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Nomadland: recensione del film con Frances McDormand

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To see a world in a grain of sand
And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand,
And eternity in an hour

William Blake 

Nomadland è un film scritto e diretto da Chloé Zhao, con Frances McDormand, che è stato insignito del Leone d’Oro durante la 77a Mostra del Cinema di Venezia. Un road movie che ridefinisce il senso della strada come luogo collettivo e individuale, il senso del cammino, un ritratto dello spirito migrante americano il cui nomadismo è una scelta, non una circostanza. 

Girato tra il Nebraska, South Dakota, Nevada, Arizona e California, Nomadland ci porta nella vita di Fern, una donna di 61 anni che ha lavorato nella città di Empire, Nevada. Non molto tempo dopo la morte del marito, la città è stata scossa dalla recessione del 2008. Fern decide di caricare i bagagli nel suo furgone e di partire alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale.

Nomadland: il film con Frances McDormand

Nomadland

Chloé Zhao, ispirandosi al libro di Jessica Bruder Nomadland: Surviving America in the Twenty-first Century, ha scritto e diretto un’elegia degli emarginati, degli ultimi, degli anziani della classe lavoratrice martoriata dalla crisi finanziaria, tessendone un ritratto non autocommiserante, né cercando il consenso tramite una narrazione sedotta alla logica di una captatio benevolentiae perpetua. La progonista, Fern, è una persona autosufficiente, orgogliosa e determinata, che non si considera una senza tetto ma una nomade. Ha optato per una vita in viaggio e tanti lavori temporanei. Come lei anche tante persone, inserite in una cultura gitana ben radicata e strutturata, hanno rinunciato alle tradizionali dimore rompendo le dure e asfittiche catene dei mutui e della pensione, scegliendo di montare sui propri furgoni e camper viaggiando da un posto all’altro. 

I nomadi si muovono come cellule nelle vene del paese, sono la linfa vitale di un nuovo modo di stare al mondo e di intendere la comunità. Fern e i suoi compagni hanno scelto consapevolmente di rifiutare un sistema che non li rispetta, un sistema che li considera come scarti di un’economia spietata, di un sogno americano ipercapitalista a cui si è stanchi di corrispondere. Il mitico sogno americano non esiste più, forse non è mai stato più che un miraggio. Quel che ne consegue è un senso di inadeguatezza continuo quando, nonostante un’economia in espansione, l’insicurezza e l’instabilità finanziaria sono diventate le costanti pervasive della nostra modernità.

Chloé Zhao dirige un’opera fatta di vuoti da violare e di spazi da riempire

Nomadland

Fern sceglie di corrispondere alla propria idea di felicità, scegliendo per se stessa un’altra via, un’altra strada, meno consueta, socialmente non accettata; Fern rifiuta di lasciarsi definire come una vittima che subisce la propria condizione di precarietà, non avendo una fissa dimora e dilettandosi tra lavori stagionali. Come affermò Christopher McCandless, il viaggiatore protagonista del film di Sean Penn Into the Wild, “C‘è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito […] Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso“.

Nomadland è scandito dalle pietre, dalla poesia tattile del terreno calpestato e della sabbia attraverso cui è possibile vedere il mondo, come è possibile osservare il cielo in un fiore selvatico. Chloé Zhao dirige un’opera fatta di vuoti da violare e di spazi da riempire; Fern è una donna piena di voragini, è come i paesaggi che osserva e occupa che sono disegnati dall’acqua, scavati dall’acqua, come i canyon e le valli desolate erose dal tempo. La prima scena di Nomadland mostra Fern mentre apre la saracinesca del deposito in cui ha lasciato sedimentare gli oggetti della sua vita passata: è una scena molto simbolica considerato che apre quella saracinesca come se stesse indugiando sui ricordi e sull’idea stessa della memoria.

Nomadland è la ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale

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La memoria è un’elemento partecipe all’interno dell’economia visiva di Nomadland, è una memoria tattile, sempre presente, è una materia da cui lei non sceglie di fuggire: Frances McDormand e Chloé Zhao in questo senso sono state molto chiare e abili nel delineare e articolare il senso del viaggio di Fern, che non è affatto una corsa, un inseguimento o una fuga. Fern non sta fuggendo da nulla. Anche se ci sono molti ricordi dolorosi che abitano in lei e rimangono sepolti nella città industriale in cui viveva con suo marito, Fern sceglie il suo nomadismo, è una viaggiatrice che ha comunque una ferma padronanza di se stessa.

