarmente amata dai più giovani per le sue partecipazioni a piccoli cult come La Babysitter e Il sole a mezzanotte – Midnight Sun.

Dirette da Elisa Amoruso, le due star mettono in scena una classica storia d’amore tardo adolescenziale, che rimesta con fierezza fra i vari stereotipi del genere, come la disparità di classi sociali, l’importanza di cogliere l’attimo e l’immancabile appuntamento col destino. Un’opera dal valore artistico modesto, che ha però il pregio di proporre al proprio pubblico di riferimento, quello dei giovanissimi, la ritrovata immagine della Hollywood sul Tevere, sfruttando pienamente una Roma quasi deserta per via del periodo di restrizioni durante il quale è stata girata. Time is Up arriverà in sala grazie a 01 Distribution per un’uscita evento di soli 3 giorni, fissata al 25, 26 e 27 ottobre.

Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo tra schermo e realtà
Time is Up

Vivien (Bella Thorne) è un’ambiziosa studentessa americana, con una passione viscerale per la fisica e impegnata con un talentuoso nuotatore. Nella stessa squadra del suo ragazzo c’è Roy (Benjamin Mascolo), ragazzo povero, estremamente tormentato, senza fiducia in se stesso e in fuga dai traumi del passato. Due mondi inconciliabili, due personalità incompatibili, che trovano un punto di incontro proprio a Roma, sede di un importante gara di nuoto dove Vivien si reca per fare una sorpresa al fidanzato. Le misteriose e imprevedibili dinamiche dell’amore avvicinano questi due poli opposti, portandoli a rivedere drasticamente le loro convinzioni sulla vita e sui sentimenti.

Dopo il documentario Chiara Ferragni — Unposted e il dramma intimo e autobiografico Maledetta primavera, Elisa Amoruso dimostra ancora una volta la sua poliedricità dando vita all’incrocio di due racconti di formazione e di educazione sentimentale, a cui fa da sfondo una Città Eterna da cartolina, più abbagliante e ovattata che mai. In un’opera letteralmente plasmata sui corpi e sulle vite dei protagonisti, a lasciare perplessi è il pudore nei loro confronti della regista, molto trattenuta sia nelle sequenze più sentimentali sia in quelle potenzialmente bollenti. Una scelta che non contraddice solamente la storia di Bella Thorne e Benjamin Mascolo, ma anche lo stesso impianto narrativo di Time is Up, che indugia ripetutamente sull’erotismo della protagonista ed è ancora più esplicito nella messa in scena di un rapporto omosessuale.

Aspettando il sequel

Time is Up

Data la natura fortemente commerciale e promozionale del progetto, ci si sarebbe inoltre potuti aspettare qualcosa di più anche sulla location di Roma, ridotta a mera cornice di una storia d’amore che si gioca più sugli sguardi e sul lento avvicinamento dei protagonisti che sullo scenario del loro rapporto. Una scelta che con ogni probabilità deriva dall’emergenza sanitaria, ma che ha comunque l’effetto di depotenziare il processo di valorizzazione dell’Italia chiaramente alla base di questo progetto.

Quasi a compensare queste incertezze dal punto di vista squisitamente editoriale, Time is Up è sovraccarico di tematiche, soprattutto per quanto riguarda la personalità dei protagonisti. Mentre il personaggio di Benjamin Mascolo è più quadrato e meno sfumato, anche per andare incontro all’inevitabile rigidità espressiva dell’attore debuttante, per caratterizzare Vivien si ricorre nuovamente a variazioni dell’ormai logora equazione di Dirac, legge fisica nota anche come equazione dell’amore. Bella Thorne si disimpegna bene, sostenendo diverse scene con la propria verve, ma diventa purtroppo inefficace quando chiamata a declamare frasi da Smemoranda o a diventare il volto di una vaga riflessione sulla memoria.

In questo lavoro che a malincuore non possiamo definire riuscito, ci sono due buone notizie: la prima è che Bella Thorne e Benjamin Mascolo funzionano insieme sullo schermo, quando sostenuti da una sceneggiatura adeguata o da una scena che li valorizzi, come la sequenza ambientata nell’idromassaggio o quella sulle note della loro canzone Up in Flames. La seconda è che c’è la possibilità di correggere il tiro. Nella cornice della Festa del Cinema di Roma, la produzione ha infatti annunciato che grazie alla buona accoglienza ricevuta dal film oltreoceano è in corso la lavorazione di Time is Up 2. Appuntamento quindi al sequel, nella speranza di vedere un’opera che contribuisca concretamente al rilancio del nostro cinema nel mondo.

