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Onward – Oltre la magia: recensione del film Pixar di Dan Scanlon

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Fra i tanti creativi portati alla ribalta dalla Pixar, è doveroso soffermarsi su Dan Scanlon, regista di Monsters University e membro del team per molti altri titoli, fra cui Inside Out e Coco. Il talento creativo di Scanlon è figlio anche di un profondo dolore personale. Infatti, quando il piccolo Dan ha solo 1 anno, e il fratello maggiore appena 3, il loro padre muore. Troppo piccoli per avere un ricordo più concreto di qualche sensazione o di una manciata di foto insieme. Un’inaspettata svolta arriva quando Scanlon ha 16 anni, grazie al ritrovamento di una registrazione audio dell’amato padre. Solo poche parole, che per Dan e il fratello equivalgono però a un incantesimo grazie al quale possono ancora interagire col defunto genitore. Anni dopo, in uno degli incroci fra vita e arte che il cinema ci regala, questa storia diventa la base per Onward – Oltre la magia.

Onward – Oltre la magia: il nuovo gioiellino Pixar
Onward - Oltre la magia

Lo scenario in cui si fondono la storia personale di Dan Scanlon e la potenza immaginifica della Pixar è la città di New Mushroomton, ambientata in un mondo popolato da creature mitologiche. Non siamo però in un classico contesto fantasy. L’evoluzione e il progresso hanno portato a dimenticare il passato e a mettere in secondo piano la magia (metafora del processo creativo nella contemporaneità?). In un contesto in cui i draghi sono semplici animali domestici, i centauri sono poliziotti e una manticora può gestire una taverna, incontriamo i fratelli Ian e Barley Lightfoot (doppiati in originale da Tom Holland e Chris Pratt), orfani di padre e agli antipodi come carattere. Timido, disciplinato e insicuro Ian, pienamente a suo agio con le proprie stramberie (passione per la magia e i giochi di ruolo) il fratello maggiore Barley.

Nel giorno del sedicesimo compleanno di Ian, la madre consegna ai ragazzi un regalo grazie al quale è possibile realizzare l’impensabile, cioè riportare in vita per 24 ore, attraverso l’incantesimo di visita, il loro amato padre. Un’occasione imperdibile sia per Ian, che ha potuto comunicare col padre solo con la fantasia e con l’ausilio di un’audiocassetta con cui inscenare dialoghi impossibili, sia per Barley, i cui ricordi del genitore si contano sulle dita di una mano. I fratelli riescono faticosamente a lanciare l’incantesimo, che però funziona solo a metà: solamente la parte inferiore del corpo del padre torna in vita. Per Ian e Barley comincia così un’avventura on the road, tra spassose disavventure, insidie da superare ed enigmi da risolvere, per riportare in vita anche la parte mancante del corpo del padre, in modo da comunicare un’ultima volta con lui.

Una riuscita miscela di generi e citazioni

Onward - Oltre la magia

A tre anni di distanza dal già citato Coco, Onward – Oltre la magia ne ribalta i presupposti: non più i vivi che si riconnettono con le proprie origini visitando il mondo dei morti, ma i defunti che tornano, seppur brevemente, a fare visita ai propri cari. Lo spunto per un’opera che, come la stragrande maggioranza dei prodotti Pixar, si può definire come un classico racconto di formazione, contaminato però da svariati filoni e atmosfere. Nelle avventure di Ian e Barley è infatti facile riscontrare le dinamiche tipiche del road movie, con il furgone del più grande dei fratelli scelto come bizzarro mezzo di locomozione, del buddy film (i due protagonisti si supportano e si rispettano a vicenda, come nelle migliori amicizie) e ovviamente del fantasy, con creature fatate, magia e leggende che la fanno da padrone, pur in un contesto di ribaltamento di cliché e stereotipi.

