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Oppenheimer: recensione del film di Christopher Nolan

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Nel magistrale e più volte citato ottavo episodio di Twin Peaks – Il ritorno, la serie sequel con cui David Lynch è tornato al suo celebre show televisivo dopo ben 25 anni, assistiamo impietriti alla nascita dell’inquietante BOB, che viene letteralmente generato dal fungo del cosiddetto Trinity Test, il primo esperimento nucleare della storia avvenuto il 16 luglio 1945 a White Sands, in Nuovo Messico. Una scena visionaria e di grande impatto emotivo, che tratteggia l’origine di un mostro fittizio nel momento stesso in cui l’umanità compie uno dei propri passi più mostruosi, determinante per il proprio futuro. Momento che inevitabilmente diventa anche un pilastro di Oppenheimer, biopic di Christopher Nolan dedicato al principale artefice di quella bomba, J. Robert Oppenheimer.

Fra i più grandi cineasti viventi, è difficile trovare un contrasto più forte di quello fra il razionale, ingegnoso e roboante cineasta britannico e il visionario maestro del conturbante statunitense. Eppure, queste due idee di cinema agli antipodi si toccano per un breve quanto fondamentale istante, che per entrambi sancisce un prima e un dopo per l’umanità all’interno dei rispettivi mondi. Un mondo che per Nolan è ossessione (per il tempo, per un’amata perduta, per i figli o addirittura per gli estranei per strada, come per il protagonista di Following), tavolozza per il trucco e per l’inganno (The Prestige), teatro della perenne lotta fra ordine e caos (la trilogia di Batman) o mezzo con cui raccontare la storia (Dunkirk).

Temi e caratteristiche che convergono nell’opera più ambiziosa del cineasta britannico, he all’interno di un apparente squilibrio narrativo costruisce il suo racconto più equilibrato, grazie a cui ha conquistato il suo primo Golden Globe per la migliore regia, in attesa di tentare la medesima impresa con l’Oscar il prossimo 10 marzo.

Oppenheimer: il Prometeo moderno di Christopher Nolan

Sulla base della fluviale biografia di Kai Bird e Martin J. Sherwin Robert Oppenheimer, il padre della bomba atomica, Nolan scrive e dirige un dramma strutturato in tre linee temporali distinte, corrispondenti alle classiche fasi dell’ascesa, della caduta e della redenzione. Seguiamo così il fisico (interpretato dallo strepitoso Cillian Murphy) dalle prime battute della sua carriera fino all’assegnazione della direzione del progetto Manhattan per la bomba atomica statunitense, per poi vederlo sconfitto dai giochi di potere e dall’odio di Lewis Strauss (un mefistofelico Robert Downey Jr.), fino alla riabilitazione pubblica a seguito della sconfitta politica e umana del suo acerrimo nemico.

Ma nel prismatico ritratto umano di Nolan c’è spazio anche per l’altalena emotiva e sentimentale del protagonista fra due donne (la moglie Katherine interpretata da Emily Blunt e l’amante Jean Tatlock impersonata da Florence Pugh), per le dispute scientifiche coi colleghi, per i fondamentali dialoghi con Albert Einstein e soprattutto per lo sgancio della famigerata bomba atomica, che provoca in lui sensi di colpa e una netta svolta in direzione pacifista, responsabile delle sue successive sventure. Sullo sfondo, gli errori dell’uomo, le illuminazioni dello scienziato e i continui presagi di orrore e di morte, alimentati dalla frase del testo sacro induista Bhagavadgītā «Ora sono divenuto Morte… il distruttore di mondi», sintesi della vita e dell’operato di Oppenheimer.

Caduta e redenzione

Oppenheimer

«O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo», afferma Batman nel finale de Il cavaliere oscuro, rovesciando su se stesso una frase di Harvey Dent prima di compiere un sacrificio in nome della collettività, ovvero rinunciare alla propria immagine e alla propria fama per dare alle persone qualcuno in cui credere e qualcuno a cui dare invece la caccia. Come il vigilante alter ego di Bruce Wayne, Oppenheimer ama agire nell’ombra e lontano dai riflettori, in asettici laboratori o nel deserto che circonda Los Alamos, costruita apposta per metterlo nelle condizioni di sconfiggere attraverso le sue ricerche il nemico del presente degli Stati Uniti (l’asse nazista) e quello del futuro prossimo, cioè l’Unione Sovietica.