Overall
5/10

Verdetto

Time is Up non rinnega mai la propria natura di opera puramente commerciale e dal target ben specifico, ma non convince proprio quando cerca di sfruttare la popolarità dei suoi protagonisti e di valorizzare le location romane.

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Anni da cane: recensione del film con Aurora Giovinazzo

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Anni da cane

Dopo aver portato sugli schermi di tutto il mondo Curon, serie mistery italiana da lui diretta, Fabio Mollo sbarca su Amazon Prime Video il 22 ottobre con Anni da cane, primo film Amazon Original italiano. Un’opera prodotta da Notorious Pictures e chiaramente frutto del processo di internazionalizzazione del nostro panorama cinematografico e seriale, soprattutto in ambito giovanile. Anni da cane è infatti una classica dramedy adolescenziale, che condivide con Sul più bello lo spettro della morte sulla narrazione (anche se declinato in maniera completamente diversa), strizzando ripetutamente l’occhio all’immaginario televisivo e cinematografico, citato più o meno esplicitamente in diverse occasioni. Nulla di nuovo sotto il sole, ma non si può che accogliere con favore e curiosità un progetto nato con l’ambizione di essere fruibile anche oltre i confini nazionali e capace di valorizzare un giovane talento come Aurora Giovinazzo, già sulla cresta dell’onda grazie a Freaks Out.

Anni da cane: il disagio adolescenziale in una rom-com tutta italiana

Anni da cane

Stella è un’adolescente come tante: insicura, goffa negli approcci con i coetanei e forte di una fervida immaginazione. A seguito di un incidente in auto che ha sconvolto per sempre la sua vita, in cui ha incontrato il suo cane, Stella si è convinta che i suoi anni vadano contati proprio nel modo con cui si contano quelli dei migliori amici dell’uomo. Dal momento che la ragazza sta per compiere 16 anni, per via di questo bizzarro calcolo Stella risulta un’ultracentenaria. La protagonista è talmente convinta della sua imminente dipartita da stilare una lista delle cose che deve assolutamente provare prima di compiere 16 anni. In cima alla lista c’è la sua prima esperienza sessuale, per la quale c’è anche il principale indiziato, cioè Matteo (Federico Cesari). Con l’aiuto dei coetanei Nina e Giulio e sotto lo sguardo rassegnato della mamma e della sorella, Stella comincia la sua bizzarra missione.

Anni da cane ragiona su un tema universale come il disagio esistenziale tipico dell’adolescenza, prendendo come punto di riferimento i giovani della generazione Z, sempre più privi di punti di riferimento. In una sorta di bignami degli adolescenti di oggi, ci addentriamo così fra i loro miti (come Achille Lauro, che compare nel film nel ruolo di se stesso), il loro naturale progressismo (all’insegna del poliamore e dell’integrazione sempre più efficace degli italiani di seconda generazione) e i loro punti di riferimento culturali, come Riverdale (citato esplicitamente), Euphoria, i cui colori audaci sono ripresi nella fotografia di Martina Cocco, e il generazionale Noi siamo infinito, sbertucciato bonariamente da Giulio. Un immaginario prevalentemente americano, accompagnato non casualmente da una Roma inaspettatamente discreta, che affiora quasi esclusivamente con le proprie location da cartolina (il Colosseo), per ribadire il respiro internazionale di Anni da cane.

La Stella Aurora Giovinazzo

Anni da cane

Il lavoro di Fabio Mollo doveva affrontare parecchie insidie, come un soggetto costantemente in bilico fra realismo e fantastico, un gruppo di personaggi decisamente eccentrici e gli inevitabili cliché che ogni racconto adolescenziale si porta dietro. Al netto di qualche passaggio meno riuscito, come il tira e molla amicale fra Stella, Nina e Giulio, Anni da cane vince la sua scommessa, trovando il giusto equilibrio fra commedia e dramma e soprattutto la Stella dal luminoso futuro di Aurora Giovinazzo, che domina ogni scena con il suo naturale carisma e con la sua vitalità costantemente repressa. A convincere sono soprattutto le sfumature più malinconiche e amare, che vedono protagonista anche Valerio Mastandrea con un prezioso cameo e rendono addirittura plausibili potenziali svolte tragiche, solitamente impensabili per un progetto del genere.