Guarda il mondo, lo attraversa, lo riempie, lo divora, con gentilezza, fierezza: Fern non ha rancore, non ha rabbia, è consapevole del fatto che la sua vita è circondata da strade, che le persone scompaiono ma non si dissolvono, restano nei luoghi, negli oggetti, anche nei ricordi stanchi di essere sollevati. Fern sceglie la strada come filosofia di vita, la sceglie ogni giorno, soprattutto quando nessuno capisce il senso profondo del suo nomadismo.

Il suo nomadismo non produce permanenza ma resistenza

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Ci sono persone che nascono senza indirizzo, che non hanno un codice postale, ma che trattengono un’idea di una civiltà ideale, solidale, unita, comprensiva e pacifica. Il suo nomadismo non produce permanenza ma resistenza: lei vive sapendo di non poter fare altrimenti, si muove, vive in transito sapendo di non voler fare altrimenti. Quel che restano sono canyon da abitare, strade da calpestare, tramonti da respirare, notti da riscaldare, case da visitare e ricordi da lasciare andare.

Frances McDormand interpreta Fern tenendo sempre a mente lo spirito e lo stile lirico della storia, che vive di una fusione tra realtà e finzione e affiancandosi a personaggi reali e attori non professionisti (gran parte dei nomadi in Nomadland lo sono). Frances McDormand, con il suo sorriso cauto e la sua fisicità fiera, è un’osservatrice, osserva le montagne, i campi, i ruscelli. La regista circonda i suoi soggetti all’interno di cornici ispiranti, maestose, paesaggi che vivono di un’estetica spirituale, elegiaca, e non meramente escursionistica o panoramica. 

Riscrivere le regole con cui si sta al mondo

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Qui Fern trova la sua indipendenza, nel deserto, nelle rocce, negli alberi, nelle stelle, vivendo in un furgone diventa sempre più esposta e allineata alla natura, alla sua bellezza e anche alla sua ostilità. L’idea di casa è ovunque la strada la conduca. Lo spazio che abita Fern, quell’America rurale ed errante, è un luogo in cui le persone si prendono cura gli uni degli altri, in cui il senso della comunità trova un nuovo modo di configurarsi, incarnandosi nell’idea e nella postura di un antico ruolo pionieristico.

Pur non romanticizzando la vita in strada, per la regista è impossibile nascondere che è la gioia, non la sofferenza, a descriverli: la gioia di trovare un nuovo modo di stare al mondo, di creare comunità basate sulla condivisione, come essere indipendenti e essere lieti di ciò che si ha. Una parte importante dell’evoluzione del personaggio di Fern si può osservare quando lei comprende, con lucidità, perché non può accettare l’aiuto degli altri, soprattutto da parte di chi le offre la propria ospitalità. Per lei è difficile ricostruire quel che circonda il concetto di casa, per lei è impossibile rinnovare quel sentimento che cinge l’idea di una dimora, quando quella possibilità è inscritta nelle regole e nelle condizioni di altri individui. Questa è la sua definizione di libertà e di orgoglio. Riscrivere le regole con cui si sta al mondo.

Overall
9/10

Verdetto

Nomadland è un road movie che ridefinisce il senso della strada come luogo collettivo e individuale. Chloé Zhao dirige un’opera fatta di vuoti da violare e di spazi da riempire. Girato tra il Nebraska, South Dakota, Nevada, Arizona e California, Nomadland è la ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale.

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La sala professori: recensione del film di İlker Çatak

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La sala professori

Una scuola come allegoria di una società frammentata, un furto come miccia da cui deflagrano tensioni, pregiudizi e malcelato razzismo, una giovane professoressa come emblema di un progressismo impotente, che pur con le migliori intenzioni finisce per soffiare involontariamente sul fuoco della rabbia e della frustrazione. Sono questi i pilastri su cui si basa La sala professori, opera di İlker Çatak che ha ottenuto una sorprendente nomination all’Oscar 2024 per il miglior film internazionale, prevalendo su Foglie al vento di Aki Kaurismäki e diversi altri successi di critica e pubblico dell’ultima annata.