Ma Onward – Oltre la magia è anche una delle opere più squisitamente citazioniste dell’intero universo Pixar. Dalle spassose scelte stilistiche per dare una parvenza di normalità alle gambe animate del padre di Ian e Barley, che lo trasformano in una sorta di novello Bernie di Weekend con il morto, passando per i numerosi rimandi alla pop culture (Dungeons & Dragons, la seconda colazione de Il Signore degli Anelli, gli stessi film della Pixar) fino ad arrivare a Indiana Jones e l’ultima crociata, chiara ispirazione per la parte finale delle avventure dei fratelli, non si contano gli omaggi alle opere che appartengono all’immaginario dei giovani adulti di oggi. Non solo una strizzata d’occhio ai propri spettatori, ma anche un modo per sottolineare uno dei sottotesti di Onward – Oltre la magia: bisogna ricordare il passato per poter andare avanti, e analizzare ciò che abbiamo fatto e abbiamo vissuto per comprendere chi siamo.

Onward – Oltre la magia: fratellanza e progresso

Onward - Oltre la magia

L’ormai proverbiale crescendo di emozioni e di commozione della Pixar pone l’attenzione sul valore dei ricordi, ma anche sull’importanza di ciò che già abbiamo, che troppo spesso mettiamo in secondo piano durante la ricerca di ciò che vorremmo. Nello specifico, Onward – Oltre la magia si propone come potenziale classico futuro del cinema sulla fratellanza. Per chi ha fratelli o sorelle, l’opera di Scanlon e un impulso pressoché irrefrenabile per chiamare, rivedere o abbracciare le persone con cui si stringe il legame più forte, insieme a quello coi genitori e coi figli. Per i figli unici, difficile non provare un groppo in gola ripensando alla mancanza nella propria vita di un fondamentale appoggio, capace di comprendere con uno sguardo chi siamo, dove stiamo andando e perché. Con un fratello o una sorella si ha sempre un motivo per discutere o litigare, ma non si è mai soli al mondo.

Fra tanti omaggi al passato e a ciò che abbiamo dimenticato, non possiamo che apprezzare qualche timido segnale di progresso. Dopo i personaggi LGBTQ+ che hanno fatto capolino in due altri fondamentali progetti di proprietà Disney come Avengers: Endgame e Star Wars: L’ascesa di Skywalker, Onward – Oltre la magia ci propone la storia dell’ufficiale Spector, poliziotta ciclope che accenna alla propria fidanzata. Anche in questo caso, parliamo di un’apparizione limitata a una manciata di secondi, ma pochi piccoli passi nella direzione di una maggiore inclusività, soprattutto in opere rivolte a un pubblico di giovani o giovanissimi, sono importanti traguardi. In quest’ottica, le censure all’opera di Dan Scanlon da parte di stati poco attenti ai diritti umani, scaturite proprio dal personaggio che abbiamo citato poc’anzi, contano come una medaglia al valore.

Onward – Oltre la magia: tanti pregi e qualche difetto

Nonostante gli importanti spunti di riflessione proposti e un comparto tecnico di qualità eccelsa, con una colorazione virata costantemente al blu che risalta le atmosfere fantastiche, Onward – Oltre la magia non riesce a raggiungere le vette toccate dalla Pixar con Inside Out o con la saga di Toy Story, tutte opere più dense e compatte di quella di Scanlon. A pesare sull’economia del racconto è soprattutto una parte centrale appesantita da troppi personaggi e un approfondimento non sufficiente del contesto e della mitologia in cui si muovono i protagonisti. Più in generale, ogni volta che Onward – Oltre la magia si allontana dal cuore del racconto, composto da Ian, Barley e dal loro ritrovato padre, calano vistosamente le soglie di attenzione ed empatia nei confronti della storia.

Piccoli difetti che comunque non intaccano la riuscita di un nuovo gioiellino Pixar, che in un momento di tristezza e preoccupazione generale ci rinvigorisce con un carico di positività, riuscendo nuovamente nell’impresa di raccontare l’universale attraverso il particolare e di farci riflettere sulla nostra realtà con un universo di pura e incontenibile fantasia.

Dopo essere stato rimandato a causa della pandemia, Onward – Oltre la magia è nelle sale italiane dal 19 agosto.