In mezzo a soluzioni prevedibili e discreti colpi di scena, Anni da cane mette in scena un elogio alle diverse velocità con cui si può vivere la vita. Fra la serena lentezza di Matteo e l’impazienza di Stella emerge una giusta via di mezzo, che può portarci a rallentare quando andiamo troppo di fretta o a riprendere a correre quando credevamo che non fosse più possibile. Anni da cane si rivela quindi un buon esordio per le produzioni originali italiane su Amazon Prime Video, capace di rappresentare la nostra industria all’estero ma paradossalmente frenato dalla sua stessa ambizione internazionale: l’immaginario a stelle e strisce in cui vivono i protagonisti (le feste sfarzose, la sessualità libertina) finisce infatti per sovrapporsi all’italianità dell’operazione, indebolendo un prodotto che ha non pochi pregi, fra cui quello di provare a svecchiare un movimento cinematografico perennemente proteso verso gli over 50.

Overall
6.5/10

Verdetto

Anni da cane si rivela una rom-com adolescenziale garbata e priva di evidenti difetti, che sconta la volontà di aprirsi al mercato internazionale celando troppo la sua italianità.

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Ghostbusters: Legacy: recensione del film di Jason Reitman

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Ghostbusters: Legacy

In un’ideale classifica dei filoni del passato più sfruttati dal cinema e dalla serialità contemporanea, le prime due posizioni sarebbero sicuramente ad appannaggio degli anni ’80, oggetto di un revival apparentemente senza fine, e del cinema di Steven Spielberg, che gli anni ’80 li ha preconizzati, per poi superarli a destra nel decennio successivo con Hook – Capitan Uncino e Jurassic Park. Tanti i potenziali eredi di questi universi, pochi coloro che sono veramente riusciti a intercettare il loro spirito. Uno di questi è abbastanza sorprendentemente Ghostbusters: Legacy, terzo capitolo ufficiale della saga degli acchiappafantasmi che, come rimarcato dal titolo italiano (per una volta più efficace dell’originale Ghostbusters: Afterlife), lavora proprio sul tema dell’eredità, a partire dalla scelta del regista Jason Reitman, figlio dell’Ivan Reitman che fu dietro alla macchina da presa per i primi due episodi della serie.

I pericoli dietro l’angolo per questo progetto erano svariati: dall’attrazione per gli anni ’80 che sembrava ormai alle corde, all’atavica difficoltà di proseguire un franchise fermo da molti anni e già vanamente rispolverato dal fallito tentativo di reboot al femminile di Paul Feig, passando per la scelta di mettere in secondo piano i grandi vecchi Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Sigourney Weaver per fare spazio a una nuova generazione di giovanissimi protagonisti. Rischi brillantemente evitati dal più giovane dei Reitman, guardando proprio a quello Steven Spielberg che apparentemente non aveva nulla da spartire con la saga degli acchiappafantasmi, più demenziale e dissacrante rispetto alle magiche avventure per ragazzi portate al successo dal cineasta americano.

Ghostbusters: Legacy, l’eredità degli acchiappafantasmi nel sorprendente film di Jason Reitman

La Summerville di Ghostbusters: Legacy ricorda da vicino l’Astoria de I Goonies, vuoto a rendere che diventa terreno fertile per la magia dell’adolescenza. La provincia americana si trasforma anche di nuovo in un viaggio verso l’ignoto, con quella minacciosa montagna che domina Summerville così simile alla Torre del Diavolo, indimenticabile scenario di Incontri ravvicinati del terzo tipo. L’oggetto del più classico scontro generazionale fra ragazzi e adulti non è però un alieno come E.T., ma il lascito del compianto Egon Spengler, passato a miglior vita come il suo interprete Harold Ramis, a cui Ghostbusters: Legacy dedica un lungo e appassionato omaggio. La morte di Egon e le ristrettezze economiche spingono infatti la figlia Callie (Carrie Coon) a trasferirsi nella sua isolata abitazione, insieme ai nipoti dell’acchiappafantasmi Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace).