I destini del fisico e del supereroe sono accomunati anche dall’analoga lotta contro il caos, che nonostante i loro rispettivi sforzi (in ambito scientifico e nella lotta contro la criminalità) continua a sfuggire a ogni tentativo di contenimento. Dove Batman reagisce rialzandosi dopo la caduta e sottraendo se stesso alla collettività, Oppenheimer sceglie di accettare a testa bassa le conseguenze delle sue azioni, con il rimorso per una colpa che non gli viene neanche riconosciuta («Lei pensa che a qualcuno, a Hiroshima o a Nagasaki, interessi un cazzo di chi ha costruito la bomba? Gli interessa chi l’ha sganciata. L’ho fatto io. Hiroshima non riguarda lei», gli dice Truman) e accettando i soprusi di un’inchiesta costruita appositamente per umiliarlo sfruttando le sue antiche simpatie comuniste da Lewis Strauss, il cinico Salieri dell’aspirante Mozart della fisica.

Oppenheimer e Strauss come Mozart e Salieri

Oppenheimer

A differenza di quanto fatto da Miloš Forman con il compositore austriaco nel suo Amadeus, Nolan non rappresenta Oppenheimer come un genio, ma ne evidenzia al contrario fortune e contraddizioni, concentrandosi al contrario sulla sua natura imperfetta di uomo e sulle moltitudini in esso contenute. L’eccellente scienziato convive così con una persona in totale balia degli eventi, costretto a convivere con il peso della sua più importante creazione, che al tempo stesso vede come il fattore che potrebbe relegarlo per sempre dalla parte sbagliata della storia.

Un tormento che abita negli sguardi impietriti di Cillian Murphy, nella sua fisicità scarnificata e nella postura costantemente attendista di chi si ritrova a dover creare gli eventi dopo averli osservati per tutta la sua vita. Nolan segue il suo protagonista con il suo stile sempre visibile, fatto di musiche avvolgenti e onnipresenti (stavolta di Ludwig Göransson) e di dialoghi ficcanti e perentori, spaziando liberamente fra il biopic, il dramma familiare, la ricostruzione storica e politica e il legal drama, con spunti tipicamente thriller e suggestioni orrorifiche nelle visioni del protagonista, che si dirigono ancora una volta inaspettatamente verso gli incubi di David Lynch.

Fra superfluo ed essenziale

Oppenheimer

La cronologia di Oppenheimer ricalca lo stato d’animo cangiante del suo protagonista. Nolan rischia di perdersi nel bianco e nero che accompagna la linea temporale maggiormente incentrata sul Segretario al Commercio Lewis Strauss, ma ancora una volta sa dare un senso al tutto e allo stesso tempo spiazzarci nell’atto conclusivo, in cui emerge tutta l’arrogante mediocrità del personaggio di Robert Downey Jr., talmente asservito all’astio e al desiderio di vendetta da demolire la sua carriera in nome di una suggestione e di un sospetto, grazie anche al voto del futuro presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy.

Vediamo continuamente Oppenheimer talmente concentrato ad allontanare il superfluo dalle sue ricerche da compromettere progressivamente l’essenziale, cioè la sua famiglia, la sua stabilità emotiva e la sua dignità. Nolan riesce a trasformare tutto questo in toccante racconto cinematografico, dando una centralità narrativa e tematica ai personaggi femminili, rinunciando al colpo di scena fine a se stesso e cimentandosi anche nella prima scena di sesso della sua filmografia, funzionale al racconto e alla psiche del protagonista.

Nel corso di 180 minuti densi di eventi e di temi, il regista riesce però a ritagliarsi idee di cinema brillanti e sorprendenti, come la lunga parentesi del già citato Trinity Test, giocata tutta sulla tensione per un pericoloso e decisivo spettacolo di stampo cinematografico e sull’utilizzo del suono e della sua assenza.

Il raggelante finale di Oppenheimer

Oppenheimer

In un flusso di coscienza frastagliato ma sempre coerente con se stesso, scopriamo l’Oppenheimer più ambiguo, attratto dalla mela avvelenata come la strega di Biancaneve e sedotto dai piaceri del sesso, conosciamo lo scienziato tutt’altro che umile (come dice egli stesso a Lewis Strauss) ma abbastanza intelligente da circondarsi da menti brillanti come e più della sua e soprattutto comprendiamo gli abissi dell’uomo, devoto a un’idea, spiazzato dai suoi esiti e infine coinvolto in una difficile lotta per rimediare e per riabilitare la propria immagine.