Un’opera di grande impatto emotivo, che ragiona su una verità impossibile da determinare con certezza e sui conseguenti divergenti punti di vista, in maniera analoga a quanto visto recentemente in Anatomia di una caduta. A differenza di Justine Triet, İlker Çatak si sofferma sul lato politico e sociale della vicenda, dando vita a una sconfortante rappresentazione di una scuola pubblica non al passo coi tempi, arroccata su anacronistici e coercitivi metodi di valutazione e gestione, sempre più vicina alla dimensione di sfogatoio per i malesseri e le preoccupazioni degli studenti e delle loro famiglie.

La sala professori: la scuola come allegoria di una società disgregata

La sala professori

Un istituto scolastico tedesco è in subbuglio per via di una serie di piccoli furti, che portano dirigenti e personale a cercare il colpevole fra gli studenti, creando un clima di serpeggiante sospetto. Nel tentativo di fare luce sulla vicenda, la giovane e idealista insegnante Carla Nowak (Leonie Benesch) lascia in bella vista il suo portafoglio, lasciando contemporaneamente accesa la webcam del suo computer portatile con l’intento di cogliere in flagrante il ladro. Il tentativo di Carla va a buon fine, ma la sua azione porta solamente a una verità parziale; il suo ambiguo metodo di indagine inoltre non fa che inasprire ulteriormente gli animi, precipitando nel caso la scuola e in particolare la sua classe.

In sede promozionale, İlker Çatak ha più volte dichiarato di essersi ispirato a Diamanti grezzi dei fratelli Josh e Benny Safdie. Ne La sala professori ritroviamo effettivamente lo stesso nervosismo registico del film con protagonista Adam Sandler, nonché un movimento continuo della macchina da presa fra i corridori della scuola, che genera una crescente tensione e una sempre più forte sensazione di disagio. Fra i tanti notevoli prodotti del florido filone del cinema scolastico che potrebbero aver influenzato il regista tedesco, vale inoltre la pena citare Class Enemy, film del 2013 dello sloveno Rok Biček che condivide con La sala professori l’ambientazione in una classe di un vero e proprio scontro sociale e generazionale, pur con toni ancora più cupi e drammatici.

I piani di lettura de La sala professori

La sala professori

Il lavoro di İlker Çatak presenta (almeno) due piani di lettura: da una parte c’è la mera ricerca del colpevole dei furti e il conseguente conflittuale rapporto della protagonista con la famiglia sospettata, non del tutto a fuoco in termini di atmosfere e scrittura e concluso con un epilogo più inconcludente che spiazzante; dall’altra c’è la critica a una società in bilico fra autoritarismo e progressismo, di cui le varie fazioni scolastiche diventano lucida rappresentazione. Questo secondo livello de La sala professori è ben più convincente del primo, soprattutto se letto dal punto di vista della protagonista.

Nella freddezza e nella superficialità dell’istituto, Carla emerge per la sua umanità e per la coerenza con cui cerca di fare sempre prevalere il dialogo sulla coercizione. La vediamo iniziare ogni lezione con una sorta di piccolo rituale all’insegna della pacifica convivenza, riprendere i suoi alunni con fermezza ma senza umiliarli, chiudere entrambi gli occhi su comportamenti offensivi e pericolosi e cercare di risolvere il caso della scuola con discrezione, in modo da non compromettere la coesione e il rispetto reciproco.

I suoi lodevoli propositi non fanno però altro che peggiorare ulteriormente la situazione: il corpo docente la critica per la sua registrazione abusiva, i genitori approfittano della confusione per togliersi qualche sassolino della scarpa e gli studenti si ribellano alla sua autorità, arrivando addirittura a distorcere il contenuto di un’innocua intervista da lei concessa al giornalino della scuola per metterla in cattiva luce.

L’amara rappresentazione dell’impotenza delle buone intenzioni

Con una formidabile prova di sottrazione e compressione emotiva, l’ottima Leonie Benesch tratteggia un personaggio sempre sul punto di esplodere, ma disperatamente aggrappato alla civiltà e al suo idealismo, anche a costo di sopportare insulti e violenza. Una purezza che la porta comunque a commettere errori e a finire in mezzo al fuoco incrociato di insegnanti, studenti e familiari, arroccati rispettivamente nel loro consiglio di classe, nel giornalino scolastico (che emblematicamente cede allo stesso sensazionalismo della stampa mainstream) e nei mortiferi gruppi WhatsApp, tutti accomunati dal desiderio di tirare l’acqua al proprio mulino e dall’incapacità di cogliere la causa principale di tutti i mali, ovvero la sempre più profonda disgregazione sociale.

