Nomadland: recensione del film con Frances McDormand

Nomadland: recensione del film con Frances McDormand

To see a world in a grain of sand
And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand,
And eternity in an hour

William Blake 

Nomadland è un film scritto e diretto da Chloé Zhao, con Frances McDormand, che è stato insignito del Leone d’Oro durante la 77a Mostra del Cinema di Venezia. Un road movie che ridefinisce il senso della strada come luogo collettivo e individuale, il senso del cammino, un ritratto dello spirito migrante americano il cui nomadismo è una scelta, non una circostanza. 

Girato tra il Nebraska, South Dakota, Nevada, Arizona e California, Nomadland ci porta nella vita di Fern, una donna di 61 anni che ha lavorato nella città di Empire, Nevada. Non molto tempo dopo la morte del marito, la città è stata scossa dalla recessione del 2008. Fern decide di caricare i bagagli nel suo furgone e di partire alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale.

Nomadland: il film con Frances McDormand

Nomadland

Chloé Zhao, ispirandosi al libro di Jessica Bruder Nomadland: Surviving America in the Twenty-first Century, ha scritto e diretto un’elegia degli emarginati, degli ultimi, degli anziani della classe lavoratrice martoriata dalla crisi finanziaria, tessendone un ritratto non autocommiserante, né cercando il consenso tramite una narrazione sedotta alla logica di una captatio benevolentiae perpetua. La progonista, Fern, è una persona autosufficiente, orgogliosa e determinata, che non si considera una senza tetto ma una nomade. Ha optato per una vita in viaggio e tanti lavori temporanei. Come lei anche tante persone, inserite in una cultura gitana ben radicata e strutturata, hanno rinunciato alle tradizionali dimore rompendo le dure e asfittiche catene dei mutui e della pensione, scegliendo di montare sui propri furgoni e camper viaggiando da un posto all’altro. 

I nomadi si muovono come cellule nelle vene del paese, sono la linfa vitale di un nuovo modo di stare al mondo e di intendere la comunità. Fern e i suoi compagni hanno scelto consapevolmente di rifiutare un sistema che non li rispetta, un sistema che li considera come scarti di un’economia spietata, di un sogno americano ipercapitalista a cui si è stanchi di corrispondere. Il mitico sogno americano non esiste più, forse non è mai stato più che un miraggio. Quel che ne consegue è un senso di inadeguatezza continuo quando, nonostante un’economia in espansione, l’insicurezza e l’instabilità finanziaria sono diventate le costanti pervasive della nostra modernità.

Chloé Zhao dirige un’opera fatta di vuoti da violare e di spazi da riempire

Nomadland

Fern sceglie di corrispondere alla propria idea di felicità, scegliendo per se stessa un’altra via, un’altra strada, meno consueta, socialmente non accettata; Fern rifiuta di lasciarsi definire come una vittima che subisce la propria condizione di precarietà, non avendo una fissa dimora e dilettandosi tra lavori stagionali. Come affermò Christopher McCandless, il viaggiatore protagonista del film di Sean Penn Into the Wild, “C‘è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito […] Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso“.

Nomadland è scandito dalle pietre, dalla poesia tattile del terreno calpestato e della sabbia attraverso cui è possibile vedere il mondo, come è possibile osservare il cielo in un fiore selvatico. Chloé Zhao dirige un’opera fatta di vuoti da violare e di spazi da riempire; Fern è una donna piena di voragini, è come i paesaggi che osserva e occupa che sono disegnati dall’acqua, scavati dall’acqua, come i canyon e le valli desolate erose dal tempo. La prima scena di Nomadland mostra Fern mentre apre la saracinesca del deposito in cui ha lasciato sedimentare gli oggetti della sua vita passata: è una scena molto simbolica considerato che apre quella saracinesca come se stesse indugiando sui ricordi e sull’idea stessa della memoria.