Fra elucubrazioni teoriche e tragici risvolti pratici (che Nolan mette rispettosamente fuori campo), Oppenheimer ci fa ripensare alla portata del doppio sgancio atomico sul Giappone, che complessivamente ha ucciso almeno 150.000 persone, ma soprattutto alla sua influenza sulla storia e sul mondo che sono venuti dopo, in una reazione a catena pensata da Einstein, temuta dal protagonista e infine evocata dal finale più raggelante e ammonitorio dell’intera carriera del regista britannico. Non servono dunque posticci testi conclusivi dedicati alla vita dei personaggi dopo gli eventi narrati, tipici dei biopic moderni; bastano lo sguardo contrito e mai risolto di Oppenheimer e un fuoco sempre più grande e spaventoso, che avvolge non solo il Prometeo moderno ma l’intero genere umano.

Overall
8.5/10

Verdetto

Con Oppenheimer, Christopher Nolan firma il suo film più ambizioso ed equilibrato, tratteggiando la prismatica figura dell’inventore della bomba atomica, nonché di uno dei principali artefici del mondo in cui viviamo.

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Dune – Parte due: recensione del film di Denis Villeneuve

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Dune - Parte due

Fin dal debutto del romanzo di Frank Herbert nel 1965, Dune ha influenzato indelebilmente il panorama fantascientifico. Prima sulla carta, grazie a un ciclo diventato nel corso degli anni un pilastro del genere, capace di plasmare sull’ambigua figura di Paul Atreides un racconto intriso in bilico fra ambientalismo, epica e critica sociale e politica. Dune ha poi segnato il cinema, prima in modo indiretto con Star Wars (per il quale è stato esplicita fonte di ispirazione), poi con il mancato adattamento ad opera di Alejandro Jodorowsky (raccontato in Jodorowsky’s Dune) e infine con il film diretto da David Lynch, rivelatosi un clamoroso fiasco commerciale. Dopo un lungo periodo di attesa, alimentato dai notevoli videogame Dune e Dune II e dalle dimenticabili miniserie televisive Dune – Il destino dell’universo e I figli di Dune, Denis Villeneuve ha rilanciato il franchise, prima con Dune poi con il seguito Dune – Parte due.

Un progetto ambizioso e radicale, che arriva in un momento in cui, fra il calo delle presenze per via del Covid e la crisi conclamata del cinecomic, Hollywood ha disperatamente bisogno di franchise in grado di attrarre pubblico. Dopo essersi confrontato con un’altra colonna portante della fantascienza in Blade Runner 2049 (sequel del capolavoro di Ridley Scott), con risultati deludenti dal punto di vista commerciale, Denis Villeneuve ha centrato un successo tutt’altro che scontato con il primo film, con oltre 430 milioni di dollari incassati in piena pandemia e il consenso pressoché unanime della critica, condito anche da 6 premi Oscar.

Un risultato figlio della presenza nel cast di star come Timothée Chalamet e Zendaya, ma anche della mano del regista, capace di condensare in immagini le necessarie spiegazioni sull’universo di Dune, di mettere in rilievo i parallelismi fra il racconto e il nostro presente e di fondere spettacolo e ambizione autoriale.

Dune – Parte due alza l’asticella dei blockbuster hollywoodiani

Dune - Parte due

Avevamo lasciato Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nel deserto di Arrakis insieme ai Fremen, nativi di Dune di cui fa parte Chani (Zendaya), ragazza vista più volte da Paul nei suoi sogni. Dune – Parte due inizia dallo stesso punto e si concentra sul percorso del giovane protagonista, in bilico fra i presagi che lo indicano come l’eletto che secondo le profezie guiderà il popolo (detto anche Kwisatz Haderach) e il desiderio di vendetta contro il barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) e l’imperatore Shaddam IV (Christopher Walken), responsabili del complotto ai danni della casa Atreides. Durante il suo viaggio, Paul si deve confrontare anche con la Principessa Irulan Corrino (Florence Pugh), figlia dell’imperatore, e con Feyd-Rautha Harkonnen (Austin Butler), temibile nipote del barone.