Overall
7.5/10

Verdetto

Fra road movie e buddy film, Onward – Oltre la magia ci regala un’altra riuscita miscela di riso e pianto, che punta i fari sull’importanza del ricordo e sul valore degli affetti.

Apple TV+

Sunny: recensione della serie Apple TV+ con Rashida Jones

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Sunny

Apple TV+ e A24 sono indubbiamente due delle realtà che negli ultimi anni hanno maggiormente sperimentato sul grande e sul piccolo schermo, portando agli spettatori prodotti in grado uscire dai confini dei generi e di riflettere sulla contemporaneità e sui suoi mutamenti. Non stupisce quindi ritrovarle a collaborare in Sunny, nuova serie prodotta da A24 e distribuita proprio su Apple TV+, che ci offre uno spaccato sinistro e allo stesso tempo fortemente umano sui recenti sviluppi della tecnologia, in particolare sull’intelligenza artificiale.

Ci troviamo di fronte a un mystery thriller dalle sfumature distopiche e da dark comedy, in bilico fra le atmosfere già esplorate con successo dalla stessa Apple TV+ in Scissione e gli oscuri presagi tecnologici e sociali lanciati da Black Mirror. In una Kyoto futuristica, facciamo la conoscenza di Suzie Sakamoto (Rashida Jones), donna statunitense che si è trasferita per lavoro in Giappone, trovando l’amore con Masa Sakamoto (Hidetoshi Nishijima, già visto in Drive My Car). Quando Masa e il loro figlio scompaiono in un incidente aereo, Suzie si trova costretta ad affrontare il dolore e la solitudine, acuita dalla sua ancora scarsissima conoscenza del giapponese.

La donna riceve però in dono un robot domestico creato dall’azienda per cui lavorava il marito, chiamato Sunny. Nonostante la sua diffidenza, proprio grazie a Sunny Suzie inizia a reagire e a cercare la verità sulla scomparsa dei suoi cari, fra cospirazioni e segreti aziendali.

Sunny: la nuova serie Apple TV+, fra Scissione e Black Mirror

Nel corso dei 10 episodi che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, Sunny mette molta carne al fuoco, tessendo lentamente la tela di un mistero sempre più inquietante e lavorando al tempo stesso sui personaggi e sulla loro evoluzione. Lo show creato da Katie Robbins si confronta inevitabilmente con la tecnologia, rappresentata dal robot protagonista con diverse sfumature, anche contraddittorie. Da una parte, emergono infatti i rischi legati alla diffusione senza controllo di innovazioni sempre più invasive e alienanti, ma dall’altra non si negano i possibili risvolti positivi della robotica e dell’intelligenza artificiale, che nello specifico aiutano la protagonista ad alleviare la sua solitudine e a riprendere in mano la propria vita.

Rashida Jones compie un ottimo lavoro di caratterizzazione di Suzie, scolpendola con dettagli che con il passare degli episodi la avvicinano all’universo di alienazione e disagio esistenziale di Sofia Coppola (con cui la protagonista non a caso ha lavorato in On the Rocks, anch’esso prodotto da A24 e distribuito da Apple TV+). L’ambientazione nipponica e la dimensione di straniera in terra straniera di Suzie richiamo inevitabilmente Lost in Translation, ma Sunny oppone all’apparente staticità di Sofia Coppola una narrazione frenetica, fatta di continui salti avanti e indietro nel tempo e di scatole cinesi che rivelano continuamente un intrigo più imponente del precedente.

Una serie coraggiosa

La voglia di sperimentare e di giocare con così tanti generi e suggestioni è lodevole, ma si ha spesso la sensazione che la serie fatichi a trovare il proprio baricentro, in quanto continuamente sballottata fra troppe sottotrame e fra binari narrativi non sempre approfonditi adeguatamente. In uno show così improntato sui dettagli visivi (notevole il lavoro sul design tecnologico, nonché sulla splendida sigla rétro), stona inoltre la scelta di ricorrere troppo spesso ai dialoghi e di sacrificare di conseguenza il racconto per immagini, che in questo caso avrebbe offerto terreno fertile.