Giunti a Summerville, gli eredi rinvengono alcuni oggetti appartenuti al geniale Egon, come la trappola per fantasmi e l’iconica Ecto-1. Proprio mentre Trevor e Phoebe cercano di fare nuove amicizie in una noiosa cittadina di provincia, una serie di strani fenomeni naturali anticipa il ritorno di una minaccia ectoplasmatica da un lontano passato. Con i superstiti della leggendaria battaglia di New York del 1984 ormai irrintracciabili o indisponibili, i nuovi acchiappafantasmi possono apparentemente contare solo sull’aiuto di Mr. Grooberson (Paul Rudd) giovanile e simpatico professore della nuova scuola di Phoebe. Ma mai dare niente per scontato, perché Ghostbuster si rimane per tutta la vita. Fra avventura e nostalgia, omaggi e commoventi ricordi, paure e risate, si consuma il passaggio di testimone verso una nuova generazione di acchiappafantasmi, con davanti un futuro tutto da scrivere.

Un ponte tra passato e presente

Ghostbusters: Legacy

Ghostbusters: Legacy non rinnega mai la propria natura di operazione nostalgia. Lo dimostrano le comparsate più o meno lunghe dei vecchi eroi, che rispolverano i tormentoni cari ai fan di lunga data, ma anche i continui richiami all’oggettistica fondamentale per la mitologia della saga, alle vecchie spalle dei protagonisti e ai nemici di sempre. Come avviene per i Jedi in Star Wars: Il risveglio della Forza, gli ex Ghostbusters si muovono sul sottile filo che separa le leggende dalle meteore ormai dimenticate. Le gesta di Egon, Peter, Ray e Winston appartengono infatti a un passato ormai lontanissimo, da rivisitare attraverso i video dell’epoca su YouTube.

Ma è su questa frattura apparentemente insanabile fra vecchio e nuovo che Reitman basa la sua toccante riflessione sul concetto di eredità, ricorrendo allo spirito indie con cui ha dato vita a film come Juno e Tully per la sua personale rilettura di un vero e proprio blockbuster della commedia. Un’operazione delicatissima, che il più giovane dei Reitman porta a termine nel migliore dei modi, senza limitarsi a un mero richiamo estetico agli anni ’80, ma riprendendo invece lo spirito scanzonato e allo stesso tempo umano che pervadeva le migliori opere di quell’irripetibile periodo. Gli omaggi all’epoca (le VHS, Cujo, addirittura Velluto blu) sono volutamente pretestuosi e solo parzialmente giustificati dall’arretratezza provinciale, ma assolvono pienamente al compito di costruire un ideale ponte fra passato e presente.

Grazie a Ghostbusters: Legacy la saga è ancora viva

Ghostbusters: Legacy

Proprio come accaduto nel già citato Star Wars: Il risveglio della Forza, Ghostbusters: Legacy fa letteralmente incetta di personaggi, battute e dinamiche dei capitoli precedenti. Una scelta netta e precisa, che per molti sarà una prova della mancanza di fantasia alla base del nuovo corso della saga, mentre altri, fra cui il sottoscritto, la considereranno una via più che dignitosa per fare ripartire un franchise in naftalina ormai da troppi anni, in una sorta di rima cinematografica col film del 1984.

Grazie anche alle prove dei giovani protagonisti, con Mckenna Grace che svetta su tutti trasformandosi in un vero e proprio clone del nonno Egon dal punto di vista estetico e caratteriale,  Ghostbusters: Legacy riesce in un’impresa considerata per troppo tempo impossibile, cioè dare un futuro agli acchiappafantasmi. Come nel cinema di Spielberg e di altri maestri del periodo come John Hughes, Richard Donner e Rob Reiner (espliciti punti di riferimento di Jason Reitman), al termine della visione (che prosegue anche durante i titoli di coda: restate seduti fino alla fine!) si ha la chiara sensazione che ci sia molto altro da scoprire e raccontare sui nuovi personaggi, mentre i vecchi possono finalmente essere riconsegnati alla leggenda che meritano, dopo aver ricevuto il più vibrante e rispettoso tributo possibile.

Ghostbusters: Legacy arriverà nelle sale italiane il 18 novembre, distribuito da Sony Pictures.

Ghostbusters: Legacy

Overall
7.5/10

Verdetto

Fra omaggi e ardite riproposizioni di scene cult, commoventi ricordi e sbarazzina ironia, Ghostbusters: Legacy adempie perfettamente al proprio compito, costruendo un ponte fra passato e presente e regalando di nuovo un futuro a una saga amata dagli spettatori di tutte le età.

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