Libero dalle necessità di porre le basi della complessa mitologia dell’universo di Dune, Denis Villeneuve alza ulteriormente l’asticella produttiva e autoriale, dando vita al maestoso secondo capitolo di un’epopea fantascientifica che ci auguriamo prosegua ancora a lungo. Lo fa rimanendo in buona parte fedele al romanzo, mettendo ancora più in luce i personaggi femminili e soprattutto realizzando il miglior world building possibile per un blockbuster contemporaneo. Traendo il meglio dagli scenari della Giordania e di Abu Dhabi e dalla suggestiva fotografia di Greig Fraser, il cineasta canadese supera i già notevoli risultati di Dune, trasportandoci in un mondo cupo e crepuscolare, contraddistinto da inquietanti casate in perenne lotta fra loro, da un serpeggiante misticismo, dal contrasto fra tradizione e rivoluzione e dalla necessità di mettere le mani su poche e preziose materie prime.

Un lavoro impressionante sulle location e sui dettagli scenografici, che anche grazie alle roboanti musiche di Hans Zimmer e a un sonoro travolgente si trasforma in un’esperienza cinematografica di altissimo livello, in perfetto equilibrio fra avventura, azione e onirismo.

Dune – Parte due e il mondo contemporaneo

Dune - Parte due

Timothée Chalamet regala la migliore performance della sua ancora giovane carriera, dando vita a un perfetto Paul Atreides, eroe tormentato e per certi versi contraddittorio. Denis Villeneuve evidenzia le caratteristiche del protagonista, mostrandoci il suo ardore giovanile, il suo carisma e il suo lato più sentimentale, concentrando sul climax dell’atto conclusivo tutta la sua irruenza, che sfocia in attimi di vera e propria ferocia. Chi è a digiuno dell’opera di Herbert troverà nell’epilogo di Dune – Parte due la componente più incendiaria di questo racconto, che contiene numerose sfumature e complessità, presentandosi sotto molti aspetti come una sorta di antitesi del classico viaggio dell’eroe a cui Hollywood ci ha abituati. Il regista mantiene la linea del romanzo (pur con qualche svolta precipitosa) e riesce a salvaguardare tutte le asperità del protagonista, dimostrando così carisma e un’indipendenza più unica che rara per il cinema statunitense popolare contemporaneo, fatto di troppi signorsì.

Al tempo stesso, Denis Villenuve continua il percorso iniziato nel primo capitolo, mettendo in evidenza i vari punti di contatto fra il racconto e il nostro difficile presente. Le assonanze più palesi sono la “spezia” bramata dalle principali casate, che proprio come il petrolio è necessaria per gli spostamenti e ampiamente presente in scenari desertici, e l’imperialismo delle varie casate, disposte a tutto per estendere la loro influenza e saccheggiare le risorse dei popoli più deboli dal punto di vista militare. Ma nel sontuoso lavoro del regista c’è spazio anche per molto altro, come un nativismo mistico che richiama quello di molte popolazioni martoriate nel corso della storia e una fedele rappresentazione dei gangli del potere religioso, in grado di direzionare la politica e di spalancare la porta ai più pericolosi fondamentalismi.

Dune – Parte due: il sontuoso lavoro di Denis Villeneuve

Denis Villenuve si destreggia nel migliore dei modi fra questi diversi spunti, lavorando sui contrasti e sulle sfumature e rispettando anche la componente più visionaria del romanzo di Herbert, con momenti di grande impatto come la discussa e anticipata apparizione del personaggio di Anya Taylor-Joy. Merito di un lavoro certosino sulle immagini, capaci di trasformare in racconto e in senso concetti che a cineasti meno abili avrebbero richiesto lunghe, didascaliche e noiose spiegazioni. Denis Villeneuve dimostra invece di rispettare il cinema e il suo pubblico, consegnandoci anche un gruppo di villain degni di questo nome, fra i quali spicca un convincente e sinistro Austin Butler, diametralmente opposto alla sua imbellettata interpretazione di Elvis Presley in Elvis di Baz Luhrmann.

Il risultato è un’opera che riconcilia con il grande cinema hollywoodiano, fornendo agli spettatori un intrattenimento maturo e scevro da eccessivi manicheismi. Un lavoro che proprio come il riluttante Paul Atreides, leader suo malgrado, in caso di un positivo riscontro del pubblico potrebbe alzare l’asticella dei blockbuster statunitensi, spingendo gli studios a muoversi in direzione di produzioni ad altissimo budget ma comunque in grado di soddisfare gli spettatori più esigenti dal punto di vista artistico e cinematografico.