Ci resta però uno show raffinato e controcorrente, che in un panorama seriale sempre più appiattito ha il coraggio di osare e di mettere alla prova lo spettatore, anche a costo di respingerlo.

Sunny è disponibile dal 10 luglio su Apple TV+.

Overall
6.5/10

Valutazione

Apple TV+ e A24 consegnano agli spettatori una serie intelligente e controcorrente, capace di mettere alla prova gli spettatori e di porre interrogativi non banali sugli sviluppi tecnologici.

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In evidenza

Horizon: An American Saga – Capitolo 1, recensione del film di Kevin Costner

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Horizon

La carriera di Kevin Costner è indissolubilmente legata al western fin dai tempi di Silverado, passando per il suo esordio alla regia Balla coi lupi, Wyatt Earp e Terra di confine – Open Range, fino ad arrivare al successo televisivo di Yellowstone. Un rapporto che affonda le proprie radici nel cinema di John Ford e Howard Hawks e si interseca con il Clint Eastwood più crepuscolare, riflettendo sulla nascita bagnata nel sangue degli Stati Uniti e donando umanità e dignità ai nativi americani, quasi sempre tratteggiati a senso unico come i disumani cattivi della situazione. Al termine di una gestazione iniziata addirittura nel 1988, che lo ha portato a investire anche ingenti fondi personali, Kevin Costner consegna al pubblico la sua epopea western definitiva con la tetralogia cinematografica di Horizon: An American Saga, che debutta in sala con il suo attesissimo Capitolo 1.

Un’opera imponente e titanica, che si configura come un mix fra un kolossal western e una vera e propria serie distribuita sul grande schermo. Una dimensione acuita dalla narrazione compassata (ben 181 minuti di durata) e dalla stessa distribuzione, con l’arrivo al cinema del secondo capitolo già fissato per il 15 agosto, a poche settimane di distanza da Horizon: An American Saga – Capitolo 1. Nonostante i ritardi causati dai ritardi dei finanziamenti e dallo sciopero di sceneggiatori e attori, Kevin Costner è inoltre già sul set per il terzo film, a cui secondo i suoi piani dovrebbe seguire l’agognata conclusione del progetto, legata ovviamente anche al riscontro del pubblico.

Non è quindi un’esagerazione definire Horizon: An American Saga il progetto della vita di Kevin Costner, che infatti riversa sullo schermo una summa di tutta la sua carriera, rielaborando i temi a lui più cari e le atmosfere già esplorate con successo.

Horizon: An American Saga – Capitolo 1, l’inizio della nuova epopea western di Kevin Costner

Horizon: An American Saga – Capitolo 1

Fin dal Capitolo 1, Horizon: An American Saga si muove parallelamente alla sanguinosa guerra civile americana, esplorandone i prodromi e ponendo le basi per la successiva escalation, con l’esplicito fine di ripercorrere con lucidità e dovizia di particolari le ultime fasi della conquista del West, nonché la genesi degli Stati Uniti moderni. Con un cast forte di nomi del calibro di Sienna Miller, Sam Worthington, Michael Rooker, Danny Huston, Jena Malone, Abbey Lee, Jamie Campbell Bower e Luke Wilson, oltre a lui stesso, Kevin Costner mette in scena un corale racconto di frontiera, popolato da canaglie, opportunisti, coloni, persone in cerca di un futuro migliore o in fuga da un doloroso passato e ovviamente nativi americani, disposti a tutto pur di proteggere il loro territorio e salvaguardare la loro stessa esistenza.

Il regista procede per accumulo, presentando molteplici personaggi e diverse linee narrative parallele, in quello che è fondamentalmente l’episodio pilota della sua personale declinazione di serie televisiva western. Non mancano cali di ritmo e intrecci soltanto abbozzati, ma complessivamente Kevin Costner riesce a gestire bene questo ribollente magma narrativo, che attinge alla gloriosa storia del genere (evidenti soprattutto i richiami a Sentieri selvaggi) ma al tempo stesso riesce a dare vita a travolgenti squarci di umanità, grazie soprattutto al tormentato personaggio della strepitosa Sienna Miller, alla misurata dignità di Sam Worthington e allo stesso regista, che si ritaglia per sé il ruolo di eroe romantico e crepuscolare, perfettamente nelle sue corde.