Nomadland è la ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale

Nomadland

La memoria è un’elemento partecipe all’interno dell’economia visiva di Nomadland, è una memoria tattile, sempre presente, è una materia da cui lei non sceglie di fuggire: Frances McDormand e Chloé Zhao in questo senso sono state molto chiare e abili nel delineare e articolare il senso del viaggio di Fern, che non è affatto una corsa, un inseguimento o una fuga. Fern non sta fuggendo da nulla. Anche se ci sono molti ricordi dolorosi che abitano in lei e rimangono sepolti nella città industriale in cui viveva con suo marito, Fern sceglie il suo nomadismo, è una viaggiatrice che ha comunque una ferma padronanza di se stessa.

Guarda il mondo, lo attraversa, lo riempie, lo divora, con gentilezza, fierezza: Fern non ha rancore, non ha rabbia, è consapevole del fatto che la sua vita è circondata da strade, che le persone scompaiono ma non si dissolvono, restano nei luoghi, negli oggetti, anche nei ricordi stanchi di essere sollevati. Fern sceglie la strada come filosofia di vita, la sceglie ogni giorno, soprattutto quando nessuno capisce il senso profondo del suo nomadismo.

Il suo nomadismo non produce permanenza ma resistenza

Nomadland

Ci sono persone che nascono senza indirizzo, che non hanno un codice postale, ma che trattengono un’idea di una civiltà ideale, solidale, unita, comprensiva e pacifica. Il suo nomadismo non produce permanenza ma resistenza: lei vive sapendo di non poter fare altrimenti, si muove, vive in transito sapendo di non voler fare altrimenti. Quel che restano sono canyon da abitare, strade da calpestare, tramonti da respirare, notti da riscaldare, case da visitare e ricordi da lasciare andare.

Frances McDormand interpreta Fern tenendo sempre a mente lo spirito e lo stile lirico della storia, che vive di una fusione tra realtà e finzione e affiancandosi a personaggi reali e attori non professionisti (gran parte dei nomadi in Nomadland lo sono). Frances McDormand, con il suo sorriso cauto e la sua fisicità fiera, è un’osservatrice, osserva le montagne, i campi, i ruscelli. La regista circonda i suoi soggetti all’interno di cornici ispiranti, maestose, paesaggi che vivono di un’estetica spirituale, elegiaca, e non meramente escursionistica o panoramica. 

Riscrivere le regole con cui si sta al mondo

Nomadland

Qui Fern trova la sua indipendenza, nel deserto, nelle rocce, negli alberi, nelle stelle, vivendo in un furgone diventa sempre più esposta e allineata alla natura, alla sua bellezza e anche alla sua ostilità. L’idea di casa è ovunque la strada la conduca. Lo spazio che abita Fern, quell’America rurale ed errante, è un luogo in cui le persone si prendono cura gli uni degli altri, in cui il senso della comunità trova un nuovo modo di configurarsi, incarnandosi nell’idea e nella postura di un antico ruolo pionieristico.

Pur non romanticizzando la vita in strada, per la regista è impossibile nascondere che è la gioia, non la sofferenza, a descriverli: la gioia di trovare un nuovo modo di stare al mondo, di creare comunità basate sulla condivisione, come essere indipendenti e essere lieti di ciò che si ha. Una parte importante dell’evoluzione del personaggio di Fern si può osservare quando lei comprende, con lucidità, perché non può accettare l’aiuto degli altri, soprattutto da parte di chi le offre la propria ospitalità. Per lei è difficile ricostruire quel che circonda il concetto di casa, per lei è impossibile rinnovare quel sentimento che cinge l’idea di una dimora, quando quella possibilità è inscritta nelle regole e nelle condizioni di altri individui. Questa è la sua definizione di libertà e di orgoglio. Riscrivere le regole con cui si sta al mondo.  

Valutazione
9/10

Verdetto

Nomadland è un road movie che ridefinisce il senso della strada come luogo collettivo e individuale. Chloé Zhao dirige un’opera fatta di vuoti da violare e di spazi da riempire. Girato tra il Nebraska, South Dakota, Nevada, Arizona e California, Nomadland è la ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale.

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.