Nonostante le forzature al centro di alcuni passaggi narrativi, la contraddittoria caratterizzazione di alcuni personaggi e il precipitoso finale, La sala professori si rivela un film perfettamente coerente con un presente fatto di disagi e contrasti. Un presente ben rappresentato dalla metafora alla base della scena in palestra, in cui il poetico tentativo di prendersi per mano aiutandosi a vicenda finisce si conclude con una sgraziata e distruttiva rissa.

La sala professori è disponibile nei cinema italiani dal 29 febbraio, distribuito da Lucky Red.

Overall
6.5/10

Valutazione

Pur con qualche leggerezza dal punto di vista della scrittura e della coerenza interna, La sala professori si rivela un’opera lucida e amara, capace di tratteggiare la sempre più profonda disgregazione sociale all’interno della culla della collettività del futuro.

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Netflix

Spaceman: recensione del film Netflix con Adam Sandler

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Spaceman

È almeno da Reign Over Me (2007) che Adam Sandler ha dimostrato le sue notevoli doti da attore drammatico, ma è grazie a Netflix che si sta costruendo una vera e propria seconda carriera, dopo molti anni dedicati alla commedia demenziale (peraltro con ottimi risultati). Dopo Diamanti grezzi e Hustle, lo ritroviamo infatti protagonista di Spaceman, nuovo film di fantascienza della piattaforma basato sul romanzo di Jaroslav Kalfar Il cosmonauta. Un’opera dalla produzione controversa (le riprese principali sono terminate nel 2021 e la distribuzione ha subito numerosi ritardi, anche a causa del freddo riscontro alle proiezioni di prova) diretta da Johan Renck (già dietro alla macchina da presa per gli ultimi due videoclip di David Bowie e per l’acclamata miniserie Chernobyl), che si inserisce nel filone della fantascienza filosofica con risultati non del tutto convincenti.

Al centro della vicenda c’è l’astronauta ceco Jakub Procházka (Adam Sandler), impegnato da 6 mesi in un viaggio solitario ai limiti della galassia per indagare sulle origini di una misteriosa nebulosa violacea. Per affrontare questa impresa, Jakub non ha esitato a lasciare sola la moglie Lenka (Carey Mulligan), alle prese con una difficile gravidanza. Il protagonista intuisce che qualcosa non va nel suo matrimonio, cosa che affligge ulteriormente la sua psiche già fiaccata da mesi di isolamento forzato. All’apice del suo tormento interiore, Jakub scopre a bordo della sua astronave una bizzarra creatura aliena dalle sembianze simili a quelle di un ragno, da lui ribattezzata Hanuš.

Con grande sorpresa dell’uomo, la creatura parla la sua lingua (la voce in originale è di Paul Dano) e non ha intenzioni minacciose. Nasce così un profondo dialogo fra i due, che permette a Jakub di scavare fra i traumi del suo passato e lo porta riconsiderare le sue priorità.

Spaceman: nello spazio profondo alla ricerca del senso della vita

Spaceman
Courtesy of Netflix

Spaceman è indubbiamente frutto del disagio collettivo degli ultimi anni e in particolare della pandemia, che ha costretto molte persone a una lunga astensione dalla socialità e a un altrettanto prolungata analisi interiore. Non è un caso che durante il racconto ci si riferisca più volte a persone che corrono il rischio di “pensare troppo”. Allo stesso tempo, Johan Renck esalta la componente più esistenzialista de Il cosmonauta, soffermandosi sulla necessità di dare più spazio agli aspetti più importanti della vita, anche a costo di sacrificare qualcosa dal punto di vista dell’affermazione lavorativa. Lo fa attraverso flashback e visioni oniriche non sempre a fuoco e soprattutto attraverso il dialogo fra il protagonista e Hanuš, personaggio in bilico fra gli incubi kafkiani e il Grillo Parlante di Pinocchio.

Peccato che il regista diluisca questa ottima intuizione in una narrazione ridondante e decisamente caotica, con continui salti fra diversi piani di realtà e temporali volti a sottolineare aspetti già abbastanza chiari. Adam Sandler fa del suo meglio per tratteggiare la personalità alienata e chiusa in se stessa di Jakub, affiancato dalla solita formidabile Carey Mulligan, perfetto controcampo emotivo del protagonista. Ciononostante, Spaceman si allontana continuamente dal cuore della storia (proprio come fa il protagonista nella sua vita), dedicando tempo e spazio a riflessioni soltanto abbozzate sulla potenziale tossicità delle figura paterne e sulla difficile equilibrio insito in ogni relazione sentimentale. Traballante anche la caratterizzazione della Repubblica Ceca, in bilico fra l’era comunista e una modernità che affiora solo a tratti.