Fra tradizione e revisione

Kevin Costner lavora sul tempo, dando vita a un’opera che a tratti appare statica, ma al cui interno in realtà rivivono la storia e le sue suggestioni, fra archetipi del western e spinte revisioniste. La scrittura dello stesso Costner e di Jon Baird è affilata, anche se pecca di qualche ingenuità nei dialoghi sullo scontro fra indigeni e colonizzatori, con i primi che in certi passaggi sembrano già rassegnati alla futura sconfitta e i secondi che al contrario appaiono troppo sicuri del loro successo. Un risvolto figlio indubbiamente della rinnovata consapevolezza contemporanea, che tuttavia non impedisce a Horizon: An American Saga – Capitolo 1 di tessere un’intricata tela di personaggi che si muovono ai margini della storia, lungo il sottile confine fra Bene e Male.

Anche se il digitale toglie un pizzico di fascino alla fotografia di J. Michael Muro, Kevin Costner compie un discreto lavoro sugli spazi e sugli scenari naturali, salendo sulle spalle dei giganti che lo hanno preceduto per dare vita a un racconto in cui convivono violenza, istinto di sopravvivenza, nostalgia e fascino di un contesto in cui chiunque ha la sensazione di poter scrivere ogni giorno il proprio destino, nel bene e nel male. Un sottobosco di umanità fallibile e incerta, popolato da uomini ossessionati dallo scontro fisico e di donne costrette ad aggrapparsi alla vita con le unghie e coi denti, ricorrendo anche alle armi dell’astuzia, della manipolazione e della seduzione.

Horizon: An American Saga – Capitolo 1, un nuovo emozionante affresco del far west

Horizon: An American Saga – Capitolo 1

Horizon: An American Saga – Capitolo 1 ha inevitabilmente il retrogusto del già visto, ma anche senza particolari innovazioni o guizzi registici Kevin Costner riesce a farci immergere in questo mondo fatto di orizzonti sconfinati e infiniti pericoli, costruendo i presupposti per un nuovo emozionante affresco del far west e del sogno americano e lasciandoci con un epilogo che di fatto è un trailer dei capitoli successivi. Ennesimo richiamo a un cinema e a un modo di realizzarlo che non esistono più, ma che grazie al coraggio e all’ambizione di autori come Kevin Costner saltuariamente riaffiorano, solleticando il palato dei cinefili più nostalgici.

Dopo la presentazione nel corso del Festival di Cannes 2024, Horizon: An American Saga – Capitolo 1 è disponibile dal 4 luglio nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere Horizon: An American Saga – Capitolo 1 in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

Kevin Costner firma il primo capitolo del suo progetto più ardito e spericolato, ponendo le basi per una nuova emozionante epopea western.

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Bodies Bodies Bodies: recensione del film con Rachel Sennott e Maria Bakalova

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Sono passati oltre 80 anni dalla pubblicazione di Dieci piccoli indiani, ma il seminale capolavoro del giallo firmato da Agatha Christie continua imperterrito a influenzare la narrativa contemporanea. Lo fa grazie alla sua dinamica narrativa ingegnosa (una serie di delitti compiuti in un luogo chiuso o estremamente circoscritto, per mano di un assassino che si cela all’interno di un gruppo limitato di persone), capace di adattarsi a diversi contesti e perfetta per tessere una tela di malcelati rancori e sospetti incrociati. A regalarci una nuova declinazione di questo racconto è Bodies Bodies Bodies, commedia horror di Halina Reijn targata A24, con Amandla Stenberg, Maria Bakalova, Myha’la Herrold, Chase Sui Wonders, Rachel Sennott, Lee Pace e Pete Davidson.

