Padrenostro: recensione del film di Claudio Noce con Pierfrancesco Favino

Padrenostro: recensione del film di Claudio Noce con Pierfrancesco Favino

«Alfonso Noce sappia che la sua condanna a morte è stata soltanto rinviata. I proletari hanno tanta pazienza e lunga memoria». Questa spaventosa rivendicazione da parte dei Nuclei Armati Proletari, responsabili dell’attentato al vicequestore Alfonso Noce del 14 dicembre 1976, è perfetta per immergersi nello stato d’animo di costante paura al centro di Padrenostro, presentato in concorso a Venezia 77. Un’opera intima e struggente, ideata e diretta dal figlio di quel vicequestore, cioè Claudio Noce, che riversa sul grande schermo quella che è al tempo stesso una sua drammatica esperienza personale, un’appassionata lettera d’amore al padre, un commovente racconto di formazione e una lucida analisi degli anni di piombo.

Un ritratto dedicato prevalentemente a coloro che sono stati troppo spesso dimenticati dalla narrazione di quel funesto periodo, cioè i bambini. Giovani creature relegate nelle loro stanzette, insieme alle loro domande senza risposta, con l’intento di proteggerle da una verità insopportabile. Verità che filtrava però inevitabilmente dai muri e dai silenzi, o attraverso furtive occhiate da porte socchiuse, esacerbando gli effetti del perenne clima di odio e ansia che si respirava all’epoca.

Padrenostro: il toccante racconto autobiografico di Claudio Noce
Padrenostro

Il brusco risveglio da un’infanzia sognante coincide per il piccolo Valerio (il talentuoso Mattia Garaci: ne sentiremo ancora parlare) con un attentato a mano armata al padre Alfonso (Pierfrancesco Favino), a pochi metri da casa. Nonostante i numerosi colpi ricevuti, Alfonso sopravvive, ma per Valerio comincia una nuova difficile fase della propria esistenza. Indelebilmente segnato dalla vista di uno dei terroristi dei NAP morente e maldestramente tenuto al riparo dalla verità e dalla convalescenza di Alfonso dalla madre Gina (Barbara Ronchi) il bambino trova un inaspettato conforto dalla conoscenza di Christian (Francesco Gheghi), di poco più grande di lui. Libero dall’imperfetto ambiente ovattato in cui i genitori vorrebbero metterlo al sicuro, Valerio trova attraverso il gioco, l’immaginazione e il disegno un modo per elaborare il forte stress a cui la sua famiglia è sottoposta e per comprendere il suo delicato rapporto con la figura paterna.

Quando Alfonso è costretto a trasferirsi temporaneamente al sud, per nascondersi da una probabile nuova rappresaglia da parte dei terroristi, la figura di Christian diventa ancora più importante. Un’anomala estate bucolica, in compagnia del suo sfrontato amico, si trasforma in un’occasione di crescita per Valerio e nella possibilità di migliorare il rapporto con suo padre.

Padrenostro: un’opera a dimensione di bambino

Padrenostro

Padrenostro come preghiera, Padrenostro come locuzione che ripetiamo senza dargli il giusto peso e soprattutto Padrenostro come reciproco supporto fra due ragazzi alle prese con complicati rapporti coi genitori. Da questa riflessione prende vita un’opera densa e dai molteplici livelli di lettura, il cui fine non è quello di prendere una posizione politica su un’epoca che ha devastato il già traballante panorama politico nostrano, quanto invece quello di dare voce a una generazione perennemente fuori posto, nata in un clima di terrore che non riusciva a comprendere e cresciuta sulle sue macerie, in un’atmosfera di crescente disimpegno e straniamento. Un’operazione che paradossalmente è più simile a Gli anni più belli che a Il delitto Mattarella, solo per citare l’ultima di innumerevoli produzioni sugli anni di piombo, che mantiene però costantemente la dimensione di un bambino, con a disposizione contro la mestizia del mondo esterno solo la propria fantasia.

Lo scontro politico è tangibile, ma è solo il funesto sfondo per un vero e proprio rapporto sentimentale in divenire fra padre e figlio. Favino regala l’ennesima formidabile prova recitativa, con una performance tutta in sottrazione e controllo di un genitore che vuole disperatamente mantenere la sua autorevolezza, anche quando la violenza urla alla sua porta, anche quando sarebbe comprensibile e umano ammettere di avere paura. Alfonso non è però una persona che scialacqua parole, quindi Valerio può parlare con lui solo indirettamente. Una partita di calcio troppo fisica, una gita in barca e soprattutto la contaminazione esterna da parte di Christian diventano occasioni per comunicare, per richiedere affetto, per manifestare debolezza.

Una struggente riflessione sull’assenza

Padrenostro

Nel costante saliscendi fra realtà e fantasia, Padrenostro rischia più volte di perdersi e di abbandonare la preziosa strada del racconto di formazione per altro. Non mancano inoltre personaggi irrisolti o stranamente irrilevanti ai fini della storia, come la sorella di Valerio (anch’essa coinvolta nelle disavventure familiari, ma sempre in secondo piano) o il patriarca impersonato da un formidabile interprete come Mario Pupella, relegato a una manciata di battute. Ma la forza dell’opera di Noce non sta nella solidità della sceneggiatura, ma nella toccante volontà di scandagliare i sentimenti dei personaggi e di mettere in gioco, non dimentichiamolo, la vera vita del regista, che si concede anche un’apprezzabile divagazione, con i primi approcci di Valerio/Claudio alla macchina da presa.

Anche se non mancano impressionanti sequenze sull’attentato (replicato da Valerio in uno dei momenti più riusciti di Padrenostro), il lavoro di Noce si posiziona a debita distanza dalla recente riscoperta delle produzioni nostrane della storia del mondo malavitoso, puntando invece su una struggente disamina a proposito dell’assenza che, forse solo sul grande schermo, riesce a trasformarsi in presenza. E in quei silenziosi ma commosso abbracci rivediamo tutta la nostra vita, con anni di frasi non dette, di tempo negato e di affetto non ricambiato.

Padrenostro arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da Vision Distribution.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Claudio Noce mette in gioco se stesso in un toccante racconto di formazione, che diventa anche struggente riflessione sul rapporto fra padre e figlio.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.