Un’opera non del tutto riuscita

Spaceman
Courtesy of Netflix

Spaceman ruota ripetutamente intorno alle seconde possibilità e all’influenza dei traumi del passato su ciò che siamo e saremo, lavorando sul contrato fra gli spazi angusti in cui vive Jakub e gli ampi scenari naturali che contraddistinguono invece i suoi ricordi e le sue visioni. A restare maggiormente impresso è però proprio Hanuš, che da alieno si dimostra più umano di buona parte dei protagonisti, conquistando per l’eleganza e la pacatezza della sua parlata e diventando di fatto il vero motore del cambiamento interiore del protagonista.

Dopo qualche tentennamento di troppo, Johan Renck trova la strada giusta solo nel climax emotivo conclusivo, in cui vengono messi da parte i personaggi di Kunal Nayyar (Raj Koothrappali di The Big Bang Theory), Lena Olin e Isabella Rossellini per concentrarsi sulle contraddizioni di Jakub, sul suo desiderio di fuggire ai confini del mondo per evitare la quotidianità e sulle sue paure di essere pessimo padre dopo essere stato pessimo figlio. Ed è in questa fragile umanità e nel rapporto sempre più stretto fra Jakub e Hanuš che Spaceman trova la propria ragion d’essere. Non è sufficiente per candidarsi a essere il Solaris dei giorni nostri, ma basta per ribadire la capacità della fantascienza di intercettare i mutamenti e le paure della società, anche in opere non del tutto riuscite come questa.

Spaceman è disponibile su Netflix dall’1 marzo.

Courtesy of Netflix

Overall
6/10

Valutazione

Johan Renck mette in scena un film di fantascienza filosofica ambizioso ma non del tutto riuscito, che si mantiene a galla soprattutto grazie alla performance di Adam Sandler e alla prova vocale di Paul Dano nei panni di un ragno tanto sinistro quanto profondo.

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Estranei: recensione del film con Andrew Scott e Paul Mescal

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Estranei

Adam è uno sceneggiatore in crisi professionale ed esistenziale, bloccato su un “Esterno, villetta di periferia, 1987” che non è solo incipit e ambientazione della sua nuova opera, ma anche un momento cruciale della sua vita, stravolta dalla morte in un incidente stradale dei genitori, quando aveva solo 11 anni. Adam vive in un palazzo londinese di nuova costruzione, in buona parte ancora disabitato; una sera bussa alla porta di casa sua il giovane vicino Harry per invitarlo a trascorrere la serata insieme, ma lui gli chiude la porta in faccia. Per superare il suo blocco dello scrittore, Adam si reca quindi nella sua casa di infanzia, dove sorprendentemente trova i genitori identici all’ultima volta in cui li aveva visti. Inizia così Estranei, struggente storia di solitudine, rapporti spezzati e fantasmi fisici e metaforici.

Basandosi sull’omonimo romanzo di Taichi Yamada (pubblicato proprio nel 1987), Andrew Haigh torna sul grande schermo con il suo lavoro più riuscito e travolgente, che convoglia i temi centrali della sua filmografia in una commovente miscela di dramma esistenziale e familiare, ghost story e dramma sentimentale queer. Una storia sospesa nel tempo, grazie alla nostalgica scelta della pellicola da 35 mm (base perfetta per l’avvolgente fotografia di Jamie D. Ramsay) e a una colonna sonora fatta di brani immortali come The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood (vero e proprio filo conduttore del racconto), impreziosita dalla memorabile prova del protagonista Andrew Scott e da quelle altrettanto convincenti di Paul Mescal, Jamie Bell e Claire Foy, tutti coinvolti nella malinconica parabola di Adam.