Nel mirino in questo caso c’è la Generazione Z, rappresentata con i suoi pregi e soprattutto con le sue contraddizioni. Un gruppo di giovani di estrazione borghese si ritrova infatti nella villa della famiglia di David (Pete Davidson) per una festa sfrenata. Sophie (Amandla Stenberg) raggiunge il luogo insieme alla sua nuova fidanzata Bee (Maria Bakalova), natia dell’Europa dell’Est e di origini più umili. Il resto del gruppo accoglie con freddezza le due ultime arrivate, soprattutto a causa delle recenti scelte di vita di Sophie. Nonostante ciò, i presenti decidono di fare una partita a un gioco in cui uno dei partecipanti, designato come assassino, deve uccidere uno a uno tutti gli altri giocatori, evitando di farsi scoprire.

La ludica finzione si trasforma però in macabra e sinistra realtà quando viene ritrovato il cadavere martoriato di uno dei ragazzi. Inizia così la ricerca del colpevole, in un clima di crescente paura e di sempre più alta tensione.

Bodies Bodies Bodies: una riuscita commedia horror che mette in luce le contraddizioni della Generazione Z

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Sangue e violenza non mancano, ma il lavoro di Halina Reijn convince maggiormente quando vira in direzione del giallo, condito da una pungente critica sociale. La ricerca dell’assassino mette infatti in luce gli aspetti più controversi dei ventenni di oggi, come l’ossessiva ricerca della fama, il filtro dei social costantemente applicato alla realtà e un’inclusività di facciata che mal si sposa con un dilagante egoismo e con la continua ostentazione di sé e del proprio status. Una visione che ondeggia pericolosamente sull’orlo del paternalismo, mantenuta però in piedi da una scrittura intelligente e dal notevole cast.

Fra i vari personaggi, spicca soprattutto la podcaster Alice, interpretata dal formidabile talento brillante Rachel Sennott (Shiva Baby, Bottoms) che dà vita a un’insopportabile ed egocentrica snob, perfettamente in linea con il racconto. Non è da meno Maria Bakalova, che apre Bodies Bodies Bodies con un lungo e appassionato bacio saffico, per poi tratteggiare con la giusta ambiguità e con notevole umanità l’unico elemento alieno all’interno del gruppo, capace di catalizzare il peggio di ogni elemento.

Whodunit ma non solo

Non mancano rivelazioni e colpi di scena, ben orchestrati dalla regista e dalla sceneggiatrice Sarah DeLappe, in un climax di tensione penalizzato a tratti dal continuo ricorso a scene illuminate solo dalla luce degli smartphone, che emblematicamente diventano l’unico punto di riferimento dei protagonisti, totalmente persi senza la loro estensione tecnologica e digitale. Con il passare dei minuti, il film si concentra però soprattutto sui paradossi di personaggi che predicano empatia, tolleranza e rispetto, salvo poi giungere ad affrettate e gravi conclusioni sulla base di antipatie e dissidi personali.

Il meccanismo a eliminazione e la dinamica del whodunit diventano così il mezzo per un discorso più ampio, reso ancora più chiaro ed esplicito dai numerosi twist narrativi nel corso dell’atto conclusivo. Nell’epoca della post-verità e degli agognati 15 minuti di celebrità sempre più alla portata di ognuno di noi, la differenza fra fatti e suggestioni è sempre più labile, con conseguenze devastanti per tutte le parti in causa. Come già fatto da Rian Johnson con i suoi Knives Out, con le armi della risata e del mistero Bodies Bodies Bodies ci mette quindi di fronte alla nostra pochezza, ricordandoci che spesso siamo noi stessi a creare mostri e mostruosità.

Bodies Bodies Bodies

Dove vedere Bodies Bodies Bodies in streaming

Overall
7/10

Valutazione

Halina Reijn firma un’intelligente commedia horror, impreziosita da un ottimo cast e penalizzata solo da uno sguardo un po’ troppo paternalistico e da qualche scelta registica poco efficace.

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