Lo Star Wars della Generazione Z

Dune - Parte due

Dal momento che la storia della narrazione è fatta di continue rielaborazione di racconti, miti archetipi, non sorprende che Dune – Parte due erediti proprio da una filiazione di Herbert come Star Wars alcune sfumature, come la rappresentazione delle truppe dei nemici di Paul Atreides o la caratterizzazione di quest’ultimo come una sorta di ibrido fra Luke e Anakin Skywalker. Grazie a queste reminiscenze e al desiderio di proporre un’epopea fantascientifica in grado di attrarre diverse fasce di pubblico, Dune – Parte due si candida ad affiancare la saga di George Lucas nell’immaginario collettivo dei prossimi anni e a diventare di fatto lo Star Wars della Generazione Z. Una generazione figlia di un mondo in declino e perciò in cerca di storie in grado di immergersi nel dolore e nella sofferenza, di mostrare scenari complessi e di evidenziare la necessità di prendere decisioni difficili, come nell’avvincente parabola di Paul Atreides.

Dune – Parte due arriverà nelle sale italiane il 28 febbraio, distribuito da Warner Bros. Il 27 febbraio avranno inoltre luogo numerose anteprime del film in tutta Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

Denis Villeneuve firma un sequel ancora più ambizioso e complesso del primo capitolo, in grado di cogliere le numerose sfumature del romanzo di Frank Herbert e di occupare nell’immaginario collettivo il posto che fu di Star Wars, chiaramente influenzato proprio dal Ciclo di Dune.

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Bob Marley – One Love: recensione del film di Reinaldo Marcus Green

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Bob Marley - One Love

Dopo Freddie Mercury (Bohemian Rhapsody), Elton John (Rocketman) ed Elvis Presley (Elvis), il recente filone di biopic dedicati alle leggende della musica internazionale tocca anche Bob Marley. Al cantautore giamaicano è infatti dedicato Bob Marley – One Love, film diretto da Reinaldo Marcus Green (già dietro alla macchina da presa per Una famiglia vincente – King Richard) e che vede Kingsley Ben-Adir nei panni del più celebre esponente della musica reggae e Lashana Lynch in quelli di sua moglie Rita. Un progetto autorizzato e sostenuto dalla famiglia Marley (oltre a Rita, figurano come produttori anche i figli Ziggy e Cedella), che a pochi giorni dal debutto in sala ha già superato i 100 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo, testimoniando così l’interesse ancora tangibile nei confronti della figura di Bob Marley, a oltre 40 anni dalla sua prematura morte.

Bob Marley – One Love si apre con il concerto Smile Jamaica del 1976, emblematico dell’attivismo sociale e politico del protagonista (in quel momento la Giamaica era vicina a nuove elezioni e sull’orlo della guerra civile) e crocevia del suo percorso personale, dal momento che due giorni prima dell’evento la star fu vittima di un attentato che mise a repentaglio la vita sua e della moglie Rita. Sull’onda emotiva di questi fatti, Bob Marley si trasferì insieme ai membri della sua band in Inghilterra, dove realizzò l’album Exodus, considerato da molti esperti e appassionati il vero capolavoro di una straordinaria discografia.

Da questo ben preciso momento della vita del protagonista, Bob Marley – One Love si allarga per tratteggiare la sua sfera privata, soffermandosi sull’assenza di una figura paterna, sulla sua adesione al rastafarianesimo e sul suo impegno politico in ottica pacifista, per poi affrontare il melanoma acrale che lo portò alla morte.

Bob Marley – One Love: la leggenda della musica rivive in un biopic anestetizzato

Bob Marley - One Love

Di fronte a una notevole mole di contenuti umani e artistici, Reinaldo Marcus Green (anche co-sceneggiatore insieme a Terence Winter, Frank E. Flowers e Zach Baylin) è costretto a fare sintesi e a espungere dal racconto numerosi aspetti della vita del protagonista. Aspetto che porta fin dai primi minuti Bob Marley – One Love in un terreno scivoloso dal punto di vista narrativo, in quanto a subire i maggiori tagli sono il periodo dell’infanzia del cantautore (ridotto a brevi e confusionari flashback) e quello della sua ascesa in ambito musicale. Il risultato è un’opera monca, che ci presenta un personaggio già formato e compiuto, affidandosi alla riconoscibilità del soggetto e all’ampia conoscenza collettiva del suo percorso umano e professionale per colmare le numerose lacune.