Estranei: il commovente e nostalgico melodramma fantastico di Andrew Haigh

Courtesy of Searchlight Pictures

Come in Weekend siamo davanti a un incontro fra due uomini in grado di cambiare la vita di entrambi e analogamente a quanto visto in 45 anni c’è l’idea di un amore in grado di superare le barriere del tempo, influenzando un’esistenza in modi inaspettati. Come in Charley Thompson (ultimo sottovalutato film di Andrew Haigh prima di un allontanamento dal grande schermo durato ben 6 anni) il protagonista è un orfano, costretto dal lutto a crescere prima del tempo e a dover contare solo su se stesso. Estranei è però quanto di più lontano da una rimasticatura di lavori precedenti. Il regista britannico firma infatti una delle opere più vibranti degli ultimi anni, in cui l’elemento fantastico e gli spunti queer convergono in un racconto stratificato, denso di temi e contenuti.

Estranei è prima di tutto una dolorosa storia di solitudine, che affligge Adam a più livelli. Il protagonista è infatti un uomo profondamente solo, come tanti vittima del paradosso che trasforma una metropoli affollata di persone in un grande isolamento collettivo. Ma allo stesso tempo la solitudine di Adam è figlia della sua sessualità (ancora difficile da comprendere per molti, come dimostrano i dialoghi con i suoi genitori), della sua professione (uno scrittore deve per forza isolarsi dal suo mondo per generarne altri) e inevitabilmente del tragico e prematuro distacco dalla madre e dal padre, che ha condizionato la sua esistenza in modi che non scopriamo mai del tutto, con esiti però lampanti sulla personalità del protagonista di Estranei.

Traumi e solitudine

Estranei
Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è però anche una metafora sulla creazione artistica, esplicitata dalle parole scritte a schermo da Adam e impreziosita da numerosi dettagli, come il mastodontico e semivuoto palazzo in cui abita (simbolo di un mondo ancora da scrivere) o il toccante finale, in cui la triste realtà riecheggia nella fantasia e nell’analisi di se stessi, in un crescendo di emozione davanti a cui è difficile trattenere le lacrime. Una narrazione arricchita da Andrew Haigh, che mette in scena continue apparizioni e dissoluzioni, sfumature e giochi di luce, giocando con la componente più misteriosa di Estranei ma guardando sempre oltre, al di là del genere o del singolo evento.

Fra i vari lati del prisma costruito da Andrew Haigh emerge progressivamente quello che racchiude tutti gli altri, ovvero l’idea di poter imbastire un dialogo con chi non c’è più, comprendendo e facendosi comprendere con una prospettiva e una consapevolezza impossibili nella realtà. Una dinamica ben rodata all’interno della narrativa fantastica, che però Andrew Haigh sfrutta in maniera intima e del tutto personale, con una delicatezza encomiabile. Estranei diventa anche una sorta di controcampo di È stata la mano di Dio, con il comune elemento della scomparsa dei genitori di un’artista durante l’adolescenza che diventa un punto di partenza per due riflessioni divergenti ma altrettanto potenti. Al lacerante realismo del film di Paolo Sorrentino Andrew Haigh contrappone un dolce onirismo, fatto di ascolto dell’altro e di se stessi.

Estranei: il grande ritorno di Andrew Haigh

Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Un albero di Natale costruito di nuovo insieme, trascendendo l’età e il tempo, diventa così l’occasione per ricostruire il calore familiare che la vita ha strappato via, mentre i dialoghi sulla comunità queer e sulla consapevolezza odierna a proposito dell’omosessualità sono un’occasione per perdonare chi non ha gli strumenti culturali e sociali per comprendere, ma può comunque accettarci e abbracciarci grazie alla forza dell’amore. Una conversazione fra presente e passato, fra chi siamo e chi eravamo, da cui ripartire per affrontare l’esistenza con serenità e maggiore consapevolezza.

In mezzo a lutti e fantasmi, passioni e traumi, sogni e risvegli, Andrew Haigh trova la chiave per parlare al cuore dello spettatore senza mai trascurare la forma, in un inno ai legami familiari e sentimentali che paradossalmente germoglia proprio dalle macerie di un’esistenza segnata dall’isolamento e dal distacco. La conferma di uno dei pochi autori dallo stile unico e inconfondibile nel panorama contemporaneo, che è un piacere ritrovare dopo una lunga assenza e ci auguriamo sia qui per restare.

Estranei
Photo Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è nelle sale italiane dal 29 febbraio, distribuito da Disney Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

A 6 anni di distanza da Charley Thompson, Andrew Haigh torna al grande schermo con un dramma esistenziale di travolgente bellezza, in bilico fra fantasia e realtà ma intriso di umanità.

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