Il coinvolgimento della famiglia di Bob Marley, probabilmente necessario per avere le sue canzoni e per attingere a materiale altrimenti inaccessibile, non aiuta certo alla causa. Anche se il regista riesce a evitare la trappola dell’agiografia, sempre presente in queste operazioni, Bob Marley – One Love ci presenta una versione eccessivamente ripulita di un personaggio che non ha alcun bisogno di indulgenza: sono molto vaghi e superficiali sia i cenni alla sua conclamata poligamia, sia i passaggi sulla sua prole, composta nella realtà da 11 figli naturali più 2 adottati.

Ma l’approssimazione coinvolge anche altri aspetti della vita di Bob Marley, come la sua statura quasi sciamanica per il popolo giamaicano e la sua adesione al rastafarianesimo (religione presentata in modo frettoloso e macchiettistico). L’impegno politico del protagonista è annacquato a botte di frasi fatte; il suo rapporto con la musica e con il reggae viene dato per scontato; le stesse No Woman, No Cry e Redemption Song sembrano inserite a forza in un racconto che le doveva necessariamente includere.

La scelta di Kingsley Ben-Adir

Bob Marley - One Love

L’attitudine alla realizzazione di Bob Marley – One Love è sintetizzata dalla scelta dell’attore protagonista. Kingsley Ben-Adir fa un buon lavoro, è credibile nei momenti in studio e nei concerti e cerca di fare rivivere il mito attraverso alcune sue iconiche espressioni. Nonostante ciò, basta avere visto anche solo qualche minuto di filmati di repertorio di Bob Marley per rendersi conto che il suo interprete è molto più aggraziato, slanciato ed elegante, sia dal punto di vista fisico che per quanto riguarda il vestiario. L’imitazione passiva di una star non è garanzia di buon cinema (e il già citato Bohemian Rhapsody ne è la prova), ma il perfezionamento operato da Reinaldo Marcus Green sul protagonista snatura completamente il personaggio, al punto che quando durante i titoli di coda appare per qualche secondo il vero Bob Marley, il paragone in termini di carisma è improponibile.

Ancora meno comprensibile è l’approccio alla malattia di Bob Marley, che nella realtà ha segnato quasi 4 anni della sua vita, influenzando enormemente la sua produzione artistica. Bob Marley – One Love si concentra invece quasi esclusivamente sulla scoperta della malattia (in particolare sul noto episodio dell’alluce ferito durante una partita di calcio), sfumando nel momento in cui la malattia si aggrava. Reinaldo Marcus Green lascia così agli spettatori consapevoli il compito di tracciare un collegamento fra le condizioni di salute sempre peggiori del protagonista e la pubblicazione dell’album Uprising e in particolare della struggente Redemption Song, vero e proprio testamento spirituale, politico e artistico di Bob Marley. Il regista incappa così in uno dei pericoli insiti in ogni biopic, rendendo gli eventi raccontati e mostrati molto meno interessanti di quelli spiegati a parole sui titoli di testa e di coda.

Bob Marley – One Love: un’ottima occasione sprecata

Bob Marley – One Love si rivela così un bignami non esaustivo né soddisfacente sulla vita e sulla carriera di uno dei più grandi musicisti dello scorso secolo, sostenuto da un’ottima colonna sonora (e ci mancherebbe) e meritevole comunque di riportare in auge (soprattutto fra i più giovani) una figura fondamentale e determinante. Memori dell’operazione compiuta con il memorabile Rocketman, capace di addentrarsi fra le pieghe dell’artista e coglierne l’essenza umana senza filtri e compromessi, purtroppo resta la sensazione di essere di fronte a un’ottima occasione sprecata.

Bob Marley – One Love è disponibile nelle sale italiane dal 22 febbraio, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
5/10

Valutazione

Bob Marley – One Love si prefigge il compito di cogliere l’essenza artistica e umana di una vera e propria leggenda della musica, ma finisce per dare vita a un racconto anestetizzato, parziale ed eccessivamente ripulito.

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Talk to Me: recensione del film horror di Danny e Michael Philippou

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Talk to Me

I fratelli australiani Danny e Michael Philippou sono indubbiamente fra i volti più interessanti del panorama dell’intrattenimento contemporaneo. Attivi per anni come autori di cortometraggi su YouTube con lo pseudonimo RackaRacka, i due prima sono stati coinvolti nella produzione di Babadook, fra gli horror più originali e coinvolgenti dello scorso decennio, poi sono passati alla regia con la loro opera prima Talk to Me, che ha raggiunto un incasso di oltre 92 milioni di dollari in tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 4,5 milioni. Un successo frutto del passaparola soprattutto fra gli spettatori più giovani, particolarmente coinvolti da un racconto capace di fondere l’intrattenimento con un’amara critica sociale.

Come il già citato Babadook, anche Talk to Me prende il via da un lutto, subito in questo caso dall’adolescente Mia (la sorprendente Sophie Wilde). Due anni dopo aver subito la perdita della madre, la ragazza va a una festa organizzata da suoi coetanei, durante la quale partecipa a una seduta spiritica decisamente particolare. I ragazzi coinvolti nella seduta devono infatti stringere un’inquietante mano mummificata, che si dice fosse di un medium. Una volta fatto ciò, i partecipanti chiedono all’entità di parlare e di entrare in loro, dando il via a una vera e propria possessione.

Per evitare che lo spirito prenda il totale controllo della persona coinvolta, è però obbligatorio interrompere la stretta entro 90 secondi. Smaniosi di farsi notare sui social, i ragazzi infrangono però la regola. A farne le spese sono Mia, la sua amica del cuore Jade (Alexandra Jensen) e il fratello di quest’ultima Riley (Joe Bird).

Talk to Me: elaborazione del lutto e disagio generazionale in un notevole horror soprannaturale

Talk to Me

Attraverso le dinamiche e le convenzioni dell’horror, Talk to Me tocca tematiche importanti e attuali, soprattutto fra i più giovani. Danny e Michael Philippou affrontano soprattutto il profondo disagio che vivono molti adolescenti contemporanei, afflitti dalle varie crisi del pianeta e da uno scontro generazionale sempre più forte coi genitori. Malessere a cui contribuiscono i social network, che spingono i ragazzi a cercare una fama inconsistente e del tutto transitoria, anche attraverso i filmati della loro partecipazione a pericolosissime sfide, nella speranza di diventare virali.

I 90 secondi che determinano la soglia di relativa sicurezza per la possessione in fondo sono un lasso di tempo paragonabile alla durata dei reel, dei video di Tik Tok e di altri contenuti social che quotidianamente scorrono sullo schermo dei nostri smartphone. Una soglia sufficiente per catturare l’attenzione e per la pura evasione, che separa però inevitabilmente dal vero approfondimento e dall’attaccamento a una tematica, a una passione o a una persona.

I registi si inseriscono in questa tematica con lucidità e con evidente perizia cinematografica, pescando a piene mani dalla lunga e florida tradizione del cinema di possessione, dosando gli inevitabili jump scare e regalando anche qualche notevole plot twist. Ci troviamo così davanti a un buon prodotto di genere, capace di amalgamare il mero intrattenimento con l’analisi sociale, che emerge in particolare nella caratterizzazione della protagonista e del suo viaggio attraverso il lutto.

Il ritratto di una generazione infelice e abbandonata

Quello che emerge da Talk to Me è il ritratto di una generazione tutt’altro che felice, abbandonata a se stessa e a un rapporto spesso malsano con la tecnologia, che può facilmente sfociare in tragedia. I registi sfruttano questo materiale per dare vita a un racconto cupo e inquietante, in cui la tensione derivante dai numerosi eventi soprannaturali si accompagna all’evidente malessere esistenziale dei protagonisti. Lo fanno senza inventare nulla di nuovo ma dosando bene i punti di forza a loro disposizione, senza mai scadere nella sbiadita copia o nella parodia involontaria.

Non mancano piccoli passaggi a vuoto e colpi di scena forzati, ampiamente compensati però da momenti di grande impatto visivo e cinematografico, da una gestione ottimale di un cast giovane e talentuoso e da un finale riuscito, che apre la porta a un più che probabile sequel. Un successo che testimonia la vitalità dell’horror e porta all’attenzione del pubblico internazionale due potenziali grandi autori, di cui ci auguriamo di parlare ancora a lungo.

Overall
7.5/10

Valutazione

I fratelli australiani Danny e Michael Philippou sfornano un horror riuscito e al passo coi tempi, che attraverso una storia abbastanza convenzionale di possessione demoniaca affronta temi sempre attuali come l’elaborazione del lutto e il disagio adolescenziale, regalando diversi momenti dal forte impatto emotivo.

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